Il benessere nella pratica Yoga

Simon Borg-Olivier a Follonica (ph. Fausto Ferrara)

Ebbene sì. Esistono ancora Maestri che con la loro presenza, la loro onestà intellettuale, il loro instancabile lavoro, la loro umanità trasparente possono ispirarci nel cammino dello Yoga. Ashtanga Yoga Follonica ha avuto il grande onore di ospitarne uno, Simon Borg-Olivier, lo scorso agosto. E’ quindi un piacere per me tornare a tradurre i suoi post sempre interessantissimi.

Questo in particolare ha colpito la mia attenzione, non solo perché ormai pratico da oltre vent’anni, ma anche perché sono oramai negli “anta” e desidero che la mia pratica sia longeva il più possibile. Desidero che la mia pratica sia un momento di piacere e di incontro con il mio corpo, e non una guerra per costringerlo a raggiungere obiettivi inutili. La domanda che Simon ci pone è: quanto è sostenibile la vostra pratica?

“In ognuna delle nostre attività quotidiane, inclusa la nostra scelta nel campo dell’esercizio fisico (postura, movimento, respirazione e controllo mentale) dobbiamo considerare gli effetti delle nostre azioni su tre livelli. Dobbiamo analizzare quali sono gli effetti della nostra scelta su:
1. Benessere personale,
2. Benessere temporale e
3. Benessere ambientale (e sociale).

Ritengo importante riflettere sul Benessere Temporale:
Possiamo definire benessere temporale l’effetto di qualsiasi attività (volontaria e involontaria) all’interno di un arco temporale. Ciò include:
*** Come ci sentiamo durante l’attività (presente),
*** Come ci sentiamo dopo aver completato l’attività (futuro) e
*** Come ciò che abbiamo fatto (passato) già incide su come ci sentiamo ora e come ci sentiremo in futuro.

Il benessere temporale è un fattore importante per praticare “in the zone” (come molti sportivi, atleti e ballerini definiscono la sensazione che provano nell’eseguire la loro passione in uno stato di concentrazione sostenibile, priva di sforzo e/o meditativa).

Il benessere temporale è altrettanto importante nella pratica dello yoga e della meditazione più autentici. Infatti praticare “in the zone”, lo yoga e la meditazione possono essere considerati la stessa cosa sotto molti aspetti.

La meditazione ha dimostrato di avere molti effetti positivi sul corpo, tra cui l’aumento della lunghezza dei telomeri, che si traduce in maggiore longevità e può addirittura, secondo le teorie dell’epigenetica, diventare caratteristica ereditaria.
La meditazione non avviene necessariamente solo quando siamo seduti e immobili. E’ possibile meditare in qualsiasi posizione e anche durante il movimento. Possiamo anzi definire la meditazione come uno stato di unione tra corpo, mente e ambiente sostenuto per un determinato periodo di tempo.

Molti studi scientifici suggeriscono che essere in uno stato meditativo è rivelato da questi segnali concreti:
1. Onde cerebrali coerenti e sincronizzate, associate all’essere positivamente connessi a ciò che ci circonda nel momento presente.
2. Ipoventilazione, ovvero la necessità di respirare molto meno della maggior parte delle persone che svolgono la stessa attività.
3. Battito cardiaco ridotto rispetto alla maggior parte delle persone che svolgono la stessa attività.
4. Circolazione sanguigna migliore con conseguente maggiore tolleranza al caldo e al freddo.
5. Equilibrio del sistema nervoso con dominanza del parasimpatico (risposta rilassamento-ringiovanimento-rigenerazione) rispetto al simpatico (risposta attacco o fuga).

Un metodo per valutare il proprio benessere temporale in qualsiasi attività (incluso quindi l’esercizio fisico e la pratica yoga), è chiedersi:

. Quanto siamo condizionati in senso negativo da ciò che è accaduto in passato;
. Quanto siamo condizionati in positivo da ciò che è accaduto in passato;
. Quanto stiamo apprezzando, o non apprezzando, l’attività che stiamo svolgendo nel momento presente (se non ci piace ciò che stiamo facendo, difficilmente avremo voglia di ripetere l’esperienza in futuro, senza soffrirne effetti mentali negativi);
. Come ci sentiamo subito dopo aver terminato la nostra pratica;
. Come ci sentiamo il giorno e i giorni immediatamente successivi;
. E infine come ci sentiremo se continuiamo a praticare allo stesso modo, su base regolare, per i prossimi decenni.

Vediamo spesso video di sequenze molto avanzate (alcune praticate anche da me) che fanno parte di molte pratiche yoga contemporanee. Per me sono divertenti e praticabili, ho iniziato da giovanissimo e praticato per decenni, ma per molti queste sequenze sarebbero solo stressanti e spesso inaccessibili, costituendo un tipo di lavoro esageratamente duro sotto moltissimi aspetti. Nella maggior parte delle persone, queste pratiche non produrrebbero gli effetti positivi della meditazione e non condurrebbero ad uno stato di benessere a lungo termine. Quindi è raro che io scelga di insegnare questo tipo di posizioni combinate a transizioni e tecniche di respirazione. E’ più facile che io preferisca insegnare posizioni semplici con movimenti fluidi che partono dalla muscolatura del tronco, accompagnate a respiro naturale; una tecnica efficace sotto molti aspetti e molto più accessibile a tutti. Sono in molti ad avere limitazioni di movimento e una pratica eccessiva potrebbe peggiorare il loro stato di stress fisico, fisiologico e mentale se protratta a lungo nel tempo. E’ solo con una pratica semplice, sicura, accessibile e meditativa, nutriente sotto tutti gli aspetti che possiamo tornare all’essenza autentica di una pratica meditativa che ci sostenga per una vita lunga, piena di salute e felicità” (Simon Borg-Olivier).

Devo dire che applico io stessa questi principi nella mia pratica. Cerco innanzi tutto di muovermi sempre a partire dai muscoli del tronco, entrando in ogni postura in modo fluido e senza forzature. Ho sviluppato una maggiore sensibilità nei confronti degli asana e delle transizioni che mi fanno stare bene, e altrettanto nei confronti di quelli che mi mettono in stato di stress. Ritengo che sia importante vincere paure immotivate nei confronti di alcune posizioni, ma ritengo altrettanto che, se una postura ci provoca ripetutamente stress e dolore fisico, sia importante trovare una alternativa, una variante, e interrogarsi sul perché ci ostiniamo a volerla “conquistare”. Penso che con questi presupposti la pratica diventa non solo meditativa, ma anche metafora del nostro atteggiamento nei confronti della vita: quanto siamo schiavi del nostro desiderio di “controllare”, a partire da noi stessi? Quanto siamo “manipolatori”, a partire da noi stessi? Ogni giorno di più, con il passare del tempo, queste domande mi portano a investigare verso nuovi orizzonti della pratica fisica che, per me, è e deve restare “meditazione in movimento”. Nel momento stesso in cui la paura, il dolore, lo sforzo eccessivo entrano in gioco, la pratica smette di essere meditazione e diventa ulteriore fonte di stress. Sono convinta che, praticando in uno stato di rilassamento mentale, molti limiti fisici spariscano. Ma è importante che questi limiti, appunto, “spariscano”, e non che vengano forzatamente e forzosamente “eliminati”.

“Body is not stiff: Mind is stiff” (Il corpo non è rigido: è la mente ad esserlo) – Sri K. Pattabhi Jois

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Lo Yoga degli imprevisti

A quest’ora, un mese fa, stavo facendo la valigia per il viaggio che ogni anno mi porta in India. Ero a una settimana dalla partenza, avevo già sistemato yoga pants, tappetini, infradito. Avevo già stampato il biglietto elettronico e la lettera di ammissione a KPJAYI (Krishna Pattabhi Jois Ashtanga Yoga Institute, la scuola del fondatore del metodo). Diciamo pure che questa partenza era qualcosa che sognavo da mesi, perché per ogni insegnante di Yoga, il viaggio annuale in India è un rito che regala l’energia necessaria per riprendere il proprio lavoro con rinnovato entusiasmo.

Ma non sempre le cose vanno come vorremmo… il giorno della partenza, l’influenza più pesante che mi sia mai capitata mi ha colpito come un treno in corsa. Quasi due settimane di febbre alta mi hanno letteralmente inchiodato a letto. Impossibile muoversi, figurarsi viaggiare. Ho spostato ben due volte il biglietto augurandomi di poter partire almeno due settimane dopo. Ma niente da fare. Insomma la faccio breve e vi dico che sto riemergendo ora, e con acciacchi vari. Probabilmente ero arrivata un po’ al limite delle forze, un trasloco, un cambiamento di vita, la stesura e l’uscita del mio libro, insomma tante emozioni e incontri non sempre positivi, mi avevano un po’ provato, e l’influenza ha trovato un terreno fertile per farsi un bel giro. Quindi eccomi. Alle prese come sempre con la mia pratica, lontana da maestri e punti di riferimento. Non lo nego, anche un po’ arrabbiata per i soldi persi, in parte non recuperabili.

Con questo stato d’animo sono di nuovo qui, in Maremma. Terra che amo profondamente ma da cui avevo davvero bisogno di staccarmi un po’, per digerire persone ed esperienze. Il mio corpo è smagrito e indebolito da questa botta inaspettata, e anche la pratica ne risente. I primi giorni di convalescenza sono stati i più duri, perché la tosse rendeva difficile mantenere un ritmo con il respiro. Lentamente cerco di recuperare e mi dico che comunque sarebbe stato davvero impossibile partire in queste condizioni.

Resta però una sorta di delusione nei confronti di me stessa, per non avercela fatta, per non essere riuscita, nonostante i tanti anni di pratica, a reagire a questa maledetta influenza – e soprattutto alle situazioni che l’hanno provocata. In che modo lo Yoga può aiutarmi a combattere questa sgradevole sensazione di fallimento, e la debolezza fisica che accompagna la convalescenza? E soprattutto in che modo posso fare dello Yoga lo strumento per non ricadere in circostanze che mettano esageratamente sotto stress il mio sistema corpo-mente?

Semplicemente, accettando e portando questi sentimenti sul tappetino. Rabbia, frustrazione, debolezza, delusione. Che si trasformano in motivazione, pazienza, arrendevolezza e accettazione. In modo pratico, la motivazione (rabbia) mi porta sul tappetino. La pazienza (frustrazione) mi aiuta ad esplorare di nuovo le posizioni più semplici, a mantenerle più a lungo, a trasformarle in strumenti di guarigione. L’arrendevolezza (debolezza) mi suggerisce di cedere alla posizione, di restare, di ascoltare. E infine l’accettazione (delusione) mi dice che va bene così. Che non sempre si può essere al top. Che ci sono situazioni che a volte hanno la meglio, anche se siamo abituati ad essere reattivi. Ogni anno il corpo richiede una sorta di “tagliando”, ci invita a capire cosa è cambiato in noi, nella nostra pratica. Per quanto lo Yoga ci aiuti a restare in salute e limiti il processo di invecchiamento, ci sono sempre emozioni e circostanze che hanno la meglio su di noi, che ci ricordano la nostra umanità imperfetta. A quel punto torniamo sul tappetino sia come principianti che come insegnanti. Il nostro corpo indebolito assomiglia a quello di un principiante che si avvicina allo yoga per la prima volta. Ma dentro, abbiamo gli anni di pratica e di studio che ci hanno portato fin qui. Torniamo ad insegnare a noi stessi. Con la pazienza e la fermezza che rivolgiamo ai nostri studenti. E offriamoci la possibilità di imparare da ogni momento di difficoltà, senza pretendere che in virtù della nostra esperienza yogica tutto debba essere superato in un attimo. Non è così. Alcune esperienze, alcune persone ci segnano profondamente e richiedono tempo per essere digerite e per trasformarsi nella lezione che ora ci sfugge.

Torniamo ogni mattina sul nostro tappetino con tutto ciò che abbiamo. E’ già moltissimo di cui essere grati. Pratichiamo con i nostri limiti fisici e spirituali. Non importa se proviamo rabbia invece che serenità. Se non siamo ancora pronti a perdonare. Praticare Yoga non significa essere perfetti. Significa provare ad essere migliori.

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Lo Yoga nel 2016: frammentato, contestato, re-immaginato?

Torno a tradurre a beneficio della comunità yogica italiana, e questa volta lo spunto arriva da Greg Nardi, insegnante di Ashtanga Yoga Autorizzato Livello II, uno degli insegnanti che seguo ormai da quasi 10 anni. Greg ha condiviso oggi su facebook il post di Yoga Dork, che ho trovato particolarmente interessante perché sintetizza lo scenario attuale dello Yoga all’alba del 2016. Lo traduco lasciando a voi riflessioni e discussioni, augurandomi di suscitare qualche sano interrogativo e di ricevere i vostri commenti.
Scritto da Carol Horton*
Ai vecchi tempi – in realtà non così tanto tempo fa – il mondo dello yoga era diviso in base all’insegnante e al metodo. I praticanti di Iyengar disapprovavano il metodo “saltellante” praticato dagli Ashtangi. I praticanti diAshtanga disapprovavano (solo 20 anni fa) la nuova invenzione del Vinyasa Flow. I seguaci di  TKV Desikachar disapprovavano sia l’Ashtanga che l’Iyengar, metodi a loro parere troppo rigidi, e naturalmente anche la mentalità troppo liberale del Vinyasa. E così via: sia in modo aggressivo che gentile, gli studenti più seri erano fermamente convinti che il loro metodo fosse “il migliore”. Tuttavia, pur con forti disaccordi sui diversi metodi, i praticanti delle diverse scuole condividevano una cornice generale relativa al significato della pratica. Lo Yoga trattava di trasformazione – forse addirittura di illuminazione. Il suo status di pratica in grado di connettere corpo, mente e anima era considerato con la massima serietà. Era importante praticare sotto la guida di un maestro – o, se questo non era possibile, almeno essere seguiti da uno dei suoi studenti più eminenti. L’idea di diventare un’insegnante di yoga senza avere almeno un bel decennio di pratica costante sembrava un concetto strano, quando non addirittura sacrilego. Oggi, queste idee un tempo largamente condivise sono completamente svanite. L’anno scorso, durante un incontro sullo stato dello Yoga contemporaneo presso un importante centro di Chicago, solo uno studente su tre conosceva il significato della parola “discendenza”. Tutti, però, conoscevano molto bene il marchio Lululemon.
La rottura del Paradigma
Con questo non voglio asserire che il “veccchio” sistema basato sui “maestri” fosse perfetto. Come ben sa chi ha seguito i recenti sviluppi nel mondo dello Yoga, questo “vecchio paradigma” si è indebolito non solo a causa della sconfinata commercializzazione di questa disciplina, ma anche da problemi endogeni come la scioccante e diffusa incidenza dei cosiddetti “scandali dei guru”, con le poco ortodosse pratiche manipolative messe in atto da questi individui, fisicamente e psicologicamente, sui loro studenti. Senza alcun dubbio, molti seri praticanti di Yoga della “vecchia scuola” sono ancora alle prese con un senso di confusione, di perdita e di disillusione. .
paradigm-cycle
Nel 2014, descrissi questi cambiamenti come causali all’interno di uno spostamento del paradigma della cultura yogica. Oggi, direi che siamo entrati in pieno nella successiva fase del ciclo di Kuhn, ovvero nella “rottura” del paradigma.
La cultura dello Yoga si è frammentata significativamente. Non mi sto riferendo solo alle divergenze relative ai metodi di insegnamento. Piuttosto, esistono ormai tali e tante scuole con concetti radicalmente diversi su cosa sia lo Yoga, che trovare punti in comune diventa un’impresa a dir poco ardua. Non esiste più un’idea comune su cosa sia lo yoga, o perché valga la pena praticarlo. In molti casi, questo si manifesta come semplice ignoranza: la folla dello yoga di massa non ha idea di cosa stiano facendo, ad esempio, gli Ashtangi. In alcuni casi, tuttavia, questo può portare a conflitti di varia natura.
L’appropriazione culturale e lo “Yoga Body”
In Nord America, gli attivisti Sud Asiatici e i loro alleati hanno portato alla luce il dibattito un tempo nascosto sull’appropriazione culturale. Nel frattempo, in India, il governo di Modi ha lanciato una campagna senza precedenti e per alcuni controversa, per rendere lo yoga una parte centrale del proprio profilo politico e dell’identità nazionale Indiana. Sebbene questi movimenti possano apparire coerenti, queste iniziative all’interno della politica culturale dello yoga si trasformano in proverbiali “strane coppie”; basti pensare che in Nord America, questo movimento si identifica politicamente con la sinistra, mentre in India lo troviamo saldamente ancorato alla politica di destra del nazionalismo Hindu.
Nel frattempo, cosa impensabile solo qualche anno fa, sono giunte all’attenzione dei media le campagne contro il cosiddetto “yoga body”, portate avanti da chi è impegnato ad eliminare i disturbi legati all’immagine del corpo. Improvvisamente, è possibile essere sovrappeso, addirittura autodefinirsi “grassi” e diventare una yoga celebrity. Secondo un ciclo molto familiare, i comunicatori sono subito saltati sull’opportunità di marketing offerta dagli insegnanti di yoga che inizialmente si erano esposti nel desiderio di condividere la loro pratica – e non solo ciò che indossavano. Dove porterà tutto questo, è da vedere.
Instagram ha giocato un ruolo fondamentale e molto interessante in entrambi i movimenti: quello contro lo stereotipo dello “yoga body”, e quello della sua intensificazione. Recentemente, una ragazza che frequenta le mie lezioni e che rientra perfettamente nello stereotipo del “bel corpo da yoga” (giovane, magra, flessibile, carina e bianca), mi ha confidato di essersi ripetutamente dislocata una spalla nel tentativo di scattarsi una foto perfetta in Urdhva Dhanurasana. A vent’anni, ha già così tante lesioni che a breve potrà solo praticare la posizione del bambino, e la sua mobilità sarà inferiore a quella dei miei studenti più anziani.
Starbucks Yoga
Contemporaneamente, uno dei trend maggiormente in crescita sembra essere quello delle catene dello yoga, modello Starbucks. Nella sola Chicago, la mia città, abbiamo almeno 30 centri CorePower Yoga. Non troppo tempo fa, c’era un solo centro non indipendente in tutta la città. Come risultato, i nostri centri Yoga più antichi e conosciuti sono diventati delle boutique di nicchia per quelli che cercano un’esperienza yogica più “tradizionale”.
Ho incontrato molti insegnanti di yoga che hanno inziato il loro percorso nei centri CorePower, e che lì hanno frequentato i loro corsi per insegnanti. Tutti hanno definito positiva, e lo dico con un velo di tristezza, la loro esperienza. I loro corsi hanno creato insegnanti che avevano alle spalle solo pochi mesi di pratica, prima di essere autorizzati a condurre lezioni. Sono insegnanti e studenti che non hanno idea né hanno sperimentato la cultura tradizionale, basata sulla trasmissione maestro-studente, che davamo per scontata negli anni ’90.
Trova la tua nicchia
Potrei andare avanti a lungo con molti esempi della grande frammentazione della cultura Yoga dei nostri giorni. Ma a che scopo? Sono tali e tante e così diverse tra loro che ne risulterebbe solo una lunga, noiosa lista. Il punto nodale è che ciò che divide i praticanti di yoga non è più il metodo o il guru. Piuttosto, è il loro impegno – conscio o inconscio – ad un determinato progetto culturale, che varia dall’apparire su instagram al promuovere l’accettazione di sé, dal promuovere il corporate yoga al combattere l’appropriazione culturale. In molti casi, questi progetti divergono così tanto tra loro, che non ha più senso assumere che esista una comprensione condivisa di cosa sia lo yoga. Poiché non esiste più un paradigma che sottenda una cultura yogica pur lassamente condivisa, è più importante che mai riflettere su cosa ciascuno di noi ricerchi nella propria pratica, e se la nicchia culturale in cui ci troviamo sia realmente quella più adatta alle nostre necessità, ai nostri desideri e alle nostre visioni. Personalmente ho perso interesse nel cercare di tenere le fila dello scenario yogico, progetto che un tempo trovavo affascinante. Piuttosto, mi sono impegnata nel lavorare con lo Yoga Service Council, nel raffinare la mia pratica personale e nell’insegnare metodi che integrino Forrest Yoga, uno yoga che sappia prevenire o curare i traumi, e il Vinyasa Flow, insieme a diverse tecniche di Pranayama, mindfulness e meditazione. Sono sempre più coinvolta nell’esplorazione delle connessioni tra yoga e attivismo politco. Come tutti coloro che seguono l’informazione, siamo in una fase di forte impegno politico, conflitto culturale e fermento sociale. Mi chiedo quindi: in che modo la mia pratica può aiutarmi ad interagire con questo momento storico in modo produttivo?
Le vere domande
Perché pratichiamo? Quale impatto hanno le asana su cuore e testa? Abbiamo il supporto necessario – insegnanti, comunità, training, conoscenza – per sfruttare questa sinergia tra corpo e mente a beneficio della nostra crescita personale? In che modo lo yoga ci connette ai vari aspetti della nostra esistenza, alla nostra famiglia, comunità, società – al mondo? Stiamo sfruttando al meglio il tempo che ci è dato passare su questa terra? In che modo la nostra pratica può aiutarci a rispondere a queste domande in modo onesto e profittevole?
Considerando i territori culturali, molteplici e spesso conflittuali, in cui si muove oggi lo yoga, è più che mai importante rivolgersi queste domande con regolarità. Chiedersi come, dove, perché, e su chi la nostra pratica yoga provoca un impatto profondo è più importante di quanto è bello il nostro Trikonasana. Perché la nostra pratica determina se stiamo vivendo bene le nostre esistenze. ~
* Carol Horton, Ph.D., è autrice di “Yoga Ph.D.: Integrating the Life of the Mind and the Wisdom of the Body”, e co-editor di “21st Century Yoga: Culture, Politics, and Practice”. Attualmente è al lavoro sul suo nuovo libro, C”Best Practices for Yoga for Veterans”. Carol fa parte del Consiglio di Amministrazione del Yoga Service Council, e insegna a Chicago. Precedentemente era professoressa di Scienze Politiche, e detiene un dottorato presso la University of Chicago, ha scritto “Race and the Making of American Liberalism”, e numerose ricerche per fondazioni benefiche e istituzioni pubbliche sugli effetti sociali della povertà. 
Per maggiori informazioni, visitate il suo sito: 
www.carolhortonphd.com.www.carolhortonphd.com

E voi, meditate?

Per molti anni, pur praticando Yoga tutti i giorni, ho pensato che la meditazione mi sarebbe stata inaccessibile.

Riuscivo a praticare asana per ore, e a riposare in Savasana, ma restare immobile per più di qualche minuto, tentando di meditare era… praticamente impossibile. Appena terminata la pratica delle asana (che, nel caso di alcuni metodi, diventa una meditazione in sé, come nel caso dell’Ashtanga Yoga) e trascorso qualche piacevole istante in Savasana, il mio corpo sembrava rifiutarsi di restare semplicemente lì, in ascolto. La mente poi… sembrava riprendere il suo fluttuare da un pensiero all’altro in un attimo. La svolta è arrivata grazie ad una frase di Sharon Gannon (fondatrice, insieme a David Life, del metodo Jivamukti). Una vera chiave di volta: “La meditazione non è qualcosa che possiamo ‘fare’, perché arriva da sola. Tutto quello che possiamo fare è semplicemente praticare per favorire questo evento”. Immediatamente, l’ansia da risultato è sparita. Il fatto di porsi senza aspettative non tanto verso la meditazione, ma verso una “pratica” per arrivare alla meditazione, mi ha aiutato a superare un blocco importante. Non cerco più di controllare la mente, bensì la lascio semplicemente andare per conto suo, ponendomi nello stato di osservatore dei miei stessi pensieri. Nel momento stesso in cui decidiamo di non identificarci con i nostri pensieri, ma di osservarli come quando andiamo al cinema ed osserviamo le immagini scorrere su uno schermo, in quel preciso istante cominciamo a percepire la mente come un “prodotto” del nostro essere, e non come la nostra essenza. Questa “disidentificazione” è un buon punto di partenza per cominciare ad avvertire un senso di pacifico distacco dalle preoccupazioni del quotidiano. Devo dire che, personalmente, trovo più accessibile meditare dopo la pratica delle asana. Il corpo è più flessibile e caldo, e la posizione seduta diventa immediatamente confortevole: per chi, come me, ha subito diversi infortuni nel corso di una vita sportiva particolarmente attiva, la pratica delle asana serve appunto a questo, a tacitare i rumori di fondo del corpo, attivare la circolazione anche nelle aree più deboli, trovare la posizione più adatta alla quiete. Solitamente, io medito dopo Savasana. Con il corpo libero da ogni tensione, seduta in Siddhasana, la meditazione mi diventa più accessibile. Preferisco il silenzio o, al limite, una sinfonia ripetitiva, o ancora l’ascolto di un mantra. Non mi creo aspettative, ma trovo utile, almeno inizialmente, individuare una frase positiva, legata al concetto di amore universale, da ripetere mentalmente quando avverto un indizio di distrazione. Trovo invece fuorvianti le pseudo-meditazioni d’ispirazione new age, che sconfinano nel “pensiero magico”, caricando di aspettative egoistiche il raggiungimento di quello che dovrebbe essere un momento di fusione assoluta con il Tutto. E’ vero che meditare (o meglio praticare la meditazione) ha grandi benefici sulla qualità della nostra vita. Ma questi benefici non sono legati al porre alla nostra meditazione un obiettivo o un fine materiale. La meditazione in sé non porterà ricchezza materiale nella nostra vita, né il ritorno di un perduto amore. O meglio, forse sì: ma questo, se mai dovesse accadere, avverrà perché il nostro stato mentale sarà più equilibrato, dunque ci porremo nei confronti della nostra vita professionale e/o sentimentale con maggiore serenità e meno aspettative. Meditare non significa cercare di manipolare la realtà ma, piuttosto, entrare in sintonia con il flusso della vita, abbandonare il desiderio di controllare ogni cosa per accogliere gli eventi, per quanto possibile, con maggiore equilibrio. Non sempre avremo successo in questo obiettivo di per sé importantissimo, ma almeno ci avremo provato. E voi, cosa ne pensate?

Meditazione: la direzione giusta

Fu durante il mio primo viaggio in India, alla fine degli anni 90, che tra mille altre scoperte, appresi l’importanza della corretta direzione per la pratica e la meditazione. In India il Vastu Shastra, simile al Feng Shui, consiglia la direzione migliore non solo per pratica, preghiera e meditazione, ma anche per tutte le altre attività del vivere quotidiano. Ero in India per un viaggio di lavoro, insieme ad un team di esperti, incaricato da una multinazionale americana della supervisione di un impianto di produzione. Sebbene gli architetti occidentali avessero dato disposizioni pratiche abbastanza ovvie, gli operai si rifiutavano di svolgere le loro mansioni in alcune aree. Fu così che mi avvicinai per la prima volta a questa interessante disciplina, ed ebbi modo di verificare su me stessa la sua esattezza. Il Direttore di produzione, Indiano, era anche un Bramino, ed era dunque esperto in materie che mi affascinavano ma di cui sapevo poco o nulla. In quei primi giorni mi era molto difficile dormire, e quando Mr Aresh venne a saperlo, mi chiese se avessi verificato l’orientamento del mio letto, suggerendomi di dormire con la testa verso Nord. Sebbene scettica, decisi di seguire il suo consiglio, per scoprire quella notte stessa, di dormire sonni meravigliosi seguendo questa semplice indicazione.
Secondo il Vastu Shastra esistono due direzioni propizie per la meditazione e la pratica. Una è il Nord (anche in virtù della sua attrazione magnetica), sede del pianeta Mercurio, considerato propizio alle pratiche spirituali. L’altra è l’Est, ove sorge il Sole, pianeta che per primo viene coinvolto nella pratica proprio durante i Saluti al Sole con cui iniziamo le sequenze del Vinyasa Yoga. Forse gli effetti di praticare e meditare rivolti verso Est o Nord potranno non essere immediati per chi ha da poco iniziato a praticare, ma con il tempo il corpo fisico e le nostre energie diventano più sensibili anche alla qualità della direzione che scegliamo per praticare. Un ultimo suggerimento: rivolgete la testa a Nord durante Savasana. Gli effetti del rilassamento saranno ancora più significativi.