Un approccio avanzato alla Prima Serie: Anthony Grim Hall

A. Grim Hall

  “Krishnamacharya’sOriginal Ashtanga Vinyasa Krama Yoga”. 

Diario di bordo della pratica personale di Anthony, questo blog include anche un intenso e immenso lavoro di ricerca sui testi che hanno dato origine alla pratica Yoga più famosa dei nostri anni, l’Ashtanga Yoga. Anthony è noto per avere raggiunto livelli molto alti nella pratica dell’Ashtanga e del Vinyasa Krama in totale solitudine prima di rivolgersi ad un maestro. Nel suo percorso ha esplorato in profondità gli insegnamenti di Krishnamacharya, il Guru dei grandi maestri BKS Iyengar e Sri K. Pattabhi Jois, studiando poi con un suo diretto discepolo, Ramaswami. Su questa base ha sviluppato quella che potremmo definire una Prima Serie per “intenditori”, dove l’accento non è tanto posto sulla complessità degli asana, ma sulla loro integrazione con mudra e pranayama. Una pratica avanzata, dunque, non tanto in termini “acrobatici” quanto nell’aspetto sottile dello Yoga, che diventa raggiungibile anche attraverso tecniche respiratorie e gesti simbolici.

Il progetto di Anthony sulla Prima Serie per praticanti avanzati comprende, sul suo blog, dettagli molto precisi sull’esecuzione di ogni asana elencato e sui mudra, che io non ho incluso e che sono disponibili ovviamente sulle pagine dell’autore. Ciò che rende particolarmente interessante questo approccio è che Anthony ha di fatto raggiunto livelli decisamente avanzati a livello di esecuzione degli asana, e ha poi recentemente scelto di alternare all’approccio “tradizionale” quello più lento e profondo.

Vale sicuramente la pena sperimentarlo di persona, consultando con attenzione sui testi di Krishnamacharya l’esecuzione dei Mudra suggeriti, gesti simbolici dal forte potere energetico.

Un approccio avanzato alla Prima Serie – di Anthony Grim Hall

 
Krishnamacharya a 50 anni – Sharath Jois in Baddhakonasa

“Se è possibile promuovere continuamente l’esecuzione degli asana avanzati su Instagram, forse possiamo usare i social media anche per promuovere gli asana fondamentali ed esplorarli in profondità, utilizzando posizioni che chiunque può eseguire.

Nella Tabella degli Asana presentata nel testo Yogasanagalu (Mysore, 1941 –  testo che sto traducendo in italiano, e a breve sarà disponibile, n.d.t.), Krishnamacharya presenta tre gruppi di asana: Primo, Intermedio e Avanzato. I gruppi Primo e Intermedio diventeranno la Prima e la Seconda serie di Pattabhi Jois, allievo di Krishnamacharya, in ordine abbastanza simile a quello della Tabella. Il gruppo di asana Avanzati, insieme ad altri asana che il maestro trasmise poi a Pattabhi Jois, sarebbe diventato noto come Serie Avanzate A e B (e in seguito Terza, Quarta, Quinta e Sesta serie).

In questo mio progetto, però, ho scelto di concepire il termine “avanzato” come una metodologia di approccio agli asana, piuttosto che come una categoria di posizioni. In pochi riescono e riusciranno a particare tutti gli asana presentati da Krishnamacharya e Pattabhi Jois; lo stesso Krishnamacharya non riteneva fondamentale che tutti dovessero per forza riuscirci. Inoltre, per questo grande Maestro non è mai stato importante eseguire gli asana in serie fisse. Ma se abbiamo una pratica Ashtanga costante da qualche anno, anche se non andiamo oltre la prima metà della Prima serie, possiamo sviluppare, inserendo tecniche di Pranayama, una sorta di “avanzamento” in cui la nostra esplorazione più che sugli asana si concentra sul respiro, sui bandha e sulla concentrazione.

Una pratica “avanzata”, quindi, potrà avere un aspetto completamente diverso da quello che siamo abituati ad immaginare, come illustro di seguito.

Ai fini di questo approccio, non è necessario cambiare drasticamente la propria pratica; è sufficiente ridurre gli asana, approfondire e rallentare il respiro, la permanenza nelle posture e forse i kumbhaka. Possiamo ad esempio cominciare ad approfondire un solo asana tra quelli che pratichiamo abitualmente, dedicandogli più tempo e respiri più lunghi, scegliendo un asana diverso ad ogni pratica. La stessa pratica “regolare” dell’Ashtanga comprende già una permanenza più lunga negli asana di conclusivi.

Gli asana avanzati sono divertenti e interessanti, io stesso mi sono divertito ad esplorarli per tre/quattro anni, ma ad un certo punto ho sentito che era giunto il momento di mettere via i giocattoli e cercare qualcosa di più significativo. Ci sono praticanti che riescono a fare entrambe le cose,  ovvero giocare/esplorare e fare ricerca all’interno degli asana più complessi fisicamente (e anche Krishnamacharya si augurava che i suoi allievi ci riuscissero), ma personalmente avevo voglia di respirare più lentamente, e questo per me significava ridurre gli asana. Questa riduzione, alla mia età (l’autore ha 53 anni, n.d.t.) significa dedicare meno tempo agli asana della Seconda e della Terza Serie. Trovo che sia utile ricordare quanto sia difficile di per sé mantenere consapevolezza e agio e concentrazione in ognuno degli asana che compongono la Prima Serie, e portare poi quella sensazione nella vita di tutti i giorni – una pratica avanzata in sé stessa, che non richiede capacità circensi.

2.46 La posizione (asana) adatta alla meditazione Yoga dovrebbe essere stabile, consapevole, immobile e comoda, e questo è il terzo degli otto rami dello Yoga. 

(sthira sukham asanam)

2.47 Per rendere perfetta la nostra postura, dobbiamo rilassarci o abbandonare lo sforzo, lasciando che la nostra attenzione si fonda con il senza fine, o infinito. 

(prayatna shaithilya ananta samapattibhyam)

2.48 Una volta raggiunta questa posizione perfetta, sorge in noi una incontestabile libertà dalle sofferenze causate dalle coppie di opposti (come caldo e freddo, bene e male, dolore e piacere). 

(tatah dvandva anabhighata)

Mi sorprende sempre notare che per raggiungere gli obiettivi elencati negli Yoga Sutra non abbiamo bisogno di libri, workshop tecnici, lezioni sull’allineamento, abbonamenti alla shala, viaggi o pellegrinaggi: la “fonte” è dentro di noi, abbiamo solo bisogno di sederci, respirare e concentrare la nostra attenzione. E magari ad un certo punto ci verrà voglia di leggere Patanjali per vedere cosa ci suggerisce di fare con la concentrazione che avremo sviluppato.

NOTE SULLA PRATICA

L’approccio “avanzato” alla Prima serie si basa sull’idea che, invece di “andare avanti” verso posizioni sempre più complesse, decidiamo di esplorare in profondità gli asana fondamentali, respirando più a lungo nelle posizioni, effettuando kumbhaka (dove è appropriato) e mantenendo la concentrazione al nostro interno (in breve, le istruzioni originali che Krishnamacharya impartiva nel suo Yoga Makaranda (disponibile in italiano con il titolo “Il Nettare dello Yoga”, ed. Ubaldini, n.d.t.), scritto a Mysore nel 1934, quando Pattabhi Jois era suo allievo.

Seguendo queste istruzioni, è improbabile trovare il tempo di praticare tutta la Prima Serie e personalmente raccomando di praticarne metà, in una versione modificata e flessibile.

Nota: un’alternativa può essere praticare la prima serie come sempre, scegliendo uno o due asana da esplorare più a lungo, ed enfatizzando gli asana di chiusura con un conteggio e un respiro particolarmente lenti. 

A causa della natura più statica di molte posture, raccomando e pratico io stesso il vinyasa completo (anche se il vinyasa può essere saltato negli asana asimmetrici o incluso solo tra gruppi di asana), e includo alcune variazioni nelle inversioni, sarvangasana e sirsasana.

Il kumbhaka (trattenere il respiro a polmoni vuoti o pieni) può essere praticato sia dopo l’inspirazione che dopo l’espirazione.

Molti degli asana e dei mudra che vi elenco prevedono il kumbhaka dopo l’espirazione, tuttavia possiamo bilanciare i kumbhaka nel corso della pratica.

Quando siamo seduti con la schiena eretta possiamo praticare il kumbhaka sia dopo l’inspirazione che dopo l’espirazione, quando ci flettiamo in avanti in una postura possiamo includere un breve kumbhaka di 2-5 secondi dopo l’espirazione.

Il kumbhaka sono solitamente da evitare nelle torsioni.

Ed ecco qui di seguito una mia pratica esemplificativa.

E’ costruita sulla base di 10 asana chiave e alcuni mudra (una sorta di serie Rishi), con l’opzione di alcune variazioni e preparazioni. In seguito vi suggerisco un approccio ad ogni asana e mudra.

Surya Namaskara

Tadasana

  1. Trikonasana
  2. Dandasana/Pascimattanasana/ Aswini Mudra
  3. Maha Mudra
  4. Bharadvajrasana
  5. Padma Mayurasana or Vajrasana
  6. Sarvangasana
  7. Bhujamgi mudra
  8. Sirsasana
  9. Baddha Konasana
  10. Yoga Mudra/parvatanasana/padmasana

Pranayama/meditazione

Possiamo ancora chiamarla una pratica di Ashtanga Vinyasa? I Vinyasa ci sono ancora, così come la concentrazione su respiro, drishti e bandha. E’ interessante ricordare che Pattabhi Jois raccomandava ad un certo punto di praticare meno asana, mantenendo più a lungo le posture che ritenevamo più utili, e dando maggiore attenzione agli altri rami dello yoga. Dopo i 50, Jois stesso affermava che il praticante era libero di scegliere come praticare. Non che sia necessario aspettare di avere 50 anni, naturalmente…

Struttura della Pratica

Kapalabhati – 36

Pranayama 6-12rounds

Opzionale

Bhagirathasana

Breve sequenza di movimenti delle braccia in Tadasana

A

Surya namaskara 3 A + 2 B 

(il primo con 6 respiri in ogni posizione, e 12 respiri in Ardho Mukha Svanasana )

  1. Trikonasana 

6 o 12 respiri per ogni lato

Opzionale: introdurre una posizione in piedi diversa ogni giorno

  1. Dandasana/Pascimattanasana/ Asvini Mudra 

12 respiri

(seguiti da pratkriya purvottanasana)

Uno o più asana asimmetrici in forma di mudra  

(da alternare quotidianamente) – 6 respiri per ogni lato

  1. Maha Mudra 

12 – 24 respiri

  1. Bharadvajrasana

12 respiri

(come alternativa a Marichiyasana)

  1. Padma Mayurasana (opzionale)

o Vajrasana con sigillo addominale

6 -12 respiri

(Krishnamacharya in Yoga Makaranda raccomandava di praticare ogni giorno Mayurasana, ma tenete conto della condizione soggettiva dei vostri polsi: io ultimamente, a causa di un incidente estraneo alla pratica, lo evito) 

Tataka Mudra 

12 respiri

B

Dwi pada pitam

(preparazione per sarvangasana)

Urdhva Dhanurasana (opzionale)

6-12 respiri

  1. Sarvangasana 

5 minuti

(senza variazioni, praticata come mudra) 

  1. Bhujamgi mudra 

6 -12 respiri

(come pratkriya per sarvangasana)

  1. Sirsasana 

5 minuti come mudra – Viparita karani

5 minuti con variazioni

Vajrasana 

6 -12 respiri

Sarvangasana 

5 minuti circa con variazioni

C

  1. Baddha Konasana 

6, 12, 24 respiri

  1. Yoga Mudra

6 -12 respiri

Parsvatanasana 

12 – 24 respiri

Pranayama 

Bhastrika – 60 respiri

Nadi sodhana (6), 12, 24, 48 respiri

Seduta di meditazione

20, 40 minuti

Note:

La pratica ideale comprende i gruppi A, B e C praticati insieme ogni mattina. 

Se si hanno problemi di tempo, possiamo praticare A e C alla mattina, e B (insieme a C, volendo) più tardi nel corso della giornata” (cont.) – Anthony Grim Hall, 2016

Suggerisco a chiunque fosse interessato all’approfondimento di questo tipo di approccio alla pratica, di leggere le istruzioni relative ad ogni singolo asana/mudra offerte da Anthony sul suo blog, ai link che ho inserito nell’introduzione, e naturalmente di rileggere con attenzione i testi di Krishnamacharya, davvero ricchissimi di spunti ancora oggi. Chi invece è sufficientemente avanzato può già sperimentare questo tipo di pratica, un’idea alternativa alla pratica tradizionale che può essere complementare alle serie che già pratichiamo.

Personalmente io ritengo che lo yoga sia in continua evoluzione, lo testimoniano gli stessi libri del grande Krishnamacharya, che ad ogni edizione arricchiva la sua proposta sulla base delle sue nuove esperienze. Lo yoga in fondo è un percorso di ricerca, che si dispiega ogni giorno in una nuova direzione anche sul nostro tappetino, e più che mai attraverso il nostro corpo.

– Francesca d’Errico, 2017

Ashtanga rest day: honoring the body (ENG)

We sometimes get so caught up with our practice, that rest day sometimes sounds as punishment. Why on earth should we stop practicing for one day? Can we not practice, maybe slower, on Saturday too? Well, apparently even God took a day off!
Being a very Vata, fast-paced person, I very often run out of my energies without even realizing it. I get into something, I become very passionate and extreme about it, and go to the very last of my ounces of energy… as a result, I get injured, I run out of breath, I become very nervous or too tired. That’s why, especially for personalities like mine, rest and moon days are a must.
With age, I’ve learnt to trust this very simple rule even more. Yoga is 24 hours, 7 days a week, but we should not mistake Yoga with just Asana. Practicing the other limbs is even more difficult and rest days are a good way to tap into the deepest meanings of this wonderful philosophy. There are so many practices we can take on during rest day! One of this is the well known oil bath, which I find necessary after so many years of practice. Here is a link to understand how this can be done. When I started practicing oil baths I thought it was only a myth, but after a few weeks its benefits are unmistakable. Another good idea for your spare time, is to prepare golden milk, a wonderful turmeric recipe that brings relief to joints and muscles, perfect for the first, cold days of the winter season.
My favourite yogic practice during rest days, however, is reading yoga books. Whether that be the Yoga Sutra or a modern yoga and anatomy book (check out David Keil’s one!), there is so much to learn. And of course meditation or simply connecting (if possible, in person! Ditch the internet for a few hours!) with friends and relatives is a wonderful way to honor rest days.
Rest and Moon days also are, in my opinion, a good way to connect with the natural cycles of our body. Practicing has made me closer to the natural rhythms of life (and that’s why I love going to my home in Tuscany as much as I can). I feel that day after day, the rules of modern economy are failing to provide happiness to human beings. Despite all we do, we belong to Nature, and this is one of the biggest changes Yoga threw me into – for almost all my life, I thought of myself as a city girl! Well, no longer the case. I now love being surrounded by Nature, walking by the sea, feeling one with the environment.
Don’t forget to rest. Whether it is Saturday, as in the Ashtanga Yoga tradition, or any other day of the week, take a day off even from the thing you love the most – Yoga. Practice detachment and sink into yourself, exploring all Yoga limbs… except Asana, just for today!
Enjoy your rest day. Namaste.

Praticare, per dare un posto a sé stessi

Ogni tanto mi piace aprire a caso un libro. Oggi, a casa di un’amica (grazie Giò), ho aperto un libro che parla di ordine: dare ordine alle cose, per dare ordine a se stessi: “Il magico potere del riordino”, di Marie Kondo, autrice giapponese. Pare che sia un best seller: io non l’ho ancora letto – anche se mi propongo di farlo – ma la frase che mi è capitata sotto gli occhi diceva più o meno che le cose che hanno un posto assegnato e definitivo, hanno una maggiore influenza proprio perché possono essere sempre ritrovate. Mi sono chiesta se questo concetto di ordine potesse essere applicato in qualche modo anche a noi stessi: come ritrovare se stessi, sempre, quale posto dare al nostro Sé (e non al nostro ego) per potervi trovare rifugio quando ne abbiamo bisogno? Soprattutto chi non ha una dimora fissa, o chi viaggia molto, per lavoro o motivi personali, può fare fatica a recuperare il proprio “centro”, il proprio “ordine” nei momenti difficili.
Personalmente, penso che la pratica Yoga possa rappresentare quel “luogo” interiore in cui ritrovarsi sempre. Il nostro tappetino, le geometrie mistiche che disegniamo con le nostre asana, sono la metafora del “posto assegnato” che possiamo dare a noi stessi nel mondo. E’ un’altra delle grandi “magie” della pratica Yoga, quella di non essere semplicemente un’azione, qualcosa che “facciamo”, ma anche un vero e proprio luogo interiore – il tappetino (e il nostro corpo) diventano il posto in cui il nostro Sé più autentico può manifestarsi, sempre.
Vorrei incoraggiare tutti coloro che stanno attraversando un momento personale di instabilità a fare questo tentativo. Senza imporsi una pratica particolarmente difficile o intensa: semplicemente, srotolate il vostro tappetino e saliteci sopra. Potete praticare una sequenza completa, qualche asana o anche solo restare seduti a meditare qualche minuto. Senza porsi alcuna aspettativa, rimanendo in ascolto. Avendo cambiato casa ben 28 volte nella mia vita, e avendo viaggiato moltissimo per lavoro, ho sperimentato questa tecnica quotidianamente. Con il tempo, la pratica Yoga è diventata la mia casa interiore: il luogo in cui, anche quando ero in “nessun luogo”, riuscivo a ritrovare quel Sé che mi faceva sentire che la solitudine, la sensazione di essere sradicati, non esistono, sono solo percezioni negative dell’ego. Nel momento in cui saliamo sul tappetino, il nostro respiro entra in sintonia con quello di milioni di altri praticanti in tutto il mondo, che condividono la nostra stessa consapevolezza: quella di far parte di un Tutto organico, che si muove all’unisono in una melodia meravigliosa.
Quando ci sentiamo persi, la pratica diventa il luogo in cui ritrovarsi, in cui “mettere ordine” dentro noi stessi, ripulire il nostro corpo fisico ed emotivo dalle tensioni, ritrovare la sintonia con il mondo che ci circonda e con gli altri esseri viventi.
Ecco, forse la pratica Yoga è un modo per dare un posto a se stessi, anche quando un posto vero e proprio non lo abbiamo. Per questo è importante ricordare proprio chi sta attraversando periodi di difficoltà di fare un salto sul proprio tappetino!

Predicare e praticare

Non è facile, per chi insegna, riuscire a mantenere una pratica quotidiana. Sebbene sia importante insegnare senza dimostrare, è inevitabile, soprattutto con il neofita, dimostrare quasi tutti gli asana, e sappiamo quanto dimostrare e parlare insieme renda impossibile una corretta respirazione: insomma, insegnare non è tutto rose e fiori! Eppure, praticare ogni giorno è lo strumento più importante che ogni insegnante ha a disposizione per essere realmente utile ai propri studenti e – anche e soprattutto – recuperare le energie disperse durante le lezioni.

Ogni giorno il nostro corpo cambia. Le nostre energie subiscono continue variazioni: non solo sono influenzate dal tempo che passa, ma anche dalle nostre relazioni interpersonali, da ciò che mangiamo, dalle stagioni, dalle ore del giorno; e naturalmente, dalle fluttuazioni della nostra mente.

Negli anni, la pratica individuale quotidiana è forse ciò che mi ha dato i mezzi più efficaci per interagire con gli studenti e capire le loro necessità, suggerendo sequenze adatte al momento che stanno vivendo. Siamo tutti passati, credo, attraverso mille fasi: dall’entusiasmo esagerato di chi inizia, agli inevitabili stop dovuti a strappi, incidenti, momenti particolarmente difficili sul lavoro o in famiglia. Eppure, nonostante queste difficoltà, salire sul tappetino tutti i giorni – indipendentemente dalla qualità o dalla durata della nostra pratica – è lo strumento giusto per comprendere il momento che stiamo passando e leggerlo attraverso il corpo. Lo yoga è una pratica spirituale che interpreta il corpo come “mezzo di trasporto” della nostra coscienza in questa dimensione: è inevitabile quindi in quest’ottica che ogni esperienza intellettuale o spirituale abbia risonanza sul nostro piano fisico.

Come possiamo intervenire sul corpo altrui se non sappiamo quali profondi cambiamenti opera la pratica su noi stessi? Un trauma alla schiena ci porta ad investigare profondamente gli aspetti anatomici delle asana. Momenti di grande nervosismo professionale ci spingono a cercare una soluzione nella pratica della meditazione, o nelle tecniche di rilassamento profondo. Ogni singolo istante della nostra vita e della nostra pratica ci offrono spunti per affrontare il quotidiano e aiutare chi si rivolge a noi come insegnanti.  Praticare inoltre ci costringe a scendere a patti con il nostro ego: a riconoscere i nostri limiti, e anche a fare un passo indietro quando non è il momento giusto per osare. Perché sappiamo che, se non siamo davvero pronti a volare, cadere è inevitabile. Lo abbiamo sperimentato su noi stessi. Solo così possiamo dare qualcosa a chi entra nella nostra Yoga Shala, e possiamo riconoscere sul suo volto gli stessi interrogativi che abbiamo noi, giorno dopo giorno, sul nostro tappetino. Practice what you preach: no less, and no more!

 

Gli asana delle Feste

Si avvicinano le feste natalizie! Giorni densi di significato per tutti noi: questo è un periodo dell’anno dedicato ad esprimere affetto verso chi ci è vicino, e al tempo stesso a tracciare un “consuntivo” dell’anno appena trascorso. Da un lato sentiamo la necessità di aprire il cuore, dall’altro di rivolgere lo sguardo dentro noi stessi. Secondo BKS Iyengar, uno dei massimi maestri di Yoga contemporanei, da poco scomparso, “il corpo è il tempio, e gli asana sono preghiere”. Una frase che in modo conciso e perfetto racchiude il significato profondo dello Yoga, vera e propria medicina del corpo e dell’anima. In che modo possiamo quindi portare sul tappetino una pratica adatta a questo momento così importante del nostro anno? Innanzi tutto suggerisco a tutti di portare con voi il tappetino, e chissà che proprio le vacanze non possano diventare il momento giusto per coinvolgere in questa vostra passione anche il partner o gli amici più cari. Iniziate la vostra giornata con qualche saluto al sole, e arricchite la pratica con gli asana che più si adattano a queste giornate, come le torsioni e i piegamenti all’indietro. Secondo il metodo Jivamukti, le torsioni (oltre ad agire mirabilmente sull’apparato digerente) rappresentano un modo simbolico di rivolgerci agli esseri viventi che, anche inavvertitamente, abbiamo ferito per trarne vantaggio personale; i piegamenti all’indietro (oltre ad essere un efficace antidoto al mal di schiena), invece, ci portano verso chi, a nostro parere, ci ha ferito. Praticare torsioni e piegamenti all’indietro per “guarire” queste relazioni del nostro passato, per perdonare noi stessi e l’altro, è un modo per interiorizzare la nostra pratica e per affrontare eventuali malesseri cercandone le cause anche nella nostra psiche. Proviamo, almeno durante le feste, a dare alla nostra pratica un significato più profondo, e osserviamo cosa accade in noi. Dedichiamo la nostra pratica non solo al nostro benessere ma anche e soprattutto a quello di chi ci sta vicino. E magari, portiamolo sul tappetino insieme a noi!

Vinyasa basics: la pratica individuale

E’ bellissimo praticare insieme ad un gruppo e condividere l’energia di tante persone che si muovono al ritmo del respiro. Devo dire tuttavia che la pratica individuale, la cosiddetta self-practice, è lo strumento che più di ogni altro mi ha dato modo di approfondire alcune asanas e soprattutto, mi ha consentito di portare i benefici dello Yoga nella mia vita quotidiana. Per chi si è da poco avvicinato allo Yoga, salire sul tappetino nell’intimità della propria casa è una sfida che può fare paura. Si ha paura di sbagliare, di non eseguire le asanas correttamente, o nella corretta sequenza, di non respirare nel modo giusto, e quindi si tende a rimandare, rischiando di non scoprire mai i benefici che lo Yoga può portare alla nostra vita di tutti i giorni.
Suggerisco sempre, a chi pratica con me, di cominciare con i più semplici saluti al sole (Surya Namaskara A e B), fermandosi per cinque respiri in ciascuna delle asana che li compongono. Non è importante, a mio parere, effettuare alcun pranayama particolare se non ci si sente pronti: è sufficiente respirare profondamente, attraverso il naso, e focalizzare la propria attenzione sulla muscolatura addominale, cercando di mantenerla attiva per proteggere la colonna vertebrale. Secondo la tradizione dell’Ashtanga Yoga, ad esempio, quando i saluti al sole vengono eseguiti correttamente e con fluidità, l’insegnante “dona” una nuova asana allo studente, che può inserirla nella sua pratica individuale. Suggerisco anche io ai miei studenti, col tempo, di aggiungere ai saluti al sole una o più asanas in base alle loro capacità. Ma la regola dei saluti al sole resta per tutti, sempre, la base per iniziare la giornata con una marcia in più. Dopo aver eseguito 3 Surya Namaskara A e 3 B, ci si può sedere con maggiore facilità in una comoda posizione a gambe incrociate, chiudere gli occhi e concentrarsi per qualche minuto sul ritmo del proprio respiro. Bastano pochi minuti per riportare tranquillità alla nostra mente, e per affrontare la giornata con maggiore energia. Suggerisco a tutti coloro che hanno da poco iniziato a praticare di provare a salire sul tappetino da soli, per questi semplici esercizi, e scoprire che lo Yoga non è solo un work out, ma anche e soprattutto un work in: l’occasione per ascoltare il proprio corpo e scoprirne le mille diverse sfumature, giorno dopo giorno.