Lo Yoga è vivo e sta benone

Lo Yoga è vivo e sta benone. Questo articolo nasce dalla lettura di un pezzo molto negativo sullo Yoga, apparso recentemente su facebook. Ebbene la mia opinione è agli antipodi (e ancora una volta, per aver espresso con cortesia un’idea diversa, sono stata bannata dall’autrice del pezzo… un gesto che si commenta da sé).

Se cerchiamo lo Yoga al di fuori di noi, se non abbiamo la perseveranza di confrontarci con la pratica ogni giorno, rimarremo sempre delusi. Se dallo Yoga ci aspettiamo il miracolo del risultato senza il lavoro necessario per arrivarci, non troveremo le risposte alle nostre domande. Se non abbiamo la perseveranza di seguire una scuola, una tradizione, per un tempo sufficientemente lungo (e parlo di anni, non di pochi mesi), non riusciremo mai a carpirne l’essenza. Se pensiamo che lo Yoga sia circo, festival, leggings colorati (che peraltro a me piacciono moltissimo), e ci meravigliamo che la pace dei sensi possa trovarsi lì, decisamente ne avremo una percezione distorta.

Sono stata fortunata: ho sempre avuto una propensione per la disciplina. Quando ho iniziato a praticare venivo da un passato sportivo (come ginnasta) e sapevo che, senza applicazione costante, non avrei ottenuto alcun risultato. Sapevo anche che, pur mettendo nella pratica tutta la mia passione e dedizione, il risultato avrebbe potuto essere diverso da quello che mi aspettavo (e certo non mi riferisco solo agli asana!). Credo che in molti, ultimamente, si avvicinino allo Yoga sperando nel “miracolo” della soluzione immediata ai propri problemi fisici e/o esistenziali e, con queste elevate aspettative in testa, ne restino altrettanto rapidamente delusi. Lo Yoga dà molto, è vero, ma solo se si è disposti a dargli altrettanto. Solo attraverso la disciplina e la volontà di andare avanti, affrontando sul percorso gli inevitabili ostacoli (incluse le tante delusioni), riusciremo nel tempo a comprenderne il valore.

Ho incontrato tanti maestri. Alcuni meravigliosi (e sono quelli che mi hanno dato la forza di continuare il percorso), altri forse discutibili. Ma se comprendiamo che ognuno di noi segue il proprio dharma, e che ogni essere vivente su questa terra sta facendo del suo meglio con gli strumenti che gli  sono stati affidati, riusciremo sempre a trarre da ogni incontro una lezione importante. Su come vorremmo (e come non vorremo mai) essere. Su come possiamo fare di più, su come possiamo stare (e far stare) meglio. Su quali energie desideriamo attrarre, e da quali vogliamo tenerci a distanza.

Forse quel maestro ci ha deluso. Quel festival ci è sembrato una buffonata. Instagram ci sembra una parata di acrobati (ma ricordiamo che anche migliaia di anni fa artisti sconosciuti raffiguravano gli Yogi nelle loro complesse posizioni in statue e sulle mura dei templi…). Non smettiamo di cercare. Magari nella shala di quel maestro incontreremo qualcuno che ci suggerirà una scuola dove ci sentiremo a casa. A quel festival troveremo un libro di filosofia indiana che ci aprirà una nuova visione. Su Instagram troveremo una foto che ci ispirerà a seguire una tradizione.

E soprattutto, pratichiamo. Tutti i giorni, in ascolto. Senza guardare cosa fanno gli altri, a quale posizione sono arrivati, se riescono a fare una verticale o kapotasana. Pratichiamo e sentiamo cosa ci trasmette quello che riusciamo a fare. Ascoltiamo il corpo negli asana e controlliamo la mente con il respiro, con i mantra, con la meditazione. Seguiamo un maestro con rispetto, permettiamogli di conoscerci (e di conoscerlo) frequentandolo con continuità. Tutto il resto, come diceva Sri K. Pattabhi Jois, è circo.

Susanna Finocchi

Ashtanga Yoga Follonica ha ospitato recentemente Susanna Finocchi, KPJAYI Level 2, co-fondatrice di Ashtanga Yoga Copenhagen per un meraviglioso seminario. Sono state giornate intense di pratica, filosofia, chanting. Un gruppo di splendidi yogi, animati dal desiderio di affrontare se stessi sul tappetino e fuori, ha portato un’energia bellissima a testimonianza della vitalità dello Yoga contemporaneo. Ma soprattutto una grande maestra, che da decenni vive quotidianamente la tradizione dell’Ashtanga Yoga, ci ha trasmesso insegnamenti resi attuali dalla sua esperienza diretta e continua con la fonte. E questo per me è Yoga autentico, l’unico che mi interessa.

Susanna tornerà da noi ad agosto, per una intera settimana Mysore. Abbiamo condiviso con lei sudore e risate, e non vediamo l’ora di tornare a praticare sotto la sua guida esperta, paziente, profonda e autentica. Con lei, lo Yoga è veramente vivo e sta benone.

Ancora più importante, Ashtanga Yoga Copenhagen ospiterà una delle tappe europee di Sharath Jois. Una ragione in più per avvicinarsi alla fonte di questa meravigliosa disciplina.

(nella foto sopra: Susanna Finocchi in Galavasana. Stay tuned per le sue nuove date a Follonica!)

Yoga Vs violenza: parla PJ Heffernan

Traduco oggi per voi l’interessante post di PJ Heffernan, insegnante di Ashtanga Yoga autorizzato KPJAYI, che ho avuto il piacere di conoscere a Mysore e che offre sempre spunti di riflessione autentici e molto radicati nella realtà di tutti i giorni. PJ è una vera forza della natura, e i suoi messaggi sono altrettanto carichi di energia, e utilissimi a praticanti e insegnanti. Buona lettura!

YOGA E VIOLENZA

A chi pratica Yoga da tempo, il binomio tra Yoga e violenza appare con strana e inaspettata regolarità. Ci basta aprire le pagine delle Bhagavad Gita, per ritrovarsi su un campo di battaglia. I Ramayana, i libri di Kali, i Purana, un’immensa maggioranza di testi mitologici legati allo Yoga sono lezioni sulla violenza perpetrata in pensieri ed azioni. E se trascorrete parecchio tempo nelle sale dove si pratica Mysore o lezioni di Yoga, l’effetto pronto soccorso può sembrare allarmante. Molti tra noi praticanti di lungo corso hanno una lista infortuni più lunga delle nostre braccia. Come avviene nella vita, il dolore e la sofferenza siedono sul trono dello Yoga accanto ad illuminazione e consapevolezza. Se aspettassi ogni volta il via libera del mio corpo alla pratica, salirei sul tappetino una o due volte l’anno, se non mai.
Amici, studenti e colleghi, sappiate che mi alzo ogni mattina alle 2:30, e la mia battaglia inizia nel momento in cui mi trascino letteralmente fuori dal letto.  Ogni volta che srotolo il mio tappetino, inizia il mio duello con le mie debolezze, la mia negatività, i miei infortuni e la mia pigrizia latente. Ogni giorno, da 11 anni. E’ una battaglia che vinco tutti i giorni, da anni.  Guruji e Sharath hanno fatto un bel lavoro nel radicare in me questa capacità, fin dall’inizio del mio cammino con loro. Quando sono insieme ai miei insegnanti (per un mese o due ogni anno), do’ il meglio di me, e l’entusiasmo carico d’ansia ha la meglio sulla mia fatica e mi ispira ad esplorare me stesso in profondità. Da solo o sotto l’occhio vigile di un insegnante, la verità è che il percorso dello Yoga è una battaglia interiore. Affrontarlo ogni giorno, tenendo a bada la mia negatività, equivale ad una vittoria. Lo stesso concetto vale per le relazioni personali e professionali più impegnative a livello emotivo. Vincere i contrasti, raggiungere un risultato in modo amorevole, senza cadere preda di rabbia o risentimento è la pratica Yoga trasferita dal tappetino alla vita, la pratica che porto nel mio lavoro di insegnante e nella mia vita sentimentale.
Durante il suo tour a Los Angeles, Sharath ha affermato qualcosa di molto importante: “Questo tipo di Yoga serve a gestire noi stessi”. Ha parlato di quanto sia importante l’affinità con i nostri insegnanti, d mantenere con loro una relazione pulita e sacra. Ha spiegato che, quando amiamo e rispettiamo i nostri insegnanti, quando manteniamo con loro uno scambio di pensieri e sentimenti puri, il nostro percorso nello Yoga ne esce rinvigorito. Quando arriva il momento – e arriva sempre – in cui la comunicazione o le emozioni mettono alla prova questa reciprocità, è necessario fare ammenda e ristabilire il contatto, per evitare che questo rapporto prezioso si avveleni da entrambe le parti.
Un vero insegnante trasmette forza con la sua presenza, con la sua attenzione, la sua fede nei nostri progressi, la sua fiducia in noi che, grazie alla sua esperienza, vediamo la luce attraverso l’oscurità delle nostre paure, della violenza e della nostra ignoranza. Un vero insegnante diventa anche il faro che illumina la nostra vergogna, e la nostra responsabilità quando rinunciamo interiormente. E’ una battaglia che combattiamo nella vita e sul tappetino. Per esperienza, quante più battaglie riusciamo a vincere semplicemente ripetendo il rituale della pratica senza lasciarci condizionare dagli eventi del quotidiano, tanto più ci rafforziamo interiormente.  Chiunque riesca ad onorare il percorso quotidiano della pratica, indipendentemente dai traumi, dalle scuse, dalle sofferenze sentimentali e dal corpo dolorante, ha l’anima di un autentico guerriero. E’ un guerriero chiunque torni giorno dopo giorno, anno dopo anno, sul tappetino con cuore carico di passione e intenzione stabile. E’ solo così che possiamo conoscere lo Yoga.

Siamo arrivati in questo mondo con violenza, insanguinati e urlanti. Il mio augurio è che ognuno di noi possa sentire la grazia della battaglia, assaporare la calma interiore che deriva dalla profonda accettazione per questo mondo fatto di orrore e bellezza, piacere e dolore, vita dopo vita dopo vita… INVICTUS!

PJ by Alessandro Sigismondi

– PJ Heffernan
PJ è un insegnante Autorizzato Livello II presso KPJAYI, l’Istituto creato dal leggendario Sri K. Pattabhi Jois, fondatore dell’Ashtanga Yoga, e oggi diretto da Paramaguru Sharath Jois.

On the Yoga Road: il racconto di Mark Robberds

E’ un onore per me tradurre per i praticanti italiani uno scritto di Mark Robberds, uno dei pochissimi insegnanti certificati KPJAYI al mondo e, per esperienza diretta, una persona davvero splendida. L’idea di questo post nasce da Clinton Griffiths, creatore del popolare sito Ekaminhale, dove potete trovare l’articolo originale. Consiglio a tutti di visitare il sito di Clint, sempre denso di spunti per tutti noi praticanti. Clint e Mark mi hanno concesso di tradurre questa bellissima lettera, forse la lettera che ognuno di noi vorrebbe scrivere a se stesso. Buona lettura!
“Cosa diresti a te stesso da giovane?”
Quando ho chiesto a Mark di scrivere un post per Ekamihale, volevo lasciargli carta bianca. La mia intenzione era di fargli raccontare la sua esperienza di vita, per condividerla con la comunità Yogica. 
Quando ho letto il suo scritto, mi ci è voluto un attimo per comprendere cosa aveva fatto. Mi sono accorto che aveva scritto una lettera a se stesso da giovane. Una lettera molto personale e onesta, in cui spiegava al giovane se stesso il cammino che stava per intraprendere, le sfide che avrebbe dovuto superare e le lezioni che avrebbe imparato. 
Questo post è la pagina di un diario personale, e leggerne le parole vi sarà di grande aiuto, sia che siate all’inizio del vostro viaggio nello yoga, o che siate praticanti da una vita. – Clint”
“Da ragazzo, a soli tre o quattro anni, ti rivolgevi le grandi domande metafisiche sull’esistenza. “Chi sono?”, “Da dove vengo?”, “Dove andrò dopo la morte?”. Chissà da dove arrivava questa necessità di sapere. Forse era una memoria trasmessa dai tuoi predecessori; l’impronta che appartiene a tutta l’umanità e che chiede ad alcuni di noi di “tornare a casa”.

Da giovane, ti era difficile accettare il senso della vita, o accettare che il suo scopo fosse finire la scuola, andare all’università, studiare scienza, tecnologia, matematica, comprare una casa, un’auto, sposarsi, avere figli e un cane. E infine morire, senza avere davvero affrontato i grandi quesiti esistenziali sulla vita e sulla morte. Non che questi obiettivi

Mark Robberds

materiali fossero meno degni di quelli ‘spirituali’: semplicemente non appartenevano alla tua natura. Non erano in cima alla tua lista. Volevi vivere la vita dei tuoi sogni: viaggiare ed esplorare il meraviglioso pianeta su cui viviamo. Volevi conoscere culture diverse, imparare la loro musica, la loro lingua. Volevi fare surf e sviluppare una pratica yoga: studiare con i grandi maestri e approfondire le tradizioni spirituali e mistiche di questo mondo – e in particolare, dell’India.

Nel 2005, dopo aver completato il tuo apprendistato come insegnante, con il cuore spezzato e sofferente ti sei avventurato alla Ricerca. Hai abbandonato la tua casa, ti sei licenziato dal tuo impiego come insegnante, hai venduto l’auto, i mobili, e fatto i bagagli. Ispirato da uno dei tuoi mentori, Clive Sheridan, hai partecipato insieme a lui a molti ritiri di tre settimane in totale silenzio, invocando ogni volta il tuo desiderio di scoprire l’India Sacra. Sogni di pellegrinaggi e avventure in templi e foreste, luoghi carichi di energia; luoghi in cui migliaia, se non milioni di pellegrini fin dalla notte dei tempi avevano iniziato la loro sadhana. I luoghi in cui natura e umanità si intersecano creando vortici di energia ed una presenza tangibile, da assorbire e metabolizzare.
Nel 2006, nel tempio di Mookamabika, a Kollur, hai trascorso un ritiro intensissimo meditando e praticando nelle caverne e nei templi visitati dal Shakaracharya. Ti sei seduto in questi antichi e sacri luoghi, hai camminato a piedi nudi attraverso i villaggi, e lungo la riva del fiume hai suonato la chitarra e composto canzoni. Per giorni hai vagato nei boschi e ti sei bagnato in cascate inaccessibili. Ti sei sentito tutt’uno con la natura, hai interagito con altri viandanti, avvertendo profondamente questo pellegrinaggio nel cuore.
Dopo un lungo viaggio, sei arrivato a Mysore, al Green Hotel, durante il mercato della domenica. Ti sembrava di aver raggiunto una combriccola di occidentali, di essere al Club Med. Tutti erano giovani, leggeri, belli. Tutto sembrava così superficiale, esattamente quello che non volevi trovare in India. Uno shock culturale. Dalla profonda India spirituale e religiosa, dall’incontro con i sadhu, i mendicanti e i devoti, così lontano da ogni agio, eccoti ora in un gruppo che sembrava aver trasferito in India la propria cultura, rendendola il più possibile simile a casa propria. I dubbi ti assalivano, e ti sembrava che tutti fossero interessati solo agli elementi più esteriori della tradizione Yogica – limitandosi alla pratica degli asana. Ti sembrava che nessuno avesse colto la vera essenza della pratica.
Avevi notato che uno degli aspetti negativi dell’Ashtanga Yoga è il suo approccio gerarchico. Per un principiante, questa pratica può facilmente assomigliare ad una scala, da principiante a intermedio ad avanzato. E poiché sono gli studenti “avanzati” ad essere certificati – e quindi in cima alla scala – può esserci la tendenza a fare di tutto per arrivare in cima, e ad idolatrare i praticanti “esperti”. Quindi il metodo, che è uno strumento per giungere all’illuminazione, alla libertà e alla trasformazione personale, può facilmente diventare, da mezzo per giungere ad un fine, il fine stesso – e lo scopo originario della pratica, trovare pace e appagamento, essere facilmente dimenticato. Tutti gli schemi che ci sono stati inculcati sin dall’infanzia – la sensazione di non essere abbastanza bravo, il desiderio di essere amato, visto, apprezzato, riconosciuto, ci allontanano dalla ricerca interiore e ci portano a cercare conferme dall’esterno.
Durante quel viaggio sperimentasti una battaglia interiore. Tutto, alla Shala, ti sembrava l’opposto di ciò che stavi cercando. Perciò ti rimettesti in cammino, affrontasti il Pellegrinaggio del Pancha Bhuta Stalam nel Sud dell’India, verso i cinque templi di Shiva che rappresentano i cinque elementi della natura. Iniziasti col Tempio del Fuoco, nel Tiruvannamalai. Quindi il Tempio di Akasha (Etere), a Chidambaram, a sud di Chennai. Ma, guardandoti indietro, quell’ideale ti appariva troppo romantico, troppo idealista. In realtà, non sentivi un’autentica connessione con i templi Hindu. Ti sembrava di fingere – fingere di essere spirituale, senza avvertire un sincero moto del cuore nei confronti di quegli dei, di quelle dee, di quei rituali, quei rumori, quelle folle – nei confronti di una cultura che non ti apparteneva. La lezione che imparasti fu che il tuo posto del cuore era essere immerso nella Natura. E in breve, ti ritrovasti a Bali, e nell’Oceano.
Per i due anni successivi, la tua relazione con Mysore continuò ad essere conflittuale, eppure ogni anno ti sentivi chiamato a tornare. I dubbi erano ancora tutti lì, ma amavi la pratica intensamente, e questa sensazione era al di là del tuo controllo. Nel 2008, ancora una volta con il cuore spezzato, andasti a Mysore a cercare rifugio. Eri determinato a non soffrire mai più, e come difesa avevi deciso che saresti diventato un praticante eccezionale, talmente immerso nella pratica da sviluppare l’arte del distacco, per non essere mai più triste, per non incontrare mai più la sofferenza.
Non andò proprio così – era tutto parte del piano cosmico, l’elemento che ti spinse ad approfondire la pratica e sviluppare la tua relazione con Mysore. Alla fine di quel viaggio incontrasti l’amore della tua vita, e il tuo legame con l’India divenne un impegno per la vita. Nel 2009, Guruji lasciò il suo corpo fisico, ma per te fu l’anno della rinascita. Partecipasti al primo Teacher Training di Sharath nel 2009, l’anno in cui la comunità dell’Ashtanga Yoga sembrava dividersi tra chi era stato studente di Guruji, e chi sarebbe diventato studente di Sharath.
Stavi ancora cercando, praticando molto, ma avevi capito che i pellegrinaggi non ti avrebbero dato l’appagamento che cercavi. Ciò di cui avevi bisogno era guarire il tuo cuore, qualcosa di cui purtroppo non si parla molto nelle tradizioni spirituali. Non c’era modo di girarci attorno: non bastavano asana, paranayama e meditazione a darti la pace che stavi cercando. Fu allora che realizzasti l’importanza di Yama e Niyama, della capacità di vivere una vita semplice e virtuosa, l’unico vero obiettivo nella vita. Era questo il messaggio che Guruji ti aveva indicato, e che Sharath continuava a mostrarti: diventa stabile nei primi Quattro Rami – Yama, Niyama, Asana e Pranayama – e il resto arriverà. Sharath divenne una figura ispirazionale per te, un uomo che viveva una vita familiare piena di amore, e che autenticamente incarnava virtù morali. Qualcosa a cui aspirare.
Non te ne eri ancora accorto, ma ti stavi avvicinando ad un’età in cui era necessario adempiere anche al tuo destino professionale. Dopo tutti quegli anni trascorsi a soddisfare i chakra superiori e a rispondere alle grandi domande dell’esistenza, dovevi tornare indietro e sistemare i tuoi chakra inferiori: denaro, sesso, potere, carriera, relazioni. La pratica fisica divenne il tuo strumento per affrontarli, per scoprire cosa ti faceva andare avanti. E dopo 15 anni di pratica, stavi iniziando a sperimentare i benefici di tutto il lavoro che ci avevi messo. Iniziasti a viaggiare e insegnare, dando forma alla tua carriera, gettando le basi del tuo futuro; e tornare a Mysore con regolarità, per praticare e dedicare tempo a te stesso, divenne una necessità, e un autentico piacere.
Nel 2015, pieno di gratitudine, ti rendesti conto che stavi vivendo la vita che avevi sempre sognato. Più o meno, tutto ciò che nel 2005 sognavi di realizzare era diventato realtà. Una volta riposto l’idealismo che ti aveva spinto alla ricerca dell’India Sacra, delle grandi Risposte, avevi trovato ciò che davvero aveva valore per te: essere un brav’uomo, appagato nel qui ed ora. L’esperienza di Mysore era diventata genuina, spogliata da desideri o giudizi. Mysore era un luogo in cui ritrovare il tuo Maestro e i tuoi amici, un modo per trascorrere del tempo in India, prenderti una pausa dall’insegnamento e dai viaggi, e dedicarti alla pratica.
La più grande lezione che tutti questi anni ti hanno insegnato è che tutti gli aspetti della vita sono degni di attenzione; che i cosiddetti obiettivi materiali e spirituali sono profondamente interconnessi e non più o meno elevati gli uni rispetto agli altri. Il passato deve essere guarito, e la Ricerca deve essere onorata, ma arriva un momento nella vita in cui devi riconoscere che la vita che stavi cercando è qui, in questo momento. Il percorso è diverso per ognuno di noi, ma alla fine, la saggezza degli antichi, che ci dice di vivere rispettando Yama e Niyama, è tutto ciò che davvero dobbiamo fare. Una volta soddisfatti gli obiettivi materiali, e con la mente e il cuore in pace che derivano dal vivere onestamente e sinceramente, puoi riposare appagato, essere presente a te stesso, al centro della vita e delle sue attività: proprio qui, proprio ora.  – Mark Robberds
Mark Robberds studia Yoga dal 1997. E’ uno dei pochi Insegnanti Certificati da KPJAYI ed ha trascorso 10 anni viaggiando in India e praticando con il leggendario Guru dell’Ashtanga Yoga, Sri. K. Pattabhi Jois, e gli ultimi 6 anni con R. Sharath, nipote e Paramaguru, a Mysore. Ha inoltre studiato con Matthew Sweeney ed Eileen Hall dal 1999 al 2005 presso YogaMoves a Sydney.
Mark insegna in seminari, ritiri e workshop internazionalmente dal 2005. Il suo desiderio è trasmettere lo Yoga ispirando i suoi studenti a sviluppare una passione per la pratica. Le sue lezioni comprendono aspetti filosofici, musica e canti devozionali, per creare una connessione profonda con la tradizione Yoga e tra i praticanti. Per maggiori informazioni visitate il suo sito, Markrobberds.com. Mark sarà in Italia, a Torino, dal 23 settembre per una settimana di pratica, ospite di Gian Renato Marchisio e Stefania Valbusa presso lo studio Yoga Sutra.

Lo Yoga non può essere diluito: Sharath Jois

Paramaguru Sharath Jois, KPJAYI, Mysore

In questi giorni, molti studenti di KPJAYI stanno divulgando su facebook un importante messaggio di Sharath Jois in inglese.
Spero di fare cosa gradita a chi mastica questa lingua con qualche fatica traducendolo in italiano. E’ un messaggio a mio modesto parere di grande importanza soprattutto di questi tempi e nel nostro mondo occidentale, dove tutti vogliamo tutto subito – ma c’è qualcosa che non ci può essere consegnato in pochi mesi di corso intensivo. Si chiama Yoga.
“Il mondo ha bisogno dello Yoga oggi più che mai. Basta osservare lo stile di vita delle persone, ovunque, e l’India non fa eccezione. Tutto è diventato troppo veloce, tutti vogliono ottenere tutto e di corsa, perché siamo costantemente in competizione. Lo stress aumenta all’interno dei nostri corpi, siamo tutti soggetti a vite stressanti. In queste circostanze, lo yoga è utile nel mantenere in equilibrio corpo e mente, migliorare i livelli di concentrazione nella vita di tutti i giorni e garantire una vita più serena.
Insegno Ashtanga Yoga, uno dei metodi tradizionali. Le basi della pratica dell’Ashtanga Yoga sono vinyasa (respiro e movimento); tristhana (tre luoghi d’azione) e l’eliminazione dei “sei veleni”: lussuria, rabbia, ingordigia, illusione, orgoglio e invidia. Queste azioni positive, combinate tra loro, contribuiscono alla longevità individuale.
Lo yoga può essere praticato da chiunque, giovani, anziani, sani e malati. Naturalmente, le modalità di insegnamento saranno diverse a seconda della condizione di ogni praticante, a cui lo yoga verrà trasmesso in modo consono alle sue circostanze personali.
Sfortunatamente, nel mondo lo yoga viene dissolto negli stili di yoga definiti “moderni”. L’aspetto spirituale dello yoga è quasi ovunque assente. Di fatto, yoga e spiritualità sono strettamente connessi. Non possiamo estrapolare la spiritualità dallo yoga e continuare a praticarlo: non sarebbe più yoga. Abbiamo la grande necessità di tornare allo yoga tradizionale nelle sue modalità spirituali, che io considero la forma più autentica di pratica yoga. Questo è ciò che cerco di fare, mantenendo viva la tradizione dell’Ashtanga Yoga prima che qualcuno lo rivendichi in una versione “moderna”.
Sono inoltre perplesso dal numero crescente di insegnanti di yoga proveniente da scuole che offrono una preparazione basica. Non è possibile diventare insegnanti di Yoga in un mese o con un programma di certificazione qualsiasi. Lo Yoga è uno stile di vita. Una pratica di cui è necessario conoscere in profondità ogni aspetto, che va praticata sei giorni alla settimana nella sua forma più pura per un minimo di tre anni. Questo è il periodo minimo necessario a definirsi “insegnanti di yoga”.
Nella mia opinione, la conoscenza può essere trasmessa solo quando uno studente ha trascorso molti anni insieme ad un guru o ad un insegnante esperto, a cui si è affidato anima e corpo con fiducia. Solo in queste circostanze lo studente diventa pronto a ricevere la conoscenza. Questa trasmissione da insegnante a studente è la tradizione del parampara, che viene messa in pratica al KPJAYI.
Ci assicuriamo che chiunque pratichi Ashtanga Yoga e desideri promuoverlo, venga preparato sotto la nostra guida per almeno tre anni. Solo in seguito a questa preparazione, lo studente viene autorizzato a trasmettere l’Ashtanga Yoga nella sua forma originale, che ne comprende gli aspetti spirituali (gli insegnanti autorizzati KPJAYI sono presenti in oltre 70 paesi nei cinque continenti e si attengono agli insegnamenti trasmessi dal suo Guru Sri K. Pattabhi Jois).
Lo Yoga è integrale alle nostre vite e non riesco a pensare a me stesso privo della mia pratica, perché è il modo più naturale di costruire la personalità di un individuo. Lo Yoga garantisce una migliore salute corporea, una mente serena e tranquilla, rendendoci individui realizzati. La mia più alta fonte di ispirazione è mio nonno, Sri K. Pattabhi Jois, di cui desidero portare avanti il messaggio che è diventato per me una autentica benedizione.”
(Discorso di Sharath Jois a Aravind Godwda)

Il messaggio di Sharath Jois: lo Yoga è dentro di noi

Sharath e Sri K. Pattabhi Jois, Guruji

Anche oggi traduco e sintetizzo con grande rispetto e piacere la conferenza di Sharath agli studenti che frequentano la Yoga Shala a Mysore.

Oggi in particolar modo mi sento molto vicina a Isabella Nietschke perché il suo post sembra riflettere una situazione che ho affrontato anche io personalmente nel 2002, ovvero un trauma alla schiena che per quasi un anno ha ridotto la mia pratica in modo sensibile. La conferenza di questo sabato era dedicata a due posture che, esattamente come nel caso di Isabella, sono state per me negli ultimi anni una autentica sfida, proprio a causa dell’identico trauma alla schiena che mi accomuna a questa studentessa: una protrusione discale nella zona lombare (anzi nel mio caso ben due). Le asanas in questione sono Sirsasana e Pincha Mayurasana.  Nel mio caso, il trauma subito non è stato causato da una tecnica di esecuzione sbagliata, ma da un forte aggiustamento a cui probabilmente non ero pronta: all’epoca alcuni insegnanti, per emulare Guruji, fornivano aggiustamenti molto invasivi senza prima chiedere se vi fosse un particolare problema fisico (nel mio caso, anni di ginnastica artistica e danza avevano reso la parte lombare della mia colonna vertebrale particolarmente sensibile): vorrei comunque aggiungere che il mio compito come studente sarebbe stato quello di dire “no, grazie” e riconoscere da sola di non essere pronta, ma il mio ego all’epoca bramava per raggiungere la fine della Prima Serie! Il giorno successivo alla pratica ricordo che riuscivo a malapena a stare in piedi e trascinavo la gamba a fatica. Fortunatamente, la fiducia nella pratica mi ha riportato sul tappetino quasi subito e, anche se per un anno la mia flessibilità (che era sempre stata un mio punto di forza) era ridotta a quella di una carrucola arrugginita, piano piano il trauma alla schiena è guarito e anzi, la mia pratica ne è uscita più forte e consapevole (e mi ha convinto ad iscrivermi al mio primo corso per insegnanti con la British Wheel of Yoga, nel 2003). Tuttavia, la memoria del dolore provato è rimasta e per molto tempo ho affrontato le posizioni rovesciate con particolare timore. Ancora oggi le affronto con grande rispetto e attenzione. Il fatto che Sharath abbia sottolineato l’importanza di imparare queste posizioni SEMPRE sotto la supervisione di un insegnante qualificato mi ha fatto sentire dunque in modo particolarmente forte la necessità di tradurre il suo messaggio. Soprattutto se ci si sente instabili in una posizione (e nelle posizioni rovesciate a maggior ragione), è importante evitare di praticarle senza la corretta assistenza. Nella sequenza conclusiva della pratica di Ashtanga e del Vinyasa Yoga, le posizioni rovesciate vengono tenute per circa 20 respirazioni ciascuna. E’ quindi importantissimo che non venga esercitata alcuna pressione sulla testa, per evitare di comprimere le delicate vertebre della colonna. Inoltre, poiché il tempo di tenuta delle posizioni è notevolmente più lungo delle altre, il sangue affluisce alla testa in misura maggiore ed è molto importante uscire da queste asanas con molta calma e altrettanta cura. E’ quindi importante apprendere come scaricare correttamente il peso sugli avambracci (mentre la testa sfiora appena il terreno) quando pratichiamo Sirsasana. La serie di posizioni sulla testa che vengono affrontate nella serie Intermedia dell’Ashtanga Yoga presenta meno problemi da questo punto di vista, poiché le asanas sono tenute solo per cinque respiri. In ogni caso, è di fondamentale importanza affrontarle solo quando l’insegnante ritiene che sia giunto il momento.
Se effettuata correttamente, Sirsasana è una vera e propria medicina: oltre a curare molti problemi respiratori (che causano una scarsa affluenza di sangue alla testa), Sirsasana è di grande utilità per chi soffre di ansia. Se abbiamo poco tempo a disposizione, ricordiamoci che è sufficiente praticare alcuni saluti al sole seguiti dalla sequenza finale di posizioni rovesciate. Ciò che Sharath ha sottolineato durante la sua conferenza, è l’importanza di affrontare gradualmente queste posizioni e la durata che dedichiamo loro durante la pratica. Soprattutto, quando pratichiamo a casa, e a maggior ragione se abbiamo iniziato da poco, dovremmo esercitarci nelle asanas apprese con l’insegnante, e attendere che il nostro corpo sia pronto prima di affrontare nuove posizioni. Sharath ha sottolineato come Guruji gli abbia trasmesso così il metodo, ed ha inoltre suggerito di praticare le posizioni rovesciate preferibilmente al mattino – tradizionalmente, ogni pratica spirituale trae giovamento dalla pratica nelle prime ore del mattino, anche se in occidente purtroppo non sempre questo è possibile!  La pratica yogica rafforza il corpo e rende più stabile la nostra mente. Quando non siamo in salute, avere una mente serena è praticamente impossibile: ecco perché dobbiamo innanzi tutto utilizzare lo yoga per recuperare uno stato fisico ottimale. I giorni successivi alle prime pratiche spesso portano alla luce qualche disturbo: ciò accade perché il nostro corpo si sta disintossicando dai veleni accumulati. Con il tempo e la costanza, ci sentiremo più leggeri. Se si soffre di un problema fisico, è innanzi tutto fondamentale capire se si tratta di una normale rigidità iniziale o di un problema medico che necessita di cure specifiche. Se abbiamo un legamento o un menisco danneggiato, prima di affrontare la pratica dovremmo rivolgerci ad uno specialista per evitare di provocare ulteriori danni. “Non rincorrete le asanas”, ha detto Sharath. Molti sono così trascinati dal fascino di una nuova posizione, da lanciarsi in tentativi sconsiderati senza riflettere se il loro corpo sia pronto. Nello Yoga è fondamentale costruire una solida base, e questa viene solo con il tempo. “Ciò che arriva in fretta, in fretta se ne va”, ha continuato Sharath. E’ necessario coltivare la conoscenza del corpo e dello spirito, e questo è un lavoro che richiede molto tempo. Oggi, ha sostenuto Sharath, molti conseguono certificazioni all’insegnamento in 15 giorni. Certificati che non hanno valore, perché è solo una lunga e costante pratica ad infondere una vera comprensione dello Yoga. Perché se lo scopo della nostra pratica è ottenere un certificato, siamo fuori strada. Chi pratica lo Yoga non ha una strategia. “Quando ho iniziato a praticare – ha aggiunto Sharath – non esistevano le certificazioni, ma solo la pratica. Ed è solo praticando che comprenderemo lo Yoga. Ma è un processo che richiede tempo e duro lavoro – dedizione, devozione, disciplina e determinazione: ci sono molte ‘D’ nello Yoga”. Se vogliamo comprendere cosa sia lo Yoga, dobbiamo essere disciplinati. Tanti sono gli ostacoli alla pratica: la pigrizia, il dubbio, la leggerezza, la falsa attenzione, e se ci manca una solida base, questi ostacoli ci influenzeranno facilmente. La nostra concentrazione verrà a mancare, e svilupperemo paura o depressione. Anche se un po’ di paura male non fa, ha aggiunto Sharath con un sorriso. Con la pratica, con gli anni, la paura svanisce ed impariamo a rilassarci anche nelle asanas più difficili. Il compito dell’insegnante è assicurarsi che lo studente sia pronto e in grado di sostenere una posizione. Diversamente, è come offrire un diamante ad una scimmia: non ne comprenderà il valore, e ci giocherà come se fosse un sassolino. Un autentico Guru aiuterà lo studente a svegliarsi. Sarà disciplinato e severo. Senza disciplina, non è possibile insegnare Yoga. In molti non apprezzeranno questa affermazione, ma lo Yoga non è una conoscenza da regalare senza attenzione.
Non ci sono insegnanti come Sri K. Pattabhi Jois, ha sottolineato Sharath. E’ stato il più grande tra i maestri. Tutti gli studenti per lui avevano lo stesso valore, ed era un uomo privo di ego. “Questo lo ha reso un immenso maestro”. E’ importante mostrare gratitudine e rispetto alla pratica. La conoscenza dello Yoga risiede dentro di noi, ma dobbiamo arrivare a comprenderla, e per questo dobbiamo cercare dentro di noi “Lo Yoga è tutto dentro di noi”, ha concluso Sharath.
Anurag e Guruji
Isabella Nietschke sta ora rientrando a casa, dunque questo è il suo ultimo post in diretta da Mysore. Vorrei ringraziarla per averci trasmesso puntualmente queste note che sono di immensa ispirazione per tutti, insegnanti e studenti di questa meravigliosa pratica chiamata Yoga. Vorrei ringraziare inoltre Anuraag Vassallo, con cui ho avuto anche io l’onore di studiare, per aver postato ogni domenica il link al blog di Isabella, consentendomi di tradurre questi splendidi messaggi.

Sharath Jois: spunti per la pratica

Sharath e Sri K. Pattabhi Jois, Guruji

L’incontro settimanale di Sharath Jois con i suoi studenti di Ashtanga a Mysore offre ancora una volta tanti interessanti spunti di riflessione sulla pratica Yogica. Mi permetto dunque di riassumere la trascrizione di Isabella Nitschke evidenziando quelli che a mio parere sono strumenti veramente utili che la pratica Yoga mette a nostra disposizione. L’argomento affrontato ieri da Sharath a Mysore era quanto mai attuale: quali cambiamenti produce la pratica in ognuno di noi? Lo Yoga è un processo interiore, un viaggio di trasformazione individuale. Per essere davvero efficace tuttavia, non può limitarsi alla sola pratica delle asanas (posizioni), ma deve diventare un percorso completo, ciò che nello yoga prende il nome di Sadhana. Le asanas sono uno strumento di rivelazione che ci aiuta ad andare oltre l’ego. Quante volte al giorno ripetiamo la parola “io”? Quante volte ci facciamo prendere la mano dal nostro modo occidentale di guardare alle cose, trasformando anche la pratica dello Yoga in una competizione? Non basta smettere di guardarsi allo specchio (uno dei motivi per cui amo insegnare nelle Yoga Shala autentiche, dove lo specchio non c’è, per consentire ad ognuno di sentire, piuttosto che osservare, se stesso); proviamo a smettere di confrontarci con chi pratica sul tappetino accanto al nostro. La pratica è uno strumento per cambiare se stessi: e se cambiamo noi stessi, anche il mondo ci sembrerà diverso, perché lo guarderemo con un nuovo sguardo. La pratica, insegnandoci ad essere compassionevoli innanzi tutto verso i nostri limiti, ci porta a cambiare le nostre percezioni e il nostro atteggiamento verso gli altri e verso il nostro ambiente – e questo cambiamento influenza in modo positivo il nostro mondo. Essere compassionevoli verso noi stessi, infatti, ci rende con il tempo più ben disposti anche nei confronti dei limiti altrui. E questo dovrebbe essere il primo proposito della nostra pratica, perché lo Yoga non si limita all’ora che trascorriamo nell’ambiente protetto della Yoga Shala. Quando la pratica diventa quotidiana, sul tappetino come nella vita di tutti i giorni, ne possiamo davvero cogliere i benefici: innanzi tutto fisici, perché innegabilmente lo Yoga con il tempo ci regalerà un corpo snello, forte e in salute – la pratica dello yoga dinamico ci aiuta a perdere i chili in eccesso, a diventare più forti e flessibili. Ci renderà radiosi, purificando il nostro corpo grazie alla sua azione sugli organi interni. Renderà la nostra mente lucida e il nostro modo di comunicare più chiaro ed efficace, perché una mente più concentrata ci consentirà di esprimere noi stessi in modo più sereno. Prolungherà la nostra esistenza preservando “Amrita Bindhu”, il nettare della vita custodito, secondo le scritture Yogiche, nella sede corporea del nostro settimo chakra, che grazie alle posizioni rovesciate (eseguite con cura) gli Yogi mantengono nella sua sede originaria più a lungo. Attiverà il nostro “fuoco digestivo”, perché la pratica dinamica delle asanas genera un calore che favorisce la purificazione degli organi grazie alla combinazione tra posizioni e corretta respirazione. E sempre la respirazione yogica purificherà il nostro sistema nervoso. Oggi persino la medicina tradizionale attribuisce finalmente un ruolo importantissimo alla respirazione utilizzata a fini terapeutici: pensiamo quindi quanta saggezza porta con sé lo Yoga attraverso i secoli! Eppure lo Yoga non si ferma al tappetino, anzi. Sul tappetino muoviamo i primi passi attraverso una pratica che connette il corpo al nostro lato più spirituale. Coltivando una mente calma, riusciamo ad ascoltare una voce interiore che ci invita ad eliminare tante inutili distrazioni del quotidiano, e a concentrarci su ciò che davvero è importante.
Suggerisco a tutti gli anglofoni di seguire il bellissimo blog di Isabella Nitschke che ogni settimana trascrive integralmente le conferenze di Sharath. Con profonda gratitudine per i loro insegnamenti, dedico questo post a Sri K. Pattabhi Jois e suo nipote Sharath… Namaste e buona pratica a tutti!