C’è ancora Yoga in Occidente?

Simon Borg-Olivier

Yoga e Occidente: due mondi senza possibilità di incontro, o due universi che possono intrecciarsi e arricchirsi vicendevolmente?

Quasi ovunque sul web troviamo video e post in cui l’atteggiamento degli Yogi occidentali viene criticato, quasi avessimo violato, con la nostra mente “materialista”, la natura di questa disciplina, trasformandola in un business senz’anima. Ma è proprio così? E soprattutto, non è forse vero che in India più che mai i maestri, da sempre, si fanno pagare per i loro insegnamenti? Forse il nostro background cristiano tende a voler associare i guru ai santi, che rinunciavano ai beni terreni quasi fossero motivo di vergogna per chi voleva perseguire un cammino spirituale. In India non è esattamente così, e ben lo rappresenta il Buddha, che ad estremo ascetismo o eccessivo materialismo scelse ed insegnò “la via di mezzo”.

Credo però che al di là di considerazioni meramente legate a considerazioni materiali, lo “snaturamento” dello Yoga in occidente sia da ascriversi ad altre ragioni. Cercando risposte interessanti a questa domanda mi sono imbattuta nel post di Simon Borg-Olivier, uno tra i più noti insegnanti di Yoga contemporanei, e desidero condividere con voi il suo pensiero, che traduco oggi sul mio blog.

“Oggi mi hanno chiesto: ‘Lo Yoga ha perso la sua Anima in Occidente?’. Questa è la mia risposta…

Ritengo che la maggior parte degli insegnanti di yoga “moderni” abbiano buone intenzioni, e in parte ciò che insegnano può dare dei benefici, nel breve termine. Tuttavia non penso che ciò che oggi viene trasmesso con il nome di “Yoga” sia yoga autentico, ma per lo più una forma di esercizio fisico simile all’aerobica popolare negli anni ’80.

Yoga significa unione, e a livello globale ciò implica il riconoscere che le coscienze individuali siano collegate tra loro, in modo amorevole, proprio come una madre dedica amorevoli cure ad un neonato, con spirito di servizio, ricambiata a sua volta dall’amore del bimbo, che a lei si rivolge per sentirsi sicuro e amato. Se questa connessione fosse attiva tra tutti gli esseri viventi, oggi, potremmo dire che tutto il mondo vive in uno stato di Yoga. Ma prima che ciò avvenga, dobbiamo cercare di arrivarci a livello personale.

Ogni cellula è dotata di coscienza, e ritengo che la perfetta salute e lo stato di Yoga all’interno di un corpo umano composto da circa 50 trilioni di cellule possa manifestarsi quando ogni singola cellula tratta l’altra con spirito materno, e si sente a sua volta trattata come un neonato tra le braccia della madre. In altre parole possiamo dire che la perfetta salute e lo stato di Yoga sono presenti nel corpo quando al suo interno l’energia e l’informazione circolano liberamente. In termini scientifici questo avviene quando il sangue circola agevolmente nel corpo, senza che il cuore sia sottoposto a stress eccessivo, e quando il sistema nervoso parasimpatico (preposto al rilassamento e ai processi anti-invecchiamento) predomina sul sistema nervoso simpatico (preposto alla reazione primitiva “attacco o fuga”).

Tuttavia, nello Yoga contemporaneo come in molti altri tipi di attività fisica, quando il corpo avverte un aumento del battito cardiaco, un aumento della ventilazione respiratoria al minuto, un aumento della tensione o dell’allungamento muscolare, entriamo automaticamente sotto il controllo del sistema nervoso simpatico. La risposta inconscia del corpo a questo tipo di attività è pensare che ci sia qualcosa di sbagliato, che dobbiamo cambiare registro e che non stiamo per niente bene. Il corpo tende quindi a ridurre, se non addirittura chiudere, le funzioni del sistema digestivo, del sistema immunitario e degli organi di riproduzione.  La capacità di assorbire i nutrienti e di eliminare le scorie viene ridotta drasticamente, così come la capacità di riprendersi da un infortunio o da una malattia. E le cellule non possono riprodursi o crescere, poiché anche le funzioni ormonali sono ridotte quando il nostro sistema riproduttivo si blocca.  In una simile situazione il sistema simpatico aumenta la sua attività, stimolato dall’iper-estensione o dall’iper-contrazione muscolare. Con il respiro affannoso e il battito cardiaco elevato, le emozioni dominanti, a livello inconscio, sono paura, rabbia, aggressività, competitività e assenza di sicurezza. Niente di tutto questo mi ricorda, neanche lontanamente, lo Yoga descritto negli Yama e Niyama degli Yoga Sutra di Patanjali.  

Penso che se stiamo praticando uno yoga autentico, dovremmo provare sensazioni di amore, felicità e sicurezza durante tutta la pratica, e non solo durante il rilassamento. Credo che la pratica debba migliorare e non ridurre le funzioni digestive, la risposta immunitaria e la funzionalità ormonale; e che è questo a creare la possibilità di ottenere salute, felicità e longevità.  La nostra pratica Yoga dovrebbe favorire l’aumento della circolazione sanguigna senza il bisogno di accelerare il battito cardiaco, come avviene quando uno yogi riesce a meditare, nudo, nella neve senza sentire freddo. Ottenere questo stato di Yoga è possibile, ed è il modo in cui una persona sana sceglie di approcciare l’autentica pratica dello Yoga. Esistono infatti 11 diversi modi per aumentare la circolazione sanguigna senza alterare il battito cardiaco. Ma per arrivarci, non è possibile imparare e diventare insegnanti di yoga in un mese. E soprattutto nessuno può apprendere lo yoga autentico da un insegnante che ha al suo attivo un corso per insegnanti di un mese, o una pratica di pochi anni. Mi sembra che il problema maggiore nello yoga moderno sia proprio questo, che viene diffuso e insegnato da persone che non conoscono l’essenza dello yoga autentico e a cui manca la preparazione tradizionale e il background scientifico richiesti per trasformare gli insegnamenti più antichi in uno strumento adatto al corpo moderno, che è così radicalmente influenzato da uno stile di vita sedentario in un ambiente estremamente stressante. 

Molte tra le persone che frequentano oggi i corsi di yoga hanno problemi muscolo-scheletrici, situazioni fisiche diagnosticate o no, o addirittura problemi psichici importanti. Gli insegnanti di yoga moderni spesso non si rendono neanche conto di questi problemi. Altri insegnanti, spesso dotati di qualifiche minime, addirittura proclamano di poter curare questi disturbi come farebbe un fisioterapista, un medico o uno psicologo. Mi piacerebbe venisse applicata una formazione più severa per chi insegna Yoga, simile a quella attiva per medici, fisioterapisti e psicologi. A molti la mia visione potrà sembrare estrema; ma se aveste un serio problema di salute, fisico, fisiologico o psicologico, come vi sentireste se foste in cura da un medico che ha studiato solo un mese? Ve la sentireste di affidargli la vostra salute?” 

Francesca d’Errico

Simon Borg-Olivier è uno degli insegnanti di Yoga più noti e preparati al mondo. I suoi corsi, estremamente dettagliati grazie alla sua formazione medica, sono disponibili anche online, sul suo sito Yoga Sinergy.

Il mio libro “Tracce di Yoga” è disponibile in tutte le librerie, su Amazon e sul sito dell’Editore Tracce per la Meta. Per chi fosse interessato a conoscere la mia visione dello Yoga, ne parlo a Tempo di Libri 2018 a questo link.

Tracce di Yoga: tra Asana e meditazione

Che cos’è “Tracce di Yoga”? E perché ho scelto di dare questo titolo al mio libro?

Da tempo volevo mettere nero su bianco la mia esperienza con la pratica che mi ha cambiato la vita. Ho iniziato il cammino nello Yoga ormai vent’anni fa, e come ho spesso ripetuto su queste pagine, mi sono sempre sentita molto “piccola” e umile di fronte all’immensità di questa disciplina che spazia tra filosofia, spiritualità, terapia per il corpo e per la mente. Di tutto e di più è stato scritto in materia: testi che ne hanno spiegato i benefici fisici, trattati di anatomia e yoga, libri su come costruire le sequenze e altri su come approcciare ogni singolo Asana, senza contare i testi “sacri” di questa disciplina, primo fra tutti gli Yoga Sutra di Patanjali. Chiunque abbia fatto un corso per insegnanti, e chiunque abbia sviluppato da semplice praticante un interesse più profondo per lo Yoga ha una libreria ben fornita dove spiccano nomi altisonanti, ben più importanti del mio.

E’ innegabile che negli ultimi anni l’attenzione si sia però sempre più spostata verso la pura fisicità della pratica, con effetti a volte controversi e spesso fonte di dibattito tra “vecchie” e “nuove” scuole. La mia intenzione nello scrivere questo libro era di fornire a chi pratica e a chi desidera avvicinarsi allo Yoga una visione un po’ diversa, una prospettiva spirituale che tuttavia non trascurasse il veicolo attraverso cui accediamo agli aspetti più profondi di questa disciplina: il corpo. E soprattutto, volevo offrire a tutti noi praticanti occidentali, alle prese con le mille sfide del quotidiano, un testo agile, da poter leggere nei ritagli di tempo, per praticare lo Yoga fondendo il suo aspetto più fisico alle sue enormi potenzialità spirituali – trasformando ogni gesto in una piccola meditazione, e stimolando il lettore ad andare oltre, a cercare ancora.

Volevo scrivere un libro che potesse diventare un compagno di viaggio, con cui confrontarsi lungo il cammino. Un libro che diventa un amico, e ci spiega in modo semplice perché eseguire un Asana, raccontandone il segreto.

Grazie a Marco Pantani, fotografo innamorato della Natura, ho potuto accompagnare al testo immagini che raffigurano il significato del termine Asana: stabilire un contatto con la Terra. Grazie a Paola Surano e Laura Dalzini, di Tracce per la Meta, ho potuto trasformare il mio progetto in un libro. Rileggendolo, mi sono accorta di come lo Yoga abbia parlato attraverso di me in tutti questi anni. Ci sono tante persone a cui vorrei dedicare le pagine che spero leggerete. Persone che mi sono state accanto in questo cammino, dandomi fiducia. Altre che avrei voluto portare con me, ma che ancora non erano pronte. Ecco, questo libro è anche per loro. Magari un giorno aprendolo a caso, si riconosceranno in una posizione e cominceranno a riscrivere la loro storia attraverso lo Yoga.

Ci sono poi tanti maestri che voglio ringraziare, da Sharon Gannon a Saraswathi Jois, Hamish Hendry, John Scott, Louise Ellis, Greg Nardi, Gingi Lee, Anurag Vassallo. Persone meravigliose che mi hanno introdotta, guidata, ricondotta (quando pensavo di aver perso il filo) e accompagnata per mano in questa meravigliosa storia d’amore con lo Yoga.

“Tracce di Yoga” è diventato il mio piccolo omaggio alla pratica che mi ha reso ciò che sono oggi. Una persona (che cerca di essere) libera.

Il libro uscirà nelle librerie e su Amazon a dicembre. Ma potete pre-ordinare la vostra copia online al prezzo speciale “early bird” sul sito dell’editore Tracce per la Meta, cliccando su questo link: Tracce di Yoga per riceverlo prima di tutti. Non dimenticate, una volta effettuato l’ordine, di inviare una mail a info@tracceperlameta.org con il vostro indirizzo.

Ci vediamo sul tappetino, e tra le pagine di Tracce di Yoga.

Uno Yoga senza estremisti

Photo: Marco Pantani

Spesso i praticanti di Ashtanga Yoga vengono “accusati” di essere in qualche modo “estremisti”. Certo sarà capitato a tutti di incontrare uno yogi particolarmente zelante ed entusiasta del metodo praticato. “Solo il mio metodo funziona”, sembra esprimere con ogni suo gesto e atteggiamento. Eppure nulla è più lontano dallo Yoga di simili affermazioni, almeno se vogliamo appellarci al primo testo al mondo che, circa 6000 anni fa, Patanjali compose a proposito di questa pratica. Negli Yoga Sutra infatti, un verso in particolare rimette tutto in prospettiva:

Yoga Sutra 1,12:

“Le fluttuazioni della mente cessano attraverso la pratica e la disidentificazione”

Leggevo proprio oggi sul blog di Gregor Maehle, Chintamani Yoga, una bella interpretazione di questo Sutra. Ho pensato di tradurla per voi, per stimolare una riflessione: siamo capaci di praticare la disidentificazione (“vairagya”, più spesso tradotto come non attaccamento) sul tappetino e nella vita? E soprattutto, quando l’attaccamento (o l’identificazione) diventa un ostacolo non solo alla meditazione, ma allo svolgersi sereno della nostra esistenza? Mi è piaciuta molto la traduzione di Gregor del termine “vairagya” in “disidentificazione”. Il suo opposto, l’identificazione, è proprio quello che spesso vedo capitare ad alcuni yogi soprattutto all’inizio del loro percorso: il sentire di avere raggiunto un obiettivo spirituale solo attraverso l’identificazione con una determinata pratica. Vediamo come affronta questo tema Gregor.

“Patanjali afferma in questo Sutra che le fluttuazioni della mente cessano attraverso la pratica e la disidentificazione. La parola chiave qui è semplicemente “e”. Infatti, l’applicazione di uno solo di questi due concetti porta la mente verso i suoi estremi. Se pratichiamo e basta, tendiamo a sviluppare affermazioni come “la mia pratica è l’unica che funziona”, “solo l’Ashtanga è il modo corretto di praticare Yoga”, “solo lo stile Mysore è il modo corretto di condurre una lezione di Yoga”. Arriviamo in breve a convinzioni peggiori, “solo il mio Dio è il vero Dio”, “solo il capitalismo è la forma corretta di economia” e “solo la democrazia è il modo corretto di fare politica”.

Tutte queste affermazioni hanno in comune la convinzione che esista una sola verità, ad esclusione di tutte le altre. Nello yoga, un simile atteggiamento viene definito “solare”. E’ dominante quando il prana fluisce attraverso il canale energetico solare (pingala), che parte dalla narice destra. Possiamo definirla una tendenza al fondamentalismo. Ci rende impossibile riconoscere che una posizione diversa dalla nostra possa essere altrettanto valida. E’ una trappola della mente, che si illude di aver identificato la realtà, imponendo su di essa una visione estrema, simile ad un tunnel.

Cadiamo tuttavia nella trappola opposta se ci appelliamo solo alla disidentificazione, escludendo la pratica. In questo caso, tendiamo a sviluppare affermazioni come “Tutte le strade portano allo stesso risultato”, “Tutto è Yoga”, “Tutto è sacro”, “Ognuno deve vivere secondo la sua verità”, “Ognuno deve fare ciò che crede meglio”. E arriviamo a convinzioni più generalizzate, come “Tutte le affermazioni, le filosofie e le religioni sono valide”. Queste affermazioni hanno tutte in comune la convinzione che esistano molte verità, in grado di cancellare la verità assoluta. Nello Yoga, un simile atteggiamento viene definito lunare: diventa dominante quando il prana fluisce attraverso il canale energetico lunare, che parte dalla narice sinistra. Un atteggiamento lunare ci porta a rinunciare prima ancora di iniziare, rendendoci incapaci di cambiare. Secondo questo atteggiamento, è inutile cambiare, perché vado già bene così: anzi, tutti vanno bene così come sono. L’estremo lunare ci rende impossibile riconoscere le opinioni sbagliate, e ci impedisce di rifiutare visioni e valori che, sebbene accettabili in generale, non sono quelli giusti per noi.

Se tutti stanno bene così come stanno, perché il 50% dell’umanità vive in povertà? Perché da millenni viviamo in uno stato permanente di guerra? Perché le nostre prigioni e i manicomi sono pieni e perché il pianeta cerca di ribellarsi ai torti che noi umani gli infliggiamo? Possiamo dire che l’atteggiamento lunare è, in pratica, relativismo. Dato che tutto è vero, a seconda dell’angolazione da cui lo osserviamo, non dobbiamo preoccuparci di nulla. Il relativismo è una trappola della mente, che ritiene di definire la realtà attraverso una visione estrema. La realtà, secondo lo Yoga, non si trova negli estremi della mente. Essa riposa nel centro, al riparo dagli estremismi – e dagli estremisti.

Il “centro” ha, nello yoga, molti nomi: Brahman, purusha e hrdaya, il cuore. Tra questi nomi troviamo anche sushumna, il canale energetico centrale. Quando il prana fluisce attraverso questo canale, la mente è libera dagli estremismi solari e lunari. E’ in questo momento che le fluttuazioni della mente cessano. Per raggiungere questo stato, Patanjali suggerisce di combinare l’azione della pratica e della disidentificazione. Si tratta di un paradosso, perché questi due estremi sono agli opposti. E devono esserlo, altrimenti la mente non potrebbe capire cosa sta succedendo, e questa sarebbe un’ulteriore simulazione della realtà, e non la verità.

Nel mio commento agli Yoga Sutra del 2006 parlavo di non attaccamento. Oggi preferisco tradurre ‘vairagya’ come “disidentificazione”. Devo questa revisione all’affermazione di  T. Krishnamacharya, secondo cui il non attaccamento non si adatta ai grhastha, alle persone che hanno una famiglia, ovvero la maggior parte di noi. Krishnamacharya affermava che per chi ha una famiglia non è giusto provare non attaccamento per il proprio coniuge, i propri figli, per i doveri verso la società e verso il Divino”.

E devo dire che anche io sono d’accordo.

Gregor Maehle

Traduzione e commenti – Francesca d’Errico

Hatha Yoga, la ricerca di uno standard

… Ovvero standardizzare ciò che non ha standard

Recentemente mi sono occupata su queste pagine della difficile situazione dello Yoga e degli organismi che tentano di creare degli standard per l’insegnamento di questa disciplina (come la Yoga Alliance). Scorrendo l’interessante blog di James Dylan Russell, ho scoperto che anche in UK, dove mi sono formata come insegnante dieci anni fa, la situazione si sta complicando, riflettendo un dilemma che sta diventando di proporzioni globali. La domanda che si pone sempre più frequentemente, soprattutto tra praticanti avanzati e insegnanti, è se è davvero possibile identificare degli standard che qualifichino all’insegnamento dello Yoga, e sotto quale egida debba finire la nostra amata pratica. In Italia, al momento sembra che il CONI stia per cambiare idea togliendo lo Yoga dalle discipline sotto il suo patrocinio, azione che getterebbe non poco scompiglio a livello organizzativo e fiscale per quasi tutte le scuole italiane (sebbene io stessa nutra delle perplessità sull’inserimento dello Yoga tra le discipline sportive, principalmente perché la sua caratteristica è proprio l’assenza – almeno come principio – di competizione nella pratica).

Anche all’estero la situazione si fa difficile. Si direbbe che, un po’ ovunque, le amministrazioni pubbliche abbiano “fiutato” nel dilagare dello Yoga aria di business, e più che interessarsi alla qualità dell’insegnamento, rivolgano la loro attenzione a come tassare quella che probabilmente ritengono una fonte di guadagni (ahimé assai scarsi, e chi lavora seriamente lo sa) finora passata inosservata. In realtà, e chi insegna lo sa bene, a guadagnare non sono quasi mai scuole ed insegnanti, che si limitano a restare a galla, ma i business paralleli allo yoga, che sfruttano la sua attuale popolarità in modo più o meno onesto. Ma questa sarebbe materia di un altro post: quello che mi ha colpito nell’articolo di James è invece l’aspetto filosofico che sottende la questione, ovvero se sia davvero possibile, in quale misura e da parte di chi, creare uno standard identificativo per chi insegna con serietà e passione. Lascio a voi le riflessioni del caso, e traduco qui di seguito il bellissimo lavoro di James.

Hatha Yoga Pradipika – immagini di Global Hindus

“La comunità Yogica britannica si è recentemente trovata a discutere in modo acceso la proposta governativa di creare degli standard occupazionali nazionali per l’insegnamento dello Yoga (National Occupational Standards, NOS). Molti insegnanti mettono in dubbio le capacità dell’organizzazione preposta all’identificazione di questi standard, la Skills Active (SA), che sta rivolgendo la sua attenzione proprio alle forme di Hatha Yoga.

‘Il NOS si limiterà a coprire l’insegnamento dei principi fondamentali dell’Hatha Yoga, e non intende controllare o classificare i singoli insegnanti, le loro pratiche e il loro credo. Il processo di sviluppo del NOS si concentrerà sull’insegnamento dell’hatha yoga, che non prevede pregiudizi, scopi o obiettivi religiosi, quindi promuoverà lo yoga in senso inclusivo, aperto ad ogni fede e non confinato ad una sola’ (C. Larissey, Standards & Qualifications, SA)

Da praticante di Hatha Yoga, questa dichiarazione mi porta a considerare:

  1. Quali sono, ed esistono, i “principi fondamentali dell’Hatha Yoga”?
  2. E’ corretto dire che l’hatha yoga non ha pregiudizi, scopi o obiettivi religiosi?

Cos’è l’Hatha Yoga?

Hatha Yoga è una definizione generica che denota una serie di tecniche fisiche ed energetiche che facilitano l’esperienza dello Yoga. ‘Hatha’ è un termine sanscrito che significa ‘forza’. Tradizionalmente, il termine “qualifica gli effetti delle sue tecniche, piuttosto che gli sforzi richiesti per eseguirle” (Birch, 2011). Per esempio, l’esperienza dell’energia ascendente della kundalini attraverso l’asse centrale del corpo potrebbe essere definita una di queste ‘forze’.

Una interpretazione alternativa, e più recente, fornita da Sri K. Pattabhi Jois, recita:

“Per comprendere il termine Hatha, dobbiamo sapere che ‘ha’ identifica Surya Nadi (il canale energetico solare), e ‘tha’ Chandra Nadi (il canale energetico lunare). Il processo di controllo del prana (respiro) che si muove attraverso queste due nadi è conosciuto come Hatha Yoga”.

Entrambe le interpretazioni puntano ad una metodologia di trasformazione fisica, in cui l’energia sottile è diretta all’obiettivo ultimo, ‘moksa’ – o la liberazione dello/a yogin durante la sua esistenza terrena.

Origini

“Ode a Sri Ganesha/l’Hatha-pradipika è ora composto/mi inchino a Sri Adinath – Shiva, che propagò la saggezza dell’Hatha Yoga, che è considerata la scala per raggiungere il più alto stato del Raja Yoga” (Hatha-pradipika 1.1)

L’Hatha Yoga si è sviluppato originariamente nel nono-decimo secolo ed è una sintesi di Tantra e Ascetismo, che consolida un vasto spettro di tecniche che si concentrano sul contenimento dell’energia sottile; trattenimento del seme e risveglio di una potente energia spirituale – ‘kundalini sakti’. I pionieri dell’hatha yoga erano asceti che vivevano ai margini della società indiana. Inizialmente, i loro insegnamenti venivano trasmessi oralmente, e a partire dall’undicesimo secolo vennero trascritti in sanscrito. L’Hatha Yoga crebbe quindi in popolarità attirando a sé seguaci Induisti, Buddisti, Jainisti, Musulmani e Sufi. Uno dei primi manuali illustrati di hatha è un testo persiano chiamato ‘Bahr al-hayat’ – Acqua di Vita (1602).

Sebbene l’interesse nell’hatha yoga incontri un declino tra il 18esimo e il 19esimo secolo, il 20esimo secolo mostra un rinascimento di questa disciplina, capeggiato da maestri come T. Krishnamacharya, Swami Kuvalayananda e Swami Sivananda, che combinano l’hatha con lo Yoga di Patanjali, i Neo-Vedanta e il Tantra.

Nel convergere con la modernità, i parametri e l’identità dell’hatha sono mutati, e molti dei suoi elementi più estremi ed esoterici si sono persi. L’automortificazione si è intersecata con la cultura fisica occidentale: il patriarcato con il femminismo e la rinuncia con il consumismo. La pratica che ne è emersa promuove l’hatha come un’attività che mira alla salute e al benessere a tutto tondo. In questa nuova veste l’hatha yoga è stato esportato con successo in occidente, dove vive una rinnovata popolarità.

L’Hatha moderno

Contemporaneamente, lo yoga transnazionale è spesso caratterizzato dall’enfatizzazione degli asana – posizioni, al punto che per molti la parola ‘hatha’ è diventato sinonimo di posture:

“Hatha si riferisce semplicemente alla pratica delle posizioni fisiche dello yoga, quindi Ashtanga, Vinyasa, Iyengar e Power Yoga sono tutti appartenenti all’Hatha Yoga” (YogaJournal.com – n.d.t.: e questa definizione superficiale arriva dalla testata di Yoga più famosa al mondo. Aiuto).

I ricercatori hanno coniato il termine ‘Yoga Posturale Moderno’ per distinguere questo approccio dal più vasto sistema dell’hatha yoga. Per alcuni insegnanti, ‘hatha’ può sembrare un’etichetta sempre più ridondante e legata a un sistema medievale che ha ben poco a che fare con la loro personale interpretazione dello yoga. Molti altri insegnanti continuano ad allineare il loro yoga con l’hatha, ed è uso comune trovare l’hatha yoga nell’orario di centri o palestre – termine che solitamente denota una lezione facile, che può contenere una varietà di pratiche.

L’Hatha Yoga è alla fine un concetto amorfo, generico, in cui il significato è costruito, formato e adattato attraverso le pratiche e le esperienze condivise da chi vi partecipa.

I principi fondamentali dell’Hatha Yoga?

Tra i testi principali e fondamentali dell’hatha yoga sono riconosciuti: ‘Hatha-pradipika (15esimo secolo), ‘Siva Samhita (16esimo) e ‘Gheranda Samhita’ (17esimo). Sono testi che descrivono in dettaglio molti dei gruppi chiave delle pratiche comuni a quasi tutte le tradizioni:

  • Yama & Niyama – restrizioni etiche e osservanze individuali (HP)
  • Asana – posture (HP, GS)
  • Sat-karma/Kriya – purificazioni (HP, GS)
  • Mudra & Bandha – continimento delle energie sottili (HP, GS, SS)
  • Pratyahara – ritiro sensoriale (GS)
  • Pranayama & Kumbhaka – regolazione/sospensione del respiro/forza vitale (HP, GS)
  • Dhyana – meditazione (HP, GS, SS)
  • Samadhi – chiara percezione (HP, GS, SS)

Sebbene queste componenti formino la base pratica dell’hatha yoga, la definizione ‘principi fondamentali’ è inadatta, poiché le pratiche non sono prescritte come pre-requisiti assoluti o soggetto di fede.

All’interno del più vasto contesto dello yoga, alcuni autori hanno posizionato l’hatha come ausiliario alla pratica del raja yoga (yoga regale) che viene variamente ascritto al Tantra o allo Yoga di Patanjali: “Non è possibile avere successo nel Raja Yoga senza Hatha, e viceversa” (Hathatatvakaumudi 2.28)

Spiritualità rappresentata

A differenza di tradizioni yogiche antecedenti, in cui il corpo è respinto come un ostacolo alla liberazione, gli hatha yogin utilizzano il corpo come strumento per la liberazione, e in virtù del loro ‘sadhana’ (pratica), trasformano il ‘ghata’, il vascello corporeo, da mondano a divino.

“L’Hatha Yoga non cerca la mera esperienza trascendentale. Il suo obiettivo è trasformare il corpo umano rendendolo un veicolo utile alla realizzazione individuale”. (Fuerstein 1990)

La concezione del corpo è metafisica: è percepito come una sottile matrice di canali e vortici energetici, attraverso i quali l’energia spirituale e il potenziale super-umano posso essere percepiti e resi manifesti.

“Il corpo non è, per l’hatha yogin, mera massa di materia vivente, ma ponte mistico tra esistenza fisica e spirituale” (Aurobindo, 1970)

Pregiudizio religioso

  1. “Religione: una serie di credo relativi alla causa, alla natura e allo scopo dell’universo, specialmente quando lo si considera la creazione di uno o più agenti super umani, solitamente comprensiva di osservanze e rituali votivi, e spesso contenente un codice morale che governa la condotta delle vicende umane.
  2. Una specifica serie di credo e pratiche generalmente concordate da un numero di persone o da sette: la religione cristiana, la religione buddista.
  3. Un corpo di individui che aderiscono ad una particolare serie di credo e pratiche.” (dictionary.com)

Se ci basiamo sulle definizioni sopra elencate, l’hatha yoga corrisponde a molti dei criteri di una religione:

1.  Una serie di divinità e agenti sovrannaturali vengono citati in seno alla sua letteratura. Queste entità sono generalmente associate all’Induismo, o al suo vernacolo precedente, ‘Sanatana-Dharma’.

“Una volta avvicinai Brahma, che sedeva su un fiore di loto, dotato di quattro volti, eterno e non deperibile, creatore del mondo e di tutti i suoi oggetti animati e inanimati, noto come ‘parameshti’. Esprimendogli la mia devozione e prostrandomi dinanzi a lui con riverenza, gli chiesi della materia (lo Yoga) di cui voi mi chiedete ora” (Yoga Yajnavalkya 1.17-18).

Sebbene il panteon delle divinità frequenti i testi dell’hatha, e le pratiche votive facciano parte del sadhana di alcuni yogin, le tecniche non sono settarie. Il credo in dottrine teologiche o nell’eziologia è opzionale, così che il successo nell’hatha yoga non dipende dalla fede o dalla provvidenza divina. Un ‘codice morale che regola le vicende umane’ è presente nel corpo dei dieci Yama e dieci Niyama, restrizioni etiche e osservanze individuali (in modo simile, l’Ashtanga Yoga di Patanjali contiene 5 yama e 5 niyama).

“Per essere degni di insegnare, gli studenti devono prima rispettare i requisiti morali noti come Yama e Niyama, pre-requisiti morali allo studio dello Yoga” (Theos Bernard, 1950).

2. I praticanti partecipano ad una varietà di pratiche, condividendo e affermando il credo fondamentale che tali pratiche abbiano il potenziale di facilitare la crescita individuale. La struttura di una tipica lezione moderna di yoga è altamente ritualizzata e i temi della trasformazione e della trascendenza restano centrali. Robert Orsi ha classificato queste tipologie di esperienze e narrative condivise come “religione vissuta”.

3. La comunità globale dei praticanti di hatha è un esempio di “gruppo di persone che aderiscono ad una particolare serie di credo e di pratiche”.

Sebbene il pregiudizio religioso possa essere dimostrato con certezza, l’hatha yoga è sempre stato inclusivo – attirando e accogliendo praticanti provenienti da una moltitudine di fedi e comunità:

“Che sia un bramino, un asceta, un buddista, un jainista, un portatore di teschi o un materialista, il saggio che si impegna con fede e devozione costante alla pratica dell’hatha yoga sarà premiato con il successo” (Dattatreyyogasastra – il testo più antico sull’insegnamento dell’hatha yoga).

Scopi e obiettivi

Storicamente l’hatha yoga ha un definito proposito, che è condiviso in tutte le tradizioni: ‘Moksa’, la liberazione dall’inerente ‘Duhkham’, difficoltà del ‘Samsara’, l’esistenza terrena.

“Non c’è altra via se non lo yoga, che porta alla liberazione dell’essere umano” (Hathatatvakaumudi, 1.18)

Gli scopi associati dell’hatha yoga (passato e presente), includono: la trascendenza, l’immortalità, un corpo adamantino, il benessere, la buona salute, il contenimento del seme, i poteri soprannaturali, la pace mentale, la meditazione, la regolazione del respiro, la realizzazione individuale, l’illuminazione e la terapia. Tutte queste aspirazioni condividono la fondamentale premessa che l’hatha yoga sia un mezzo per la crescita individuale.

Conclusione

L’Hatha Yoga è un cammino di trasformazione fisica e liberazione spirituale. Sebbene il termine ‘principi fondamentali’ sia inappropriato, esistono serie distinte di tecniche comuni a molte tradizioni. Comunque, nessuna di queste parti è obbligatoria, ed è presente una considerevole libertà di adattamento e innovazione.

L’Hatha Yoga si è evoluto attraverso le lenti filosofiche e la visione del mondo del Sanatana Dharma, e, in ciò, è dimostrabile un pregiudizio. Ha inoltre definiti scopi e obiettivi. I temi della trasformazione personale, della trascendenza, della meditazione e della liberazione sono durevoli e persistenti. Un buon numero di praticanti sceglie di seguire l’hatha yoga insieme ad altre forme di yoga, spiritualità e indagine personale.

Tuttavia, per alcuni praticanti contemporanei, l’hatha yoga non è un’attività religiosa né spirituale. Un’interpretazione popolare dello Yoga è concepirlo come una serie di esercizi respiratori e di allungamento per il raggiungimento della forma fisica e della salute. Alcuni rigettano interamente il termine Hatha e la sua associazione con un sistema arcaico che ha ben poco in comune con la loro pratica.

Quindi: mentre per alcuni l’hatha yoga è una pratica religiosa, o un’aggiunta ad altre forme di religione e spiritualità, per altri non lo è. Entrambe le prospettive sono valide e importanti. La libertà ideologica si è alimentata in tutta la storia dell’hatha yoga e ritengo sia cruciale continuare ad onorare e rispettare la nostra diversità collettiva.

Nella dichiarazione rilasciata originariamente da Skills Active si dice che il NOS “non intende controllare o classificare i singoli insegnanti, le loro pratiche e il loro credo”. Tuttavia la stessa dichiarazione descrive l’hatha yoga come privo di “pregiudizio, scopo o obiettivo religioso”. Sembra esserci una contraddizione dovuta ad una scarsa comprensione della pratica stessa.

La mia preoccupazione è che se lo standard proposto si concentrasse principalmente sulla pedagogia posturale, sarebbe riduttivo e fallirebbe nell’assimilare l’immenso scopo dell’hatha yoga. Non possiamo ignorare significato, cultura, costumi e testi che appartengono a una tradizione che ha migliaia di anni. Allo stesso modo, non possiamo ignorare i mille diversi modi in cui le persone oggi scelgono di costruire significato e identità nel partecipare alle metodologie di questa tradizione. L’Hatha Yoga è un fenomeno transnazionale che affonda le sue radici nelle tradizioni spirituali dell’Asia meridionale. Come tale, ritengo che dovrebbe essere considerato in seno ad un contesto globale e dalla prospettiva dei suoi partecipanti, insegnanti, ricercatori e degli yogin indigeni.

Mi oppongo al tentativo che una minoranza che si è autoeletta imponga la sua interpretazione dello yoga su una vastissima comunità. Uno standard per l’hatha yoga che manchi di considerare l’intera vastità delle sue pratiche e la diversità dei suoi praticanti, finirebbe per legittimare la secolarizzazione, la diminuzione e la trivializzazione di una tradizione vibrante e viva.

“Non esiste uno standard per l’insegnamento dell’hatha yoga, perché non esiste uno standard per la pratica dell’hatha yoga”.

– James Dylan Russell

James Dylan Russell

Traduzione e commenti, Francesca d’Errico

Jivamukti Yoga FOTM: Matsyendranath, Il Pesce

una rappresentazione di Matsyendranath

Il Focus del Mese di Jivamukti Yoga riprende un concetto che a me piace moltissimo, ovvero l’analisi mitologica e spirituale degli Asana. Il simbolismo legato alle singole posture ci consente di andare oltre la loro espressione fisica, arricchendo la nostra pratica di un significato più profondo. Cosa significa “persona”, per noi? Sharon Gannon ci invita alla riflessione e come sempre, a portare lo yoga oltre il tappetino.

Traduco oggi per voi il Focus del Mese di Marzo, scritto proprio dalla co-fondatrice del metodo, Sharon Gannon. E vi invito a visualizzare, durante la vostra pratica, Matsyendranath, per ricordare che l’origine di Tutto è Uno. Buona lettura!
 
hānan eṣāṁ kleśavad uktam
 
L’ostacolo principale alla pratica dello Yoga è il nostro pregiudizio, basato sulle nostre preferenze.
PYS IV. 28
“Un giorno, tanto tempo fa, il forte, saggio, onnipotente Dio della Trasformazione, Shiva, raccontò alla sua compagna, la Dea Parvati, la sua più recente scoperta: lo Yoga. Le parlò a lungo, senza accorgersi che Parvati si stava annoiando. Dopo tutto, era stata proprio lei a creare l’intero sistema dello yoga, e certo non aveva bisogno di essere indottrinata. Mentre Shiva si dilungava, Parvati allungò la mano verso l’acqua e cominciò ad accarezzarla, creando piccoli vortici che si trasformarono in onde. Un pesce si accorse che sulla riva stava accadendo qualcosa di interessante e si staccò dal branco per andare a dare un’occhiata. Quel pesce, di nome Matsya, cominciò rapito ad ascoltare gli insegnamenti di Shiva. Quando Matsya gli chiese di ripetere tutto dall’inizio, Shiva accettò di slancio, senza mostrare alcuna sorpresa per il fatto che Matsya fosse un pesce. Shiva dedica infatti ad ogni anima lo stesso rispetto. Determina il valore di un essere vivente considerando il suo sincero desiderio di conoscere la verità, e non in base ad età, fede, genere o specie di appartenenza.
Shiva diede un nuovo nome a Matsya, Matsyendranath o “Signore dei Pesci” (Matsya significa infatti pesce in sanscrito, mentre indra significa signore). Gli disse di andare ad insegnare agli altri il metodo dell’Hatha Yoga. Funziona proprio così anche oggi: il maestro insegna allo studente, e il ruolo dello studente è diventare a sua volta maestro. Matsya fu dunque il primo studente a diventare maestro, e a trasmettere ad altri i suoi insegnamenti. Lo yoga è trasmesso da un maestro ad uno studente in una linea ininterrotta che vive fino ai giorni nostri. Chiunque oggi si consideri un maestro di Hatha Yoga, discende da quel pesce, Matsya.
Nelle prime pagine dell’Hatha Yoga Pradipika, l’autore, Swatmarama, riconosce la sua discendenza da Adinath (Shiva) a Matsyendranath. Tuttavia oggi sono in molti a dubitare che il primo studente di yoga fosse un pesce. Come è possibile? Un pesce non può certo eseguire eka pada shirshasana e tanto meno padmasana! L’assunzione automatica dei più è che Matsya fosse un uomo. Forse aveva occhi, scaglie o altre caratteristiche che lo facevano somigliare ad un pesce. In India, Matsyendranath è spesso raffigurato come un uomo forte, con folti capelli e lunga barba, e con due gambe al posto della pinna.
Perché riteniamo inconcepibile che un pesce possa aver ricevuto direttamente da Dio degli insegnamenti, diventando quindi un guru? Semplicemente a causa dei nostri radicati pregiudizi. Gli esseri umani ritengono arrogantemente di essere l’unica specie del pianeta dotata di consapevolezza, intelligenza, linguaggio e anima. Pensiamo che sia sempre stato cos’, mentre in realtà tutti gli esseri viventi possiedono queste caratteristiche. Gli scienziati oggi concordano nel dire che la vita sul nostro pianeta era presente ben prima del nostro arrivo. C’è stata un’epoca in cui gli esseri acquatici erano ben più numerosi di qualsiasi altra forma di vita terrena. I Veda parlano delle dieci incarnazioni di Vishnu, e la prima è proprio quella di un pesce.
Tempo fa ascoltai qualcuno raccontare la storia di Matsyendranath e cercare di collegarla

Matsyendrasana

alla vicenda biblica di Jonah e della balena, nel tentativo di razionalizzare la presenza di questo “pesce”.  “Jonah,” diceva l’insegnante, “era un uomo che fu inghiottito da una balena. Era un saggio che viveva all’interno di una balena. Matsyendranath era come Jonah – un uomo nel corpo di un pesce. Quando trovate il nome di Matsyendranath nelle prime pagine dell’Hatha Yoga Pradipika, non dovete pensare che si parli di un vero pesce”. L’insegnante era irremovibile nella sua convinzione. Quando sentii la sua veemenza, mi chiesi: non è forse vero che all’interno di ogni pesce si trova, in realtà, una persona? Non sono forse persone tutti gli esseri viventi? Se definiamo persona un essere dotato di anima – un essere che può sentire, pensare, che ama la sua vita, che si prende cura dei suoi piccoli, dei suoi genitori – allora dobbiamo dire che certamente anche un pesce è una persona.
I Veda ci insegnano che tutto è Brahman—nell’universo non esiste nulla che non sia Dio. Dio risiede in ogni essere vivente nascosto dalla sua forma esteriore. La natura essenziale di tutte le anime è divina. La forma esteriore di qualsiasi essere o cosa non è l’identità eterna. Penso che un insegnante che non voglia farci credere che Matsyendranath fosse un vero pesce, non sia preparato a sposare questo concetto (n.d.t: Jivamukti Yoga non vuole “umanizzare” gli animali ma, al contrario, riconoscerne la loro dignità in quanto tali, in quanto esseri viventi dotati di coscienza). Il pregiudizio basato sulla specie di appartenenza può impedirci di comprendere questa idea. Spero che presto verrà il giorno in cui non considereremo gli animali inferiori a noi, e che, in qualità di insegnanti, non ci vergogneremo di insegnare il fatto che i grandi Maestri, a volte, possono apparire in forma diversa da quella umana.”
~ Sharon Gannon
Spunti per l’insegnamento:
  • Descrivete in che modo matsyendrasana ed altre torsioni purifichino manipura chakra liberandoci di avidya. Possiamo comprendere l’interconnesione tra tutti gli esseri viventi, quale che sia la loro specie di appartenenza.
  • Insegnate asana presenti nell’Hatha Yoga Pradipika.
  • Spiegate come una dieta ed uno stile di vita vegani possano essere di aiuto nella purificazione del corpo e della mente, rendendo più leggera la pratica Yoga.
  • Spiegate come l’obiettivo dello Yoga sia eliminare il nostro attaccamento alle preferenze soggettive. Ad esempio, durante la pratica fisica:
    • Nelle inversioni, saltate sempre utilizzando lo stesso piede?
    • Preferite praticare in un particolare punto della stanza, in un particolare momento della giornata? Provate a modificare luogo e orario della vostra pratica.
    • Preferite alcuni asana ad altri? Preferite dedicarvi all’apertura delle anche o agli inarcamenti? Interrogatevi sulle vostre preferenze e provate a lasciarle andare.

Traduzione di Francesca d’Errico

Pratyahara, come praticare il ramo dell’introspezione

Molti di voi, dopo aver letto la mia traduzione del post di David Frowley dedicato a Pratyahara, mi hanno chiesto alcuni esempi pratici per integrare questo ramo nella propria pratica. Di seguito alcuni spunti che fanno parte della mia pratica quotidiana, e che forse possono essere di aiuto a chi sta muovendo i primi passi in questo ramo dello Yoga. Si tratta di pratiche molto facili e di semplice esecuzione.

A livello di pratica fisica (asana), qualsiasi posizione (anche la più semplice) può fornirci spunti per esaminare l’interazione tra corpo, mente e sensi. Non solo attraverso il controllo e la direzione del respiro all’interno della postura, ma anche affinando la consapevolezza di ogni parte del corpo, concentrandosi sui punti di contatto con il terreno, e dirigendo il focus del nostro sguardo (drishti). Tutti elementi che, praticati contemporaneamente, contribuiscono a spostare la nostra attenzione verso l’interno, favorendo la calma mentale. Per questo motivo è importante, quando pratichiamo, scegliere un ambiente tranquillo, un momento della giornata in cui sappiamo di poter “spegnere” il contatto con l’esterno. Non solo: è importante anche imparare a praticare gli asana non tanto pensando al raggiungimento un obiettivo estetico, che per definizione è frutto di un paragone con qualcosa di esterno, quanto concentrandoci su cosa “sentiamo” quando entriamo, manteniamo ed usciamo da una posizione.
Pratyahara come abbiamo visto ha diverse forme, e una di queste (karma-pratyahara) riguarda il nostro modo di agire. Attraverso semplici gesti e osservanze, possiamo integrare Pratyahara non solo nella pratica fisica (asana), ma anche nel quotidiano.
Alcuni esempi pratici (e semplici) possono essere un breve digiuno, la rinuncia ad un pasto o ad un alimento che ci è particolarmente gradito; l’osservanza del silenzio per un periodo di qualche ora ogni giorno o su base regolare; il contenimento dei nostri impulsi passionali; evitare di cadere costantemente nel giudizio negativo o nel pettegolezzo, e quindi prediligere parole, azioni e pensieri positivi ed empatici; la scelta di allontanarsi per qualche ora al giorno dal nostro computer, dalla televisione o dallo smartphone – e naturalmente dai social networks.

La pratica della meditazione seduta, inoltre, può essere un efficace metodo per raggiungere Pratyahara, perché in una posizione mantenuta a lungo possiamo più facilmente passare in rassegna diversi aspetti (fisici e ambientali), fino a rivolgerci con maggiore decisione verso l’interno. Possiamo concentrarci, in sequenza, sui suoni che percepiamo, su ciò che vediamo, sulle sensazioni fisiche della posizione che abbiamo scelto, fino a guidare gradualmente la nostra mente verso l’interno, eliminando consapevolmente ad uno ad uno gli stimoli esterni – capacità piuttosto elusiva durante il nostro normale stato di veglia.

Infine, una sessione di Yoga Nidra guidata può consentirci di praticare Pratyahara in Shavasana (la posizione del cadavere), con immediati benefici di rilassamento fisico e mentale. A chi di voi non avesse la possibilità di partecipare ad una classe di Yoga Nidra, insieme ad un maestro, suggerisco di provare con “Guided Meditation” e “Guided Relaxation” di Jivamukti Yoga, scaricabili dal sito Jivamukti Yoga e realizzati magistralmente da Sharon Gannon e David Life.
Altre dieci interessanti pratiche per sviluppare Pratyahara si trovano sul blog di Anthony Grim Hall, Krishnamacharya Original Ashtanga Vinyasa Krama Yoga.
Buona pratica a tutti!
Pic by Alessandro Sigismondi

Pratyahara, il ramo dimenticato dello Yoga

Da tempo non trovavo un articolo interessante da tradurre a beneficio della comunità yogica italiana. Si sprecano ovunque i post dedicati agli asana e alla parte fisica della nostra pratica, ma negli ultimi anni è difficile trovare approfondimenti interessanti sui rami più spirituali dello Yoga. Questo ramo, in particolare, è il mio preferito. A cavallo tra i rami “esterni” e quelli “interni” della pratica, Pratyahara è la “porta” da oltrepassare per cogliere i benefici più profondi dello Yoga. Questo post, di David Frowley (uno tra i più importanti studiosi contemporanei dei testi Vedici), è disponibile nella versione in lingua originale sul suo blog “Sanskriti”. Buona lettura e buona pratica!
Francesca d’Errico by Alessandro Sigismondi
“Lo yoga è un immenso sistema di pratiche spirituali dedicate alla crescita interiore. A questo scopo, lo yoga classico incorpora otto rami: di questi, forse il meno conosciuto è Pratyahara. Quanti praticanti o insegnanti sono in grado di dare una definizione di Pratyahara? Qualcuno di voi ha mai fatto un corso o letto un libro di Pratyahara? Siete in grado di elencare qualche pratica di Pratyahara? Il Pratyahara fa parte della vostra pratica? Eppure, se non comprendiamo questo ramo, rischiamo di perdere un tassello importante senza il quale la nostra intera pratica perde in completezza.
Pratyahara è il quinto ramo, la sua posizione è dunque centrale, tra i rami più esterni e quelli più interni, tant’è che alcuni yogi lo incorporano tra questi. Entrambe le classificazioni sono corrette, poiché Pratyahara è la chiave che apre la porta agli aspetti più interiorizzati della pratica.
Non è possibile passare automaticamente dagli asana alla meditazione: per farlo, dovremmo saltare dal corpo alla mente, dimenticando tutti ciò che si frappone tra loro. Per effettuare questo passaggio dobbiamo imparare a controllare e sviluppare il respiro e i sensi, che collegano il corpo alla mente. E’ proprio qui che entrano in gioco Pranayama e Pratyahara. Con il primo impariamo a controllare e dirigere l’energia vitale, con il secondo impariamo a controllare e dirigere i nostri sensi; entrambi requisiti fondamentali ad una buona pratica di meditazione.
Come possiamo definire Pratyahara? Il termine si compone di due parole sanscrite, Prati e Ahara. Prati è una preposizione che significa “contro” o “lontano”. Ahara è un sostantivo che significa “nutrimento”, o meglio “ciò che portiamo dentro di noi”. Pratyahara significa quindi “controllo di ahara”, ovvero “conquista sulle influenze esterne”. E’ paragonabile ad una tartaruga che ritira le sue membra nel suo guscio, dove il guscio rappresenta la mente, e le membra rappresentano i nostri sensi. Il termine viene comunemente tradotto come “ritiro dai sensi”, ma implica molto più di questo.
Nel pensiero yogico esistono tre livelli di “ahara”, o nutrimento. Il primo è il nutrimento fisico che ci consente di ingerire i cinque elementi fondamentali per il nostro corpo. Il secondo sono le impressioni, che portano in noi le sostanze sottili necessarie al nutrimento della mente, ovvero le sensazioni che percepiamo attraverso vista, udito, tatto, olfatto, gusto. Il terzo sono le nostre associazioni, coloro che sul piano del cuore nutrono la nostra anima e ci influenzano attraverso i guna, sattva, rajas e tamas. Pratyahara è a doppio senso: da un lato ci porta ad evitare cibo, impressioni, sensazioni ed associazioni sbagliate, e dall’altro ci invita ad aprirci a cibo, impressioni, sensazioni ed associazioni positive. Non possiamo controllare la nostra mente senza una dieta e relazioni appropriate, ma soprattutto, Pratyahara ci invita a controllare le impressioni sensoriali che rendono la mente libera di rivolgersi all’interno. Distogliendo la nostra attenzione dalle impressioni negative, Pratyahara rafforza il “sistema immunitario” della nostra mente. Proprio come un corpo sano è in grado di difendersi dagli agenti patogeni che potrebbero minare la sua salute, una mente sana è in grado di allontanare da sé le influenze negative che potrebbero danneggiarla. Se i rumori e l’agitazione del quotidiano vi provocano disagio, praticare Pratyahara vi aiuterà; senza questa pratica vi sarà impossibile arrivare alla meditazione.
Pratyahara si manifesta in quattro forme: indriya-pratyahara (controllo dei sensi), prana-pratyahara (controllo del prana), karma-pratyahara (controllo delle azioni) e mano-pratyahara (ritiro della mente dai sensi). A ciascuna forma corrisponde un metodo.
Indriya-pratyahara, il controllo dei sensi, è la forma più importante di Pratyahara, e sicuramente quella più difficile da affinare considerato il bombardamento mediatico che ci invita costantemente a fare il contrario. La maggior parte di noi soffre di sovraccarichi sensoriali, risultato dei costanti bombardamenti mediatici (attraverso televisione, internet, radio, giornali, libri, notiziari, etc.). Alla base del funzionamento della nostra società commerciale sta la stimolazione del nostro interesse attraverso i nostri sensi. Veniamo esposti continuamente a colori vividi, situazioni emotivamente forti, rumori di ogni genere. Veniamo cresciuti nell’indulgenza sensoriale, che rappresenta la forma primaria di intrattenimento nella nostra società. Ma i sensi, come bambini non educati, hanno una loro volontà, che è primariamente istintiva. Sono loro a dire alla mente cosa fare: se non li educhiamo, ci domineranno con le loro continue richieste. Siamo talmente abituati alla continua attività sensoriale, che non siamo in grado di acquietare la nostra mente. Siamo ostaggio del mondo sensoriale e delle sue fascinazioni. Ci affanniamo a rincorrere la soddisfazione dei sensi dimenticando gli scopi esistenziali più elevati. Per questa ragione, Pratyahara è oggi forse il ramo dello yoga di cui abbiamo maggiore necessità.
Il vecchio proverbio “lo spirito è forte ma la carne è debole” ben si adatta a chi non sa controllare i propri sensi. Indriya-pratyahara ci dà gli strumenti di cui abbiamo bisogno per rafforzare il nostro spirito e ridurre la sua dipendenza dal corpo. Per controllo, non intendiamo la soppressione dei sensi (che porterebbe a sua volta alla rivolta) ma la loro appropriata motivazione e coordinazione”.
Traduzione di Francesca d’Errico

Ishvara Pranidana: il significato di lasciar andare

Su facebook oggi ho seguito una conversazione in cui è comparsa la definizione in sanscrito Ishvara Pranidhana. Come ogni cosa in sanscrito, l’interpretazione è fondamentale ed è per questo che, ancora una volta, ho attinto al sito Jivamukti Yoga per comprendere meglio il senso di una frase che può semplicisticamente essere tradotta come “arrendersi al divino”. Vediamo cosa suggeriscono Sharon Gannon e David Life al riguardo, in questo bellissimo post scritto da Sofi Dillof.

Yoga Sutra I,23
“La parola Yoga può essere utilizzata in due modi: come sostantivo, o come verbo. Nel primo caso, Yoga è riferito allo stato naturale del nostro essere, in cui non ci identifichiamo più con il corpo e con la mente, ma riconosciamo in noi stessi la forza vitale infinita e comune a tutti gli esseri viventi e ad ogni aspetto dell’universo. E’ sinonimo dello stato di Illuminazione, Samadhi, o Realizzazione Divina. Nel suo secondo utilizzo, come verbo, la parola Yoga si riferisce a quelle pratiche che ci consentono di raggiungere questo stato illuminato della coscienza. Dal cuore generoso e illuminato di Patanjali, il grande saggio e Maestro dello Yoga, sono nati gli Yoga Sutra che espongono non solo lo stato di grazia dello Yoga, ma anche le potenti pratiche che possiamo utilizzare per raggiungere questo stato durante la nostra esistenza.
Negli Yoga Sutra (1.23), Patanjali ci informa che esiste un metodo per raggiungere lo stato dello Yoga: è la pratica di Ishvara Pranidhana. Ishvara è un termine sanscrito che può essere tradotto come “supremo”, o “Dio”. Pranidhana significa dedicare, essere devoti, o arrendersi. La pratica di Ishvara Pranidhana, quindi, significa che se siamo capaci di arrendere completamente  la nostra identità egoica e individualista a Dio (o al nostro essere supremo), possiamo essere tutt’uno con il Divino. Se siamo in grado di dedicare le nostre vite a servire il Divino che abita tutti gli esseri viventi, umani e non, riusciremo ad andare oltre qualsiasi sentimento di separazione. Se possiamo affermare senza riserve: “Ti dono me stesso, il mio corpo, la mia mente e il mio cuore, fa di me ciò che meglio credi”, allora saremo liberi da stress, ansia, dubbi, e karma negativi che nascono dalla nostra dipendenza dall’ego, che determina quali azioni intraprendiamo nella nostra vita. Ishvara Pranidhana ci soccorre nel curare le afflizioni della mente che causano dolore e sofferenza, poiché il suo scopo è dirigere la nostra energia oltre i desideri egoistici e i drammi personali, e verso la ricerca dell’essere Uno. Questa pratica è così importante e potente, che Patanjali ci da’ le istruzioni necessarie a praticarla in quattro diverse occasioni negli Yoga Sutra. E sebbene questo sia il metodo più semplice e diretto per ottenere lo stato dello Yoga, non è una pratica facile, e per molti è un’opzione difficile da considerare.
Nella nostra moderna cultura occidentale, in cui prevalgono sentimenti di separazione e disconnessione, spesso ci facciamo vanto di essere forti e di dominare gli altri. Siamo abituati a lasciare campo libero al nostro ego, che ci illude a volte di poter controllare l’universo. Per questo, l’idea di arrendersi viene considerata come qualcosa di negativo, perché implica una sorta di debolezza, o di sconfitta. Un esercito, ad esempio, può arrendersi alle forze nemiche, concedendo all’altro la vittoria. Nello Yoga, tuttavia, avviene il contrario. La vittoria si ottiene nell’arrendere consapevolmente la limitata idea di ciò che siamo (il nostro nome, il nostro lavoro, i nostri problemi, etc.) per creare lo spazio necessario a sentire l’autentica natura del Sé, che è fatta di gioia, illimitata e senza confini. E’ come cedere un granello di sabbia, per ricevere in cambio l’intero universo. E sebbene la pratica di Ishvara Pranidhana richieda grande autodisciplina, fiducia e fede, è assai più faticoso restare attaccati alla piccolezza dell’ego che arrendersi alla grandezza del Sé.
Patanjali
Ishvara Pranidhana può essere praticato in molti modi all’interno di una classe di Yoga, aiutando chi pratica a coltivare la propria capacità di lasciare andare. Se offriamo continuamente i nostri sforzi e i nostri risultati a qualcosa di più elevato del guadagno personale, possiamo mantenere ishvara (la nostra forma personale di Dio) ben presente nelle nostre menti. Se abbandoniamo giudizio e critica, e seguiamo le istruzioni che ci vengono impartite durante la lezione, possiamo apprendere molto. In ogni flessione in avanti, possiamo vedere un inchino al Divino, in qualsiasi forma abbia per noi significato, e con ogni backbend possiamo offrire il nostro cuore, per portare in noi la volontà dell’universo in ogni nostra azione e parola.
Da oggi, non buttiamo via nemmeno un minuto della nostra vita sprecandolo in piccolezze, gelosie, avidità e false idee di superiorità. Contempliamo ogni giorno le caratteristiche di Ishvara durante la nostra meditazione, offrendo noi stessi come veicoli per la Volontà Divina. La pace arriva quando abbandoniamo l’idea di essere degli “agenti”, e consentiamo all’infinito di guidarci lungo la via. Lasciamoci andare al Divino che è in noi.
– Sofi Dillof