Il respiro durante la pratica

I consigli di Simon Borg-Olivier per un corretto respiro durante la pratica

Simon Borg-Olivier

Quante volte lo abbiamo sentito ripetere: senza un corretto respiro, non è Yoga. Eppure la corretta tecnica respiratoria durante la pratica Yoga sembra la cosa più difficile da apprendere e da insegnare. Ombelico rivolto verso la colonna, o no? Bandha attivi, o respirazione rilassata? Ujjayi o equal breathing? Insomma tra mille diverse istruzioni, a volte il respiro diventa forzato, clavicolare, e rende la pratica inutilmente faticosa. Senza contare il fatto che, senza un respiro fluido e regolare, il rischio di perdere concentrazione e di farsi male diventa più alto.

Negli ultimi mesi devo dire che ho affrontato diverse difficoltà fisiche. Come ormai chi mi legge sa fino alla noia, soffro di protrusioni discali fin da ragazzina, per il mio passato di ginnasta e ballerina. Grazie ad una innata flessibilità e a un paziente lavoro di costruzione della forza, riesco quasi sempre a tenerle a bada e ad eseguire asana anche molto complesse. Tuttavia capita che, spesso in circostanze banalissime (passare l’aspirapolvere è un buon esempio) i miei dischi intervertebrali decidano di slittare lateralmente e attivare la radice del nervo sciatico o del nervo crurale, creandomi periodi di dolore anche intenso. La pratica è l’unica attività che mi consente di riportare la mia schiena in una condizione di normalità e di eliminare progressivamente il dolore, ma per essere efficace la chiave è sempre il respiro. Quindi per me la ricerca sulla corretta respirazione durante la pratica è un percorso obbligato: diversamente, non potrei eseguire inarcamenti complessi o torsioni avanzate. Ultimamente, ho esplorato percorsi alternativi al tradizionale respiro Ujjayi e, come sempre, Simon Borg-Olivier mi è stato di ispirazione. Il suo pensiero è sintetizzato nel post che ha pubblicato qualche giorno fa, e che mi è sembrato utilissimo e illuminante. Lo traduco per voi.

Foto di Marco Pantani

“Abbiamo bisogno di una respirazione speciale per far sì che la pratica sia trasformativa? Molti insegnanti lo suggeriscono. Nell’usare il termine ‘trasformativo’ potremmo essere portati a pensare che una respirazione speciale possa provocare una trasformazione sulla nostra salute fisica, fisiologica (energetica) e mentale.
Più precisamente, pensiamo che una respirazione speciale possa migliorare la circolazione di energia e di informazioni all’interno del sistema cardiopolmonare (che include i vasi sanguigni) e del sistema nervoso (che comprende i nervi, il cervello e i neurotrasmettitori), nonché creare una più elevata connessione e maggiore benessere nel corpo. La pratica delle tecniche di respiro (il pranayama) può, infatti, essere trasformativa in modo positivo a tutti i livelli, ma questo avviene solitamente per i praticanti molto avanzati.
Quando uno studente di livello medio esegue la sua pratica, spesso osserviamo che il suo respiro è eccessivamente teso o tendente all’iperventilazione. Un respiro eccessivamente approfondito può avere alcuni benefici, come l’aumento di sensazioni positive e addirittura il miglioramento degli stati depressivi. Tuttavia, questi effetti positivi sono spesso minimi rispetto a quelli negativi, che vanno dall’attivazione di uno stato di stress (la famosa risposta ‘attacco o fuga’, tipica della stimolazione del sistema nervoso simpatico), all’esperire emozioni negative, fino alla riduzione del flusso sanguigno diretto al cervello; riduzione dell’ossigeno diretto dai polmoni al sangue, e dal sangue alle cellule; riduzione del flusso sanguigno dalla parte razionale del nostro cervello; riduzione delle funzioni degli organi preposti alla risposta immunitaria, alla digestione e alla riproduzione. Per la maggior parte delle persone, una respirazione naturale, abbinata alla concentrazione sull’allungamento del corpo e sul mantenimento di uno stato di rilassamento, e al movimento di tronco, scapole e pelvi, consente al corpo di ‘respirare per noi’ eliminando tensioni eccessive e iperventilazione. In questo modo possiamo mantenere la calma e la concentrazione necessarie alla pratica, incoraggiando la circolazione sanguigna e garantendo un corretto apporto di ossigeno alle nostre cellule.
Tuttavia la maggior parte delle persone non muove la parte superiore del corpo in modo naturale. Spesso oggi, nelle lezioni di yoga, le persone praticano utilizzando un paradigma superato e obsoleto che comprende concetti confusi e ambigui come ‘mantenete il vostro core fermo e stabile’, ‘portate l’ombelico verso la zona lombare’, ‘mantenete una colonna neutrale’, ‘aprite il cuore’, ‘flettetevi in avanti dalle anche’ e ‘portate le spalle indietro e verso il basso’. Se ci muoviamo nella pratica utilizzando un paradigma che si è dimostrato generalmente inefficace a livello fisioterapico, il corpo non potrà respirare meglio di quando siamo seduti al computer per tutto il giorno.
Per respirare in modo naturale e salutare quando pratichiamo yoga – ma vale anche per qualsiasi altra forma di esercizio fisico, per la danza, la corsa e addirittura il nuoto – è importante muoversi lungo tutta la colonna vertebrale, le spalle e le anche, ed è importante che l’addome non sia bloccato in un’unica posizione. Quando riusciamo a respirare in questo modo, il corpo può veicolare il sangue più facilmente al suo interno, e la comunicazione intracellulare avviene in modo spontaneo.
La trasformazione avviene in modo positivo quando il corpo riesce a comunicare con l’energia del sistema nervoso parasimpatico. Sebbene questa comunicazione sia accessibile attraverso tecniche di respirazione specifiche, è molto più semplice ottenere lo stesso effetto respirando in e muovendo il corpo in modo naturale, mantenendo la concentrazione sulle sensazioni di allungamento, di rilassamento e, soprattutto, di assenza di dolore”.

Simon Borg-Olivier è un insegnante di Yoga e fisioterapista di fama internazionale con una lunghissima esperienza. I suoi corsi sono disponibili anche online sul sito Yoga Sinergy.

Chi pratica Yoga non invecchia mai?

E’ vero che chi pratica Yoga non invecchia?

La nostra società è sempre più ossessionata dall’età anagrafica. Una delle prime domande che ci si pone quando ci si conosce è “quanti anni hai?”, come se inserire una persona in una cornice temporale potesse darci un’idea della sua personalità. Moltissime professioni e molti titoli di studio ancora oggi sono vincolati da limiti di età. Sembra che, superati i 40, gli esseri umani siano condannati ad un inevitabile declino, sotto ogni profilo. Ma come è possibile? Non solo l’aspettativa di vita si è progressivamente alzata nei secoli: a detta degli scienziati, il nostro corpo è programmato per vivere almeno 120 anni. Possibile che 80 di questi debbano trascorrere sul viale del tramonto?

Come Yogini, ho smesso di interessarmi all’età e al trascorrere del tempo quando ho iniziato a praticare. La pratica costante, almeno nella mia opinione, è un elisir di giovinezza, non solo sul piano fisico ma anche e soprattutto sul piano intellettuale e spirituale. Basta osservare le immagini di grandi maestri come BKS Iyengar e Vanda Scaravelli, che tra gli 80 e i 90 anni ancora dimostravano asana avanzati nei loro corpi asciutti e tonici. Soprattutto, basta affidarsi alla pratica per riscontrarne gli effetti a lungo termine.

Alla ricerca di un articolo che confermasse le mie opinioni, ho trovato sulla pagina di Simon Borg-Olivier un pezzo pieno di spunti interessanti. Si tratta dell’esperienza di vita di Collyn Rivers, insegnante australiano di Iyengar Yoga, oggi ottantasettenne. Ancora più interessante se pensiamo che Collyn ha iniziato a praticare a 52 anni… Ecco la traduzione di questo articolo, pubblicato da Eve, collega di Collyn.

Cosa vuol dire “troppo vecchio”?

“Lo Yoga aiuta davvero a contrastare gli effetti dell’invecchiamento? Cercavo una risposta a questa domanda ed ho pensato di rivolgerla al mio amico ottantenne Collyn Rivers, chiedendogli di scrivere un post per il mio sito.  Collyn ha co-diretto insieme a me il Sydney Yoga Centre, quindi molti di voi ricorderanno le sue bellissime lezioni. Siamo entrambi convinti praticanti di uno yoga dinamico e forte, ormai da decenni. Una direzione che molti della nostra età non vogliono prendere. Molti “anziani” preferiscono ritirarsi ad una vita sedentaria… ma Collyn non è uno tra questi”.

A photo of Collyn doing a standing yoga pose.

Collyn Rivers, 87 anni, in Parsvakonasana

Un aspetto perversamente curioso su come praticare”yoga per anziani” è che a consigliare quale pratica adottare sono spesso persone molto più giovani. Inoltre, l’età viene sempre considerata dalla prospettiva cronologica. A quasi tutti sfugge il fatto che uno yogi ottantenne è in grado di fare cose che la maggior parte dei cinquantenni non si sognerebbe neanche. Purtroppo sono pochi gli autori che, dopo i 70 anni, scrivono libri sullo Yoga.

Ci sono però delle illustri eccezioni: Vanda Scaravelli scrisse il suo ‘Awakening the Spine’ quando aveva 83 anni, dimostrando personalmente le posizioni più avanzate. BKS Iyengar praticava come sempre anche poco prima della sua morte (a 95 anni). Ci sono insegnanti di Yoga americani che hanno superato i 100 anni in grado di eseguire verticali sulle mani.

Non sono mai stato una persona interessata ai luoghi comuni, e ho iniziato a praticare a 52 anni. Mi sono certificato come insegnante di Iyengar Yoga a 58, e ho insegnato fin oltre i 70.

Il mio approccio di base è: leggere i consigli dedicati alle persone della mia età. E fare esattamente il contrario.

Tra i consigli per gli “anziani”, c’è quello di trasferirsi in una casa senza scale. Perciò ne ho presa una a tre piani, con un vialetto di accesso molto ripido. Così io e mia moglie (che ha vent’anni meno di me) siamo costretti a fare parecchie scale in una giornata.

A partire dagli 82 anni, ho dedicato buona parte della mia pratica allo sviluppo della forza muscolare profonda. Oggi, a 87 anni, posso ancora praticare le stesse posizioni che eseguivo a 52. Sono meno forte, ma flessibile come quando avevo 60 anni.

Ho qualche problema ai polsi, quindi evito le verticali sulle mani, ma pratico quella sulla testa andando su e giù almeno venti volte di seguito.

Prendo molto sul serio lo sviluppo della forza, ed eseguo un numero di ripetizioni più elevato di un 30/40enne. Questo mi aiuta a costruire una sorta di riserva, perché inevitabilmente perderò forza con il tempo.

E mi sa che essere nato sotto il segno del Leone mi rende particolarmente testardo.

Eseguo ancora le sequenze di Iyengar, e partecipo una volta alla settimana alle lezioni di  Jo Longhurst’s a Mona Vale.

Faccio un check up medico ogni anno – soprattutto perché fin dalla nascita ho sofferto di seri problemi alla schiena. Da quando ho iniziato a praticare, però, non mi hanno più dato pensieri. La mia pressione sanguigna è 70/110 e il mio battito a riposo è tra i 50 e i 55 battiti al minuto. Ho un’ottima memoria, e lavoro ancora a tempo pieno: scrivo e pubblico complessi libri tecnici.

Non suggerirei questo tipo di approccio a chi non ha un solido background nella pratica Yoga, ma a chi legge suggerisco di pensare bene se dare ascolto e/o seguire i consigli di chi è molto più giovane di voi. 

Mi incoraggiano molto le recenti scoperte che parlano di un arresto dell’invecchiamento una volta superati i 91 anni. Lo studio, riportato su 2016 New Scientist da Michael Rose, professore di biologia evolutiva, afferma che se siamo abbastanza fortunati da vivere così a lungo, sperimentiamo un arresto dell’invecchiamento.

In poche parole, per scherzarci sopra, se ce la fate ad arrivare a 99 anni, avete le stesse possibilità di morire in qualsiasi momento di una persona di 93. Le cose cambiano forse quando si raggiungono i 110: se così fosse, vi terrò informati!”

*Collyn Rivers è insegnante certificato di Iyengar Yoga. Insieme alla moglie Maarit è considerato uno dei più illustri insegnanti australiani. Oggi non insegna più, ma afferma che non andrà mai in pensione e continuerà a lavorare fino ai 100 anni (gliene mancano 13). Si occupa della sua attività  Caravan and Motorhome Books, come scrittore ed editore.

Traduzione e commenti, Francesca d’Errico

La pratica Yoga: l’antidoto al dolore

David Garrigues

Esiste un antidoto al dolore, sia esso fisico, psichico o emotivo? Stiamo davvero utilizzando la nostra pratica al meglio del suo potenziale? Siamo consapevoli della trasformazione che lo Yoga è in grado di produrre a livello fisico, mentale ed energetico? Personalmente negli anni ho avuto modo di verificare gli effetti di una pratica costante sotto mille profili. Dal recupero da un infortunio, alla ripresa delle forze dopo un intervento, all’affrontare il dolore per la perdita di una persona amata o un momento particolarmente difficile dell’esistenza. L’ho visto su me stessa, e su chi ha praticato con me. Riflettevo oggi su quanto lo Yoga sia in grado di fare per chi lo accosta con serietà, e mi ha colpito un’affermazione di David Garrigues:

“Uno degli aspetti fondamentali dello Yoga è che esiste per rispondere alla sofferenza”

Questa frase fa parte di un suo post, che traduco per voi.

“Qual è il primo momento di risveglio che ricordate nella vostra esistenza? Io mi ricordo che, a tre anni, sono rimasto chiuso in un armadio privo di luce. Ero intrappolato, e gridavo aiuto. Se dovessi fare questa domanda ad un gruppo eterogeneo di persone, scommetto che anche per la maggior parte di loro la risposta riguarderebbe un momento di sofferenza. Uno degli aspetti fondamentali dello Yoga è che esiste per rispondere alla sofferenza. Lo Yoga è una risposta al nostro dolore. Un’autentica lezione di Yoga ci prepara ad affrontare i nostri momenti di sofferenza.

Quanto spesso ci accorgiamo che stiamo soffrendo? In realtà, non abbastanza spesso. Ma è ora di iniziare a farlo, perché è così che inizia la nostra autentica preparazione. Dobbiamo rivolgere più frequentemente la nostra attenzione dentro di noi, chiederci cosa ci sta succedendo. COSA STIAMO PROVANDO? Acuire la percezione dei nostri sentimenti è uno dei principi dello Yoga. Diventare consapevoli del nostro mondo interiore ci rende più forti. Diventiamo il nostro principale alleato. Quando riconosciamo la nostra sofferenza e ci riconciliamo con essa, invece che proiettarla sul mondo esterno, la rendiamo più facile da gestire.

Tuttavia, essere consapevoli delle nostre sofferenze e del dolore che a volte infliggiamo agli altri non è una passeggiata. A tutti noi capita di comportarci male, di essere ambigui ed egoisti, quindi il perdono è la chiave di volta in questo processo di preparazione. Dobbiamo imparare a perdonare i nostri errori, la nostra ignoranza, la nostra rabbia, la mancanza di rispetto e le debolezze del nostro carattere. Le energie universali si muovono sempre in modo sensato, e quando attacchiamo qualcuno e ci comportiamo incoscientemente, paghiamo il conto con il dolore fisico, con problematiche emotive o relazionali. Diventando consapevoli della nostra sofferenza e perdonandoci, iniziamo a creare un terreno interiore sicuro, un contenitore psichico in grado di contenere sia il dolore che la sua guarigione. Attraverso questa consapevolezza investiamo in modo proattivo nella nostra esistenza, giorno dopo giorno. Un atteggiamento molto diverso rispetto a fingere che la sofferenza non esista, e doverne poi affrontare inevitabilmente le conseguenze “dopo”.

Attraverso la pratica, possiamo rallentare se non addirittura smettere del tutto di accumulare debiti di salute fisica, emotiva o relazionale e riempire noi stessi di amore, gioia, di connessione autentica e sacra con noi stessi, gli altri, e con l’abitante segreto del nostro cuore: l’anima.”

David Garrigues

Photo: Marco Pantani

Alzati e pratica

pic by Marco Pantani

Penso che chiunque si dedichi alla pratica Yoga seriamente – e soprattutto all’Ashtanga Yoga – si sia fatto questa domanda molte volte. “Mi alzo e pratico, o resto a dormire ancora un po’?”. Non è facile scegliere di praticare ogni giorno, anzi a dire la verità è una lotta quotidiana, un impegno che si rinnova ad ogni alba, e a lungo andare a volte si tende a dimenticare il perché abbiamo scelto di farlo. A tutti coloro che mi chiedono perché dedicarsi alla pratica quotidiana, dedico la traduzione di questo bellissimo post pubblicato su Ashtanga Yoga Project e scritto da Shanna Small. Indipendentemente dall’orario scelto e dal luogo in cui ritenete opportuno farlo… Alzatevi e praticate!

“Apro gli occhi e guardo la sveglia. Sono le 4:30. E’ ora di alzarsi e andare a praticare. E qui comincia la solita storia. “Questa settimana hai lavorato tanto. Ti meriti di dormire un po’ di più”. “Ieri hai avuto mal di testa. Dovresti riposarti”. “Perché lo fai? E’ da stupidi!”. “E se fosse tutto una gran cavolata?”

Poi penso.

La definizione di Yoga, negli Yoga Sutra di Patanjali è: “Lo Yoga è la cessazione delle fluttuazioni della mente”. O come diceva Pattabhi Jois, “Lo Yoga è il controllo della mente”. 

Alzarsi presto e mettersi sul tappetino è il primo passo per controllare la mente. E’ la mia prima opportunità di fare la scelta tra lasciare che i miei pensieri mi controllino, o essere io a controllare i miei pensieri. Questa semplice azione può decidere lo stile, l’intenzione e lo scopo di tutta la mia giornata. 

Come voglio che vada la mia giornata? Voglio passarla cedendo a qualsiasi preoccupazione e pensiero negativo? Voglio passarla lasciando il timone senza controllo, diventando facile preda della negatività che mi circonda? Voglio attraversare le difficoltà quotidiane senza consapevolezza, o voglio essere padrone delle mie azioni? 

E se alzarsi la mattina per praticare fosse tutto ciò di cui abbiamo bisogno per riuscire davvero a controllare la nostra mente? 

Gli Yoga Sutras di Patanjali (2:1), recitano: “lo Yoga dell’azione consiste di azione disciplinata (tapas), studio di sé (svadyaya) e arrendevolezza (isvara pranidhana)”. Alzarsi al mattino per praticare è un supremo atto di disciplina, studio di sé e arrendevolezza. 

Perché qualcosa possa essere definito tapas, deve essere un’azione che richieda sforzo. Alzarsi presto e praticare non è certo facile. Svadyaya è non solo studio di libri e insegnamenti spirituali, ma anche recitazione di ciò che si è appreso. L’atto di recitare lo Yoga Sutra 1:2 e l’insegnamento di  Pattabhi Jois sul controllo della mente, quando fatico ad alzarmi, è una forma di Svadyaya.  E’ un modo per riportare alla mente la voce dei miei insegnanti e le loro raccomandazioni sull’importanza della pratica. Arrendersi a questi insegnamenti è un modo per praticare Isvara Pranidhana. 

Il primo verso, nel secondo libro degli Yoga Sutra – che è il libro fondamentale per la nostra pratica – ci dice di eseguire queste tre azioni. Quante volte dimentichiamo questo primo, importante passo nello Yoga? 

Questa semplice azione mette in atto 3 dei 5 doveri ed osservanze dello Yogi, i Niyama.

Nell’Ashtanga, si ritiene che se possiamo osservare e praticare i primi 4 rami, i successivi 4 sono automatici. E tutto inizia qui.

Alle 4:50AM, mi alzo.”

Shanna Small

Shanna Small

Il conteggio dei Vinyasa: tra mantra e terapia (part 1)

Anthony Grim Hall in Pasasana. Autoritratto

Di tutti gli aspetti dell’Ashtanga Yoga, il conteggio dei Vinyasa è forse quello che mi affascina di più, da sempre. A metà strada tra mantra (contare è, in fondo, un po’ come pregare) e terapia (attenersi al conteggio dei Vinyasa favorisce i processi metabolici messi in atto dalla respirazione ritmica), è anche uno dei principi del metodo che lo rende diverso da qualsiasi altro. Alla ricerca di maggiori informazioni in vista del mio prossimo workshop, ho trovato un post del sempre ottimo Anthony Grim Hall che fa luce, almeno in parte, su questa affascinante teoria. Dico almeno in parte perché il conteggio dei Vinyasa, un po’ come il controllo dei Bandha, è uno di quegli aspetti che un giorno ci sembra di afferrare, e l’altro di aver perso chissà dove. E forse, in un certo senso, è bene che sia così: solo qualcosa che ci sfugge continuamente, in fondo, ci spinge a continuare a cercare.

Ho suddiviso questo lungo post in diversi articoli, per favorire la memorizzazione del conteggio e anche perché Anthony ha approfondito l’argomento soffermandosi anche sul Drishti di ogni conteggio. In questo modo, potete concentrarvi su ogni aspetto con calma.
Buona lettura!

John Scott consiglia di imparare il conteggio dei Vinyasa; non solo se siamo insegnanti, ma anche se siamo semplici praticanti perché secondo lui il conteggio è come un mantra, e contribuisce in modo sensibile alla concentrazione.

“Come si è arrivati a comprendere il conteggio dei Vinyasa?”

In pratica è andata così. Nei primi anni di pratica presso la Shala di Lakshmipuram (agli albori dello stile Mysore), non sapevamo cosa Guruji volesse dire quando ci ordinava: “Catvari!”. Pensavamo che “Catvari” significasse “saltate indietro”, perché Guruji diceva appunto: “catvari – jump back”. Quindi avevamo tradotto questa parola con “saltate indietro”, “Panca” con Cane a Testa in Su, “Sat” come Cane a Testa in Giù, “Sapta” con “saltate avanti”. Pensavamo che “Sapta” volesse dire saltate in avanti! Alla fine ci svegliammo, cominciammo ad ascoltare davvero, e ci rendemmo conto che Guruji stava contando in sanscrito: 4,5,6,7. E ci mettemmo a cercare cosa significasse davvero la parola “vinyasa”.
Guruji diceva che Vinyasa significava “Counted Method”.

Quando il mio caro amico Lino Miele, in Francia, osservò Guruji contare durante una lezione, ebbe un’illuminazione e cominciò ad occuparsi della documentazione dei Vinyasa. Lucy ed io partecipammo al progetto di Lino, che divenne un libro. Da quel momento in poi, decisi che avrei dovuto concentrarmi ed imparare al meglio il conteggio dei Vinyasa di Guruji. 

In ‘Yoga Mala’, il libro di Guruji, il Maestro si riferisce alla pratica come ad un mala, una ghirlanda di posizioni. Ogni posizione ha un suo “stato”, ed ogni stato o Asana ha un numero specifico di  vinyasa contati in entrata e in uscita, ed ognuno di essi è in sintonia con il Respiro. I Vinyasa sono come i grani di un rosario, movimenti coreografati da respiro e movimento; ognuno di essi va contato e su ognuno di essi è opportuno meditare, ed è necessario che il praticante impari questo conteggio come un mantra per la sua pratica personale”.
John Scott, Winter, 2013 Stillpointyoga London

Una nota sul mantenere il conteggio durante la pratica. Rispettare il conteggio dei vinyasa non significa che dobbiamo affrettarci per entrare o uscire da una posizione, soprattutto se stiamo entrando, ad esempio, in Marichiyasana D, per essere al passo con gli altri praticanti presenti alla lezione. Il conteggio non significa contare ogni singolo respiro: sono presenti respiri “extra” per così dire “ufficiali”, proprio per consentirci di entrare correttamente in una postura difficile. Ciò che conta è riuscire a rientrare nel vinyasa corretto al momento giusto.

Un esempio. In Marichiyasana B saltiamo avanti sul “SUPTA inspiro” e dovremmo chiudere la postura prima di “ASTAU espiro”, restando per 5 respiri.  Ma non trovo nessun motivo per cui non si debba camminare in avanti invece che saltare, fare un paio di respiri in più per chiudere la posizione e quindi, quando siamo pronti, espirare una volta entrati nell’asana contando mentalmente “astau”. Se ciò significa che siamo in ritardo rispetto al resto dei praticanti, possiamo comunque restare all’interno dell’asana solo un respiro, ed uscirne insieme a tutti gli altri. A casa o durante la self practice possiamo invece attardarci una volta entrati nell’asana per tutti e cinque i respiri previsti.

Un approccio per imparare il conteggio dei Vinyasa 
Il conteggio qui presentato si basa sui libri di John Scott e Lino Miele. Lino elenca il conteggio in modo semplice e chiaro, ma John entra ancora più in dettaglio in merito ad ogni Vinyasa e alle inspirazioni ed espirazioni “extra”. Il “Full Vinyasa” (n.d.T., la pratica in cui tra una postura e l’altra si esegue un vinyasa completo, partendo e tornando a Samasthiti) è una pratica meravigliosa, io non la trovo più stancante del tradizionale mezzo vinyasa, e se ho problemi di tempo pratico la prima metà della serie un giorno, e la seconda metà il giorno seguente. Esistono differenze nei conteggi tra gli insegnanti più esperti, da Manju a Sharath fino ad arrivare ai più famosi tra i certificati KPJAYI. Sono differenze che dovrebbero suscitare interesse e non polemica. Personalmente, mi piace esplorare le variazioni dei conteggi di  Krishnamacharya, Pattabhi Jois, Manju Jois Lino Miele/John Scott e Sharath.

1. Iniziamo imparando a contare fino a 30 in sanscrito (utilizzate le tabelle qui sotto). Anzi, è sufficiente per la maggior parte dei vinyasa arrivare a 22. E partiamo contando da 1 a 9, conteggio che vi permetterà di praticare correttamente Surynamaskara A.

1   = ekam
2   = dve
3   = trīṇi
4   = catvāri
5   = pañca
6   = ṣaṭ
7   = sapta
8   = aṣṭau
9   = nava
 

2. Praticate alcuni saluti al sole cantando mentalmente il conteggio (tralasciando i 5 respiri di Ardho Mukha Svanasana così non dimenticate dove siete arrivati). Quindi, per una settimana, contate tutti i Saluti al Sole A e B.

Notate come si tende ad andare verso l’alto durante l’inspirazione, e verso il basso durante l’espirazione. Può sembrare ovvio ma è una osservazione che può esserci di aiuto nel localizzare il nostro conteggio, una sorta di GPS interiore. Inoltre, tendiamo a inspirare sui numeri dispari ed espirare sui pari.

ekam  – Inspiro, le braccia vanno verso l’ALTO
dve  – Espiro, il corpo scende verso il BASSO 
trīṇi –  Inspiro, schiena piatta mentre torniamo verso l’ALTO 
catvāri  – Espiro, saltiamo in Chatauranga ( in pratica, verso il BASSO)
pañca  – Inspiro, torniamo verso l’ALTO 
ṣaṭ   –  Espiro, la parte posteriore del corpo va verso l’alto mentre la parte superiore si china e rivolgiamo lo sguardo all’ombelico (BASSO) 
sapta  – Saltiamo con i piedi verso le mani e inspiriamo appiattendo la schiena come in dve, quindi verso l’ALTO 
aṣṭau  – Espirando ci flettiamo verso il BASSO 
nava  – Inspiriamo portando le braccia verso l’ALTO 

Al termine dei vinyasa, rilasciamo le braccia lungo il corpo in Samasthiti, che non viene conteggiata (n.d.T. una sorta di “zero” da cui partiamo e a cui torniamo). 

3. Impariamo il numero di vinyasa per ogni postura, e per lo stato effettivo dell’asana (vedi tabella più sotto); spesso sono la stessa cosa.

Ad es. da Ardha Baddha Padmottānāsana a Marichiyasana C tutti gli asana hanno 22 Vinyasa, e lo stato dell’asana cade all’8 e al 15 (che rappresentano i due lati dell’asana). 

4. Immaginando di aver imparato a contare in sanscrito, ora dobbiamo solo sapere su quale numero cade lo “stato” dell’asana.

Sappiamo come contare durante i vinyasa, avendo praticato in Surya Namaskara, e sappiamo su quale numero cade lo stato dell’asana che vogliamo eseguire: se vi sono discrepanze, significa che abbiamo avuto bisogno di inserire o togliere un respiro.

Ad es. nell’esecuzione dei quattro Prasarita, vogliamo trovarci nell’asana a TRINI. Quindi EKAM (inspiro) corrisponde all’apertura delle gambe, ma se ci piegassimo immediatamente, ci troveremmo nell’asana a DVE e non a TRINI. Questo significa che ci deve essere un vinyasa extra. DVE (espiro) corrisponde alla flessione in avanti e al poggiare le mani a terra. Non possiamo fletterci durante l’espirazione dunque deve esserci una inspirazione extra, che non è conteggiata, guardiamo verso l’alto, appiattiamo la schiena e in TRINI (espiro) portiamo la testa sul tappetino per i nostri 5 respiri. 

HALF VINYASA: Qui sotto trovate il conteggio del full vinyasa, half vinyasa è in pratica una versione più breve della pratica, ma implica comunque il conteggio completo. Se scegliamo di praticare half vinyasa non torniamo a samastithi dopo ogni posizione da seduti, ma solo ad Adho mukha svanasana (cane a testa in giù). Nonostante questo, inizieremo comunque il conteggio a SUPTA quando eseguiamo il jump through per la postura successiva, esattamente come se fossimo arrivati a Samasthiti e ritorno. Imparare su quale numero “cade” l’asana ci aiuta a capire in che modo è stata abbreviata la pratica attuale degli half vinyasa.

5. Lavorate su gruppi di asana, quindi imparate i vinyasa della sequenza in piedi per una settimana, quindi la settimana successiva aggiungete gli asana fino a Navasana, la terza settimana  terminate il conteggio di tutta la sequenza della prima serie, e infine aggiungete la sequenza di chiusura.

6. Esplorate un paio di vinyasa complessi al di fuori della vostra pratica quotidiana, semplicemente ripetendone il conteggio, magari alla sera, per non costringervi ad interruzioni durante la pratica regolare.

I libri possono essere di aiuto. Il libro di John Scott è probabilmente il migliore per delineare i vinyasa, oltre che essere esaustivo nella spiegazione senza essere prolisso. Anche il libro di Sharath è eccellente a questo scopo. Yoga Mala di Sri K. Pattabhi Jois completerà il vostro lavoro di studio al di fuori del tappetino.

Un’altra eccellente risorsa relativa al conteggio dei vinyasa è quella di Dr. Ronal Steneir e del suo team, a questo link:  http://www.ashtangayoga.info/practice/

7. Praticate qualche guidata seguendo un CD o un DVD. E’ senz’altro un aiuto anche se dovrete comunque lavorarci da soli. La nuova app di John Scott è praticissima a questo scopo. Anche il CD di Sharath, con il solo conteggio e i nomi degli asana è ottimo, e il DVD di Manju dove durante una guidata tutti ripetono il conteggio.

Contare in Sanscrito 

1   = ekam
2   = dve
3   = trīṇi
4   = catvāri
5   = pañca
6   = ṣaṭ
7   = sapta
8   = aṣṭau
9   = nava
10  = daśa 
11  = ekādaśa 
12  = dvādaśa 
13  = trayodaśa
14  = caturdaśa 
15  = pañcadaśa 
16  = ṣoḍaśa 
17  = saptadaśa 
18  = aṣṭadaśa 
19  = ekonavimśatiḥ 
20  = vimśatiḥ 
21  = ekāvimśatiḥ
22  = dvāvimśatiḥ 
23  = trayovimśatiḥ 
24  = caturvimśatiḥ 
25  = pañcavimśatiḥ 
26  = ṣoḍavimśatiḥ; 
27  = saptavimśatiḥ 
28  = aṣṭovimśatiḥ

Il Conteggio della Prima Serie dell’Ashtanga Vinyasa

Legenda:
Il primo numero seguito da * è il numero dei vinyasa
I numeri dopo l’asterisco sono lo “stato” dell’asana
Quindi  Jānuśīrṣāsana A – C   22 *  8 , 15  rappresenta tutte le tre versioni di Jānuśīrṣāsana, che hanno ognuna 22 vinyasa e in cui lo stato dell’asana (per ciascun lato) cade su 8 e 15.
Ho raggruppato gli asana che hanno lo stesso vinyasa/stato per aiutare la memorizzazione:
POSTURE IN PIEDI
Sūryanamaskāra A = 9 vinyasa  B = 17 vinyasa 
 
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Pādāngusthāsana 3 * 2
Pāda Hastāsana    3 * 2
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Uthitta Trikoṇāsana A and B         5 * 2 , 4
Uthitta Pārśvakonāsana A and B   5 * 2 , 4                
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Prasārita Pādottānāsana A to D      5 * 3           

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Pārśvottānāsana     5 * 2 , 4 
Utthita Hasta Pādāṅguṣṭhāsana    14 * 2 , 4 , 7 & 9, 11 , 14 
Ardha Baddha Padmottānāsana     9 * 2 + 7       
 
Utkatāsana 13 * 7

Vīrabhdrāsana  16 * 7 , 8 , 9 , 10


PRIMA SERIE – POSIZIONI DA SEDUTI
Paścimattānāsana  16 * 9  
 
Purvottānāsana 15 * 8   
———————————————–
Ardha Baddha Padma Paścimattānāsana  22 *  8 , 15
 
Tiryañgmukha Ekapāda Paścimattānāsana  22 * 8 , 15 
 
Jānuśīrṣāsana A – C   22 *  8 , 15 
 
Marīcāsana A and B        22 *  8 , 15
—————————————————
 
Marīcāsana C and D  18 * 7 , 12  
Nāvāsana  13 * 7 
 
Bhujapīḍāsana 15 * 7 ,  8 
 
Kūrmāsana 16 * 7 
Supta Kūrmāsana  16 * 8 
 
Garbha Piṇḍāsana  15 * 8 
 
Kukkutasana   15 * 9 
Baddha Konāsana     15 * 8 
 
Upaviṣṭha Konāsana      15 * 8 , 9 
 
Supta Konāsana        16 * 8   
 
Supta Pādāñguṣṭhāsana     28 * 9 , 11 , 17 , 19 
Ubhyaya Pādāñguṣṭhāsana    15 * 9  
 
ūrdhva Mukha Paścimattānāsana         16  * 10  
 
Setu Bandhāsana     15 * 9    
 
SEQUENZA DI CHIUSURA
ūrdhva Dhanurāsana      15 * 9  
——————————————-
Salaṁbā Sarvāṅgāsana      13 * 8 
 
Halāsana         13 * 8   
 
Karṇapīḍāsana          13 * 8 
——————————————-
ūrdhva Padmāsana              13 * 9 
 
Piṇḍāsana                 13 * 9
——————————————–
Matsyāsana          14 * 8  
—————————————-
Uttāna Pādāsana       13 * 8 
śīrṣāsana          13 * 8 
Baddha Padmāsana        13 * 8   
—————————————-
Yoga mudra          14 * 9  
Padmasana             13 * 8    
Uth Pluthi            14 * 8 

(continua)

di Anthony Grim Hall

traduzione e commenti di Francesca d’Errico

 

Anahata Chakra: le istruzioni pratiche di Simon Borg-Olivier

Prima di addentrarmi nell’argomento di oggi, Anahata chakra, vorrei ringraziare tutti i lettori che in questi giorni hanno condiviso, discusso, e anche contestato il mio post precedente, dedicato alla decisione del CONI di escludere lo Yoga dalle discipline appartenenti alla sua lista. In totale, il post è stato letto da oltre 40.000 persone. Quali che siano le vostre opinioni, è stato bellissimo vedere quanto a tutti noi stia a cuore il futuro dello Yoga in Italia. Indubbiamente ognuno di noi continuerà a custodire la propria idea. Ma è importante impegnarsi insieme per trovare un terreno comune, perché la dignità dello Yoga nel nostro paese cresca sempre di più, sotto ogni aspetto.

E proprio perché il cuore è stato chiamato in causa, il mio post di oggi è dedicato al nostro quarto chakra. E’ un argomento che ho già trattato sulle mie pagine, ma la ricerca non finisce mai: per questo ogni volta che trovo informazioni a mio parere di valore, cerco di portarle all’attenzione di chi mi legge, per condividerle e approfondirle insieme.

Non c’è niente di meglio quindi che leggere le istruzioni di un grande maestro per capire come lavorare sul quarto chakra (Anahata), un punto focale del nostro sistema energetico, il ponte tra i chakra inferiori e quelli superiori. E’ importante comprendere che accedere all’energia di un chakra senza aver lavorato in modo adeguato sui chakra inferiori che lo precedono spesso causa più danni (fisici ed energetici) che benefici. Vi affido dunque alla traduzione del post di Simon Borg-Olivier per raggiungere questo centro energetico in modo sicuro, e consiglio come sempre di non avere fretta di eseguire alcuni asana, anche se a livello di mobilità ci sembrano possibili. Buona lettura!

Simon Borg-Oliver apre Anahata Chakra

“Anahata chakra è tradizionalmente sito tra il petto e le vertebre toraciche, nell’area della colonna compresa tra T5 e L2. E’ universalmente noto come ‘chakra del cuore’. Anahata chakra è inoltre spesso associato all’amore incondizionato, alla felicità e alla compassione. E’ il ponte tra i chakra inferiori e quelli superiori. Non possiamo aprire in modo efficace il chakra del cuore se non abbiamo prima aperto i chakra inferiori.  In questa foto scattata a Bondi Beach da Fela Adebiyi, sto effettuando una respirazione diaframmatica, portando il respiro prima nel mio addome (sede di Manipura chakra), e poi nel torace (il chakra del cuore). E’ un’azione alquanto complessa, e la maggior parte dei praticanti può respirare nel torace (e quindi, si supporrebbe, aprire il cuore) solo inibendo il diaframma; questo purtroppo è un problema che rende l’esercizio controproducente, perché ha come effetto l’attivazione della reazione primordiale “combatti o fuggi”, uno stress ben poco salutare quando diventa il nostro stato d’animo dominante. Insegno sempre ai miei studenti che nella pratica a volte è meglio respirare in modo naturale, piuttosto che forzare la respirazione toracica. Questo perché la maggior parte di noi, per respirare nel torace, blocca il diaframma attraverso i muscoli che forzano l’espirazione (quelli che attiviamo per stabilizzare il muscolo trasverso). In questa posizione, il mio addome è stabilizzato dall’azione del retto addominale, che connette l’osso pubico al petto, e quindi connette in modo efficace i chakra inferiori a quelli superiori, consentendo tuttavia una respirazione addominale spontanea.

L’altro aspetto di Anahata chakra “dimenticato” da molti è che la sua sede è più vicina alla parte posteriore del corpo che a quella anteriore, ed è quindi attraverso le flessioni e l’allungamento delle vertebre toraciche che apriamo più efficacemente questo chakra, che non attraverso gli inarcamenti (soprattutto se eseguiti in modo scorretto o affrettato, n.d.T.)

Ecco le mie istruzioni generali per accedere all’energia di questo chakra:

  • Allungate prima le vertebre toraciche (arrotondando la parte superiore della schiena), e quindi allungate il petto senza “accorciare” la colonna, soprattutto muovendovi attorno alla giuntura lombo-toracica, tra T12 e L1.
  • Allontanate dalle anche la giuntura T12-L1. Cercate di attivare tutte le vertebre comprese in quest’area.
  • Generalmente, per le flessioni in avanti muovete il “centro del cuore” (la parte frontale del torace) e “la colonna del cuore” (T12-L1) in avanti e verso il basso (le indicazioni si riferiscono alle posizioni in piedi).
  • Generalmente, per gli inarcamenti muovete il “centro del cuore” (la parte frontale del torace) e la “colonna del cuore” (T12-L1) in avanti e verso l’alto (le indicazioni sono relative alle posizioni in piedi).
  • Generalmente, per le torsioni a destra ruotate il “centro del cuore” (la parte frontale del torace) e la “colonna del cuore” (T12-L1) avvicinandovi all’anca destra.
  • Generalmente, per le flessioni laterali a destra, muovete il “centro  del cuore” (la parte frontale del torace) e la “colonna del cuore” (T12-L1) avvicinandovi all’anca sinistra e allontanandovi dall’osso sacro.
  • Espandete il torace con o senza il respiro.
  • Respirate nel torace solo dopo aver portato il respiro nell’addome.
  • Verificate che le dita siano allungate ma in grado di muoversi liberamente se necessario.

Simon Borg-Olivier

Non importa che crediate o meno all’esistenza dei chakra. I metodi di insegnamento di Simon Borg-Olivier in materia possono migliorare in modo sensibile il vostro livello di energia e la salute dei vostri organi interni. Consiglio a tutti di dare un’occhiata alla lista dei corsi online di Simon, uno dei pochissimi insegnanti in grado di trasmettere in modo davvero efficace i suoi insegnamenti anche attraverso internet.

Eka Pada Urdhva Dhanurasana – pic by Marco Pantani

Traduzione e commenti, Francesca d’Errico

Praticare in Italia, Torino part 1: Yoga Sutra Studio

A volte scegliere un percorso nello Yoga non è semplice. Sono moltissimi i centri che offrono corsi di Yoga, soprattutto nelle grandi città, e per chi inizia non è semplice capire se ci si è rivolti ad un insegnante preparato, con una solida pratica personale e autentico spirito di ricerca. Su queste pagine quindi mi piace proporre ogni tanto una scuola che conosco personalmente, un maestro che mi ha colpito per la sua preparazione e dedizione.

Gian Renato Marchisio è un’altra conoscenza che mi ha regalato Mysore. Una persona preparatissima, disponibile al dialogo, animata da una grande passione per la pratica, qualità che Sharath gli ha riconosciuto nel 2015 con l’autorizzazione KPJAYI all’insegnamento. Ho incontrato sua moglie Stefania, dolcissima e altrettanto cordiale e preparata, a Torino, durante il workshop di Mark Robberds che la coppia aveva organizzato lo scorso ottobre.

Insieme, conducono Yoga Sutra Studio, una Shala nel cuore del centro storico di Torino, che spesso ospita maestri internazionali e che offre corsi e classi in stile Mysore con continuità e impegno. Se siete a Torino, e avete intenzione di iniziare un percorso nello Yoga, Gian Renato e Stefania sono le guide di cui avete bisogno. Ecco una breve intervista in cui raccontano come sono arrivati allo Yoga, e quali difficoltà hanno superato grazie a questa disciplina che tanto amiamo.

FDE: Quando, con chi e come avete iniziato a praticare Yoga?

Gian Renato, Stefania e la loro bambina a Mysore

GR: Ho iniziato a praticare Iyengar Yoga nel 1998 a Torino con Maria Paola Grilli e sin da subito ho provato un piacere immenso nel sentire il corpo aprirsi nelle posizioni yoga. La dislessia, che mi ha creato imbarazzo nella vita, alla fine mi ha permesso di rapportarmi al corpo in modo più diretto, senza filtri, cogliendo la sincronicità di un movimento rotondo nelle asana, senza gli automatismi legati alla percezione verbale.

SV: Ho iniziato nel 2007 Iyengar Yoga con Gian Renato Marchisio. In quel periodo lavoravo come Project Manager per una casa editrice nel settore della moda e della bellezza, ed ero alla ricerca di una pratica per imparare a gestire i ritmi di lavoro e lo stress. Dal momento in cui ho iniziato la pratica dello yoga è stato come se la mia energia vibrasse ad una lunghezza d’onda diversa e nulla è stato più come prima, nel lavoro e nella vita privata..

FDE: Cosa significa oggi per voi praticare? In che modo ha influenzato la vostra vita?

Gian Renato Marchisio by Alessandro Sigismondi

GR: La pratica è stata una rivelazione. Sin dalla prima volta ho sentito che era la mia strada, quello che volevo fare nella vita. La pratica mi ha aiutato inoltre ad uscire da un percorso segnato da medicinali ed ospedali a causa dell’asma, permettendomi di recuperare in pieno la mia salute. Lo yoga, dal mio punto di vista può trasformare uno svantaggio iniziale in una vera opportunità di crescita. Praticare quotidianamente significa scoprire il rapporto che ho con il mio corpo e con l’ambiente che mi circonda attraverso le meraviglie dei giochi muscolari e della potenza del respiro. Alla fine noi siamo come respiriamo…

SV: Quando ho iniziato a praticare ero molto sotto stress e lo yoga mi ha permesso di vedere con maggior chiarezza, di dare il giusto peso alle cose e imparare a scegliere giorno per giorno cosa voglio diventare. La pratica mi ha letteralmente cambiato la vita accompagnandomi nella scelta radicale di lasciare il mio precedente lavoro e dedicarmi interamente ad essa. E’ iniziato un percorso che mi ha portato a scegliere una vita più piena e felice. La pratica quotidiana mi permette di ascoltarmi, di accogliere le mie debolezze e di lavorare per trasformarle in punti di forza. Di accettare il fluire della vita e le sue trasformazioni.

FDE: Come vi siete avvicinati all’insegnamento, e cosa offre oggi la vostra Shala ai praticanti?

GR: Ho approfondito per sei anni lo studio dell’Iyengar Yoga a Pune e Blacon con Faeq Biria e mi sono diplomato nel 2005 insegnante Iyengar Yoga. Dopo un percorso di altri quattro anni con Dona Holleman sono diventato insegnante secondo il suo metodo, Centered Yoga, ma sin dal 2005 ho cominciato ad interessarmi all’Ashtanga Yoga, affascinato dai giochi sincronici tra movimento e respiro, iniziando a praticare con Lino Miele, Kristina Karitinou Ireland, Mark D’Arby, Chuck Miller, Elena De Martin, Mark Robberds. Nel 2012 sono stato autorizzato all’insegnamento da Manju Pattabhi Jois e ho iniziato a frequentare il KPJAYI di Mysore per studiare con Shri R.Sharath Jois, dal quale ho ricevuto l’autorizzazione ufficiale all’insegnamento dell’Ashtanga Yoga nel gennaio 2015.

Stefania Valbusa by Alessandro Sigismondi

SV: Innamoratami della pratica, sono presto entrata nel percorso di formazione in Centered Yoga con Dona Holleman al termine del quale sono diventata insegnante del metodo. Nel 2011 ho iniziato a praticare Ashtanga Yoga con Kristina Karitinou e a frequentare il suo percorso di formazione, seguendo inoltre seminari con Lino Miele, Elena De Martin, Chuck Miller, Manju Jois. Dal 2013 studio con Sharath Jois presso il KPJAYI di Mysore.

Organizzata in due sedi vicine nel cuore di Torino, Yoga Sutra Studio offre una vera e propria “casa” per la pratica. A partire dall’apertura alle 6,30 del mattino, abbiamo circa 6 classi al giorno dal lunedì al venerdì tra classi guidate e Mysore Style per l’Ashtanga Yoga, classi di Centered Yoga e Passaggi Armonici, e tre classi il sabato mattina, oltre a cicli di seminari di approfondimento dedicati all’Ashtanga Yoga e al Vinyasa due domeniche al mese. Organizziamo a giugno settimane intensive dedicate all’Ashtanga Yoga e invitiamo insegnanti internazionali (da Chuck Miller a Mark Robberds, Petri Raisanen e molti altri) per contribuire alla diffusione della cultura dell’Ashtanga Yoga.

FDE: Cosa suggerite ad un neofita che vuole muovere i suoi primi passi nello Yoga? Quali classi offrite a chi inizia questo percorso?

GR e SV: Al neofita suggeriamo di scegliere con attenzione una scuola con le giuste referenze per il metodo che desidera seguire, con insegnanti dalla formazione attestata e verificabile. Chi inizia con noi nelle classi guidate ha la possibilità di sviluppare la pratica personale quotidiana e crescere nello studio tecnico delle asana. Impostiamo un lavoro personalizzato che rispetti ogni praticante nella sua unicità, con il suo bagaglio quotidiano di esperienze, vissuto, emozioni scritte sul corpo. Non abbiamo fretta di dare asana su asana bensì calibriamo il lavoro sulla base della maturità fisica, energetica e respiratoria del praticante consolidate dalla pratica costante. Chi lo desidera trova da noi la possibilità di praticare tutti i giorni e sceglie quindi in libertà quanto tempo dedicare alla pratica.

– Francesca d’Errico, 2017

Un approccio avanzato alla Prima Serie: Anthony Grim Hall

A. Grim Hall

  “Krishnamacharya’sOriginal Ashtanga Vinyasa Krama Yoga”. 

Diario di bordo della pratica personale di Anthony, questo blog include anche un intenso e immenso lavoro di ricerca sui testi che hanno dato origine alla pratica Yoga più famosa dei nostri anni, l’Ashtanga Yoga. Anthony è noto per avere raggiunto livelli molto alti nella pratica dell’Ashtanga e del Vinyasa Krama in totale solitudine prima di rivolgersi ad un maestro. Nel suo percorso ha esplorato in profondità gli insegnamenti di Krishnamacharya, il Guru dei grandi maestri BKS Iyengar e Sri K. Pattabhi Jois, studiando poi con un suo diretto discepolo, Ramaswami. Su questa base ha sviluppato quella che potremmo definire una Prima Serie per “intenditori”, dove l’accento non è tanto posto sulla complessità degli asana, ma sulla loro integrazione con mudra e pranayama. Una pratica avanzata, dunque, non tanto in termini “acrobatici” quanto nell’aspetto sottile dello Yoga, che diventa raggiungibile anche attraverso tecniche respiratorie e gesti simbolici.

Il progetto di Anthony sulla Prima Serie per praticanti avanzati comprende, sul suo blog, dettagli molto precisi sull’esecuzione di ogni asana elencato e sui mudra, che io non ho incluso e che sono disponibili ovviamente sulle pagine dell’autore. Ciò che rende particolarmente interessante questo approccio è che Anthony ha di fatto raggiunto livelli decisamente avanzati a livello di esecuzione degli asana, e ha poi recentemente scelto di alternare all’approccio “tradizionale” quello più lento e profondo.

Vale sicuramente la pena sperimentarlo di persona, consultando con attenzione sui testi di Krishnamacharya l’esecuzione dei Mudra suggeriti, gesti simbolici dal forte potere energetico.

Un approccio avanzato alla Prima Serie – di Anthony Grim Hall

 
Krishnamacharya a 50 anni – Sharath Jois in Baddhakonasa

“Se è possibile promuovere continuamente l’esecuzione degli asana avanzati su Instagram, forse possiamo usare i social media anche per promuovere gli asana fondamentali ed esplorarli in profondità, utilizzando posizioni che chiunque può eseguire.

Nella Tabella degli Asana presentata nel testo Yogasanagalu (Mysore, 1941 –  testo che sto traducendo in italiano, e a breve sarà disponibile, n.d.t.), Krishnamacharya presenta tre gruppi di asana: Primo, Intermedio e Avanzato. I gruppi Primo e Intermedio diventeranno la Prima e la Seconda serie di Pattabhi Jois, allievo di Krishnamacharya, in ordine abbastanza simile a quello della Tabella. Il gruppo di asana Avanzati, insieme ad altri asana che il maestro trasmise poi a Pattabhi Jois, sarebbe diventato noto come Serie Avanzate A e B (e in seguito Terza, Quarta, Quinta e Sesta serie).

In questo mio progetto, però, ho scelto di concepire il termine “avanzato” come una metodologia di approccio agli asana, piuttosto che come una categoria di posizioni. In pochi riescono e riusciranno a particare tutti gli asana presentati da Krishnamacharya e Pattabhi Jois; lo stesso Krishnamacharya non riteneva fondamentale che tutti dovessero per forza riuscirci. Inoltre, per questo grande Maestro non è mai stato importante eseguire gli asana in serie fisse. Ma se abbiamo una pratica Ashtanga costante da qualche anno, anche se non andiamo oltre la prima metà della Prima serie, possiamo sviluppare, inserendo tecniche di Pranayama, una sorta di “avanzamento” in cui la nostra esplorazione più che sugli asana si concentra sul respiro, sui bandha e sulla concentrazione.

Una pratica “avanzata”, quindi, potrà avere un aspetto completamente diverso da quello che siamo abituati ad immaginare, come illustro di seguito.

Ai fini di questo approccio, non è necessario cambiare drasticamente la propria pratica; è sufficiente ridurre gli asana, approfondire e rallentare il respiro, la permanenza nelle posture e forse i kumbhaka. Possiamo ad esempio cominciare ad approfondire un solo asana tra quelli che pratichiamo abitualmente, dedicandogli più tempo e respiri più lunghi, scegliendo un asana diverso ad ogni pratica. La stessa pratica “regolare” dell’Ashtanga comprende già una permanenza più lunga negli asana di conclusivi.

Gli asana avanzati sono divertenti e interessanti, io stesso mi sono divertito ad esplorarli per tre/quattro anni, ma ad un certo punto ho sentito che era giunto il momento di mettere via i giocattoli e cercare qualcosa di più significativo. Ci sono praticanti che riescono a fare entrambe le cose,  ovvero giocare/esplorare e fare ricerca all’interno degli asana più complessi fisicamente (e anche Krishnamacharya si augurava che i suoi allievi ci riuscissero), ma personalmente avevo voglia di respirare più lentamente, e questo per me significava ridurre gli asana. Questa riduzione, alla mia età (l’autore ha 53 anni, n.d.t.) significa dedicare meno tempo agli asana della Seconda e della Terza Serie. Trovo che sia utile ricordare quanto sia difficile di per sé mantenere consapevolezza e agio e concentrazione in ognuno degli asana che compongono la Prima Serie, e portare poi quella sensazione nella vita di tutti i giorni – una pratica avanzata in sé stessa, che non richiede capacità circensi.

2.46 La posizione (asana) adatta alla meditazione Yoga dovrebbe essere stabile, consapevole, immobile e comoda, e questo è il terzo degli otto rami dello Yoga. 

(sthira sukham asanam)

2.47 Per rendere perfetta la nostra postura, dobbiamo rilassarci o abbandonare lo sforzo, lasciando che la nostra attenzione si fonda con il senza fine, o infinito. 

(prayatna shaithilya ananta samapattibhyam)

2.48 Una volta raggiunta questa posizione perfetta, sorge in noi una incontestabile libertà dalle sofferenze causate dalle coppie di opposti (come caldo e freddo, bene e male, dolore e piacere). 

(tatah dvandva anabhighata)

Mi sorprende sempre notare che per raggiungere gli obiettivi elencati negli Yoga Sutra non abbiamo bisogno di libri, workshop tecnici, lezioni sull’allineamento, abbonamenti alla shala, viaggi o pellegrinaggi: la “fonte” è dentro di noi, abbiamo solo bisogno di sederci, respirare e concentrare la nostra attenzione. E magari ad un certo punto ci verrà voglia di leggere Patanjali per vedere cosa ci suggerisce di fare con la concentrazione che avremo sviluppato.

NOTE SULLA PRATICA

L’approccio “avanzato” alla Prima serie si basa sull’idea che, invece di “andare avanti” verso posizioni sempre più complesse, decidiamo di esplorare in profondità gli asana fondamentali, respirando più a lungo nelle posizioni, effettuando kumbhaka (dove è appropriato) e mantenendo la concentrazione al nostro interno (in breve, le istruzioni originali che Krishnamacharya impartiva nel suo Yoga Makaranda (disponibile in italiano con il titolo “Il Nettare dello Yoga”, ed. Ubaldini, n.d.t.), scritto a Mysore nel 1934, quando Pattabhi Jois era suo allievo.

Seguendo queste istruzioni, è improbabile trovare il tempo di praticare tutta la Prima Serie e personalmente raccomando di praticarne metà, in una versione modificata e flessibile.

Nota: un’alternativa può essere praticare la prima serie come sempre, scegliendo uno o due asana da esplorare più a lungo, ed enfatizzando gli asana di chiusura con un conteggio e un respiro particolarmente lenti. 

A causa della natura più statica di molte posture, raccomando e pratico io stesso il vinyasa completo (anche se il vinyasa può essere saltato negli asana asimmetrici o incluso solo tra gruppi di asana), e includo alcune variazioni nelle inversioni, sarvangasana e sirsasana.

Il kumbhaka (trattenere il respiro a polmoni vuoti o pieni) può essere praticato sia dopo l’inspirazione che dopo l’espirazione.

Molti degli asana e dei mudra che vi elenco prevedono il kumbhaka dopo l’espirazione, tuttavia possiamo bilanciare i kumbhaka nel corso della pratica.

Quando siamo seduti con la schiena eretta possiamo praticare il kumbhaka sia dopo l’inspirazione che dopo l’espirazione, quando ci flettiamo in avanti in una postura possiamo includere un breve kumbhaka di 2-5 secondi dopo l’espirazione.

Il kumbhaka sono solitamente da evitare nelle torsioni.

Ed ecco qui di seguito una mia pratica esemplificativa.

E’ costruita sulla base di 10 asana chiave e alcuni mudra (una sorta di serie Rishi), con l’opzione di alcune variazioni e preparazioni. In seguito vi suggerisco un approccio ad ogni asana e mudra.

Surya Namaskara

Tadasana

  1. Trikonasana
  2. Dandasana/Pascimattanasana/ Aswini Mudra
  3. Maha Mudra
  4. Bharadvajrasana
  5. Padma Mayurasana or Vajrasana
  6. Sarvangasana
  7. Bhujamgi mudra
  8. Sirsasana
  9. Baddha Konasana
  10. Yoga Mudra/parvatanasana/padmasana

Pranayama/meditazione

Possiamo ancora chiamarla una pratica di Ashtanga Vinyasa? I Vinyasa ci sono ancora, così come la concentrazione su respiro, drishti e bandha. E’ interessante ricordare che Pattabhi Jois raccomandava ad un certo punto di praticare meno asana, mantenendo più a lungo le posture che ritenevamo più utili, e dando maggiore attenzione agli altri rami dello yoga. Dopo i 50, Jois stesso affermava che il praticante era libero di scegliere come praticare. Non che sia necessario aspettare di avere 50 anni, naturalmente…

Struttura della Pratica

Kapalabhati – 36

Pranayama 6-12rounds

Opzionale

Bhagirathasana

Breve sequenza di movimenti delle braccia in Tadasana

A

Surya namaskara 3 A + 2 B 

(il primo con 6 respiri in ogni posizione, e 12 respiri in Ardho Mukha Svanasana )

  1. Trikonasana 

6 o 12 respiri per ogni lato

Opzionale: introdurre una posizione in piedi diversa ogni giorno

  1. Dandasana/Pascimattanasana/ Asvini Mudra 

12 respiri

(seguiti da pratkriya purvottanasana)

Uno o più asana asimmetrici in forma di mudra  

(da alternare quotidianamente) – 6 respiri per ogni lato

  1. Maha Mudra 

12 – 24 respiri

  1. Bharadvajrasana

12 respiri

(come alternativa a Marichiyasana)

  1. Padma Mayurasana (opzionale)

o Vajrasana con sigillo addominale

6 -12 respiri

(Krishnamacharya in Yoga Makaranda raccomandava di praticare ogni giorno Mayurasana, ma tenete conto della condizione soggettiva dei vostri polsi: io ultimamente, a causa di un incidente estraneo alla pratica, lo evito) 

Tataka Mudra 

12 respiri

B

Dwi pada pitam

(preparazione per sarvangasana)

Urdhva Dhanurasana (opzionale)

6-12 respiri

  1. Sarvangasana 

5 minuti

(senza variazioni, praticata come mudra) 

  1. Bhujamgi mudra 

6 -12 respiri

(come pratkriya per sarvangasana)

  1. Sirsasana 

5 minuti come mudra – Viparita karani

5 minuti con variazioni

Vajrasana 

6 -12 respiri

Sarvangasana 

5 minuti circa con variazioni

C

  1. Baddha Konasana 

6, 12, 24 respiri

  1. Yoga Mudra

6 -12 respiri

Parsvatanasana 

12 – 24 respiri

Pranayama 

Bhastrika – 60 respiri

Nadi sodhana (6), 12, 24, 48 respiri

Seduta di meditazione

20, 40 minuti

Note:

La pratica ideale comprende i gruppi A, B e C praticati insieme ogni mattina. 

Se si hanno problemi di tempo, possiamo praticare A e C alla mattina, e B (insieme a C, volendo) più tardi nel corso della giornata” (cont.) – Anthony Grim Hall, 2016

Suggerisco a chiunque fosse interessato all’approfondimento di questo tipo di approccio alla pratica, di leggere le istruzioni relative ad ogni singolo asana/mudra offerte da Anthony sul suo blog, ai link che ho inserito nell’introduzione, e naturalmente di rileggere con attenzione i testi di Krishnamacharya, davvero ricchissimi di spunti ancora oggi. Chi invece è sufficientemente avanzato può già sperimentare questo tipo di pratica, un’idea alternativa alla pratica tradizionale che può essere complementare alle serie che già pratichiamo.

Personalmente io ritengo che lo yoga sia in continua evoluzione, lo testimoniano gli stessi libri del grande Krishnamacharya, che ad ogni edizione arricchiva la sua proposta sulla base delle sue nuove esperienze. Lo yoga in fondo è un percorso di ricerca, che si dispiega ogni giorno in una nuova direzione anche sul nostro tappetino, e più che mai attraverso il nostro corpo.

– Francesca d’Errico, 2017

Yoga & Injuries: Simon Borg Olivier (ITA/ENG)

Torno a parlare di Yoga e gestione degli infortuni con uno dei massimi esperti mondiali in Yoga Therapy: Simon Borg-Olivier. Simon, oltre ad avere al suo attivo 30 anni di insegnamento e ad essere fondatore del famoso centro Yoga Synergy, in Australia, è laureato in Biologia e ha conseguito un master in Scienze Applicate alla Fisioterapia. Ha studiato con BKS Iyengar, Sri K. Pattabhi Jois e TKV Desikachar, prima di incontrare il suo maestro, Natanaga Zander (Shandor Remete), con cui ha approfondito la sua ricerca per due decenni. Con il Maestro Zhen Hua Yang, in Tibet, ha integrato gli insegnamenti dei monaci Shaolin alla sua già profonda conoscenza dello Yoga.
L’esperienza di Simon è incredibilmente interessante proprio per gli infortuni debilitanti che ha subito durante la sua vita, e che non solo non hanno influenzato la sua determinazione, ma anzi lo rendono a tutt’oggi un praticante di altissimo livello (il video realizzato da Alessandro Sigismondi che potete vedere qui lo dimostra: più in basso, nella versione inglese, trovate un’altro video dimostrativo, sempre realizzato dall’inimitabile Alessandro Sigismondi).
L’intervista che Simon mi ha concesso è riportata in Italiano e in Inglese, per essere accessibile a tutta la comunità yogica internazionale. (Scroll down for English). 

FDE: Come molti praticanti di lungo corso, sono passata attraverso infortuni scatenati da diverse cause: aggiustamenti inopportuni, vecchie problematiche che si sono ripresentate nel tempo (ero una ballerina), stiramenti a muscoli e tendini, protrusioni discali… insomma di tutto un po’. Lo yoga è stato a volte una terapia, a volte uno scatenatore di incidenti. O meglio: il mio atteggiamento verso la pratica è stato a volte terapeutico, e altre volte… il colpevole!
SBO: Posso capirti, anche io ho avuto infortuni ed esperienze molto simili!
 
FDE: Sei un insegnante molto noto, con un grande bagaglio di esperienze collegate ad infortuni personali o dei tuoi studenti. Per questo mi interessa moltissimo il tuo approccio, che ritengo possa essere di grande aiuto a molti.
SBO: Per questo motivo ho sviluppato un corso online in yoga therapy, che molti potrebbero voler seguire. Nel corso tratto moltissimi argomenti di questo genere. 
 
FDE: Le pratiche Vinyasa sono relativamente giovani in occidente, e per la prima ci troviamo ad affrontare classi in cui sono presenti molti praticanti che hanno superato i 50-60 anni di età, alcuni molto esperti, che probabilmente si chiedono come approcciare queste pratiche traendone il massimo beneficio, piuttosto che rischiando di incorrere in infortuni.
SBO: E’ verissimo. Io sono uno di questi praticanti, e ho molto da dire in merito. Sul mio blog www.yogasynergy.com e sul mio account instagram @simonsynergy sono presenti molti spunti di riflessione su yoga e terapia.
 
FDE: Quali sono gli infortuni che hanno lasciato un segno (nel bene e nel male) sulla tua pratica personale? E da cosa sono stati scatenati?
SBO: Molti dei miei acciacchi mi seguono dalla nascita (incluso un disallineamento del sacro e della colonna lombare), e molti sono collegati ad incidenti veri e propri, la lista è lunga:
– un’esplosione chimica quando avevo 15 anni mi regalò una perforazione al polmone, con conseguente asma, che ho risolto negli anni con il pranayama, tecnica che ho iniziato a praticare a 6 anni. Comprendere gli effetti del respiro è stato un passo fondamentale sia per la mia pratica che per l’insegnamento.
– mi sono rotto l’osso del collo a 20 anni nel mio unico tentativo di partecipare ad una lezione di ginnastica artistica. Lo yoga in questo mi ha aiutato moltissimo, soprattutto gli asana sulla testa e sulle spalle (che però insegno raramente agli studenti). Preferisco seguire con lezioni individuali gli studenti che soffrono di problemi al collo.
– mi sono rotto i legamenti del ginocchio (ACL) a 25 anni grazie ad una caduta mentre ballavo in discoteca. Anche qui, lo yoga mi ha aiutato, e con la pratica anche le mie conoscenze fisioterapiche. Sono in molti a soffrire di problemi alle ginocchia, e in questo ho sviluppato una notevole capacità di intervento.
– ho subito una perforazione addominale e intestinale a 30 anni, mentre tentavo di sedare una rissa. Lo yoga è stato fondamentale nella riabilitazione, e la mia esperienza mi ha messo in grado di aiutare chiunque abbia subito una chirurgia addominale.
– soffro di dolori cronici alla schiena dovuti ai miei problemi congeniti, che hanno cominciato a manifestarsi intorno ai 20 anni. Lo yoga mi aiuta, ma le mie patologie sono serie e non possono essere completamente risolte: il lato positivo è che grazie a queste problematiche posso aiutare significativamente chi soffre di patologie alla schiena.
– infine a 51 anni sono caduto da un edificio fratturandomi il gomito, e danneggiando in modo importante le anche, le spalle, un polso e la schiena. Sto tuttora lavorando su questo infortunio e negli ultimi 15 anni la mia pratica è molto diversa da quella che molti insegnanti di yoga, oggi, suggerirebbero a chi deve riprendersi o evitare infortuni (n.d.t.: suggerisco a tutti la visione dei video di Simon su youtube, per avere un’idea della sua attuale pratica).
FDE: Nello Yoga, sono in molti a tenere nascosti i loro infortuni, come se ammetterli potesse in qualche modo danneggiare l’immagine di questa disciplina, che nel tempo si è guadagnata un po’ il ruolo di “terapia per tutto”. Cosa ne pensi?
SBO: Ho visto spesso questo atteggiamento. I praticanti tendono a nascondere i propri infortuni, soprattutto chi pensa che sia stato proprio lo yoga a causarli. Io stesso sono stato accusato di avere questo atteggiamento, e addirittura di essermi auto-inflitto molto dolore. Penso che la gente tenda a nascondere i propri acciacchi per non danneggiare la propria immagine. Anni fa ho cercato di pubblicare un articolo sullo Yoga Journal in cui scrivevo che lo yoga contemporaneo è potenzialmente molto pericoloso per come viene insegnato. Credo che la maggior parte delle persone oggi non stia praticando yoga, ma semplicemente eseguendo allungamenti e/o contrazioni estreme a livello muscolare e articolare, tecniche di respirazione eccessive, e che molte pratiche vengano eseguite o con esagerata consapevolezza o con estrema leggerezza (come nel caso di chi ignora deliberatamente i segnali del corpo che eviterebbero gli infortuni che arrivano quando si spinge troppo).
FDE: Con l’età, il nostro corpo cambia, anche se pratichiamo ogni giorno. Il tuo approccio allo yoga è cambiato negli anni? E ritieni che l’invecchiamento ci renda più soggetti agli infortuni? Cosa suggerisci ai praticanti che hanno superato i 50/60?
SBO: Condivido quanto dici, il corpo cambia molto con l’età, anche se pratichiamo ogni giorno (come me, che pratico quotidianamente da decenni). Il mio approccio si è raffinato nel tempo, attraverso 50 anni dedicati a questa disciplina. Ma negli ultimi 10-15 anni ho decisamente adottato un approccio più morbido e rilassato anche a livello di tecniche di respirazione. Inoltre rifletto meno durante la mia pratica, e ne riesamino gli effetti positivi e negativi. E’ qualcosa a cui penso spesso. E ho modificato e adattato la pratica per compensare alle afflizioni che il nostro mondo occidentale ci impone quotidianamente, come quella di dover trascorre molte ore seduti. Credo che lo stile di vita sedentario renda tante persone inadatte al tipo di yoga a cui si rivolgono. Modifico sia la mia pratica che il mio metodo di insegnamento rispettando le problematiche fisiologiche e mentali del mondo occidentale contemporaneo.Non penso che l’invecchiamento ci renda più soggetti agli infortuni. Innanzi tutto se pratichiamo lo yoga in modo “pericoloso”, gli infortuni dipendono dalla frequenza dei cosiddetti movimenti rischiosi (che possono portare ad erosioni articolari o a stiramenti muscolari). Se non pratichiamo yoga in modo eccessivo, non ci esponiamo a rischi di questo tipo. In secondo luogo, ritengo che la cosa peggiore che possiamo fare al nostro corpo con l’avanzare degli anni (e purtroppo questo è il modo in cui lo yoga è spesso praticato), è disturbare la fisiologia naturale del corpo e continuare a metterlo in un costante stato di stress (iper-stimolando il sistema nervoso simpatico, che diventa così esageratamente dominante).
Penso che l’esagerazione nell’allungamento/contrazione muscolare e nelle tecniche di respirazione siano la causa dell’inibizione del nostro corpo ad una risposta curativa. Questi estremi portano i sistemi corporei ad una chiusura (lo vediamo ad esempio con i problemi all’apparato digerente, al sistema immunitario, al sistema endocrino di regolazione ormonale). Come risultato, se stiamo affrontando un infortunio, il nostro corpo non ha a disposizione i suoi alleati naturali (in particolar modo il sistema immunitario). Di fatto, molte pratiche  contemporanee tendono a rendere queste funzioni vitali ed essenziali inaccessibili.
Raccomando sia ai miei studenti che agli insegnanti del mio team, giovani o meno giovani, e a tutti i praticanti, esperti o principianti, di mantenere il flusso naturale della circolazione sanguigna senza iperstimolare la funzione cardiaca, attraverso movimenti che non richiedano eccessivi allungamenti, contrazioni o respirazioni forzate. Per riuscire a praticare in questo modo è necessario un training adeguato, e purtroppo non sono in molti ad offrirlo. Suggerisco ai praticanti, ma soprattutto agli insegnanti, di impegnarsi in corsi di anatomia e fisiologia, conoscenze che spesso vengono trascurate. Tutti hanno bisogno di essere più spontanei nella pratica, in ogni suo aspetto: muscolare, respiratorio e mentale. E tutti hanno bisogno di riesaminare i benefici e le problematiche che derivano dalla loro pratica, a livello fisico e mentale. E’ davvero importante sottolineare la necessità di non entrare in stato di stress durante la pratica. E’ questa l’essenza dei miei insegnamenti, quello che cerco di trasmettere nei miei corsi online, nel mio blog, e nelle mie lezioni.
FDE: Qual è la tua reazione di fronte agli infortuni, e cosa suggeriresti ad un praticante in riabilitazione?
SBO: Quando e se mi faccio male durante la pratica, il mio primo pensiero è che probabilmente non stavo praticando, ma mettendo in atto una forma di sadomasochismo: in teoria, non ci si può fare male praticando yoga. Quando dobbiamo affrontare il recupero da un infortunio, ecco i miei consigli: 1. se l’infortunio è recente, io solitamente riposo, ed incoraggio il flusso sanguigno verso la zona colpita. 2. Esercito i muscoli nelle aree del corpo accessibili, attivando e rilassando la muscolatura in diverse posizioni. 3. A seconda dell’infortunio, ricomincio ad usare i muscoli colpiti in modi diversi. La terapia è complessa e non c’è una formula generica per il recupero di qualsiasi infortunio.
FDE: Gli infortuni da usura sono presenti in qualsiasi attività fisica in cui si ripetono continuamente gli stessi movimenti. Trovi che questo sia in contraddizione con alcune tradizioni, come l’Ashtanga, in cui sono relativamente pochi gli studenti in grado di praticare oltre la prima serie? Cosa consigli a questi praticanti?
SBO: Penso che gli infortuni da usura nascano dalle ripetizioni eccessive soprattutto se quei movimenti ci causano sensazioni di eccessivo allungamento o tensione, come dicevo prima. E come giustamente dici, i praticanti che traggono i maggiori benefici dall’Ashtanga sono quelli che riescono ad arrivare alle serie avanzate, ma la maggior parte resta ferma alla prima. Credo sia necessario muoversi all’interno degli asana senza strafare, e credo che molti praticanti di Ashtanga oggi stiano trascurando alcuni aspetti chiave che Pattabhi Jois sottolineava spesso (come l’importanza di praticare Lolasana) e la necessità di praticare ahimsa (non violenza) durante la pratica. La mentalità “bisogna soffrire per arrivare al risultato” è oggi troppo diffusa nello yoga. Penso che sia necessario, per chi è fermo alla prima serie da tempo, variare sequenze. Inoltre i praticanti devono considerare sempre le problematiche legate alle abitudini occidentali contemporanee, come l’eccessiva tensione e compressione della parte anteriore dell’anca, la compressione discale a livello delle vertebre lombari (L5-S1), e molte altre, a cui dedico lunghi approfondimenti nei miei corsi.
I corsi online di Simon Borg Olivier sono disponibili a questo link. Sul suo sito sono inoltre disponibili le date dei suoi corsi per insegnanti e delle sue presenze nei centri australiani che dirige.
ENGLISH VERSION – YOGA & INJURIES #2: 
AN INTERVIEW TO SIMON BORG-OLIVIER 
Here I am again on Yoga and Injuries, this time talking with one of the world’s top Yoga Teacher and Therapist: Simon Borg-Olivier. Simon has been teaching for over 30 years. He founded Yoga Synergy, in Australia,  holds a Bachelor in Human Biology and a Master in Sciences Applied to Physiotherapy. He studied Yoga under BKS Iyengar, Sri K. Pattabhi Jois and TKV Desikachar’s guidance before meeting his Guru, Natanaga Zander (Shandor Remete), with whom he has deepened his knowledge over two decades. With Master Zhen Hua Yang, in Tibet, he integrated his Yoga studied with Shaolin Monks’ techniques. His experience is even more interesting when you learn how many accidents and injuries he has personally endured. Such experiences make his knowledge unique and he is today one of the leading Yoga Teachers worldwide (have a look at Alessandro Sigismondi’s videos of his practice). 
 
FDEAs a long time practitioner I have gone through several injuries from various causes: bad adjustments, old injuries that come back (I used to be a dancer), muscle strains, ligaments, slipped discs… you name it :-). Yoga has been sometimes a healer, sometimes the cause. Or shall I say, my attitude towards the practice has been healing at times, and other times… the culprit!
SBO: I totally relate to what you are saying , I have had similar experiences.
FDE: You are a great teacher, with loads of experience both on personal and on practitioners’ injuries. So I am obviously very interested in knowing your approach. I believe it could be extremely helpful to all practitioners to know how a famous teacher deals with his own and his students’ injuries.
SBO: I have a whole online course on yoga therapy that maybe many students would be interested in seeing, as I discuss all this stuff in it.
FDE: Also, since Vinyasa Yoga styles are relatively young in the West, we are now having for the first time a very large group of long-term practitioners that are entering their 50s and 60s,  and probably are questioning themselves on how to approach Ashtanga/Vinyasa/Jivamukti Yoga to benefit from it, rather than getting injured.
SBO: Yes indeed. I am one of these people and i do have a lot to say . On my blog at www.yogasynergy.com or my instagram @simonsynergy practitioners can see lots on my opinion on yoga and therapy.
FDE: What are the injuries that left a (positive/negative) sign in your personal practice? And what were the main causes?
SBO: It’s a long list! Most of my injuries have been since birth (including a slight malalignment of the sacrum and lumbar spine since birth) and lots of accidents for example the following :
– chemical explosion when i was 15 years old left me with a punctured lung that left me with asthma that i later fixed with pranayama that i have been doing since the age of 6. Understanding the effects of breathing has been fundamental in my teaching and practice of yoga
– broken neck when i was 20 years old in my one and only attempt at gymnastic class. this i have managed very well with yoga including headstand and shoulder stand (but i rarely teach these poses to others). i often help people with neck problems in my classes and private consultations.
– ruptured Knee ligaments (ACL) when i was 25 years old from falling while dancing in a night club – this i manage well with my yoga and understanding as a physiotherapist. many people have knee problems and i believe this is where i can probably help people in one of the most important ways.
– abdominal and intestinal perforation as a result of getting a large knife in my abdomen while trying to stop a fight when i was 30 years old. I believe my yoga has really helped me recover from this and i can help people better who have any surgery and or abdominal problems as a result of this.
– ongoing back pain as a result of my congenital spinal problems that have caused me chronic back pain since i was about 20 years old. I manage this quite well with yoga but my problems are major so i have not fixed my self completely but it means i am very good at helping others with non severe back problems 
– i fell off a building when i was 51 years old and broke my elbows and badly damaged my hips, shoulders, wrist and spine in the fall. i am still working on healing all of this and in the last ten to 15 years my practice is very different to most peoples yoga in the world today in order to encourage healing and prevent further injury 
FDE: There is always the lurking feeling that injuries should be kept hidden, because they could damage the image of Yoga as a “cure all” therapy/discipline. What is your view on this concept?
SBO: I have seen this too. People keep their injuries hidden its true especially if people may think the yoga caused it. I have been accused of this often as well with people suggesting that i have pain that i did to myself. If anything i think people keep their injuries private so that their own image is not affected. Some years ago i tried to publish a major article in the american yoga journal to say that most modern yoga is potentially very dangerous the way it is being taught. I believe that most people in the world today are not doing yoga they are instead simply over-stretching muscles and joints, over-tensing muscles, over-breathing, and often over-thinking their practice (although some people also have the problem of not thinking enough when they are practicing and they disregard the sensible signals of their body to avoid pain and instead push through pain)
FDE: With age, our body change, even if we practice every day. Has your approach to Yoga changed in any way through the years? And do you think that aging makes us more prone to yoga injuries? If yes, what would you suggest to the experienced practitioners who are now entering their 50s and 60s?
yes i agree our body seems to change a lot with age even if you practice every day (even if you do it daily for decades i did).
SBO: My approach has been continually refining since i began practicing 5 decades ago. But in the last ten or fifteen years i have definitely taken the approach to bend less, tense less, stretch less, breathe less and think less during my practice while really re-examining the potential benefits and negative effects of my practice. This i do think about a lot. And i have made many modifications and adaptations to the practice to compensate for the main problems we are faced with in every day life such as the western (or modern) body’s habit of sitting in chairs for 5-15 hours per day. I  believe that the chair life style all modern people seem to have makes them unsuitable of the type of yoga they mostly attempting. More and more i adapt and modify my practice and my teaching to compensate for the physical physiological and mental problems of the modern western world.
I dont think it is the ageing that makes us more prone to yoga injuries as such. 
Firstly if the yoga practice  dangerous it is the amount of times you do a dangerous or destructive activity  (such as grinding together and eroding your joints with over-stretching muscles and joints or over- tensing muscles). If you do not do yoga in such a ‘stretchy’ way most common injuries simply do not arise. 
Secondly i believe that the most damaging thing we do to our bodies as we get older (and often more so the way modern yoga is practiced) is to disturb the natural physiology of the body and cause it to always in a dominant state of ‘flight or fight’ (over-stimulation and over-dominance of the sympathetic nervous system). 
I believe the over-tensing, over-stretching and over-breathing in particular are causing inhibition of the bodies natural healing response and essentially a ‘switching off’ of the body’s main body systems such those that help you digest food (digestive system), those that help you recover from injury and illness (the immune system), and those that regulate the reproductive system, your hormone levels, your metabolism etc (the endocrine system). The result is that if there is an injury the body simply can not heal it well and as you get older this gets worse because we are not helping our body systems (especially the immune system) and in fact most practices are inhibiting these essential functions of the body. 
I recommend to all my students and associates young and old, those new or experienced to yoga and in fact everyone, that you need to keep the blood circulating without the heart racing and get strong without feeling tense and get flexible without feeling a stretch and gather energy without having to breathe too much. To achieve this however needs education that most people are not getting. So i suggest practitioners and teachers all get  ongoing education on both anatomy and physiology (which is especially lacking). They all need to bend less, tense less, stretch less, breathe less and think less during their practice while really re-examining the potential benefits and negative effects of their practice on all levels, not just physical benefits or problems but also physiological and mental benefits and potential problems. I really think it is important to emphasise to not get into any stressful states in your practice. Of course how they do this and what to do instead is the essence of my teaching and you can see some of it my online course on yoga therapy and in my blogs etc 
FDE: How do you react to injury in your practice? What would be your advice to a student that is facing an injury? 
SBO: I usually react to an injury in my practice if it ever happens with the realisation that at the time i was not really practicing yoga but more likely a type of sado-mascochism and in theory you cannot injure your self while in yoga.
When faced with a physical  injury, depending of course on the injury itself, do the following things and i suggest the same for others. If the injury is fresh i will generally rest it while gently encouraging blood flow to the area. I ‘exercise’ the muscles in the rest of the body by activating and relaxing the muscles of the body in their various positions and then subject to the injury i will slowing begin use the muscles in the area of the injury in different ways. But therapy is complex and their is no simple formula for how to fix all injury.
FDE: Wear-and-tear injuries in any physical activity come from continuous repetition of the same moves. Do you feel this is in contradiction with some traditional practices like Ashtanga, where only few students can practice more than one sequence? The majority are stuck in Primary for many years. What would be your advice to them?
SBO: I think wear and tear can come from repetition especially if the movements you are making are causing any sensation of stretch or tension for the reasons i have above. And as you suggest the people who do best in ashtanga do more than one sequence but most people get stuck on primary. I believe you should move into postures in a way that does not give stretch and i also believe that most people practicing ashtanga yoga are missing key points that Sri pattabhi jois was saying were important (such as the need to practice lolasana) and the need for ahimsa in the practice – the ‘no pain no gain’ mentality is still too popular in the world of modern yoga. I think varying the practice for those stuck on primary is good to do. Also people need to take into account the problems of daily western life such as over tension and compression in the anterior hips, compression of the spine around L5-S1 and many others. 
 
You can find all infos on Simon’s online courses, teachers’ trainings and daily classes here: www.yogasynergy.com.
 
– Francesca d’Errico, 2017

Le età dello Yoga: una pratica per tutta la vita

Non si parla a mio parere abbastanza di come praticare con l’avanzare dell’età. Lo Yoga dinamico (Ashtanga, Vinyasa, Jivamukti etc.) è arrivato da pochi decenni in occidente, ed è solo negli ultimi anni che cominciamo ad avere praticanti esperti di 50, 60 e anche oltre i 70 anni. Come cambia l’approccio alla pratica dopo venti, trent’anni sul tappetino? Quali sono le esperienze dei maestri occidentali e orientali? Mentre riflettevo su queste domande, sono capitata sul blog di Anthony Grim Hall, sempre fonte di interessanti spunti di riflessione. Anthony, famoso per il suo approccio personalissimo allo Yoga, pratica Ashtanga da anni, arrivando alle serie più avanzate come testimoniano i suoi video. E’ un appassionato studioso, ha pubblicato libri e ha tradotto alcuni interessantissimi testi di Krishnamacharya, e la sua pratica oggi è un interessante insieme di Vinyasa Krama (secondo  la tradizione di Krishnamacharya e Ramaswami) e Ashtanga. Ho letto questo suo post e ho pensato di tradurlo per voi, per condividere il suo punto di vista e offrire a tutti qualche idea in più per trarre il massimo dalla pratica, a qualsiasi età. L’articolo è lungo ma l’argomento è vasto e merita un serio approfondimento. Al termine del post vi racconto qualcosa sulla mia pratica personale, dopo 19 anni di pratica Ashtanga e Jivamukti. Buona lettura!
 
Praticare asana avanzati ogni giorno: un must o un rischio?
 
Krishnamacharya anziano durante la sua pratica
Se accettiamo il fatto, come suggerivano gli stessi Krishnamacharya e Pattabhi Jois, che gli asana avanzati sono da considerarsi puramente dimostrativi, è un bene praticarli tutti i giorni, o quattro volte alla settimana, per decenni? Non intendo fare mera critica distruttiva di nessun metodo; io stesso ritengo che praticare gli stessi asana quotidianamente sia un modo eccellente per rafforzare la disciplina, ma visto il numero crescente di praticanti che hanno raggiunto livelli avanzati di pratica, e le tante “superstar” che usano la loro pratica estrema per vendere i loro prodotti, mi chiedo se sia saggio incoraggiare questo sistema. La dimostrazione occasionale degli asana più difficili delle serie avanzate dell’Ashtanga, eseguite da praticanti esperti, sicuramente non produce danni permanenti, ma la pratica quotidiana di questi asana dimostrativi per decenni è tutt’altra cosa. Riformulo quindi la domanda: è giusto praticare asana avanzati quasi tutti i giorni per decenni, e quando dovremmo accettare i cambiamenti fisiologici del nostro corpo, del nostro apparato muscolo-scheletrico, adattando la pratica in modo adeguato?
La domanda nasce dalla visione di un documentario del 1938 in cui Krishnamacharya, insieme ai suoi familiari e a BKS Iyengar, dimostrano questi asana. All’epoca commentai così: “Mi sembra evidente che gli asana insegnati ai ragazzi del palazzo di Mysore fossero volutamente dimostrativi. Simili asana e i relativi passaggi delle serie avanzate, che erano utilizzate appunto per queste dimostrazioni, sono probabilmente troppo estremi per una pratica quotidiana, e possono portare a lesioni al ginocchio e alle articolazioni, a meno che, appunto, non vengano utilizzati sporadicamente e dopo una corretta preparazione. Sfortunatamente oggi la terza serie dell’Ashtanga è diventata la nuova seconda, e la quarta è la nuova terza. Come conseguenza, sono moltissimi gli studenti che oggi praticano quotidianamente questi asana, e mi chiedo se sia un atteggiamento saggio”.
Questa riflessione mi è rimasta in mente a lungo. Spesso, nel mio blog, pubblico un post per vedere se, dopo qualche giorno, settimana, mese o anno la penso ancora allo stesso modo. Spesso ho la tentazione di cancellare i miei primi sette anni di blog, e sicuramente tra cinque anni avrò la tentazione di eliminare quasi tutto, ma in fondo il blog è proprio un diario che riflette i cambiamenti della mia pratica personale. Insomma, un blog è solo un blog. Quindi semino la mia idea, e la lascio germogliare su questo terreno comune.
 
La pratica quotidiana della prima serie è un conto (anche se comprende asana che originariamente Krishnamacharya e Pattabhi Jois avevano incluso nella seconda, come Marichiyasana D e Uttihita Parsvakonasana B. Un conto sono anche i primi inarcamenti, relativamente dolci, della seconda serie. Ma che dire degli asana delle serie avanzate?
Attualmente, la pratica dell’Ashtanga Yoga funziona così: si inizia imparando la prima serie. E’ probabile che per le prime settimane si rimanga fermi ai saluti al sole e alle posizioni in piedi, prima di passare ai veri e propri asana della prima serie. E’ altrettanto probabile che si resti fermi a Marichiyasana D per qualche tempo – per qualcuno anche una vita intera. Personalmente, di recente (e contrariamente ad alcuni miei post precedenti), non penso che sia una cosa negativa praticare solo la prima serie, prevalentemente perché preferisco praticare lentamente (quindi una pratica completa mi porterebbe via tutta la mattinata), mi piace dedicare del tempo anche a pranayama e meditazione, e naturalmente alla mia vita personale e professionale.
Con il tempo, il praticante completa la prima serie e comincia ad aggiungere posizioni della seconda. E’ probabile che rimanga fermo a kapotasana per qualche anno o per una vita, e per diverse vite a karandavasana.
E’ dopo karandavasana che si tende a cominciare a lavorare quotidianamente sulla seconda serie, praticando la prima solo il venerdi, quindi siamo a cinque giorni di asana della seconda serie, e un giorno dedicato alla prima serie.
Allo stesso modo, una volta completata la seconda serie, cominciamo ad aggiungere gli asana della terza, fino a che passiamo alla pratica della terza serie per quattro giorni a settimana, dedicando un giorno alla prima serie e uno alla seconda, e così via. Se si è arrivati alla quarta serie, la praticheremo per tre giorni a settimana, dedicando un giorno alla terza, uno alla seconda e uno alla prima. Quindi siamo a quattro giorni di asana estremamente avanzati, uno di asana avanzati, e uno dedicato agli asana della prima serie.
Gli insegnanti più senior affrontano questo dilemma in modi diversi. Fatico ad accettare una forma di ‘autorità’ in materia di metodo. L’approccio di Sharath è interessante, come lo è quello di Manju, quello di Saraswathi e quello dei maestri occidentali che per primi frequentarono la shala di Pattabhi Jois. Ognuno di loro ha le sue idiosincrasie, influenzate dal periodo di apprendimento con Guruji e adattate all’ambiente in cui si trovano ad insegnare. Fatico anche ad accettare l’autorità di Pattabhi Jois – e anche qui dovrei specificare “quale” Pattabhi Jois: quello degli anni di Yoga Mala, o quello più anziano, che si trovava ad insegnare a centinaia di studenti. Forse non accetto nemmeno l’autorità di Krishnamacharya… certo ho un problema personale con il concetto di autorità: in generale, penso che sia importante riflettere sui diversi approcci alla pratica e, nel tempo e con l’esperienza personale, individuare quello che meglio si adatta a noi.
Ma torniamo alla domanda iniziale:
Se accettiamo il fatto, come suggerivano gli stessi Krishnamacharya e Pattabhi Jois, che gli asana avanzati sono da considerare puramente dimostrativi, è un bene praticarli tutti i giorni, o quattro volte alla settimana, per decenni? La dimostrazione occasionale degli asana più difficili delle serie avanzate dell’Ashtanga, eseguite da praticanti esperti, sicuramente non produce danni permanenti, ma la pratica quotidiana di questi asana dimostrativi per decenni è tutt’altra cosa. Riformulo quindi la domanda: è giusto praticare asana avanzati quasi tutti i giorni per decenni, e quando dovremmo accettare i cambiamenti fisiologici del nostro corpo, del nostro apparato muscolo-scheletrico, adattando la pratica in modo adeguato?
 
 
Se si è giovani, relativamente flessibili e dotati di una determinata struttura muscolo-scheletrica, se abbiamo iniziato a praticare a vent’anni, probabilmente a 25 ci troviamo a lavorare sulla terza serie, e con il tempo praticheremo le serie avanzate per i prossimi venti-trent’anni. E’ chiaramente un estremo: probabilmente avete cominciato a praticare Ashtanga vicini alla trentina, ritrovandovi verso i 35-40 a praticare la terza serie per i prossimi dieci, quindici anni, finché una voce vi dirà che quello che è troppo è troppo, e comincerete ad abbandonare alcuni asana e forse alcune serie.
Io ho iniziato a 43 anni. Dopo aver completato la prima serie, sono andato avanti nella pratica arrivando alle serie Avanzate A e B. Grazie al cielo, ho poi incontrato la pratica del Vinyasa Krama e Ramaswami, e sono passato ad un approccio più lento rispetto alla pratica. Studiando e praticando sui testi di Pattabhi Jois e Krishnamacharya, ho rallentato la mia pratica fino ad arrivare a ciò che faccio oggi: la prima metà della Prima serie, e occasionalmente la prima metà della seconda.
Oggi penso che non avrei dovuto praticare metà degli asana avanzati a cui mi sono dedicato: ma stavo invecchiando, pensavo “se non ora, quando?”, ed ero in una fase di leggero innamoramento per ciò che il mio corpo sembrava capace di fare. Mi capita di sussultare quando guardo i vecchi filmati di Pattabhi Jois che spinge studenti forse inadatti ad afforntare la seconda serie, in asana estremamente avanzati. E allora mi chiedo nuovamente: è corretto praticare asana avanzati quotidianamente per decenni, e a che punto è giusto accettare i cambiamenti fisiologici del nostro corpo, del nostro apparato muscolo-scheletrico, adattando la nostra pratica di conseguenza?
Devo puntualizzare che sono un praticante “solitario” (come dice il nome stesso del mio blog), e a parte tre mesi trascorsi con Kristina Karitinou a Creta (che mi sento di raccomandare caldamente), un breve teacher training con Manju Jois e un mese insieme a Ramaswami a Los Angeles (per il suo teacher training in Vinyasa Krama), ho sempre esplorato la pratica da solo, a casa. Ho iniziato con libri e DVD nel 2007. Non mi sono mai fatto male, e dopo aver raggiunto nel 2011 una pratica sufficientemente avanzata (vedi i video di Anthony cliccando qui, n.d.t.), ho iniziato ad esplorare un approccio più lento alla pratica, soffermandomi a lungo negli asana, perdendo interesse negli asana più estremi. Se frequentassi una shala, probabilmente verrei incoraggiato ad andare oltre la mia esagerata cautela e il mio buon senso.
(Consiglio a tutti la visione del post originale, dove sono presenti molte tavole fotografiche tratte dai libri di Krishnamacharya, in cui questo grande maestro pratica ben oltre i 70 anni. Al post originale sono allegate alcune appendici: la più interessante a mio personale parere è questa intervista a BKS Iyengar, che affronta l’argomento della pratica con l’avanzare degli anni (n.d.t.).)
“La maggior parte delle persone vuole arrivare alla felicità senza soffrire. Io abbraccio gioia e sofferenza. Vediamo dove mi porta la sofferenza”. (BKS Iyengar, ‘Light on Life’)
Forse non arriveremo al samadhi: tuttavia il lavoro di esplorazione degli otto rami dell’Ashtanga Yoga possono prepararci alle sofferenze che ci aspettano. Sono pochi coloro che riescono ad evitare completamente il dolore. Non siamo noi a cercarlo, ma esso non può essere evitato, ridotto, dirottato: dobbiamo prepararci ad affrontarlo con dignità e pazienza, ed imparare anche da questa prospettiva ciò che la vita può insegnarci. Qui di seguito uno degli articoli che maggiormente hanno influenzato la mia pratica. Sono spesso tentato di stamparlo, incorniciarlo e appenderlo nella mia shala personale. Ho incluso anche alcune note sulla morte di Iyengar e alcuni passi di “Vedere per Credere”, sulla pratica di BKS Iyengar ormai ottantenne.
A 92 anni, BKS Iyengar continuava a praticare yoga per diverse ore al giorno. Qui descrive come era cambiata la sua pratica con l’età, offrendo il suo consiglio agli studenti di età più avanzata.
BKS Iyengar: la pratica ad età avanzata
La vittoria della volontà sulla materia
 
“Credetemi, dopo una certa età, praticare asana e pranayama diventerà molto difficile. Lo faccio solo per questa ragione: il corpo invecchia, si avvia al deterioramento. Il tasso catabolico aumenta a sfavore dell’anabolico. Le ossa si indeboliscono, le vene si induriscono. Sono tutti fatti noti, da cui non voglio essere dominato. Se mi arrendessi alla volontà del corpo, non sarei un praticante di Yoga. Quando pratico, cerco di capire come fermare questo processo di deterioramento. Questa è la vittoria della volontà sulla materia.
Potreste dire: “Iyengar non ha bisogno di nulla, perché ha sempre praticato”. Ma non è corretto. In realtà, io mi accorgo che a questa età è davvero necessario praticare. Devo evitare la costrizione del mio sterno. Devo cercare di mantenere il diaframma libero nel movimento. Se considero i possibili ambiti di deterioramento, e mantengo la pratica degli asana, allora è corretto affermare che io sia fisicamente uno Yogi.
BKS Iyengar
Molti ritengono che con l’avanzare degli anni sia meglio rivolgersi alla meditazione e ai mantra, piuttosto che continuare a praticare asana e pranayama.
Non sono un sadhaka (praticante) che si nasconde dietro la scusa dell’età. Non rifuggo la pratica fisica perché sono condizionato dal complesso dell’età. In ogni asana io medito, e in ogni asana vedo Dio, che è infinito e oltre ogni limite. Con gli anni, ho aumentato il tempo che dedico alle mie pratiche. La mente e il corpo lasciano il passo. Io li ricarico con la mia forza di volontà, e non mi arrendo alla debolezza del mio corpo e della mia mente. 
Grazie ai miei studi sulla filosofia e sulla pratica dello Yoga, oggi sono in grado di vivere senza dipendere da nessuno. Devo mantenere viva la filosofia del corpo esattamente come mantengo viva la conoscenza spirituale.
La sola differenza tra la mia gioventù ed oggi, è che da giovane ero come tutti i ragazzi: ero tentato di eseguire gli asana uno dietro l’altro. Oggi, resto in Dwi Pada Viparita Dandasana o Kapotasana per un tempo maggiore. A questa età comprendo il valore del sutra “Sthira Sukham Asanam” (YS II.46) nella sua completezza. Ora, in ogni asana, vedo la perfetta freschezza e stabilità del corpo, la fermezza della mente e la benevolenza del sé. Cerco di trovare questa stabilità, fermezza e benevolenza prolungando la mia permanenza in Kapotasana o Dwi Pada Viparita Dandasana. A volte dedico 10 minuti ad ogni lato in Parsva Sirsasana. Sono asana complesse. Nessuno pratica asana così difficili a questa età. Nessuno si arrischia a praticare asana che richiedono coraggio. Non è semplice praticare e mantenere un asana mentre muscoli e nervi tremano, con le articolazioni che tendono a cedere, il cuore che batte rapidamente. Non sono il tipo di persona che si mette in Padmasana e dice “sono comodo”. Se praticate yoga, vi rendete conto delle difficoltà che comporta l’invecchiamento. Il mio consiglio, quindi, è di essere liberi attraverso lo Yoga, di liberarvi delle afflizioni che l’età porta con sé attraverso lo Yoga. Perciò mantenete e sostenete ciò che avete imparato, continuate a praticare.
Ciò richiede non solo forza di volontà, ma anche coraggio e fede. Grazie alla corretta miscela di forza di volontà e coraggio, uniti alla capacità di discriminazione, la pratica yoga genera l’energia di cui le cellule nervose hanno bisogno per mantenere con agio gli asana più impegnativi. A questa età continuo ad imparare. E’ la saggezza che viene con il tempo: non ho perso la freschezza dell’intelletto. 
Quando eseguiamo Parsva Sirsasana, a volte non ci rendiamo conto di dove siano le nostre gambe, o le spalle, o dove sia posizionato il peso del corpo. Per una persona anziana come me, è più difficile avere questo tipo di sensibilità: tuttavia, non l’ho persa del tutto. Ogni tanto rientro nella posizione per recuperare la mia consapevolezza fisica o mentale. Educo le mie cellule a restare dove voglio che stiano. Cerco di trovare “Sthira Sukham Asanam” in questi asana impegnativi. E’ più facile farlo quando eseguiamo gli asana più semplici.
Pratico con regolarità pranayama e dhyana (meditazione) in Padmasana. Se volete sapere cosa faccio alla mattina presto, sono in sala, a praticare asana, e con lo stesso approccio pratico pranayama, dharana (concentrazione) e dhyana. Questa è la mia etica.
“Tatah Klesha Karma Nivrittih” (YS, IV.30). Ponendo fine alle azioni guidate dalle afflizioni, notiamo che le afflizioni non ci seguono con l’avanzare dell’età.” – BKS Iyengar
 
Due anni fa, mentre mi trovavo in Grecia, al ritiro di Ashtanga di Kristina Karitinou, appresi che BKS Iyengar aveva lasciato il suo corpo fisico. Informai Kristina della notizia, e lei lo riferì a tutti gli studenti. Dedicammo la nostra pratica alla sua memoria. Al termine della pratica mi recai nel cortile sul retro della shala, ed eseguii 108 drop back, proprio come avevo visto fare ad Iyengar in occasione del suo 80esimo compleanno. Era solo la seconda volta che tentavo una simile impresa, e dovetti suddividerla in quattro set di ripetizioni, con una breve pausa tra un set e l’altro. Non so perché decisi di lanciarmi in questa impresa, e ad un certo punto desiderai di non aver iniziato, chiedendomi perché mai la notizia della sua scomparsa mi avesse così commosso. Dopotutto io ero un Ashtangi, non avevo mai nemmeno preso parte ad una lezione di Iyengar… eppure oggi, rileggendo il mio post, vorrei aver raddoppiato il numero di quelle ripetizioni.
Uno dei libri di Anthony Grim Hall
Dopo aver letto gli scritti di Iyengar relativi alla sua pratica da ottantenne/novantenne, mi è venuta voglia di esplorare ulteriormente i testi che aveva pubblicato in tarda età. Ho iniziato a leggere “Light on Life”, un libro davvero meraviglioso. Mi chiedo se Iyengar avesse capito che sarebbe stato il suo ultimo libro. Il libro tratta, capitolo per capitolo, gli otto rami dell’Ashtanga. Incontriamo su queste pagine Iyengar mentre pratica asana e pranayama, lo troviamo alle prese con gli altri rami con l’indomita forza di volontà che ha accompagnato tutta la sua esistenza. La pratica degli asana oggi spesso assume connotazioni negative: in molti vogliono farci credere che non facciano parte dello yoga. Probabilmente i detrattori ne vedono l’aspetto dimostrativo e promozionale che a volte può distrarci dal nostro lavoro – ma a volte la distrazione aiuta a ritrovare con entusiasmo il nostro impegno. E’ questa disciplina quotidiana a caratterizzare la pratica per come la conosciamo. Non importa quale sia la tradizione che seguiamo, se non nell’illusoria autorità a cui ci appelliamo, forse un’ulteriore distrazione, inizialmente un supporto, che tende poi a distoglierci dalla nostra ricerca: e lo yoga altro non è se non, appunto, una ricerca. La pratica sincera e devota, idealmente quotidiana, in qualsiasi forma, dinamica o statica, tempra la volontà, disciplina di cui abbiamo bisogno per raggiungere gli altri rami a cui tendiamo”.
Anthony Grim Hall, 2017
Nota personale: 
E ora in breve, veniamo alla mia pratica. Con un passato di ginnasta, ballerina e sportiva in generale, ho sempre “alzato l’asticella” nelle mie attività fisiche, e con gli asana non faccio eccezione. Sono sempre stata molto disciplinata, pratico 5-6 volte a settimana, rispettando i giorni di luna e di riposo. Negli anni, ho affrontato diversi infortuni, anche se devo dire raramente legati alla pratica, se non in occasione di aggiustamenti ingenui o a cui non ho saputo dire no. Semmai, la pratica mi ha rivelato di volta in volta vecchie debolezze, o problemi legati all’apparato digerente, un’influenza in arrivo, etc. Mi piace mettermi alla prova quando le mie energie sono alte, ma cerco di non strafare se il mio corpo mi dice “non è giornata”. Con il tempo e con l’esperienza acquisita attraverso la pratica personale e i corsi per insegnanti, oggi preferisco praticare a casa, dove riesco a concentrarmi più facilmente, e frequentare seminari o trascorrere almeno un mese con maestri da cui sento di poter apprendere qualcosa che ancora non conosco (un leggero problema con l’autorità ce l’ho anche io…). La mia pratica quotidiana oggi è un mix tra prima e seconda serie dell’Ashtanga, alternate durante la settimana a sequenze Jivamukti in cui affronto asana che non fanno parte del metodo tradizionale dell’Ashtanga o quantomeno non in quell’ordine. Se un giorno sento di avere bisogno di inarcamenti, preparo sequenze che mi portano verso asana relativamente impegnativi come eka pada rajakapotasana, drop back o kapotasana. Se ho bisogno di sviluppare forza, mi concentro sulle posizioni di equilibrio sulle braccia, come bakasana, astavakrasana, eka pada koundinyasana e sullo sviluppo dei core muscles. Se devo recuperare concentrazione, mi attengo alle serie tradizionali dell’Ashtanga. Pratico per circa un’ora e mezza, dedicando sempre parte del tempo a meditazione, pranayama e rilassamento al termine della pratica. Quando sono particolarmente stanca, tendo a ridurre i vinyasa e restare più tempo negli asana, preferendo posizioni più semplici e pratiche meno lunghe. Cerco soprattutto di approcciare ogni giorno la pratica con umiltà e sensibilità all’ascolto del corpo. Dell’Ashtanga amo il rigore e la profondità, di Jivamukti le sequenze più libere e coreografiche. Non mi “arrendo” facilmente, e se noto una difficoltà o una rigidità, mi guardo dentro per capire da dove nascono: sono parte di un processo fisiologico o psicologico? Parto da qui per costruire ogni giorno la pratica che può aiutarmi a stare meglio, sotto ogni aspetto. Credo che l’età aggiunga saggezza al desiderio di ricerca, e che nello yoga gli anni che passano non siano un limite, ma al contrario un continuo arricchimento esperienziale che rende la pratica sempre più intensa e spirituale. Trovo riduttivo spaventarsi per un numero, e in fondo l’età è solo questo: un numero, comunque sempre molto piccolo rispetto all’eternità di cui facciamo parte.
– Francesca d’Errico

pic by Alessandro Sigismondi