Lo Yoga è vivo e sta benone

Lo Yoga è vivo e sta benone. Questo articolo nasce dalla lettura di un pezzo molto negativo sullo Yoga, apparso recentemente su facebook. Ebbene la mia opinione è agli antipodi (e ancora una volta, per aver espresso con cortesia un’idea diversa, sono stata bannata dall’autrice del pezzo… un gesto che si commenta da sé).

Se cerchiamo lo Yoga al di fuori di noi, se non abbiamo la perseveranza di confrontarci con la pratica ogni giorno, rimarremo sempre delusi. Se dallo Yoga ci aspettiamo il miracolo del risultato senza il lavoro necessario per arrivarci, non troveremo le risposte alle nostre domande. Se non abbiamo la perseveranza di seguire una scuola, una tradizione, per un tempo sufficientemente lungo (e parlo di anni, non di pochi mesi), non riusciremo mai a carpirne l’essenza. Se pensiamo che lo Yoga sia circo, festival, leggings colorati (che peraltro a me piacciono moltissimo), e ci meravigliamo che la pace dei sensi possa trovarsi lì, decisamente ne avremo una percezione distorta.

Sono stata fortunata: ho sempre avuto una propensione per la disciplina. Quando ho iniziato a praticare venivo da un passato sportivo (come ginnasta) e sapevo che, senza applicazione costante, non avrei ottenuto alcun risultato. Sapevo anche che, pur mettendo nella pratica tutta la mia passione e dedizione, il risultato avrebbe potuto essere diverso da quello che mi aspettavo (e certo non mi riferisco solo agli asana!). Credo che in molti, ultimamente, si avvicinino allo Yoga sperando nel “miracolo” della soluzione immediata ai propri problemi fisici e/o esistenziali e, con queste elevate aspettative in testa, ne restino altrettanto rapidamente delusi. Lo Yoga dà molto, è vero, ma solo se si è disposti a dargli altrettanto. Solo attraverso la disciplina e la volontà di andare avanti, affrontando sul percorso gli inevitabili ostacoli (incluse le tante delusioni), riusciremo nel tempo a comprenderne il valore.

Ho incontrato tanti maestri. Alcuni meravigliosi (e sono quelli che mi hanno dato la forza di continuare il percorso), altri forse discutibili. Ma se comprendiamo che ognuno di noi segue il proprio dharma, e che ogni essere vivente su questa terra sta facendo del suo meglio con gli strumenti che gli  sono stati affidati, riusciremo sempre a trarre da ogni incontro una lezione importante. Su come vorremmo (e come non vorremo mai) essere. Su come possiamo fare di più, su come possiamo stare (e far stare) meglio. Su quali energie desideriamo attrarre, e da quali vogliamo tenerci a distanza.

Forse quel maestro ci ha deluso. Quel festival ci è sembrato una buffonata. Instagram ci sembra una parata di acrobati (ma ricordiamo che anche migliaia di anni fa artisti sconosciuti raffiguravano gli Yogi nelle loro complesse posizioni in statue e sulle mura dei templi…). Non smettiamo di cercare. Magari nella shala di quel maestro incontreremo qualcuno che ci suggerirà una scuola dove ci sentiremo a casa. A quel festival troveremo un libro di filosofia indiana che ci aprirà una nuova visione. Su Instagram troveremo una foto che ci ispirerà a seguire una tradizione.

E soprattutto, pratichiamo. Tutti i giorni, in ascolto. Senza guardare cosa fanno gli altri, a quale posizione sono arrivati, se riescono a fare una verticale o kapotasana. Pratichiamo e sentiamo cosa ci trasmette quello che riusciamo a fare. Ascoltiamo il corpo negli asana e controlliamo la mente con il respiro, con i mantra, con la meditazione. Seguiamo un maestro con rispetto, permettiamogli di conoscerci (e di conoscerlo) frequentandolo con continuità. Tutto il resto, come diceva Sri K. Pattabhi Jois, è circo.

Susanna Finocchi

Ashtanga Yoga Follonica ha ospitato recentemente Susanna Finocchi, KPJAYI Level 2, co-fondatrice di Ashtanga Yoga Copenhagen per un meraviglioso seminario. Sono state giornate intense di pratica, filosofia, chanting. Un gruppo di splendidi yogi, animati dal desiderio di affrontare se stessi sul tappetino e fuori, ha portato un’energia bellissima a testimonianza della vitalità dello Yoga contemporaneo. Ma soprattutto una grande maestra, che da decenni vive quotidianamente la tradizione dell’Ashtanga Yoga, ci ha trasmesso insegnamenti resi attuali dalla sua esperienza diretta e continua con la fonte. E questo per me è Yoga autentico, l’unico che mi interessa.

Susanna tornerà da noi ad agosto, per una intera settimana Mysore. Abbiamo condiviso con lei sudore e risate, e non vediamo l’ora di tornare a praticare sotto la sua guida esperta, paziente, profonda e autentica. Con lei, lo Yoga è veramente vivo e sta benone.

Ancora più importante, Ashtanga Yoga Copenhagen ospiterà una delle tappe europee di Sharath Jois. Una ragione in più per avvicinarsi alla fonte di questa meravigliosa disciplina.

(nella foto sopra: Susanna Finocchi in Galavasana. Stay tuned per le sue nuove date a Follonica!)

Luna piena e Luna nuova: praticare o no?

“Si ritiene che la luna, per esperienza diretta, influenzi non solo gli oceani ma tutto ciò che è composto d’acqua, e di conseguenza anche il cervello umano”  (C.16, Moon Lore)

Chi di noi non si è mai sentito influenzato dalle fasi della luna? La luna influenza le maree e, nei detti popolari, tutto ciò che è composto d’acqua. Dunque, perché no, anche noi. Tuttavia nell’Ashtanga Vinyasa Yoga, questo detto è diventato una regola, e da sempre noi praticanti ci asteniamo dagli asana nei giorni di luna piena e luna nuova. Il motivo? Ce lo spiega oggi James Dylan Russell, che ha effettuato un’accurata ricerca tra testi antichi e ricerche scientifiche. E al termine dell’articolo, la mia personale e modesta opinione. Che forse ribalterà tutto ciò che leggerete.

“Questo mese ho condotto una lezione durante la fase di luna piena. All’inizio della mia lezione, uno studente ha informato il gruppo della ricorrenza di questa particolare fase lunare e mi ha chiesto se ritenessi opportuno praticare asana. Era preoccupato che questa fase lunare potesse renderci più inclini agli infortuni.

Gli ho spiegato che sebbene nell’Ashtanga Vinyasa Yoga sia consuetudine evitare la pratica durante le fasi di luna piena o nuova, questa particolare abitudine non faceva parte degli insegnamenti che avevo ricevuto. Ne è nata un’accesa discussione sulla possibile influenza delle fasi lunari non solo sulla pratica yoga, ma in generale sulla nostra vita. Sebbene non potessi offrire una spiegazione razionale per astenersi dalla pratica degli asana durante la luna piena o nuova, mi sono ritrovato a riflettere se non fosse il caso di praticare in modo più morbido e gentile.

“Nella tradizione dell’Ashtanga Yoga, da sempre è consuetudine riposare e astenersi dalla pratica degli asana durante i giorni di Luna piena e Luna nuova” (Jois Yoga)

La spiegazione più popolare e al tempo stesso più controversa per l’osservanza dei cosiddetti “moon days”, nasce dalla supposizione che la forza gravitazionale della luna influenzi i cicli respiratori:

“Come tutte le cose di natura acquatica (gli esseri umani sono composti per il 70% di acqua) siamo influenzati dalle fasi lunari. Sia il sole che la luna esercitano una forza gravitazionale sulla terra. Le loro posizioni creano esperienze energetiche diverse che possono essere paragonate ai cicli della respirazione. La luna piena corrisponde al culmine dell’inspirazione, quando la forza del prana è alla sua massima espressione. E’ una forza espansiva e diretta verso l’alto, che ci fa sentire carichi di energia e molto emotivi, ma ci rende poco stabili. Nelle Upanishad, si ritiene che il prana principale risieda nella testa. Durante la luna piena, siamo più caparbi”. (Ashtanga Yoga Center)

James Dylan Russell

Sebbene questa spiegazione possa risultare credibile, si basa su inesattezze scientifiche e mitologia popolare. E’ vero che le masse composte d’acqua, come gli oceani, sono influenzate dalle forze gravitazionali della luna, ma tali forze non sono collegate alle fasi lunari. Il grado di forza gravitazionale dipende dalla massa della luna e dalla sua distanza dalla terra. La massa rimane costante, e la distanza fluttua ogni mese tra perigeo (distanza minima dalla terra) e apogeo (distanza massima). Il perigeo e l’apogeo possono avere luogo in un qualsiasi momento delle fasi lunari. 

Non esiste una spiegazione per cui “l’energia della luna piena” corrisponda al culmine dell’inspirazione, né per cui la “forza del prana” (un altro concetto problematico per lo scienziato materialista) sia al suo massimo durante questa fase del ciclo respiratorio. Anche se accettiamo, attraverso lo studio dell’Hatha Yoga, l’asserzione che il prana (vayu) sia una sottile forza energetica ascendente, non esiste una correlazione dimostrabile tra questo tipo di energia e la forza gravitazionale della luna.

La fallace logica popolare vuole che, in questa fase mensile, un eccesso di prana renda il praticante più caparbio, e quindi più prono agli infortuni: “Tradizionalmente, l’Ashtanga Yoga non viene insegnato nei giorni di luna piena o nuova, poiché in questi giorni è più alto il rischio di infortuni” (Ashtanga Yoga London). Ma questa teoria solleva più domande che risposte, e soprattutto non esiste uno studio che provi la ricorrenza di un maggior numero di infortuni legati alle fasi lunari.

“Moon days” e astrologia

Il concetto di “moon day” ha le sue origini nell’astrologia indiana: Joytisha (che in sanscrito significa “luce” o “corpo celeste”). All’interno del Joytisha troviamo tithi, il nome di un giorno lunare, o il tempo che occorre all’angolo longitudinale tra luna e sole per aumentare di 12 gradi. Questo processo può richiedere tra le 19 e le 26 ore. Una traduzione accurata la definirebbe una “fase lunare”.

“Dalla prospettiva del nostro maestro (Sharath Jois), i giorni di luna piena e luna nuova corrispondono al 15esimo e 30esimo tithi del sistema astrologico indiano (Joytish)”. (Jois Yoga)

All’interno di questo sistema, troviamo approssimativamente 30 tithi ogni mese. Ogni fase è presidiata da una specifica divinità, e da una varietà di attività favorevoli. Il tithi della luna nuova si chiama Amavasya, e quello della luna piena Purnima. Durante la luna nuova si raccomandano pratiche di austerità, e durante la luna nuova si incoraggiano cerimonie di buon augurio.

Nel Joytisha, la luna è solitamente associata alla mente. In modo simile, nell’astrologia occidentale, la luna corrisponde agli stati emotivi, al subconscio e alla memoria. Mallinus, poeta del primo secolo, descriveva la luna come “malinconica”, e la luna è spesso associata alla follia e alle intossicazioni (n.d.t. vedi anche nella simbologia dei Tarocchi, che saranno argomento di un mio prossimo post). La paura della luna è uno spettro oscuro che risiede nelle profondità della nostra psiche collettiva, e attraverso la storia troviamo una serie di mali e pazzie attribuiti alle influenze della luna. La parola “lunatico” (n.d.t. che in inglese ha il significato letterale di ‘pazzo’) deriva proprio dalla radice della parola “luna”.

Come avviene per l’astrologia occidentale, anche l’astrologia indiana è sempre stata messa al bando dalle comunità scientifiche, che non sono in grado di “provare” la maggior parte delle sue affermazioni.

I Moon Days nella tradizione Yoga

Nella tradizione dell’Hatha Yoga, da cui derivano alcune delle pratiche dell’Ashtanga, è noto che i testi inizino con una serie di severe avvertenze e indicazioni per la pratica, molte delle quali oggi ci sembrano arcaiche o misogine. Per esempio, l’Hatha Pradipika del 15esimo secolo cita: “E’ opportuno evitare la compagnia di persone malvagie, il fuoco, le donne, le lunghe passeggiate, il bagno al mattino, saltare i pasti e fare attività fisica troppo intensa”. (HP 1.49)

A queste indicazioni si aggiungevano suggerimenti sul luogo in cui praticare, sull’alimentazione da seguire, sulle stagioni, oltre a severe avvertenze su cosa sarebbe accaduto contravvenendo a tali indicazioni.

Sebbene non abbia ancora trovato un testo in cui vengano date precise indicazioni su come praticare durante le fasi lunari, candra, la luna, è certamente un simbolismo ricorrente nell’Hatha Yoga. Candra è spesso associata al passaggio delle energie sottili conosciuto come Ida Nadi, ed è inoltre definito come la fonte di bindu o amrta che risiede nella corona della testa. Lo Yoga Bijia fornisce in epoche più recenti una creativa interpretazione del termine Hatha, in cui Ha sta per sole, e Tha per luna.

Candra è spesso sinonimo di passivo, inerte, freddo. Nello Yoga Yajnavalkya si consiglia di assumere una postura stabile e confortevole “dirigendo lo sguardo verso la punta del naso, concentrandosi sempre sui raggi freddi della luna, con il flusso del nettare dalla cima del capo” (YY 5.15).

L’osservanza dei Moon Days non appartiene alla tradizione dell’Hatha Yoga, quindi, né all’Ashtanga di Patanjali, da cui si ritiene che derivi, filosoficamente e metaforicamente, l’Ashtanga Vinyasa. Il solo, esplicito riferimento alla luna negli Yoga Sutra di Patanjali si trova nel terzo libro, in cui il saggio asserisce che dalla meditazione sulla luna “deriva la conoscenza dei moti delle stelle” (YS 3.28). Nel commento degli Yoga Sutra di Vacaspati Misra, nel decimo secolo, troviamo la metafora di Purusa paragonata al riflesso della luna nell’acqua.

Una Tradizione dell’Ashtanga Yoga?

Sri K. Pattabhi Jois, “Guruji”

E’ probabile che la tradizione di astenersi dalla pratica durante i Moon Days appartenga agli elementi introdotti da Sri K. Pattabhi Jois. Il suo maestro, T. Krishnamacharya, non li osservava durante la pratica, né li menziona nella sua immensa opera del 1934  Yoga Makaranda (n.d.t. Il Nettare dello Yoga, in italiano edito da Ubaldini). Qualche anno fa, ho partecipato ad un seminario di un allievo diretto di Krishnamacharya, Srivatsa Ramaswami. Quando gli abbiamo chiesto come comportarci durante i Moon Days, Ramaswami ci ha riferito che, nei suoi 30 anni di pratica con Krishnamacharya, non era uso astenersi dalla pratica in concomitanza delle fasi lunari, né il maestro vi faceva alcun riferimento. Alla nostra insistenza, Ramaswami ha risposto che questa usanza deriva probabilmente da un’epoca in cui l’insegnamento dello Yoga era affidato prevalentemente alla casta dei Bramini, figure molto religiose. Nei giorni di luna piena e luna nuova, i Bramini avevano (e hanno) funzioni religiose specifiche da osservare, e in quei giorni non potevano insegnare. Ci si aspettava comunque che i loro allievi continuassero a praticare anche nei giorni privi di lezioni.

Questa considerazione mi ricorda una lettera di Eddie Stern a Barry Silver, pubblicata nel 2014: “L’osservanza di questi giorni da parte di Pattabhi Jois è molto semplice. Come sapete, il Maharaja’s Pathashala (il Sanskrit College) di Mysore era chiuso sia durante i moon days, che il giorno prima e il giorno dopo. Gli studenti proseguivano i loro studi, ma non venivano impartite lezioni. Il motivo è che durante amavasya e purnima, insegnanti e studenti (tutti Bramini) spesso in quei giorni doveva svolgere delle funzioni religiose, come il pitr tarpana durante amavasya e il bagno rituale nel giorno successivo al moon day, rituali che richiedevano tempo per essere praticati. Pattabhi Jois è stato prima studente al Maharaja’s Pathashala e poi insegnante, dal 1937 al 1973. L’osservanza di questi rituali era parte integrante delle sue abitudini”. 

Il nome Jois è un’interpretazione dell’India del Sud del termine Joytish, e l’astrologia era parte delle tradizioni della famiglia di Guruji. Nel suo libro Yoga Mala, del 1962, l’unico riferimento ai giorni di luna è in merito alla pratica del Brahmacarya, la condotta sessuale. Jois raccomanda che i giorni dedicati a questa pratica coincidano con quelli di massima fertilità della donna, poiché “l’unione con la propria compagna dovrebbe essere indirizzata alla procreazione”. Pattabhi Jois non fa riferimento all’astensione dalla pratica degli asana in quei giorni.

In conclusione

La mia teoria è che Pattabhi Jois non insegnasse nei giorni di luna, perché impegnato in altre pratiche al tempio o in casa, e in seguito perché ormai abituato a riposare durante quei giorni.  Nel tempo, questa sua abitudine è diventata una consuetudine tra i suoi praticanti, che sono determinati a rispettarne la tradizione. Una simile interpretazione è forse più credibile che non l’associare il flusso del prana alle fasi lunari. Forse i praticanti di Ashtanga con gli anni hanno voluto dare una loro interpretazione ai giorni di luna, creando una sorta di mitologia al riguardo.

Le considerazioni di natura astrologica danno alla pratica dell’Ashtanga un forte valore simbolico. Praticare 6 giorni a settimana, riposando nelle fasi lunari, per 52 settimane all’anno, connota la pratica di un simbolismo di dimensioni cosmiche. Comunque, asserire che “è sempre stato tradizione, nell’Ashtanga Yoga, non praticare nei giorni di luna piena e nuova” è un’interpretazione libera del termine “tradizione” e una combinazione con la precedente tradizione dell’Ashtanga Yoga di Patanjali, in cui i giorni lunari non sono contemplati. L’Ashtanga Vinyasa (n.d.t.: o meglio chi se ne fa portavoce) spesso si appella alla “tradizione” per garantire la propria autorità e autenticità, tuttavia i suoi protocolli raramente hanno riscontro nell’analisi dei testi antichi.

L’osservanza delle fasi lunari ha quindi più a che fare con la tradizione astrologica e i rituali dei Bramini, che non con la pratica dello Yoga. Non esistono prove scientifiche a supporto di questa tesi. Ci sono molte cause legate agli infortuni sul tappetino, ma le fasi lunari non hanno voce in capitolo. E attribuire alle fasi lunari un infortunio sarebbe un po’ come togliere a noi praticanti la responsabilità delle nostre azioni. C’è sicuramente un valore nell’attenersi al rispetto del parampara, ma al tempo stesso è importante prendere le distanze da dogmi e superstizioni. Io ho spesso praticato Ashtanga e altri metodi di yoga nei giorni di luna e non ho notato nessun particolare problema. Certo è che se pratichiamo convinti che ci accadrà qualcosa, molto probabilmente questo qualcosa avverrà. Il mio consiglio perciò è di praticare senza preoccuparsi della luna!”

James Dylan Russell

N.d.T.: Per quanto riguarda me, come donna da sempre interessata sia allo Yoga che all’astrologia e alla scienza, personalmente ho notato che il mio corpo e la mia mente sono più instabili durante le fasi di perigeo e apogeo, che non durante le fasi di luna piena o nuova. Detto questo, mi piace e continuerò a rispettare la tradizione dei Moon Days, perché Sri K. Pattabhi Jois per me resta il più grande maestro dello Yoga contemporaneo dopo T. Krishnamacharya, e perché astenendomi dalla pratica in quei giorni, mi sembra in qualche modo di onorare la sua memoria. E per me, questo è abbastanza: né dogma né superstizione, ma affettuosa memoria. Possiamo cercare spiegazioni scientifiche a qualsiasi aspetto dell’Ashtanga Yoga, ma esso resta, almeno per me, ammantato della magia che avviene quando si pratica un rito in cui si ha fede, perché negli anni se ne è sperimentato, su corpo e mente, l’effetto. Onorare una tradizione, per quanto recente, se fondata da un maestro in cui si ha fiducia ha una valenza non tanto superstiziosa, ma simbolica. E il potere dei simboli sul benessere psicofisico, seppur sfuggente alle logiche scientifiche, è da sempre innegabile.

– Francesca d’Errico

Praticare in Italia, Torino part 1: Yoga Sutra Studio

A volte scegliere un percorso nello Yoga non è semplice. Sono moltissimi i centri che offrono corsi di Yoga, soprattutto nelle grandi città, e per chi inizia non è semplice capire se ci si è rivolti ad un insegnante preparato, con una solida pratica personale e autentico spirito di ricerca. Su queste pagine quindi mi piace proporre ogni tanto una scuola che conosco personalmente, un maestro che mi ha colpito per la sua preparazione e dedizione.

Gian Renato Marchisio è un’altra conoscenza che mi ha regalato Mysore. Una persona preparatissima, disponibile al dialogo, animata da una grande passione per la pratica, qualità che Sharath gli ha riconosciuto nel 2015 con l’autorizzazione KPJAYI all’insegnamento. Ho incontrato sua moglie Stefania, dolcissima e altrettanto cordiale e preparata, a Torino, durante il workshop di Mark Robberds che la coppia aveva organizzato lo scorso ottobre.

Insieme, conducono Yoga Sutra Studio, una Shala nel cuore del centro storico di Torino, che spesso ospita maestri internazionali e che offre corsi e classi in stile Mysore con continuità e impegno. Se siete a Torino, e avete intenzione di iniziare un percorso nello Yoga, Gian Renato e Stefania sono le guide di cui avete bisogno. Ecco una breve intervista in cui raccontano come sono arrivati allo Yoga, e quali difficoltà hanno superato grazie a questa disciplina che tanto amiamo.

FDE: Quando, con chi e come avete iniziato a praticare Yoga?

Gian Renato, Stefania e la loro bambina a Mysore

GR: Ho iniziato a praticare Iyengar Yoga nel 1998 a Torino con Maria Paola Grilli e sin da subito ho provato un piacere immenso nel sentire il corpo aprirsi nelle posizioni yoga. La dislessia, che mi ha creato imbarazzo nella vita, alla fine mi ha permesso di rapportarmi al corpo in modo più diretto, senza filtri, cogliendo la sincronicità di un movimento rotondo nelle asana, senza gli automatismi legati alla percezione verbale.

SV: Ho iniziato nel 2007 Iyengar Yoga con Gian Renato Marchisio. In quel periodo lavoravo come Project Manager per una casa editrice nel settore della moda e della bellezza, ed ero alla ricerca di una pratica per imparare a gestire i ritmi di lavoro e lo stress. Dal momento in cui ho iniziato la pratica dello yoga è stato come se la mia energia vibrasse ad una lunghezza d’onda diversa e nulla è stato più come prima, nel lavoro e nella vita privata..

FDE: Cosa significa oggi per voi praticare? In che modo ha influenzato la vostra vita?

Gian Renato Marchisio by Alessandro Sigismondi

GR: La pratica è stata una rivelazione. Sin dalla prima volta ho sentito che era la mia strada, quello che volevo fare nella vita. La pratica mi ha aiutato inoltre ad uscire da un percorso segnato da medicinali ed ospedali a causa dell’asma, permettendomi di recuperare in pieno la mia salute. Lo yoga, dal mio punto di vista può trasformare uno svantaggio iniziale in una vera opportunità di crescita. Praticare quotidianamente significa scoprire il rapporto che ho con il mio corpo e con l’ambiente che mi circonda attraverso le meraviglie dei giochi muscolari e della potenza del respiro. Alla fine noi siamo come respiriamo…

SV: Quando ho iniziato a praticare ero molto sotto stress e lo yoga mi ha permesso di vedere con maggior chiarezza, di dare il giusto peso alle cose e imparare a scegliere giorno per giorno cosa voglio diventare. La pratica mi ha letteralmente cambiato la vita accompagnandomi nella scelta radicale di lasciare il mio precedente lavoro e dedicarmi interamente ad essa. E’ iniziato un percorso che mi ha portato a scegliere una vita più piena e felice. La pratica quotidiana mi permette di ascoltarmi, di accogliere le mie debolezze e di lavorare per trasformarle in punti di forza. Di accettare il fluire della vita e le sue trasformazioni.

FDE: Come vi siete avvicinati all’insegnamento, e cosa offre oggi la vostra Shala ai praticanti?

GR: Ho approfondito per sei anni lo studio dell’Iyengar Yoga a Pune e Blacon con Faeq Biria e mi sono diplomato nel 2005 insegnante Iyengar Yoga. Dopo un percorso di altri quattro anni con Dona Holleman sono diventato insegnante secondo il suo metodo, Centered Yoga, ma sin dal 2005 ho cominciato ad interessarmi all’Ashtanga Yoga, affascinato dai giochi sincronici tra movimento e respiro, iniziando a praticare con Lino Miele, Kristina Karitinou Ireland, Mark D’Arby, Chuck Miller, Elena De Martin, Mark Robberds. Nel 2012 sono stato autorizzato all’insegnamento da Manju Pattabhi Jois e ho iniziato a frequentare il KPJAYI di Mysore per studiare con Shri R.Sharath Jois, dal quale ho ricevuto l’autorizzazione ufficiale all’insegnamento dell’Ashtanga Yoga nel gennaio 2015.

Stefania Valbusa by Alessandro Sigismondi

SV: Innamoratami della pratica, sono presto entrata nel percorso di formazione in Centered Yoga con Dona Holleman al termine del quale sono diventata insegnante del metodo. Nel 2011 ho iniziato a praticare Ashtanga Yoga con Kristina Karitinou e a frequentare il suo percorso di formazione, seguendo inoltre seminari con Lino Miele, Elena De Martin, Chuck Miller, Manju Jois. Dal 2013 studio con Sharath Jois presso il KPJAYI di Mysore.

Organizzata in due sedi vicine nel cuore di Torino, Yoga Sutra Studio offre una vera e propria “casa” per la pratica. A partire dall’apertura alle 6,30 del mattino, abbiamo circa 6 classi al giorno dal lunedì al venerdì tra classi guidate e Mysore Style per l’Ashtanga Yoga, classi di Centered Yoga e Passaggi Armonici, e tre classi il sabato mattina, oltre a cicli di seminari di approfondimento dedicati all’Ashtanga Yoga e al Vinyasa due domeniche al mese. Organizziamo a giugno settimane intensive dedicate all’Ashtanga Yoga e invitiamo insegnanti internazionali (da Chuck Miller a Mark Robberds, Petri Raisanen e molti altri) per contribuire alla diffusione della cultura dell’Ashtanga Yoga.

FDE: Cosa suggerite ad un neofita che vuole muovere i suoi primi passi nello Yoga? Quali classi offrite a chi inizia questo percorso?

GR e SV: Al neofita suggeriamo di scegliere con attenzione una scuola con le giuste referenze per il metodo che desidera seguire, con insegnanti dalla formazione attestata e verificabile. Chi inizia con noi nelle classi guidate ha la possibilità di sviluppare la pratica personale quotidiana e crescere nello studio tecnico delle asana. Impostiamo un lavoro personalizzato che rispetti ogni praticante nella sua unicità, con il suo bagaglio quotidiano di esperienze, vissuto, emozioni scritte sul corpo. Non abbiamo fretta di dare asana su asana bensì calibriamo il lavoro sulla base della maturità fisica, energetica e respiratoria del praticante consolidate dalla pratica costante. Chi lo desidera trova da noi la possibilità di praticare tutti i giorni e sceglie quindi in libertà quanto tempo dedicare alla pratica.

– Francesca d’Errico, 2017

Ashtanga Yoga: la ricerca infinita di Anthony Prem Carlisi

Anthony “Prem” Carlisi

Ricerca: una parola importante, soprattutto quando parliamo di Yoga. Forse non tutti sanno perché, inizialmente, Sri K. Pattabhi Jois chiamò la sua Shala “Ashtanga Yoga Research Institute”. Negli anni, e con il passaggio del testimone a Sharath, questa istituzione mutò il suo nome in KPJAYI, K. Pattabhi Jois Ashtanga Yoga Institute. A raccontarci cosa è cambiato, cosa è rimasto dell’originario intento di ricerca di Guruji, è Anthony Prem Carlisi, uno dei primissimi studenti di Guruji. Prem inizia a praticare Ashtanga nel 1978, insieme al primo gruppo di studenti di Pattabhi Jois. Negli anni, è diventato uno dei più noti insegnanti di Ashtanga Yoga al mondo, e ha fondato un centro rinomato a Bali, che mantiene viva la tradizione di Guruji. Pochi giorni fa, Prem ha rilasciato una bellissima intervista a Scott Johnson, titolare di Stillpoint Yoga London, attualmente una delle Shala più frequentate a Londra, dove maestri come John Scott spesso conducono lezioni e workshop. Scott (che ho già tradotto su queste pagine) e Prem si conoscono da molti anni, e questa intervista è un racconto intimo e toccante sull’Ashtanga Yoga e come questa disciplina, animata da un forte spirito di ricerca, abbia sostenuto Prem nelle sue vicissitudini esistenziali. Il racconto di Prem è anche un bellissimo resoconto sulle intenzioni di Guruji e sull’evoluzione del suo metodo:  le sue affermazioni sono a volte molto forti, e credo sia il un modo per stimolarci alla riflessione, all’approfondimento e alla ricerca che dovrebbe animare tutti i praticanti di Yoga. L’invito è di non fermarsi mai accettando senza spirito critico quanto ci viene insegnato da un maestro, ma di proseguire la sua ricerca attraverso la nostra esperienza. A tutti voi posso solo suggerire: se siete a Londra, praticate con Scott. E se avete la fortuna di passare da Bali, non mancate di visitare la Shala di Prem.

SJ: Cosa ti ha portato verso la pratica dello Yoga, così tanti anni fa, e cosa ti ha spinto a proseguire?

APC: All’epoca, lo Yoga non mi interessava. Avevo 21 anni ed ero fresco di università, pronto per affrontare il futuro. Alcuni amici mi proposero di partecipare a una lezione di Ashtanga Yoga, che secondo loro era fantastico. Sapevano che ero un tipo atletico e interessato alle attività fisiche, così mi feci trascinare facilmente. Entrai in una stanza piena di gente che praticava, e rimasi affascinato da queste persone che sembravano fluire con grazia da una postura all’altra. La pratica mi conquistò nel preciso istante in cui entrai in quello spazio sacro. Iniziai a praticare il giorno dopo, nell’autunno del 1978, e da allora non ho mai smesso. L’Ashtanga ha cambiato radicalmente la mia vita, in ogni aspetto. Diventai vegetariano, eliminai droghe e alcol. Tre mesi dopo, Guruji (Pattabhi Jois) arrivò dall’India negli Stati Uniti e si fermò per sei mesi ad insegnare nella nostra Shala di Encinitas, in California. L’anno successivo andai a Mysore, dove mi fermai per studiare con lui per 3-4 mesi. Divenne un pellegrinaggio annuale, che mantenni finché mi sposai: dopo, con i bambini, non mi fu possibile assentarmi da casa per periodi prolungati. Ma continuai a seguirlo nei suoi tour in California e alle Hawaii, dove si fermava ad insegnare per mesi, tra gli anni ’80 e ’90. Appena i ragazzi crebbero, ripresi ad andare a Mysore.

Avevo un rapporto molto stretto con Guruji, che mi trattava come se facessi parte della sua grande famiglia. Mi diede il nome di “Raghava” durante il mio primo soggiorno a Mysore, e da quel momento mi chiamò sempre con quel nome, che è uno dei nomi di Re Rama, nel Ramayana. Guruji mi trattava sempre con affetto rispetto a tanti altri studenti. E per me era come un padre. Mi aiutò tantissimo negli anni più importanti della mia crescita esistenziale, e grazie a lui mantenni un atteggiamento ispirato ed entusiasta anche davanti alle difficoltà.

A mantenere vivo il mio amore per la pratica tutti questi anni è anche l’immenso beneficio fisico che ne ho ricevuto. Ho 61 anni, e non dimostro né sento di avere questa età: il merito è dello Yoga, e del piacere che mi dà condividere questa disciplina con migliaia di altri praticanti. E’ tuttora un’esperienza molto gratificante; è come offrire all’umanità un dono prezioso… una salute eccezionale.

SJ: Raccontami dei primi anni a Mysore con Guruji, quando gli studenti erano ancora pochi. Dava suggerimenti diversi per la pratica? E aveva davvero un taccuino su cui annotava appunti su ognuno di voi?

APC: Quei primi anni con Guruji furono magici! Era così intimo con noi. La sua shala e la sua casa erano luoghi familiari per me. Passavo ore con lui e la sua famiglia, sua moglie Ama, sua figlia Saraswati e i nipoti, Sharmila e Sharath. Condivisi con lui molto della mia vita. Gli rivolgevo molte domande, e lui mi rispondeva nel suo inglese stentato. Mi conosceva come le sue tasche. Si rivolgeva a me in modo diverso rispetto agli altri: cercava una connessione personale. Sapeva quando essere severo, e quando essere gentile. Mi rispettava per ciò che ero. Mi faceva ripetere gli asana in cui avevo maggiori difficoltà, quelli che odiavo di più. Sapeva riconoscere un’autentica debolezza da un semplice atteggiamento pigro. Era un vero maestro nel leggere corpo e mente.

Era un autentico insegnante, nel verso senso della parola. Ci portava al limite: spesso cambiava istruzioni per metterci alla prova. Sapeva tirare fuori il meglio da noi. Dal suo modo di insegnare, appresi a capire la differenza tra una vera esigenza del corpo, e un semplice trucco della mia mente. E questo è stato il suo dono più grande. Mi ha dato l’autonomia e la forza necessaria a scoprire da solo la verità. Dalla sua trasmissione diretta, sono riuscito a portare avanti la tradizione e la ricerca. Se non avessi vissuto questa esperienza diretta con lui, forse tutto sarebbe diventato una sorta di “religione”.

E’ quello che mi sembra stia accadendo oggi con questo metodo. Gli studenti che diventano oggi insegnanti si limitano ad imitare quello che diceva Guruji o quello che ripete Sharath, come se fosse “la verità” o una sorta di “vangelo”. Non è qualcosa che conoscono davvero profondamente. Non deriva dalla loro esperienza diretta. E’ come essere pappagalli, e questo è quello che intendo per “religione”. Questo rende il metodo qualcosa di morto, senza più linfa vitale. Il nome della shala oggi è “Krishna Pattabhi Jois Ashtanga Yoga Institute”. Il nome originale era “Ashtanga Yoga Research Institute”. Non c’era un brand, o un’autorità sopra lo studente. Non bisognava memorizzare o fare ciò che diceva il maestro, era una ricerca continua, sua e nostra insieme a lui.

Inoltre, notate bene: non tutti i praticanti, ai miei tempi, diventavano insegnanti. Non andavamo a Mysore con il desiderio di insegnare, ma con la passione di imparare qualcosa di più su noi stessi. Alcuni tra noi erano portati all’insegnamento, Guruji li notava e li incoraggiava. Non rilasciava certificati, ma suggeriva personalmente, a chi riteneva adatto, di cominciare a insegnare. Il concetto e il business dei “corsi per insegnanti”, di qualsiasi tradizione, è totalmente senza senso. Ed è grazie a questo concetto che lo Yoga sta andando alla deriva. I corsi per insegnanti sono la più grande fonte di guadagno nel cosiddetto Yoga business. Tutti vogliono essere insegnanti, e praticamente qualsiasi centro yoga al mondo ne propone uno, per pagare le bollette. L’avvento dei corsi per insegnanti è diventato la rovina dell’integrità dell’insegnamento, e del trasmetterlo come un dono. Ha in parte diluito anche il metodo dell’Ashtanga.

Guruji davanti alla Shala di Lakshmipuram, Mysore

Guruji andava in ufficio ogni giorno a scrivere appunti sulle nostre classi di asana e pranayama. Stava formulando una ricerca per il suo istituto: l’Ashtanga Yoga Research Institute. Non scriveva su un taccuino in shala, ma lo faceva nel suo piccolo ufficio. Manju Jois (figlio di Guruji e suo legittimo erede), lo conferma, e dice che Guruji aveva pile di note, fogli su cui aveva scritto per decenni. Manju dice inoltre che Guruji creò le sequenze o serie (Prima/Seconda/Avanzate) sulla base di quello che gli sembrava opportuno. E posso testimoniare che il modo originale di insegnare ai primi studenti, negli anni ‘70/’80, era ben diverso rispetto ad oggi. Non esistevano le classi guidate: insegnava solo in stile Mysore. Introdusse la classe guidata quando gli studenti che partecipavano ai suoi tour divennero troppi. Negli anni cambiò anche ordine e metodo: non c’era una serie definita scritta su foglie di banana e mangiata dalle formiche. Era un modo per lui di mantenere misterioso il suo metodo, di legarlo alle metodologie insegnate anticamente agli Yogi tibetani. Sono molti gli studenti che possono testimoniarlo, persino Manju. Questo non toglie nulla all’immensa energia della pratica dell’Ashtanga Vinyasa Yoga creata da Pattabhi Jois. Guardate come sono diversi i metodi insegnati da BKS Iyengar e da TKS Desikachar (figlio di Krishnamacharya), anche se provengono tutti dallo stesso Maestro, Krishnamacharya. Ognuno di loro ha trasformato gli insegnamenti ricevuti in un metodo diverso; ognuno ha radici solide nei principi dell’Hatha Yoga, ma ha sviluppato il metodo che ha ritenuto opportuno. Ed è quello che propongo io oggi. E’ necessario un approccio scientifico, è necessario osservare gli strumenti di benessere che questi geni dello Yoga ci hanno trasmesso. Niente di più e niente di meno. La pratica degli asana e del pranayama è un contributo alla nostra salute: non c’è nulla di spirituale in questo. Asana e pranayama lavorano sui centri energetici, i chakra, che sono sotto i nostri occhi. Se consideriamo questo aspetto fisico come spirituale, manchiamo l’obiettivo. Sono pratiche che garantiscono la salute fisica e mentale: il percorso spirituale inizia quando arriviamo al terzo occhio, o sesto chakra. Guruji avrebbe voluto insegnarci qualcosa di più su questo, ma non pensava che fossimo pronti per gli aspetti più profondi dell’Ashtanga Yoga. Manju mi disse personalmente, dopo la sua morte, che Guruji avrebbe voluto approfondire gli altri rami dell’Ashtanga Yoga, ma che noi occidentali eravamo ossessionati dall’esteriorità, dagli asana. Volevamo asana sempre più complessi, eravamo bravi ad eseguirli, come del resto sono bravi i praticanti di oggi. Per quanto riguarda nello specifico il Pranayama, Guruji lo insegnava solo ad una cerchia ristretta. Chi tra noi aveva completato gli asana più avanzati poteva praticare pranayama sotto la sua guida. Voglio dire che noi, in pratica, abbiamo imparato solo i fondamenti dell’Ashtanga Yoga: il metodo principale dello Yoga è un viaggio interiore. Abbiamo perso il treno! Ecco perché io ho esplorato altri aspetti dello Yoga, perché sapevo, dentro di me, che non era tutto lì. Mi sentivo ingabbiato in un solo metodo.

La meditazione è la chiave che libera i misteri dell’inconscio. L’intuizione risiede nel sesto chackra, il terzo occhio, ed è qui che entriamo nell’ambito spirituale, che entriamo in contatto con l’anima. La forza dell’anima è ciò che anima il sistema mente/corpo. Asana e Pranayama, insieme a Yama e Niyama, sono passi preliminari per costruire un sistema corpo/mente pronto ad affrontare il viaggio interiore. Guruji enfatizzava questi primi quattro rami. Non ci spingeva verso i rami più alti, finché non avevamo conquistato un’autentica padronanza dei fondamenti dello Yoga. Riteneva che se non è possibile fermare l’irrequietezza del corpo e della mente, ancor meno lo è sedere in meditazione. Questo è in parte vero, ma è vero anche che abbiamo dedicato fin troppa energia nel pulire il nostro vascello, e ben poca a riempirlo. Dobbiamo elevare la nostra attenzione al ritiro sensoriale e alla concentrazione (Pratyhara/Dharana). Dhyana è l’immobilità che ricaviamo da questo ritiro verso l’interno. Samadhi è l’effetto che deriva dal perfezionamento della nostra concentrazione, dal riposizionarla dietro al terzo occhio. Da quel punto, tutto è grazia: lì inizia il nostro viaggio verso casa. L’ingresso nel regno dello spirito è attraverso quella porta: il terzo occhio. Persino Gesù ha detto “La lampada del corpo è l’occhio. Se dunque l’occhio tuo è pieno di luce, tutto il tuo corpo sarà illuminato” (Matteo, 6:22). Ha inoltre detto: “Bussa e ti sarà aperto” (Matteo 7:7). Le nove porte al di sotto del terzo occhio sono le aperture al mondo esterno (i due occhio, le due orecchie, le narici, la bocca, i genitali e l’ano). Quindi parliamo dei chakra sottostanti. Asana e Pranayama lavorano su questi centri energetici. L’ingresso al mondo spirituale inizia invece nel terzo occhio. Quando ci sediamo e ritiriamo la nostra attenzione all’interno, abbandoniamo il nostro corpo fisico. Attraversiamo la morte da vivi. Non credetemi sulla parola: scopritelo da soli. Non credete mai a nessuno! Verificate sempre tutto di persona. Questo è ciò che mi angoscia nell’attuale modo di insegnare. Tutti dicono: “seguite il capo”. Invece, dobbiamo aprire il nostro terzo occhio per vedere realmente. Sfortunatamente, a Mysore lo spirito di ricerca è finito. Alcuni tra i più coraggiosi continuano a portare avanti la tradizione, per come era stata concepita.Il resto… segue il branco, ciecamente, con il terzo occhio chiuso.

SJ: Hai osservato negli anni la crescita di Mysore, l’affluenza di un numero sempre maggiore di praticanti e la perdita di un contatto diretto e personale con Guruji. Questo sviluppo ha cambiato le cose?

Prem, Radha e Manju Jois

Prem e Tim Miller, giovanissimi, agli albori dell’Ashtanga

Con il passare degli anni, avevo sempre meno voglia di andare. Il numero di studenti era cresciuto fino a diventare impossibile da gestire. Guruji non poteva seguire tutti. La vecchia shala di Lakshmipuram, a Mysore, poteva ospitare una decina di studenti. Quando andai la prima volta, riceveva 7-8 persone per volta. Poi, un numero crescente di praticanti cominciò ad arrivare. Guruji iniziava ad insegnare alle 4 del mattino, e continuava anche fino a mezzogiorno. Gli studenti aspettavano in fila sulle scale della sua casa di tre piani, ammassandosi fino al tetto, fermi per ore prima di entrare. Anche allora, Guruji mi trattava con affetto, mi riservava una corsia preferenziale, mi evitava lunghe attese. Con l’apertura di Gokulam, la shala divenne uno showroom di esibizionisti. L’energia nella sala era meno rispettosa della pratica, e molto rivolta all’apparenza. Tutti sembravano aver perso di vista il motivo per cui eravamo lì. Divenne un circo! Gli studenti più avanzati – o meglio quelli che riuscivano ad eseguire gli asana più complessi – venivano visti come idoli. Tutti volevano essere come loro. Se eseguire asana difficili significa essere spirituali, allora dobbiamo osannare gli acrobati del Cirque du Soleil! La gente sgomitava per entrare in Shala. C’era spazio solo per 70-80 studenti: si riceveva pochissima assistenza. Il mio ultimo viaggio a Mysore fu proprio poco prima che Guruji morisse, nel 2009. Mi dicono che le cose con Sharath non sono cambiate: tutti sembrano rincorrere la prossima postura, e il pezzo di carta che li autorizza a insegnare.

SJ: Come sono cambiate le cose per te dalla morte di Guruji, nel 2009? Che impatto ha avuto su di te, sulla tua pratica e sul tuo modo di insegnare? Condividi ancora il suo metodo?

APC: Quando Guruji morì, Radha ed io stavamo insegnando ad Amburgo, in Germania. Sapevo che Guruji non stava bene. Dissi a Radha, una mattina, che avevo avuto una visione della sua morte: controllai le mail, e ne ebbi conferma. La sera in cui ebbi questa visione, provai un grande senso di responsabilità nel portare avanti i suoi insegnamenti. Un’onda di energia mi travolse durante le lezioni che tenni ad Amburgo quel giorno. Sentii da quel momento che Guruji continuava il suo lavoro attraverso di me. Continuo a condividere con i miei studenti ciò che ho imparato da lui. A questo unisco ciò che ho imparato attraverso la mia personale ricerca, relativa alla sua pratica, e oltre la sua pratica. Non ho alterato l’essenza della pratica, ma ad essa ho aggiunto i miei approfondimenti, che derivano da 40 anni di ricerca, studio e pratica. Ho avuto la rara opportunità di lavorare con migliaia di studenti. So che questo metodo, se insegnato correttamente, funziona. E’ come essere un vero medico, che rispetta ogni individuo e somministra a ciascuno il farmaco più adatto. Nei tempi antichi, gli yogi che insegnavano asana erano in sintonia con i loro studenti. Oggi la maggior parte delle lezioni di yoga assomiglia ad un corso di stretching aerobico con la musica, anni luce di distanza rispetto alle origini. Molti praticanti non praticano ciò che predicano, e il risultato è una versione molto diluita della forma originale. Ai miei tempi, praticavamo per approfondire la nostra consapevolezza. Ora tutto è orientato all’obiettivo, alla ricerca esterna di qualcosa di più. E’ triste notare la piega che ha preso lo yoga “moderno”. Anche nell’ambito dell’Ashtanga, è sempre più raro entrare in una classe in cui il rispetto per lo studente sia la priorità.

SJ: Tu sei anche un medico e terapeuta Ayurvedico. Guruji ti ha in qualche modo incoraggiato in questo percorso, e in che modo queste tecniche ti aiutano nell’insegnamento?

APC: Si, il mio maestro Dr Vasan Lad mi considera oggi un medico Ayurvedico. Dr Lad è noto in tutto il mondo per la sua esperienza in campo ayurvedico, ed ha scritto molti libri su questa materia. Dirige inoltre l’Ayurvedic Institute di Albuquerque, in New Mexico. Ho studiato con lui per quattro anni nel 1983. Da allora ho incorporato l’Ayurveda nel mio modo di insegnare. Guruji amava l’Ayurveda, ne abbiamo discusso molte volte negli anni. L’aveva studiata a scuola. Anche Krishnamacharya era un grande sostenitore di questa scienza. Guruji lo disse più volte durante i nostri incontri, e spiegò quanto fosse importante apprenderla. Io fui uno tra i pochi a prendere in considerazione il suo consiglio. Penso che per chi insegni Mysore Style, lo studio dell’Ayurveda sia una componente molto importante. Questa scienza ci aiuta a rivolgerci a ogni studente in modo personalizzato, in base al dosha, all’età, all’ambiente, alla stagione. Senza la comprensione dell’Ayurveda, il metodo diventa generico e con un approccio standardizzato, quindi ben diverso da come Guruji l’ha trasmesso a me! E non è certo in questo modo che la pratica dello Yoga veniva trasmessa anticamente. Non è necessario diventare medici Ayurvedici per metterne in pratica le basi nel quotidiano. Penso però che sia un prerequisito per chi vuole insegnare conoscerla meglio. Se non siamo in grado di distinguere i bisogni specifici dei nostri studenti, come possiamo ottenere buoni risultati? Fatevi questa domanda, e ditemi se non vi sembra un ragionamento sensato.

SJ: Hai aperto due centri dedicati all’Ashtanga, uno a Bali e uno in Sri Lanka. Ci puoi raccontare come nasce e come cresce una comunità in stile Mysore?

APC: Negli anni, ho avuto l’opportunità di costruire molte comunità per chi pratica Ashtanga Yoga. Una delle prime è stata a Phoenix, in Arizona. Ho contribuito alla formazione di una comunità molto attiva fino agli anni ‘90, prima di andare altrove. Ho aiutato mio fratello Eagle a creare Pineapple Yoga a Kauai, nelle Hawaii. Eagle insegna lì ormai da 15 anni. E ho aperto un centro in Sri Lanka nell’anno in cui fu colpito dallo Tsunami! Non è stato un bel modo di partire, anzi è stata un’esperienza molto intensa, che ho descritto in un mio libro. Ma è stata un’idea che mi ha premiato in molti modi diversi. In Sri Lanka, l’idea (che non raccomando a tutti) è stata di aprire una comunità in cui tutti potessero praticare, ma con l’impostazione di un resort. Ci occupavamo di tutto, e a volte mi è sembrato di gestire un centro di assistenza per adulti! Avevo davvero troppe responsabilità in ambiti che non mi interessavano realmente (la ristorazione, la ricezione degli ospiti, il loro intrattenimento, etc.). Il mio centro a Bali, Ashtanga Yoga Bali Research Centre (in onore di Guruji) è molto simile a quello che ho vissuto io nei primi anni a Mysore. Gli studenti devono fermarsi per almeno un mese, questo è il requisito di permanenza minima. Sono in tanti a tornare e a crescere insieme al centro. Affrontiamo la pratica con spirito di ricerca, utilizziamo le tecniche che abbiamo appreso per decenni, per aiutare gli studenti ad affrontare i loro limiti personali. Ognuno di noi ha esigenze specifiche, e noi ci rivolgiamo ai singoli individui utilizzando l’Ashtanga e l’Ayurveda. Al termine del soggiorno, i praticanti sono forti e stabili nella loro pratica e possono tornare a casa con rinnovato entusiasmo. Ed è a questo punto che centri come Stillpoint Yoga London entrano in gioco, mantenendo viva la comunità locale. E’ un concetto simile a quello che un tempo animava le chiese, un luogo di devozione interiore dedicato allo sviluppo e alla trasformazione personale. Questo è l’autentico significato del detto di Guruji, “practice and all is coming”. Tutto ruota intorno alla pratica, quotidiana, regolare e costante: è al suo interno che avviene il cambiamento. Non è un desiderio o un sogno. E’ solo attraverso la partecipazione continua e completa che possiamo rimuovere l’ignoranza che avvolge il sistema corpo/mente. Nel mantra di apertura, la frase “Samsara Hala Hala (la velenosa natura delle fissazioni mentali) ci rivela natura della pratica, ovvero indurre corpo e mente a collaborare. La pratica è mentale e il corpo è il meccanismo con cui incoraggiamo la mente a cambiare. Gli strumenti che utilizziamo nella pratica hanno lo scopo di indurre la mente a collaborare con il corpo. Il respiro è uno dei “ponti” necessari a creare questa connessione. Un altro è costituito dai Bandha, un altro ancora dal Drishti. Guruji ne parlava spesso! Ecco perché poneva una grande enfasi sulla parte fisica della pratica, sugli asana. Ci diceva di cominciare da questo. Il sistema mente/corpo era il nostro laboratorio: il respiro ci consente di cambiare il nostro corpo e la natura della nostra consapevolezza. E’ come un laser puntato sulla nostra mente, che ci consente di penetrare gli stati più elevati di coscienza. Perché se corpo e mente non sono quieti, non riusciremo mai a ottenere quell’immobilità necessaria alla meditazione. Guruji voleva che la ricerca sugli altri rami dello Yoga fosse individuale, la lasciò al nostro libero arbitrio.

SJ: Vorrei toccare un tasto molto personale. Qualche anno fa, hai perso tragicamente tua figlia, Shanti. Vuoi parlarcene, e dirci in che modo la tua pratica spirituale e lo yoga ti hanno sostenuto nel superare quel momento? Come stai ora? 

APC: Perdere mia figlia Shanti è stato l’evento in assoluto più devastante della mia vita. Ero completamente impreparato. Avevo due figlie meravigliose, che amavo alla follia. Ero in un momento bellissimo della mia vita personale e professionale. Mi ero appena sposato con una donna meravigliosa, Radha. Avevo costruito insieme a lei una comunità di grande successo a Bali, dove Yoga e Ayurveda crescevano insieme. Ero economicamente tranquillo. Ero in piena salute. Avevo tutto ciò che desideravo dalla vita. E poi mi arrivò la notizia… Radha ed io eravamo appena tornati dalla California, dove ci eravamo sposati, il 21 giugno del 2013. Il 18 luglio atterrammo a Bali. Aprii il computer e trovai una mail di Mira, la mia figlia minore. L’oggetto era “CHIAMAMI IMMEDIATAMENTE”. Sentii un pugno allo stomaco, e la chiamai immediatamente. Mi rispose e mi diede la tragica notizia. Shanti era morta in un incidente d’auto. Inutile dire che da allora la mia vita ne è stata profondamente influenzata. Yoga e Pranayama mi hanno aiutato nel superare questa perdita terribile? Sì e no. Ho sofferto le pene dell’inferno. La pratica mi ha costretto ad andare ancora più in profondità. Mi ha lasciato vulnerabile e solo. Ad un certo punto sono entrato in una seria depressione. Ho dovuto toccare il fondo per riuscire a rialzarmi. Grazie a Dio la pratica mi ha mantenuto in salute per tutto il tempo necessario a uscire dalle circostanze più tristi che un essere umano possa trovarsi ad affrontare. In tanti mi hanno detto che la perdita di un figlio è l’evento più tragico che un essere umano possa affrontare. Non posso che essere d’accordo. Il mio insegnante di meditazione, Ishwar Puriji, mi ha aiutato più di chiunque altro. E’ arrivato nella mia vita proprio quando ero pronto a mollare tutto. Qualcuno mi inviò un suo video su YouTube. Guardai le sue conferenze sui temi della vita e della meditazione. Mi toccarono profondamente e decisi di incontrarlo il prima possibile. Mi ha condotto sul cammino del Surat Shabd Yoga (lo Yoga delle Correnti dell’Anima). Una pratica che mi ha dato sostegno spirituale. La mia mente cerca spesso di sabotare le mie vittorie spirituali, ma grazie al cielo posso rivolgermi a Ishwar in ogni momento. Credo che tutto, nella nostra esistenza, sia pre-ordinato. Questo evento drammatico è un disegno che mi ha costretto a svegliarmi, a comprendere il vero significato della vita, e a capire dove è la mia vera casa. Se questa tragedia non mi avesse colpito, non avrei mai compreso queste verità.

SJ: Come è cambiata la tua pratica negli anni? Pratichi ormai da oltre 30 anni: cosa hai imparato, e cosa stai ancora imparando?

 APC: Con l’età la mia pratica è gradualmente cambiata. A vent’anni, ero un entusiasta degli asana, volevo completare le serie avanzate, e ci riuscii abbastanza facilmente e velocemente. Ero molto atletico, la pratica per me era una sfida: la mia attrazione per lo yoga era puramente fisica in quel periodo. Dopo aver conquistato le posizioni più complesse, cominciai a chiedermi: e ora? Fu la motivazione che mi spinse verso gli aspetti più mentali e spirituali della pratica, ma non accadde dalla sera alla mattina! Come ho detto, forse il risveglio più profondo è arrivato insieme alla perdita di mia figlia Shanti. Naturalmente, la saggezza che deriva dall’essere un “vecchio” insegnante/praticante mi ha regalato la capacità di offrire la giusta prospettiva sia ai principianti che ai più esperti. Riconosco subito l’ossessione per la forma tipica delle giovani promesse dello Yoga. E’ naturale, è parte del processo. Posso incoraggiarli a proseguire, ma devono passare da soli attraverso questa fase. Mi ci sono voluti anni per capire quanto fossero ridicole le pose da ginnasta rispetto alla profonda realizzazione spirituale, o anche semplicemente a ciò che è davvero necessario per essere in salute. Ho perso tanta di quella energia per rincorrere un asana! Eppure, quella fase ha fatto parte del mio processo di crescita, dell’ignoranza della gioventù. Ora, a 60 anni, ho una pratica adatta alle mie esigenze e alla mia età. Non mi pavoneggio in posizioni avanzate, né ne sento il desiderio. Pratico una serie composta dai Saluti al Sole, dalle posizioni in piedi e dagli asana seduti della prima e della seconda serie che ritengo più adatti a me. E sto benissimo! Ho appena fatto un check up completo in Thailandia: tutti i test possibili. I risultati sono stati eccellenti, i medici ne sono rimasti colpiti. Sicuramente devo tutto alla mia pratica e alla mia alimentazione (salutare ma priva di fanatismi), e un po’ anche al mio sense of humor.

Ho imparato e sperimentato sulla mia pelle l’efficacia di questa pratica, se usata correttamente. Per “correttamente” intendo secondo i principi dell’Ayurveda (i dosha, l’età, l’ambiente, la professione, la vita familiare del praticante). E’ necessario rivolgersi alla persona come ad un individuo unico in se stesso. Dobbiamo rivolgerci all’essere umano onorandolo con la nostra massima attenzione, rispetto e cura. Molti insegnanti non hanno idea di cosa stanno facendo, perché non sanno nemmeno di cosa hanno bisogno loro in prima persona. Come possono essere sensibili nei confronti dei loro studenti? Se usiamo l’Ashtanga Yoga, gli asana e il pranayama in modo superficiale, il danno che rischiamo di arrecare gli individui è di proporzioni epidemiche! Il mio ruolo di insegnante anziano è di portare avanti questa tradizione facendo tesoro di ciò che ho imparato attraverso l’esperienza e la ricerca. Ciò che oggi viene proposta è una versione generica, standardizzata della pratica. E’ di scarso valore per i praticanti, perché viene insegnata con scarsa sensibilità. Ecco perché enfatizzo l’approccio ayurvedico come strumento per sviluppare il potenziale e l’equilibrio del singolo. Questo è il modo più corretto di rivolgersi ad ogni individuo all’interno di una lezione di gruppo. Lo stile Mysore era stato creato per insegnare ad un gruppo di persone, pur mantenendo intatta la personalizzazione della pratica. Non si può fare diversamente. Ma purtroppo non è così che la pratica viene trasmessa nella maggior parte dei centri yoga sparsi in tutto il mondo.

Ashtanga Yoga con Guruji negli anni 70-80. Pochi si avventuravano in India.

Viviamo oggi in un’epoca e in luoghi diversi rispetto alle origini di questo metodo. Dobbiamo adattarlo alla situazione contingente e al singolo praticante. Questa pratica è stata concepita per “padri di famiglia”: era insegnata da uomini (Pattabhi Jois/Krishnamacharya) che avevano famiglie, non da monaci o viandanti. Si basava sul solido principio di poter essere praticata tutti i giorni, su base regolare, per aiutare il singolo a vivere al meglio la propria esistenza, ad esprimere il proprio potenziale in qualsiasi campo. Giovani o vecchi, uomini o donne, c’è un modo corretto per praticare questo metodo, per far sì che ci renda forti e resilienti oltre la nostra immaginazione. Posso testimoniarlo per esperienza diretta, per la continua ricerca e per le migliaia di studenti a cui ho insegnato: ne ho visti gli effetti su ognuno di loro. Non conosco un’altra forma di esercizio in grado di coinvolgere organi interni, muscoli, fascia, ossa, articolazioni, circolazione, etc. E’ sicuramente il metodo migliore che esista. Ci aiuta a mantenere intatto il tempio del nostro corpo, a renderlo pronto alle pratiche di meditazione rivolte al sé supremo. Se ne conoscete uno migliore, per favore ditemelo!

SJ: Quindi… qual è il tuo prossimo progetto?

APC: La mia missione, attraverso l’Ashtanga Yoga Bali Research Centre e all’estero, è di insegnare correttamente e con saggezza questo metodo. So che posso trasmetterlo nel modo migliore se mi applico nel dimostrare a tutti in che modo l’Ashtanga Yoga può migliorare le nostre vite. Desidero che tutti ne traggano gli stessi vantaggi di cui ho goduto io per oltre 40 anni, ma è necessario che la saggezza accompagni la potenza di questo sistema, o saranno sempre più numerosi i praticanti danneggiati, dentro e fuori, da uno strumento usato male. Mi impegno a mantenere viva la ricerca! Le religioni, i fanatismi sono pericolosi. Aiutatemi a mantenere vivo l’Ashtanga Yoga: fate ricerca, e salvate questo metodo dall’inaridimento totale. La scintilla è ancora accesa. Se esplorate il metodo con mente aperta, vedrete voi stessi se ho ragione o torto. Il vero lavoro inizia dentro di noi, non fuori. Non limitatevi a lustrare la barca praticando asana e pranayama. Se vi fermate agli asana, prendete in giro voi stessi. Ho scritto un libro dal titolo “The Only Way Out Is In”. Non c’è altro modo per sopravvivere agli alti e bassi dell’esistenza di cui ci è stato fatto dono. Siamo venuti in questo mondo per esperire il regno fisico. Io mi ritengo sazio: e voi? Verificate da soli ancora una volta l’autenticità delle mie parole. L’autentico significato della vita ci attende proprio dietro i nostri occhi. Non davanti al nostro ego. La lotta tra oscurità e luce esiste: il polo positivo è il terzo occhio, il polo negativo è la nostra radice, muladhara. La forza ci accompagna se ci muoviamo verso la luce. Incoraggio tutti voi ad usare l’innato buonsenso. Il mio insegnante spirituale, Ishwar Puriji, dice “il buonsenso è una rarità”. E io sono d’accordo. Coltivate la ricerca attraverso l’intuizione che risiede nel vostro terzo occhio: è un rilevatore innato delle fandonie che cercano di propinarci. E’ il modo per sovrascrivere la Matrix. E’ oltre il sistema corpo/mente. Ci eleva fino a renderci osservatori obiettivi per l’uso corretto del nostro “vascello”. La nostra mente vuole comandare il gioco e rappresenta il potere negativo. L’anima è l’osservatore. E’ Krishna che guida il nostro carro, tenendo le redini dei nostri cinque sensi. Lasciate che Krishna conduca la corsa, sedetevi e godetevela. Diversamente, sarete condannati a ripetere continuamente gli stessi errori. Questo è il significato autentico della frase “Samsara Hala Hala”.

Ho condiviso qui la mia esperienza personale. So di andare controcorrente rispetto al credo popolare, ma mi sta bene essere un ribelle per una causa giusta. Lo siete anche voi?

– Anthony Prem Carlisi intervistato da Scott Johnson

Traduzione di Francesca d’Errico

Il giorno del Guru: i ricordi di David Garrigues

Martedi 19 luglio, Moon Day, è Guru Poornima, tradizionalmente giorno di festa per i discepoli che seguono un cammino spirituale sotto la guida di un maestro, giorno in cui viene celebrato il saggio Vyasa, il mitico maestro che trasmise ai suoi discepoli i Veda per il bene dell’umanità. E proprio in questo giorno è nato Guru-ji, Sri K. Pattabhi Jois. Questo articolo scritto da David Garrigues, uno dei pochi insegnanti al mondo certificati da Guru-ji, ne presenta un aspetto profondo e spirituale. Guru-ji ha concepito e trasmesso la pratica dell’Ashtanga Yoga con un preciso intento terapeutico – nel senso più omnicomprensivo del termine, una terapia per il corpo fisico e per il corpo energetico e, da ultimo, per il nostro corpo spirituale. Pratico da anni questo metodo e mi sono presa spesso e volentieri delle licenze, integrandolo con altri stili, arricchendo le serie con asana non previste o non nella corretta sequenza. Nell’ultimo anno – come avevo fatto nei primi anni della mia pratica con Hamish, il mio primo Maestro – mi sono dedicata di nuovo con impegno a rispettarne la logica e ne ho riscoperto l’immenso valore. C’è una ragione che forse non è del tutto comprensibile per cui gli asana vanno eseguiti nella sequenza che Guru-ji ha voluto, e c’è una ragione per andare alla fonte e continuare a studiare con chi ci è stato. E’ necessario dare alla pratica l’opportunità di essere appresa come è stata concepita per apprezzarne il potenziale. In questo articolo, in parte capiamo perché. Il resto, va appreso sul tappetino. Buona lettura e buon Guru Poornima!
 
David Garrigues e Guru-ji

Come diceva Sri K Pattabhi Jois (Guruji) : “strong body, strong mind, weak body, weak mind.” (corpo forte, mente forte; corpo debole, mente debole).

Guru-ji poneva un grande accento sulla forza e sulla salute fisica come percorso privilegiato verso la felicità e la realizzazione in questa vita. Non solo, riteneva che questi aspetti fossero fondamentali nel raggiungimento del potenziale di concentrazione mentale che porta alla conoscenza di sé. Il suo messaggio agli studenti era chiarissimo: per ricevere i benefici terapeutici dello yoga, è necessario coltivare per tutta la vita una disciplina nella pratica delle posture, del respiro abbinato al movimento.
Per Pattabhi Jois, il terzo e il quarto ramo dello yoga non erano stadi attraverso cui passare per arrivare ai rami successivi. Per lui, il terzo e il quarto ramo erano le fondamenta necessarie e permanenti della pratica, che dovevano essere sostenute ogni giorno per tutta la vita. Nel perfezionare il terzo e il quarto ramo, il praticante può perfezionare gli altri rami. A qualsiasi domanda sugli altri rami dello yoga, Pattabhi Jois rispondeva di dedicarsi con serietà e impegno alla pratica di asana e pranayama: solo così ogni altra domanda avrebbe trovato risposta.
Oltre ai suoi insegnamenti sugli asana, Guru-ji era un autentico guaritore che teneva in altissima considerazione i rimedi naturali. Dopo una lezione, nel salutarlo, gli studenti spesso si lamentavano dei loro problemi fisici. Guru-ji li incoraggiava a praticare, e a volte raccomandava un rimedio yogico o ayurvedico, una preparazione del cibo medicinale come il kichari o il riso gangi nei casi più acuti, una dieta detossinante, un breve digiuno, un farmaco fitoterapico, un bagno d’olio (o l’ingestione stessa di olio), ed altre cure naturali.
Ma quando le circostanze lo suggerivano, Guru-ji sapeva anche tenere le distanze dai rimedi naturali. Una tra le più storiche praticanti di Ashtanga racconta che, in preda ad un malore di cui nessuno capiva la causa, rivolgendosi a Guru-ji si vide proporre un medicinale allopatico decisamente tossico: dopo averlo ingerito, tuttavia, la nostra eroina tornò rapidamente in salute.
Sono molte le storie sulle intuizioni di Guru-ji e sulle sue grandi capacità terapeutiche, sia sul piano fisico che su quello energetico.
Una volta, a Mysore, in India, mi venne una terribile forma di acne dolorosa. Studenti e indiani mi guardavano con orrore, notando i foruncoli rossi e viola, grandi come palle da golf, che tempestavano il mio corpo. Andai a casa di Guru-ji in cerca di una soluzione, e alla vista delle mie pustole, con grande soddisfazione esclamò; “Oh, belli grossi! Non inciderli, è il tuo nuovo corpo che si sta formando!”. Se li avessi incisi, avrei rischiato di interrompere il processo di disintossicazione naturale che stava facendo il suo corso.
Naturalmente, il suo entusiasmo non era per i miei foruncoli ma per il processo disintossicante di cui l’acne era un chiaro sintomo. Era riuscito a capire subito che la pratica stava eliminando le tossine dal mio corpo, rinnovandolo completamente. Osservava questa fase di disintossicazione come un aspetto naturale derivante dal mio impegno nello studio della pratica.  Aveva piena fiducia nella pratica ed era risoluto davanti al dolore, allo sconforto e alla malattia.
Offriva a chi non sapeva dove rivolgersi la possibilità di rinnovarsi e guarire. Credeva sopra ogni cosa nelle potenzialità mediche e terapeutiche dello Yoga. Aiutava la gente a superare o almeno a curare in parte gli effetti di ogni sorta di malanno fisico e mentale: diabete, asma, problemi cardiovascolari, traumi sessuali, traumi infantili, fobie, depressione e dipendenze. Parte della grandezza dei suoi insegnamenti era la sua capacità di trasmettere questa fiducia: lavorare con lui rendeva combattivi, aiutava a sentire di avere la possibilità di sconfiggere qualsiasi malattia o qualsiasi ostacolo.
Questa fiducia nel potenziale terapeutico dell’Ashtanga Yoga è una delle ragioni per cui insisteva sul fatto che la pratica doveva essere “99% pratica e 1% teoria”. Perché è la pratica (e non studiare o parlare di Yoga) a guarirci dai nostri mali. Attraverso la pratica ristabiliamo la nostra salute ringiovanendo i fondamentali “sistemi operativi” del corpo. Attraverso la pratica quotidiana di sequenze create ad arte influenziamo la nostra salute e il nostro benessere: la capacità di respirare, la circolazione sanguigna, il sistema digestivo, la mobilità articolare, l’espressione delle nostre emozioni, la stabilità mentale e la regolarizzazione delle funzioni endocrine e delle onde cerebrali.
E queste non sono che alcune delle potenzialità terapeutiche dell’Ashtanga Yoga.
Applichiamo queste tecniche per dare agli asana una qualità attiva, mantenendo l’attenzione sulla nostra consapevolezza all’interno dell’asana. La qualità a cui mi riferisco non è difficile da comprendere o immaginare, perché è semplicemente la somma delle abilità di notare con accuratezza ciò che avviene in noi e intorno a noi in un preciso momento. Il nostro livello di concentrazione e consapevolezza genera una linfa, un’ambrosia che possiamo bere e che ci dona nuova vita. E la meditazione è una sorsata di questa miracolosa bevanda, paragonabile ad un’oasi di acqua cristallina a cui giungiamo dopo una sfiancante camminata nel più desolato dei deserti.  Abbeverarsi alla consapevolezza significa aprire i cancelli alla capacità di autoguarigione, perché quando siamo davvero consapevoli, troviamo automaticamente e naturalmente il nostro respiro più autentico, siamo in grado di riconoscere i bandha, il dristi, dhyana e tutte le tecniche essenziali dello Yoga. Esistono e ci appartengono naturalmente come i nostri occhi, il nostro naso e la nostra bocca appartengono al nostro volto.
La versatilità in queste tecniche fondamentali, tuttavia, può diventare una vera sfida anche per lo studente di lungo corso. La perfezione in questi aspetti elude a volte anche il praticante più serio. Ed è qui che entra in gioco l’importanza di una guida autentica, di un insegnante che abbia la pazienza e la conoscenza necessarie a sviluppare le pratiche dello yoga. Un insegnante di questo tipo può aiutarci a diventare più forti, più stabili nella pratica, magari sviluppando metodologie che siano particolarmente adatte alla nostra costituzione e alle nostre capacità.
E’ solo allora che la pratica non solo faciliterà il recupero delle funzioni ottimali del nostro cervello, dei sistemi nervoso, digestivo, linfatico, circolatorio, organico, endocrino – ma anche e soprattutto ci porterà all’interno, dove la conoscenza di sé e il risveglio spirituale aspettano solo il nostro arrivo.”
– David Garrigues
Traduzione di Francesca d’Errico

On the Yoga Road: il racconto di Mark Robberds

E’ un onore per me tradurre per i praticanti italiani uno scritto di Mark Robberds, uno dei pochissimi insegnanti certificati KPJAYI al mondo e, per esperienza diretta, una persona davvero splendida. L’idea di questo post nasce da Clinton Griffiths, creatore del popolare sito Ekaminhale, dove potete trovare l’articolo originale. Consiglio a tutti di visitare il sito di Clint, sempre denso di spunti per tutti noi praticanti. Clint e Mark mi hanno concesso di tradurre questa bellissima lettera, forse la lettera che ognuno di noi vorrebbe scrivere a se stesso. Buona lettura!
“Cosa diresti a te stesso da giovane?”
Quando ho chiesto a Mark di scrivere un post per Ekamihale, volevo lasciargli carta bianca. La mia intenzione era di fargli raccontare la sua esperienza di vita, per condividerla con la comunità Yogica. 
Quando ho letto il suo scritto, mi ci è voluto un attimo per comprendere cosa aveva fatto. Mi sono accorto che aveva scritto una lettera a se stesso da giovane. Una lettera molto personale e onesta, in cui spiegava al giovane se stesso il cammino che stava per intraprendere, le sfide che avrebbe dovuto superare e le lezioni che avrebbe imparato. 
Questo post è la pagina di un diario personale, e leggerne le parole vi sarà di grande aiuto, sia che siate all’inizio del vostro viaggio nello yoga, o che siate praticanti da una vita. – Clint”
“Da ragazzo, a soli tre o quattro anni, ti rivolgevi le grandi domande metafisiche sull’esistenza. “Chi sono?”, “Da dove vengo?”, “Dove andrò dopo la morte?”. Chissà da dove arrivava questa necessità di sapere. Forse era una memoria trasmessa dai tuoi predecessori; l’impronta che appartiene a tutta l’umanità e che chiede ad alcuni di noi di “tornare a casa”.

Da giovane, ti era difficile accettare il senso della vita, o accettare che il suo scopo fosse finire la scuola, andare all’università, studiare scienza, tecnologia, matematica, comprare una casa, un’auto, sposarsi, avere figli e un cane. E infine morire, senza avere davvero affrontato i grandi quesiti esistenziali sulla vita e sulla morte. Non che questi obiettivi

Mark Robberds

materiali fossero meno degni di quelli ‘spirituali’: semplicemente non appartenevano alla tua natura. Non erano in cima alla tua lista. Volevi vivere la vita dei tuoi sogni: viaggiare ed esplorare il meraviglioso pianeta su cui viviamo. Volevi conoscere culture diverse, imparare la loro musica, la loro lingua. Volevi fare surf e sviluppare una pratica yoga: studiare con i grandi maestri e approfondire le tradizioni spirituali e mistiche di questo mondo – e in particolare, dell’India.

Nel 2005, dopo aver completato il tuo apprendistato come insegnante, con il cuore spezzato e sofferente ti sei avventurato alla Ricerca. Hai abbandonato la tua casa, ti sei licenziato dal tuo impiego come insegnante, hai venduto l’auto, i mobili, e fatto i bagagli. Ispirato da uno dei tuoi mentori, Clive Sheridan, hai partecipato insieme a lui a molti ritiri di tre settimane in totale silenzio, invocando ogni volta il tuo desiderio di scoprire l’India Sacra. Sogni di pellegrinaggi e avventure in templi e foreste, luoghi carichi di energia; luoghi in cui migliaia, se non milioni di pellegrini fin dalla notte dei tempi avevano iniziato la loro sadhana. I luoghi in cui natura e umanità si intersecano creando vortici di energia ed una presenza tangibile, da assorbire e metabolizzare.
Nel 2006, nel tempio di Mookamabika, a Kollur, hai trascorso un ritiro intensissimo meditando e praticando nelle caverne e nei templi visitati dal Shakaracharya. Ti sei seduto in questi antichi e sacri luoghi, hai camminato a piedi nudi attraverso i villaggi, e lungo la riva del fiume hai suonato la chitarra e composto canzoni. Per giorni hai vagato nei boschi e ti sei bagnato in cascate inaccessibili. Ti sei sentito tutt’uno con la natura, hai interagito con altri viandanti, avvertendo profondamente questo pellegrinaggio nel cuore.
Dopo un lungo viaggio, sei arrivato a Mysore, al Green Hotel, durante il mercato della domenica. Ti sembrava di aver raggiunto una combriccola di occidentali, di essere al Club Med. Tutti erano giovani, leggeri, belli. Tutto sembrava così superficiale, esattamente quello che non volevi trovare in India. Uno shock culturale. Dalla profonda India spirituale e religiosa, dall’incontro con i sadhu, i mendicanti e i devoti, così lontano da ogni agio, eccoti ora in un gruppo che sembrava aver trasferito in India la propria cultura, rendendola il più possibile simile a casa propria. I dubbi ti assalivano, e ti sembrava che tutti fossero interessati solo agli elementi più esteriori della tradizione Yogica – limitandosi alla pratica degli asana. Ti sembrava che nessuno avesse colto la vera essenza della pratica.
Avevi notato che uno degli aspetti negativi dell’Ashtanga Yoga è il suo approccio gerarchico. Per un principiante, questa pratica può facilmente assomigliare ad una scala, da principiante a intermedio ad avanzato. E poiché sono gli studenti “avanzati” ad essere certificati – e quindi in cima alla scala – può esserci la tendenza a fare di tutto per arrivare in cima, e ad idolatrare i praticanti “esperti”. Quindi il metodo, che è uno strumento per giungere all’illuminazione, alla libertà e alla trasformazione personale, può facilmente diventare, da mezzo per giungere ad un fine, il fine stesso – e lo scopo originario della pratica, trovare pace e appagamento, essere facilmente dimenticato. Tutti gli schemi che ci sono stati inculcati sin dall’infanzia – la sensazione di non essere abbastanza bravo, il desiderio di essere amato, visto, apprezzato, riconosciuto, ci allontanano dalla ricerca interiore e ci portano a cercare conferme dall’esterno.
Durante quel viaggio sperimentasti una battaglia interiore. Tutto, alla Shala, ti sembrava l’opposto di ciò che stavi cercando. Perciò ti rimettesti in cammino, affrontasti il Pellegrinaggio del Pancha Bhuta Stalam nel Sud dell’India, verso i cinque templi di Shiva che rappresentano i cinque elementi della natura. Iniziasti col Tempio del Fuoco, nel Tiruvannamalai. Quindi il Tempio di Akasha (Etere), a Chidambaram, a sud di Chennai. Ma, guardandoti indietro, quell’ideale ti appariva troppo romantico, troppo idealista. In realtà, non sentivi un’autentica connessione con i templi Hindu. Ti sembrava di fingere – fingere di essere spirituale, senza avvertire un sincero moto del cuore nei confronti di quegli dei, di quelle dee, di quei rituali, quei rumori, quelle folle – nei confronti di una cultura che non ti apparteneva. La lezione che imparasti fu che il tuo posto del cuore era essere immerso nella Natura. E in breve, ti ritrovasti a Bali, e nell’Oceano.
Per i due anni successivi, la tua relazione con Mysore continuò ad essere conflittuale, eppure ogni anno ti sentivi chiamato a tornare. I dubbi erano ancora tutti lì, ma amavi la pratica intensamente, e questa sensazione era al di là del tuo controllo. Nel 2008, ancora una volta con il cuore spezzato, andasti a Mysore a cercare rifugio. Eri determinato a non soffrire mai più, e come difesa avevi deciso che saresti diventato un praticante eccezionale, talmente immerso nella pratica da sviluppare l’arte del distacco, per non essere mai più triste, per non incontrare mai più la sofferenza.
Non andò proprio così – era tutto parte del piano cosmico, l’elemento che ti spinse ad approfondire la pratica e sviluppare la tua relazione con Mysore. Alla fine di quel viaggio incontrasti l’amore della tua vita, e il tuo legame con l’India divenne un impegno per la vita. Nel 2009, Guruji lasciò il suo corpo fisico, ma per te fu l’anno della rinascita. Partecipasti al primo Teacher Training di Sharath nel 2009, l’anno in cui la comunità dell’Ashtanga Yoga sembrava dividersi tra chi era stato studente di Guruji, e chi sarebbe diventato studente di Sharath.
Stavi ancora cercando, praticando molto, ma avevi capito che i pellegrinaggi non ti avrebbero dato l’appagamento che cercavi. Ciò di cui avevi bisogno era guarire il tuo cuore, qualcosa di cui purtroppo non si parla molto nelle tradizioni spirituali. Non c’era modo di girarci attorno: non bastavano asana, paranayama e meditazione a darti la pace che stavi cercando. Fu allora che realizzasti l’importanza di Yama e Niyama, della capacità di vivere una vita semplice e virtuosa, l’unico vero obiettivo nella vita. Era questo il messaggio che Guruji ti aveva indicato, e che Sharath continuava a mostrarti: diventa stabile nei primi Quattro Rami – Yama, Niyama, Asana e Pranayama – e il resto arriverà. Sharath divenne una figura ispirazionale per te, un uomo che viveva una vita familiare piena di amore, e che autenticamente incarnava virtù morali. Qualcosa a cui aspirare.
Non te ne eri ancora accorto, ma ti stavi avvicinando ad un’età in cui era necessario adempiere anche al tuo destino professionale. Dopo tutti quegli anni trascorsi a soddisfare i chakra superiori e a rispondere alle grandi domande dell’esistenza, dovevi tornare indietro e sistemare i tuoi chakra inferiori: denaro, sesso, potere, carriera, relazioni. La pratica fisica divenne il tuo strumento per affrontarli, per scoprire cosa ti faceva andare avanti. E dopo 15 anni di pratica, stavi iniziando a sperimentare i benefici di tutto il lavoro che ci avevi messo. Iniziasti a viaggiare e insegnare, dando forma alla tua carriera, gettando le basi del tuo futuro; e tornare a Mysore con regolarità, per praticare e dedicare tempo a te stesso, divenne una necessità, e un autentico piacere.
Nel 2015, pieno di gratitudine, ti rendesti conto che stavi vivendo la vita che avevi sempre sognato. Più o meno, tutto ciò che nel 2005 sognavi di realizzare era diventato realtà. Una volta riposto l’idealismo che ti aveva spinto alla ricerca dell’India Sacra, delle grandi Risposte, avevi trovato ciò che davvero aveva valore per te: essere un brav’uomo, appagato nel qui ed ora. L’esperienza di Mysore era diventata genuina, spogliata da desideri o giudizi. Mysore era un luogo in cui ritrovare il tuo Maestro e i tuoi amici, un modo per trascorrere del tempo in India, prenderti una pausa dall’insegnamento e dai viaggi, e dedicarti alla pratica.
La più grande lezione che tutti questi anni ti hanno insegnato è che tutti gli aspetti della vita sono degni di attenzione; che i cosiddetti obiettivi materiali e spirituali sono profondamente interconnessi e non più o meno elevati gli uni rispetto agli altri. Il passato deve essere guarito, e la Ricerca deve essere onorata, ma arriva un momento nella vita in cui devi riconoscere che la vita che stavi cercando è qui, in questo momento. Il percorso è diverso per ognuno di noi, ma alla fine, la saggezza degli antichi, che ci dice di vivere rispettando Yama e Niyama, è tutto ciò che davvero dobbiamo fare. Una volta soddisfatti gli obiettivi materiali, e con la mente e il cuore in pace che derivano dal vivere onestamente e sinceramente, puoi riposare appagato, essere presente a te stesso, al centro della vita e delle sue attività: proprio qui, proprio ora.  – Mark Robberds
Mark Robberds studia Yoga dal 1997. E’ uno dei pochi Insegnanti Certificati da KPJAYI ed ha trascorso 10 anni viaggiando in India e praticando con il leggendario Guru dell’Ashtanga Yoga, Sri. K. Pattabhi Jois, e gli ultimi 6 anni con R. Sharath, nipote e Paramaguru, a Mysore. Ha inoltre studiato con Matthew Sweeney ed Eileen Hall dal 1999 al 2005 presso YogaMoves a Sydney.
Mark insegna in seminari, ritiri e workshop internazionalmente dal 2005. Il suo desiderio è trasmettere lo Yoga ispirando i suoi studenti a sviluppare una passione per la pratica. Le sue lezioni comprendono aspetti filosofici, musica e canti devozionali, per creare una connessione profonda con la tradizione Yoga e tra i praticanti. Per maggiori informazioni visitate il suo sito, Markrobberds.com. Mark sarà in Italia, a Torino, dal 23 settembre per una settimana di pratica, ospite di Gian Renato Marchisio e Stefania Valbusa presso lo studio Yoga Sutra.

Lo Yoga non può essere diluito: Sharath Jois

Paramaguru Sharath Jois, KPJAYI, Mysore

In questi giorni, molti studenti di KPJAYI stanno divulgando su facebook un importante messaggio di Sharath Jois in inglese.
Spero di fare cosa gradita a chi mastica questa lingua con qualche fatica traducendolo in italiano. E’ un messaggio a mio modesto parere di grande importanza soprattutto di questi tempi e nel nostro mondo occidentale, dove tutti vogliamo tutto subito – ma c’è qualcosa che non ci può essere consegnato in pochi mesi di corso intensivo. Si chiama Yoga.
“Il mondo ha bisogno dello Yoga oggi più che mai. Basta osservare lo stile di vita delle persone, ovunque, e l’India non fa eccezione. Tutto è diventato troppo veloce, tutti vogliono ottenere tutto e di corsa, perché siamo costantemente in competizione. Lo stress aumenta all’interno dei nostri corpi, siamo tutti soggetti a vite stressanti. In queste circostanze, lo yoga è utile nel mantenere in equilibrio corpo e mente, migliorare i livelli di concentrazione nella vita di tutti i giorni e garantire una vita più serena.
Insegno Ashtanga Yoga, uno dei metodi tradizionali. Le basi della pratica dell’Ashtanga Yoga sono vinyasa (respiro e movimento); tristhana (tre luoghi d’azione) e l’eliminazione dei “sei veleni”: lussuria, rabbia, ingordigia, illusione, orgoglio e invidia. Queste azioni positive, combinate tra loro, contribuiscono alla longevità individuale.
Lo yoga può essere praticato da chiunque, giovani, anziani, sani e malati. Naturalmente, le modalità di insegnamento saranno diverse a seconda della condizione di ogni praticante, a cui lo yoga verrà trasmesso in modo consono alle sue circostanze personali.
Sfortunatamente, nel mondo lo yoga viene dissolto negli stili di yoga definiti “moderni”. L’aspetto spirituale dello yoga è quasi ovunque assente. Di fatto, yoga e spiritualità sono strettamente connessi. Non possiamo estrapolare la spiritualità dallo yoga e continuare a praticarlo: non sarebbe più yoga. Abbiamo la grande necessità di tornare allo yoga tradizionale nelle sue modalità spirituali, che io considero la forma più autentica di pratica yoga. Questo è ciò che cerco di fare, mantenendo viva la tradizione dell’Ashtanga Yoga prima che qualcuno lo rivendichi in una versione “moderna”.
Sono inoltre perplesso dal numero crescente di insegnanti di yoga proveniente da scuole che offrono una preparazione basica. Non è possibile diventare insegnanti di Yoga in un mese o con un programma di certificazione qualsiasi. Lo Yoga è uno stile di vita. Una pratica di cui è necessario conoscere in profondità ogni aspetto, che va praticata sei giorni alla settimana nella sua forma più pura per un minimo di tre anni. Questo è il periodo minimo necessario a definirsi “insegnanti di yoga”.
Nella mia opinione, la conoscenza può essere trasmessa solo quando uno studente ha trascorso molti anni insieme ad un guru o ad un insegnante esperto, a cui si è affidato anima e corpo con fiducia. Solo in queste circostanze lo studente diventa pronto a ricevere la conoscenza. Questa trasmissione da insegnante a studente è la tradizione del parampara, che viene messa in pratica al KPJAYI.
Ci assicuriamo che chiunque pratichi Ashtanga Yoga e desideri promuoverlo, venga preparato sotto la nostra guida per almeno tre anni. Solo in seguito a questa preparazione, lo studente viene autorizzato a trasmettere l’Ashtanga Yoga nella sua forma originale, che ne comprende gli aspetti spirituali (gli insegnanti autorizzati KPJAYI sono presenti in oltre 70 paesi nei cinque continenti e si attengono agli insegnamenti trasmessi dal suo Guru Sri K. Pattabhi Jois).
Lo Yoga è integrale alle nostre vite e non riesco a pensare a me stesso privo della mia pratica, perché è il modo più naturale di costruire la personalità di un individuo. Lo Yoga garantisce una migliore salute corporea, una mente serena e tranquilla, rendendoci individui realizzati. La mia più alta fonte di ispirazione è mio nonno, Sri K. Pattabhi Jois, di cui desidero portare avanti il messaggio che è diventato per me una autentica benedizione.”
(Discorso di Sharath Jois a Aravind Godwda)

The Mysore Diary, #8 (ENG)

Pic by Alessandro Sigismondi

One month has gone by and I am left with just a few more days to spend in Mysore. I am already feeling that funny butterflies sensation in my belly when thinking about my life waiting for me in Milan. I am starting to miss my family, my friends and my cat. Yet I don’t want to leave India… Not yet! So many things I would like to do here, and not enough time left. I will miss practicing with Saraswathi, chanting, Sanskrit classes, the feeling of living in a Yoga community, actually a Yoga city. Wherever you turn, a friendly smile, somebody you can immediately relate to, somebody that won’t think you’re a bit mad talking about bandha, dristhi, asana, Yoga Sutra and the likes. But it’s almost time to bring India back with me. It’s time to give back what I received here, and most of all, what I felt. I never thought this practice could be healing to such powerful extents, even if I have been practicing for years. Coming here put me to the test on many levels. I learnt how to deal with my fears and how important it is to always be yourself, on and off the mat. Over the past few weeks I learnt that my slipped discs cannot stop my practice and can actually heal through it. Sometimes pain is more in our minds than in our body! My practice grew in stability and concentration and I learnt how to balance my natural flexibility with my new strength. But most of all… I met some amazing individuals that I want to thank. Some are old friends, some are new additions to my life that I sincerely hope to cross path with soon again. Greg Nardi, a Teacher I have known since 2007, and his husband Juan Carlos Valan. Alessandro Sigismondi, photographer extraordinaire, his wife Paula Vahos and lovely Leo, you’ve got a friend forever. The brave and intense Taylor Hunt, whose book I can’t wait to read, and his great family. PJ Heffernan and his rock and roll energy. Sam Chen and his adjustments… and vegan cakes! Mark Robberds and Deepika Metha with their beautiful love. Kelly Hogan and our rickshaw ride to Devaraja market. My Italian crew: Martina and Chiara Cova, The Best room mates ever, Rosa Tagliafierro and her hugs just when you need one. My Teacher Elena De Martin with her wisdom and experience, so great to have her here. Maria Luisa Gorla and our afternoons by the pool. Susanna Finocchi and her wonderful smile. Gian Renato Marchisio and his Sama Konasana performance on the rocks. Every single Yogi who practiced next to me at Saraswathi’s and in the main shala. Lakshmish and his great tuitions; Arvind and his philosophy talks, Jayashree and her melodic voice, Akhil Lanka and his healing singing bowls, Nektarious and his sitar. Sudha and her tempting Yoga Shop not to mention Meena and her jewellery… Manju and Ravi the rickshaw drivers. All the guys at OM Cafe, Chakra House, Santosha, Anoki, Anu’s Cafe, Depth’n’green, Kushi, Maya… All the Yogi’s hung outs in Gokulam. And the chai master Amruth Cafe! There is not enough space to mention all of you guys and I have to work on remembering names, but you are in my heart and always will be. I will think of all of you every morning before practicing and it will be like being here, only on a more subtle level. I love you. We are One.

(Pic by Alessandro Sigismondi)

The Mysore Diary, #7 (ENG)

In India, I am amazed at how many things I am quite happy without. No TV, radio, CD player, newspapers or magazines. No PC. No dishwasher or washing machine. No supermarkets, no car. No phone calls, texting or posting only when wifi is available. No high heels! And the list could go on. In exchange here’s what I got: practice every morning with Guruji’s daughter, Saraswathi Jois and her wonderful assistants. Saturday conferences with Sharath. Chanting, Sanskrit and Hatha Yoga Pradipika with Lakshmish. Philosophy class with Arvind. Sound healing with Akhil Lanka. But most of all: eye contact, conversations, random kindness, hugs and smiles from everybody – practitioners, Teachers, rickshaw drivers, shop owners, every single person I meet on the streets. Help from whoever you ask, from the Ashtangi community as well as any Indian person I bump into. Kids calling me at every corner. Praying at any temple, where there is always somebody ready to tell me how to do it properly. Lovely evenings watching the Indian sky and the moon phases. Wonderful books at the Green House and rest days at the pool or at the Market with new and old friends. Time is running up and in a few days I’ll be back to my hectic western world, where now is always contaminated by the “what’s next” thought. This is what I want to take back with me. The ability to live rooted in the here and now, wherever I am. Living at the pace of our soul, that never worries about the future or cries about the past, because only the present moment  is real, and we have to give it all the love we’ve got.

Right here, right now.
(pic by Kelly Hogan)

The Mysore Diary, #6 (ENG)

New Year’s Eve has come. It’s 9:30 pm and I am in bed already. Tomorrow is near and I practice early. I will wake up and walk towards Saraswathi’s Shala passing by the slums, feeding some of the street dogs that I’d take home if I could. Here reality hits you in the face with its brutal beauty. We were born with so many blessings that we fail to see when we are in our comfortable western homes. Yet we come here and through the practice we meet our obstacles and try to burn some karma. Every day during my practice I ask myself: when will I be able to be really present? To forget about judgement, expectations, desire, disappointment or pride? Than maybe for just one breath, in just one posture, it happens. I am lost, or I am found. I am part of this one big breath that moves throughout the room. And I am thankful. I don’t know if this practice is the truth I was looking for. But it certainly is one way to get there. So every morning I get on my mat. One day feeling great, the next with my back or another part of my body reminding me of who I was, who I have grown into, how old – or young – I am, what I have to let go, what I have to be thankful for. One hour and half goes in a second. I am back on Mysore streets just when the air gets warmer. I am a newcomer here, yet I am part of the family already. We are all here for the same reason, we are all here trying to do our best. There is no good way or bad way to be in Mysore. We are all giving it all we’ve got, with our pain and our joy. We are here with our sorrows and our regrets, with our love and our hopes. Maybe we came hoping for a new posture, or for a new understanding. Maybe that posture won’t come, but you’ll understand more. “One more! One more, come!” Saraswathi voice makes me open the door. I lay my mat, ready to start a new day. I am again a student, and always will be. There is no year end and no beginning, because we are as timeless as our first and last breath.