Jivamukti FOTM, maggio 2017: Essere il Cambiamento

“Siate il cambiamento che volete vedere nel mondo”

Da tre anni ormai è diventata una consuetudine per me tradurre il Focus Of The Month di Jivamukti Yoga. Che sia o meno il metodo che abbiamo scelto di praticare, Jivamukti ha una componente bhakti (devozionale) che si applica a qualsiasi Yogi contemporaneo. Il Focus Of The Month è una lettura, scritta da Sharon Gannon, David Life o altri senior teacher del metodo (in questo caso April Dechagas) da custodire come meditazione personale o da portare nelle proprie lezioni come spunto di riflessione. E quella di maggio è particolarmente intensa. Eccola a voi.

“yad-yad ācarati śreṣṭhas / tad-tadevetaro janaḥ / sa yat pramāṇaḿ kurute / lokas-tad-anuvartate Un grande uomo sa condurre al cambiamento con il suo esempio, stabilendo criteri che tutti gli altri uomini seguiranno.

Bhagavad Gita III.21

Le strade di Calcutta erano sporche e pericolose. In migliaia soffrivano di lebbra, colera e altre malattie contagiose. Negli ospedali sovraffollati, gli infermieri erano costretti ad allontanare i pazienti terminali rimettendoli sulle vie infestate da scarafaggi. Un gruppo di attivisti, capeggiati da Madre Teresa, rischiava la salute per assistere i poveri e i malati, anche se la maggior parte di loro era destinata a morte certa. Perché Madre Teresa aveva scelto di dedicare la sua vita a lavorare nelle condizioni più pericolose, per gente che non aveva nulla da dare? La sua risposta era: “Vedo Dio in ogni essere umano. Quando lavo la ferita di un lebbroso, mi sembra di aver cura di Dio in persona. Non è forse un’esperienza meravigliosa?”.

I grandi leader mondiali  – Madre Teresa, Martin Luther King Jr., Mahatma Gandhi, Rosa Parks, il Dalai Lama, Malala Yousafzai – condividono alcune caratteristiche. Sono ottimi comunicatori e al tempo stesso hanno una grande capacità di ascoltare. Possiedono solide fondamenta che riflettono un incrollabile impegno nella causa che hanno scelto. Sanno ispirare al cambiamento e dare forza. Sono sicuri, onesti e saggi. E hanno tutti un’altra eccezionale qualità, forse la più importante: l’umiltà.

Il filosofo dell’economia Jim Rohn afferma: “Umiltà è quasi una parola divina. Suscita grande ammirazione e stupore, è l’affermazione dell’animo e dello spirito umano. L’umiltà è la consapevolezza della distanza tra noi e le stelle, e insieme la sensazione di essere parte di esse”. In altre parole, l’umiltà è vedere se stessi negli altri; vedere la sacralità di ogni vita.

La parola umiltà deriva dal latino humilis, che può essere tradotto come “radicato” o “appartenente alla Terra”. Le Chandogya Upanishad ci insegnano tat twam asi o “tu sei quello.” Questo mahavakya, o grande detto, si collega all’idea che tutto è Brahman, che il sé supremo e il sé individuale sono la stessa cosa. Se tu sei Brahman, e l’albero è Brahman, allora tu e l’albero siete una cosa sola. Lo Yogi ha l’umiltà di comprendere che tutto ciò che esiste al mondo partecipa della stessa natura. Le risorse naturali sostengono la vita, quindi è nostra responsabilità sostenere allo stesso modo la Terra che ci ospita.

Secondo le scritture Vediche, ci troviamo attualmente in Kali Yuga – un’era di conflitto e sofferenza. In questa epoca difficile, c’è un gran bisogno di leader eccezionali. Se vogliamo il cambiamento, se vogliamo vedere pace e felicità nel mondo, dobbiamo vivere la vita che vogliamo vedere. C’è stata un’era in cui l’umanità viveva in armonia con la natura. Prendevamo dalla Terra solo il necessario per sopravvivere. Ora, ogni anno, gli esseri umani uccidono miliardi di animali e distruggono milioni di acri di terra. Combattiamo guerre per accaparrarci le risorse naturali, e la Terra non è più in grado di sostenerci. Un tempo chiamavamo “progresso” il prendere dalla Terra tutte le risorse che volevamo. In realtà siamo regrediti, causando l’infelicità di miliardi di umani, animali e persino piante.

Un grande Yogi offre la sua forza agli altri, così che possano imparare ad essere a loro volta forti e felici. L’umiltà consente allo Yogi di essere il cambiamento che vuole vedere nel mondo. Possiamo considerare una diversa forma di progresso: un progresso che ci aiuti a riscoprire la nostra più elevata consapevolezza, riconoscendo in noi la stessa natura delle stelle. Possiamo condurre al cambiamento con l’esempio, stabilendo criteri che tutti gli altri vorranno seguire.

April Dechagas

Spunti per l’insegnamento:
  • La pratica degli asana esprime umiltà. Quando ad esempio eseguiamo Hanumānāsana, assumiamo le qualità del grande condottiero Hanuman. Nella sua totale devozione a Rama, egli è esempio di virtù, forza, potere, umiltà e coraggio.
  • Le posizioni in piedi – e in particolare i “guerrieri” – trasmettono le qualità di un grande leader: fondamenta solide e forti, sguardo fiero e intenzioni incrollabili.
  • Insegnante l’allineamento in tadāsana/samasthiti. Spiegate come l’allineamento di questo āsana diventi una componente di tutte le altre posizioni. La montagna, o Terra, rappresenta la connessione con tutte le altre forme che assumeremo: umane (le posizioni di guerrieri, saggi e santi), animali (cani, rane, scimmie etc.), insetti (locusta), piante (albero) e persino oggetti inanimati che derivano dagli strumenti per lavorare la terra (aratro, barca, compasso).
  • Chiedete ai vostri praticanti di mantenere gli asana più a lungo dei consueti 5 respiri, eseguendo il pranayama ujjayi con un senso di pace e umiltà.”

Traduzione di Francesca d’Errico

Aprite quella porta: il Focus del Mese Jivamukti

David Life e Sharon Gannon

Oggi riflettevo sull’importanza che ha, al giorno d’oggi, capire davvero la distinzione tra semplice attività fisica e Asana Yoga. Cercavo un modo per spiegare come, attraverso la pratica, non ci limitiamo ad assumere complesse posizioni e come, addirittura, non sia necessario farlo per godere i benefici della pratica. Per quanto sia gradevole e di sicura soddisfazione riuscire ad entrare in Omkrasana, o bilanciarsi sulle mani, e per quanto sia vero che, se il nostro corpo è allenato e in salute, una pratica troppo semplice possa sembrare poco produttiva, lo Yoga va ben oltre il regno fisico. Poi mi sono ricordata che è il primo aprile, e che sicuramente David Life aveva pubblicato il Focus del Mese. E come spesso avviene per la meravigliosa sincronicità che caratterizza il mondo interiore di chi pratica, il suo scritto mi è sembrato il modo più bello per descrivere il concetto che stavo cercando di elaborare. Eccolo quindi a voi, tradotto in italiano. Buona lettura!

“Non sono le azioni a mettere in moto la Natura (Prakti). Esse si limitano a rimuovere gli ostacoli, come un contadino rimuove le barriere che impediscono all’acqua di fluire nei campi. Quando rimuoviamo gli ostacoli con l’azione, la Natura penetra liberamente”.“Nimittam aprayojakam prakrtinam varana-bedhas tu tatah ksetrikavat” – YS IV.3

Molti pensano che praticare Yoga significhi acquisire qualcosa, come la capacità di eseguire un asana. Ciò che facciamo praticando, in realtà, è semplicemente rimuovere l’ostacolo che ci impedisce di arrivare all’obiettivo. Ci liberiamo da tutti gli eccessi. Ad impedire il flusso dell’energia o prana, è il pensiero restrittivo, che limita le nostre possibilità. Dobbiamo invece aprire le porte del pensiero. Lo Yogi si interroga dunque sul perché queste porte sono state chiuse.

Molto spesso la pratica degli asana è associata al corpo fisico, che in sanscrito si chiama Anamaya Kosha, il corpo del nutrimento. Kosha significa strato o copertura. Ma cosa muove il corpo? Potremmo pensare “beh, sono io a muoverlo”. In realtà, è la nostra vitalità a farlo. Pranamaya Kosha è il corpo vitale in cui fluisce il prana, attraverso canali energetici chiamati nadi. Non sono visibili, ma esistono e possono essere percepiti. Ci accorgiamo infatti di quando siamo pieni di energia, e quando invece ne siamo privi. I Kosha sono strati che coprono la nostra vera essenza. Chiamiamola come ci pare – spirito, creazione divina, apparenza magica, libera, felice, senza limiti. E’ questa la nostra vera natura.

Siamo dotati di cinque Kosha, o corpi. Anch’essi possono essere invisibili agli occhi, eppure interagiscono tra loro. Nella pratica degli asana, possiamo avvertire emozioni, pensieri, sensazioni piacevoli e sicuramente sensazioni fisiche. Ma alla fine, stiamo cercando attraverso queste posture di influenzare la nostra vitalità, il nostro flusso energetico. Vogliamo rimuovere le barriere che impediscono all’energia di muoversi dentro di noi in modo benefico.

Ksetrika significa contadino in sanscrito. In India, il riso viene coltivato nelle risaie. Funziona così: il contadino costruisce un piccolo cumulo di terra attorno alla risaia per proteggerla dall’acqua corrente. Un contadino esperto sa esattamente quando rimuovere il cumulo per consentire all’acqua di inondare la risaia al momento giusto. Sa per quanto tempo la risaia debba restare piena d’acqua, e quando è necessario fermare il flusso. Il solo fatto di avere un buon terreno, dei buoni semi e acqua a disposizione, non significa che riusciremo ad ottenere un buon raccolto. E’ necessario applicare l’intelligenza per capire di cosa ha bisogno il riso per crescere. Occorre la saggezza per scegliere il momento giusto della stagione, e così via. Tutti questi elementi lavorano insieme per sostenere la crescita. E’ di questo che parla Patanjali negli Yoga Sutra.

Ciò che acquisiamo attraverso la pratica Yoga è una speciale intelligenza che ci permette di aprire la porta e lasciare che il prana fluisca laddove è necessario. Questa intelligenza arriva quando sentiamo i nostri limiti e cerchiamo di articolare il corpo fisico attraverso la nostra energia. Vogliamo eseguire un asana, ma per qualche ragione non riusciamo a portare l’energia di cui abbiamo bisogno, ad esempio, lungo la nostra gamba. Le ginocchia tremano e i piedi non sono stabili. Ma con la pratica e la costanza, gradualmente impariamo a dirigere l’energia in modo che fluisca liberamente dove è necessario. Impariamo ad aprire e chiudere le porte, come il buon contadino.

Più che assumere una posizione fisica, il nostro compito è sentirci liberi all’interno di essa. Se studiamo il linguaggio del corpo, possiamo riconoscere nei nostri gesti l’arroganza, la diffidenza o la paura. Siamo preoccupati per noi stessi e i nostri asana? Ci siamo dimenticati perché li stiamo praticando? Una bassa autostima si esprime nell’incapacità del corpo di muoversi liberamente, con gioia. E’ il risultato dei pensieri che abbiamo verso noi stessi e verso gli altri, delle azioni egoistiche commesse in passato. E’ questo a chiudere le porte al prana che promuove la nostra crescita. Se le azioni prive di compassione chiudono le porte della nostra esistenza, dobbiamo cercare di compierne altre, compassionevoli e virtuose.

Non abbiamo niente da perdere se decidiamo di regalare agli altri la nostra gentilezza. Anzi, farlo ci riempirà di vitalità. A tutti è capitato di sentirsi privi di energia, di sentire di non avere più nulla da dare, eppure proprio in quell momento qualcuno a noi vicino chiede la nostra comprensione: ha davvero bisogno del nostro supporto, e noi lo amiamo così tanto che la nostra stanchezza scompare. Siamo lì per lui, ci identifichiamo in lui, lo amiamo. Vogliamo quella libertà completa che, dovunque siamo, ci fa sentire vivi: una libertà che nella sua estrema semplicità sorprende gli altri.

–        David Life, 2017

Spunti per l’insegnamento:

  • Spiegate come il pranayama sia in grado di limitare e/o liberare la forza vitale.
  • Descrivete le differenze del flusso energetico percepibili quando manteniamo un asana, e quando ne usciamo.
  • Il modello dei Kosha aiuta lo yogi a comprendere la connessione tra cuore e mente, energia e pensiero, pensiero e movimento, tristezza e malattia, e viceversa.
  • Spiegate come sia possibile controllare il flusso del prana attraverso i bandha o con la respirazione sama vritti a narici alternate.

Traduzione e commenti – Francesca d’Errico

Jivamukti Yoga FOTM: Matsyendranath, Il Pesce

una rappresentazione di Matsyendranath

Il Focus del Mese di Jivamukti Yoga riprende un concetto che a me piace moltissimo, ovvero l’analisi mitologica e spirituale degli Asana. Il simbolismo legato alle singole posture ci consente di andare oltre la loro espressione fisica, arricchendo la nostra pratica di un significato più profondo. Cosa significa “persona”, per noi? Sharon Gannon ci invita alla riflessione e come sempre, a portare lo yoga oltre il tappetino.

Traduco oggi per voi il Focus del Mese di Marzo, scritto proprio dalla co-fondatrice del metodo, Sharon Gannon. E vi invito a visualizzare, durante la vostra pratica, Matsyendranath, per ricordare che l’origine di Tutto è Uno. Buona lettura!
 
hānan eṣāṁ kleśavad uktam
 
L’ostacolo principale alla pratica dello Yoga è il nostro pregiudizio, basato sulle nostre preferenze.
PYS IV. 28
“Un giorno, tanto tempo fa, il forte, saggio, onnipotente Dio della Trasformazione, Shiva, raccontò alla sua compagna, la Dea Parvati, la sua più recente scoperta: lo Yoga. Le parlò a lungo, senza accorgersi che Parvati si stava annoiando. Dopo tutto, era stata proprio lei a creare l’intero sistema dello yoga, e certo non aveva bisogno di essere indottrinata. Mentre Shiva si dilungava, Parvati allungò la mano verso l’acqua e cominciò ad accarezzarla, creando piccoli vortici che si trasformarono in onde. Un pesce si accorse che sulla riva stava accadendo qualcosa di interessante e si staccò dal branco per andare a dare un’occhiata. Quel pesce, di nome Matsya, cominciò rapito ad ascoltare gli insegnamenti di Shiva. Quando Matsya gli chiese di ripetere tutto dall’inizio, Shiva accettò di slancio, senza mostrare alcuna sorpresa per il fatto che Matsya fosse un pesce. Shiva dedica infatti ad ogni anima lo stesso rispetto. Determina il valore di un essere vivente considerando il suo sincero desiderio di conoscere la verità, e non in base ad età, fede, genere o specie di appartenenza.
Shiva diede un nuovo nome a Matsya, Matsyendranath o “Signore dei Pesci” (Matsya significa infatti pesce in sanscrito, mentre indra significa signore). Gli disse di andare ad insegnare agli altri il metodo dell’Hatha Yoga. Funziona proprio così anche oggi: il maestro insegna allo studente, e il ruolo dello studente è diventare a sua volta maestro. Matsya fu dunque il primo studente a diventare maestro, e a trasmettere ad altri i suoi insegnamenti. Lo yoga è trasmesso da un maestro ad uno studente in una linea ininterrotta che vive fino ai giorni nostri. Chiunque oggi si consideri un maestro di Hatha Yoga, discende da quel pesce, Matsya.
Nelle prime pagine dell’Hatha Yoga Pradipika, l’autore, Swatmarama, riconosce la sua discendenza da Adinath (Shiva) a Matsyendranath. Tuttavia oggi sono in molti a dubitare che il primo studente di yoga fosse un pesce. Come è possibile? Un pesce non può certo eseguire eka pada shirshasana e tanto meno padmasana! L’assunzione automatica dei più è che Matsya fosse un uomo. Forse aveva occhi, scaglie o altre caratteristiche che lo facevano somigliare ad un pesce. In India, Matsyendranath è spesso raffigurato come un uomo forte, con folti capelli e lunga barba, e con due gambe al posto della pinna.
Perché riteniamo inconcepibile che un pesce possa aver ricevuto direttamente da Dio degli insegnamenti, diventando quindi un guru? Semplicemente a causa dei nostri radicati pregiudizi. Gli esseri umani ritengono arrogantemente di essere l’unica specie del pianeta dotata di consapevolezza, intelligenza, linguaggio e anima. Pensiamo che sia sempre stato cos’, mentre in realtà tutti gli esseri viventi possiedono queste caratteristiche. Gli scienziati oggi concordano nel dire che la vita sul nostro pianeta era presente ben prima del nostro arrivo. C’è stata un’epoca in cui gli esseri acquatici erano ben più numerosi di qualsiasi altra forma di vita terrena. I Veda parlano delle dieci incarnazioni di Vishnu, e la prima è proprio quella di un pesce.
Tempo fa ascoltai qualcuno raccontare la storia di Matsyendranath e cercare di collegarla

Matsyendrasana

alla vicenda biblica di Jonah e della balena, nel tentativo di razionalizzare la presenza di questo “pesce”.  “Jonah,” diceva l’insegnante, “era un uomo che fu inghiottito da una balena. Era un saggio che viveva all’interno di una balena. Matsyendranath era come Jonah – un uomo nel corpo di un pesce. Quando trovate il nome di Matsyendranath nelle prime pagine dell’Hatha Yoga Pradipika, non dovete pensare che si parli di un vero pesce”. L’insegnante era irremovibile nella sua convinzione. Quando sentii la sua veemenza, mi chiesi: non è forse vero che all’interno di ogni pesce si trova, in realtà, una persona? Non sono forse persone tutti gli esseri viventi? Se definiamo persona un essere dotato di anima – un essere che può sentire, pensare, che ama la sua vita, che si prende cura dei suoi piccoli, dei suoi genitori – allora dobbiamo dire che certamente anche un pesce è una persona.
I Veda ci insegnano che tutto è Brahman—nell’universo non esiste nulla che non sia Dio. Dio risiede in ogni essere vivente nascosto dalla sua forma esteriore. La natura essenziale di tutte le anime è divina. La forma esteriore di qualsiasi essere o cosa non è l’identità eterna. Penso che un insegnante che non voglia farci credere che Matsyendranath fosse un vero pesce, non sia preparato a sposare questo concetto (n.d.t: Jivamukti Yoga non vuole “umanizzare” gli animali ma, al contrario, riconoscerne la loro dignità in quanto tali, in quanto esseri viventi dotati di coscienza). Il pregiudizio basato sulla specie di appartenenza può impedirci di comprendere questa idea. Spero che presto verrà il giorno in cui non considereremo gli animali inferiori a noi, e che, in qualità di insegnanti, non ci vergogneremo di insegnare il fatto che i grandi Maestri, a volte, possono apparire in forma diversa da quella umana.”
~ Sharon Gannon
Spunti per l’insegnamento:
  • Descrivete in che modo matsyendrasana ed altre torsioni purifichino manipura chakra liberandoci di avidya. Possiamo comprendere l’interconnesione tra tutti gli esseri viventi, quale che sia la loro specie di appartenenza.
  • Insegnate asana presenti nell’Hatha Yoga Pradipika.
  • Spiegate come una dieta ed uno stile di vita vegani possano essere di aiuto nella purificazione del corpo e della mente, rendendo più leggera la pratica Yoga.
  • Spiegate come l’obiettivo dello Yoga sia eliminare il nostro attaccamento alle preferenze soggettive. Ad esempio, durante la pratica fisica:
    • Nelle inversioni, saltate sempre utilizzando lo stesso piede?
    • Preferite praticare in un particolare punto della stanza, in un particolare momento della giornata? Provate a modificare luogo e orario della vostra pratica.
    • Preferite alcuni asana ad altri? Preferite dedicarvi all’apertura delle anche o agli inarcamenti? Interrogatevi sulle vostre preferenze e provate a lasciarle andare.

Traduzione di Francesca d’Errico

Jivamukti Yoga FOTM: il perché degli Asana

Il Focus del Mese Jivamukti è questa volta scritto di pugno da Sharon Gannon, co-fondatrice del metodo insieme a David Life. E l’argomento è quanto mai attuale: perché pratichiamo gli asana? In un momento in cui l’enfasi sul ramo più fisico dello Yoga sembra prendere il sopravvento, leggiamo l’opinione di questa grande Maestra e riflettiamo sugli aspetti più spirituali della nostra pratica fisica, che puntano alla necessità di ritrovare il senso di Unione con tutto il Creato. Sarà per questo che, dopo quasi due decenni di pratica, sento l’esigenza di vivere sempre più a contatto con la Natura? Buona lettura!

Sharon Gannon e David Life, Jivamukti Yoga

“Recentemente, uno studente mi ha chiesto come mai in alcune tradizioni Yoga, come il Bhakti, l’enfasi sulla pratica degli asana è così ridotta, mentre nel Jivamukti e in altre discipline Yoga praticate in occidente, gli asana giocano un ruolo predominante. E’ vero che alcune tradizioni, rispetto ad altre, danno maggior rilievo agli asana. Esistono quattro percorsi nello Yoga, e ognuno di essi mira allo stesso obiettivo – l’illuminazione, o la consapevolezza dell’Unicità dell’esistenza – attraverso mezzi diversi. Nel Bhakti Yoga, il cammino della devozione, ad essere enfatizzati sono il Japa (la ripetizione dei nomi di Dio), il canto e il ritualismo. Nel Bhakti, la pratica mira a sviluppare una relazione personale con Dio per purificare i karma passati. Tra i Bhakti Yogi più noti, ricordiamo Neem Karoli Baba, Shyamdas, Krishna Das, Rumi e Mirabai. Nel Jnana Yoga, il cammino dell’intelletto, l’enfasi è posta sulla meditazione e sullo studio delle Scritture e del Sanscrito. Al centro di questo percorso, troviamo la domanda “Chi sono io?”, e l’analisi di tutte le possibili risposte a tale quesito. Il Jnana Yoga giunge alla consapevolezza che nessuna risposta derivante dal mondo materiale può essere adeguata, e tutto ciò che resta è la natura autentica della realtà. Sri Nisargadatta Maharaj e Ramana Maharshi sono Jnana Yogi. Il Karma Yoga, il cammino del servizio agli altri, enfatizza principalmente l’arrendersi ai risultati delle azioni dedicate a Dio – “Sia fatta la tua volontà, non la mia”. Attraverso il servizio agli altri, vediamo noi stessi – e Dio – nel prossimo, e dissolviamo l’illusione della separazione. Si dice che chi riuscisse ad agire anche una sola volta in modo sinceramente altruista, riceverebbe immediatamente l’illuminazione. Swami Sivananda e Madre Teresa sono Karma Yogi. Il Raja Yoga, il percorso della mente, è il cammino degli otto rami (o Ashtanga Yoga) descritto da Patanjali negli Yoga Sutra. Enfatizza principalmente l’osservazione e l’analisi delle tendenze e delle caratteristiche della mente, e ci prepara a non identificarci con le  sue fluttuazioni, fino al raggiungimento della consapevolezza dell’Unicità dell’esistenza. Sri Krishnamacharya e Sri K. Pattabhi Jois sono stati entrambi Raja Yogi.
All’inizio del ventesimo secolo, Sri Aurobindo ci insegnò che i quattro percorsi dello Yoga potevano essere integrati, unendo le pratiche di ognuno non solo per innalzare la coscienza del praticante portandolo all’illuminazione, ma anche e soprattutto per apportare cambiamenti positivi a livello globale. Jivamukti Yoga è una disciplina che appartiene a questa visione integrata dello Yoga.
Gli asana sono una parte della pratica del Raja Yoga, ma gli asana sottendono in realtà tutti i tipi di Yoga. Per praticare Yoga, abbiamo bisogno di essere incarnati – ovvero di vivere in un corpo fisico. Il Bhakta canta con il cuore e la voce, che appartengono al corpo fisico. Lo Jnani siede e medita attraverso il suo corpo; e il Karma Yogi agisce attraverso il suo corpo. Gli asana partecipano della nostra relazione con la Terra e con gli altri esseri viventi attraverso il corpo. La pratica degli asana può portarci direttamente verso l’illuminazione, perché tutto ciò che si frappone tra noi e l’illuminazione è solo la nostra percezione di noi stessi e degli altri. Il karma generato dalle nostre interazioni con gli altri è immagazzinato nei nostri corpi – infatti, il nostro karma è il tessuto stesso del nostro corpo fisico – quindi muovere il corpo attraverso gli asana produce come effetto la purificazione del nostro karma, e ci aiuta a sentirci più a nostro agio nel corpo e nelle relazioni con gli altri, conducendoci infine verso libertà e liberazione.
Osservando la storia dell’umanità, notiamo come la civilizzazione e le religioni organizzate abbiano conquistato potere attraverso il pregiudizio verso gli altri. Due dei pregiudizi più antichi, la misoginia (l’odio per le donne) e lo specismo (l’odio per gli animali), ruotano intorno alla visione negativa del corpo fisico, trattandolo come se rappresentasse una perdita della grazia, qualcosa da domare, degradare o ridurre in forme accettabili. Nel tempo, gli esseri umani si sono disconnessi progressivamente dalla Terra, dal loro stesso corpo fisico e dal loro posto all’interno del regno animale. Tendiamo a considerarci un “caso speciale” e a dissociarci in modo arrogante dalla fisicità animale. Questo atteggiamento ci ha erroneamente portati a pensare che il modo in cui viviamo e come trattiamo la Terra e gli altri esseri viventi non abbia conseguenze negative su noi stessi e sulle altre creature.
Osservando la storia dello Yoga, notiamo che nel tempo le pratiche sono diventate sempre più raffinate e dettagliate, forse per meglio rispondere all’escalation della nostra alienazione rispetto alla vita. I primi scritti relativi alla felicità, alla realizzazione, al vivere in armonia, al conoscere Dio e noi stessi oggi sembrano molto idealistici, filosofici e difficili da mettere in pratica. Il Rig Veda ci insegna: “Chi conosce? Nessuno”. Molti di noi hanno bisogno di direttive più precise. Quindi i Veda sono stati distillati nelle Upanishad, presentandoci storie e parabole. Ma anche questi testi per molti non sono sufficienti. E sono quindi apparsi gli Yoga Sutra e le Bhagavad Gita, in cui riusciamo ad identificarci meglio anche oggi, pur se in parte ancora troppo astratti. Nel medioevo sono nati gli Hatha Yoga Pradipika, con istruzioni dettagliate su 15 asana e molte altre pratiche. Con il passare del tempo, il mistero della vita è diventato sempre più difficile da comprendere, soprattutto ai giorni nostri, l’era del conflitto, Kali Yuga.
Tradizionalmente, il praticante dovrebbe trovare un insegnante che gli consegnerebbe un mantra da recitare con fede nel maestro che glielo ha donato, per arrivare all’illuminazione. Ai nostri giorni, pochi di noi hanno fede in un insegnante o in un mantra. Potremmo quindi dire che i nostri corpi – fisico, energetico, mentale ed emotivo – sono diventati meno ricettivi: abbiamo perso la nostra sensitività, la nostra capacità di percepire in modo sottile. Abbiamo rinunciato a molto per vivere una vita “civilizzata”. La pratica degli asana ha il potere di affinare i nostri sensi e farci recuperare il nostro stato naturale – l’unità con tutto il creato, lo stato perenne ed eterno della gioia.”
– Sharon Gannon

Il Lato Oscuro dello Yoga

Traduco oggi un bellissimo post di Return Yoga , che mi è stato segnalato da un famoso insegnante di Jivamukti Yoga, Dechen Karl Thurman. Parla del “lato oscuro” dello Yoga, delle emozioni non sempre positive che sperimentiamo sul tappetino durante la nostra pratica. Lo Yoga negli ultimi anni si sta trasformando sempre più da disciplina spirituale a “settore commerciale”, in cui “benessere” e “felicità” stanno diventando un pesante obiettivo per chi si avvicina a questa pratica. In questo articolo mi è parso si affronti un tema importante di cui si evita troppo spesso di parlare. Buona lettura!
 
Alt text hereSe concediamo alle nostre paure di manifestarsi, concediamo a noi stessi un’opportunità per guarire.
 
“Le emozioni sono la fonte primaria della coscienza. Non è possibile passare dall’oscurità alla luce, dall’apatia al movimento, senza le emozioni” – Carl Gustav Jung
 
Uno dei miei studenti, tempo fa, cominciò a diventare evasivo. Si presentava alle lezioni con uno sguardo sfuggente. Evitava di guardarmi negli occhi, e sembrava erigere un muro intorno al suo tappetino. Fino a quel momento, era sempre stato tra i più loquaci prima e dopo le lezioni; ora era il primo a lasciare la shala. Alla fine riuscimmo a scambiare due chiacchiere. Mi disse che stava attraversando un momento di grande attività. Mi parlò dei suoi figli. Infine, guardando nel vuoto, mi disse: “lo yoga non funziona più”. A volte, aggiunse: “tutto ciò che provo al termine della pratica è rabbia e delusione”.
La negatività fa parte del percorso
 
Lo Yoga è diventato un mercato costruito su parole che evocano benessere. Ho recentemente ricevuto il messaggio di un terapista che recitava: “lavoriamo entrambi nell’industria del benessere”. La promessa dell’illuminazione ci porta a credere che saremo più spirituali, e questo in qualche modo significa che ci irriteremo meno nei confronti dei nostri figli, delle nostre relazioni, dei nostri problemi economici. C’è una verità in questa affermazione: lo Yoga può mostrarci quanto sia bello essere vivi.
Ma lo Yoga può anche mostrarci con estrema esattezza quanto stiamo male. Di solito, quando emozioni sincere cominciano ad affacciarsi, gli studenti abbandonano. Saltano le lezioni o decidono che lo yoga non è quello che cercavano. Dicono che “non funziona più”. L’emozione stessa li allontana: “non sono dell’umore”, “sono troppo preso”, o “troppo depresso per muovermi”. E credetemi, si sentiranno colpevoli di sentirsi così mentre gli altri sembrano godersi il loro shavasana.
Questo non significa che lo yoga non funziona. Anzi, significa il contrario. La negatività è parte del percorso, è qualcosa che dobbiamo attraversare per riuscire a comprenderne le cause e capire noi stessi. Se non lo facciamo, neghiamo a noi stessi metà dell’esperienza della vita stessa, e probabilmente ci neghiamo l’opportunità di accedere ad una sorgente di forza tra le più potenti a nostra disposizione. Se non lo facciamo, continueremo a eludere, compensare, ripetere. Cercheremo di sostituire l’irritazione con comportamenti compensatori, di sotterrarla, finché non esploderà più avanti sotto forma di rabbia nei confronti di una persona cara, o di noi stessi.
Lo Yoga è onestà, non meraviglia
 
Molti di noi hanno passato la maggior parte dell’esistenza reprimendo e sotterrando sentimenti, cercando di razionalizzarli, o di sublimarli attraverso l’esercizio fisico, il cibo, le sigarette, la televisione, e relazioni squallide. Alle donne si dice di non esprimere rabbia, perché non è “carino”, non è femminile (o troppo femminile, troppo emotivo e fuori controllo). Agli uomini si chiede di esprimere sempre competenza e sicurezza. Nel continuo sforzo di sentirci meglio, molti di noi finiscono per sopprimere gli stati d’animo sostituendoli con affermazioni pseudo-psicologiche o spiritualità spicciola. Si chiama “spiritual bypass”: è un tentativo di evitare i sentimenti dolorosi, le situazioni irrisolte, o le esigenze necessarie ad una autentica evoluzione con frasi tipo “tutto accade per un motivo”, “le vie del Signore sono infinite”, o “scegli la felicità”.
Prima o poi vi capiterà di partecipare a una lezione di yoga, online o nella shala dietro casa, in cui l’insegnante comincerà a cantare. Dirà “espiriamo” con un tono di allusivo piacere. Allusione rivolta al vostro buon cuore, ai vostri bicipiti femorali, o alla vostra luce interiore. Se mi assomigliate un po’, un comportamento simile vi farà venire una stretta ai bandha. Magari un giorno, abbassandovi nella posizione del bambino, la “dolce, ricettiva, sicura” posizione del bambino, avvertirete solo noia, irritabilità e disagio. Continuerete ad alzare la testa dal tappetino cercando l’orologio. Quel giorno, nella vostra testa inizierete ad insultare il vostro gentilissimo insegnante mentre pronuncia frasi vuote a proposito dell’amore che sorge dal vostro quarto chakra.
La verità è semplice. Lo yoga non è meraviglia: è onestà. La spiritualità non è una certezza, ma un desiderio del cuore. L’illuminazione non è “lasciar andare” i sentimenti negativi, ma comprenderli, capire cosa provocano in noi, e come si esprimono nel nostro corpo. La non violenza e il perdono non si traducono in generosità, nell’essere condiscendenti o migliori di qualcun altro, ma si esprimono nel comprendere la difficoltà dell’azione corretta, e nel diventare responsabili di questa difficoltà. Il perdono spesso deriva dal riconoscere l’amarezza e la delusione che proviamo. L’amore non è sempre e solo gioia. A volte, l’amore fa male.
Lo Yoga è una storia d’amore. Non una storia d’amore romanzata e sdolcinata: una storia d’amore autentica. Una di quelle che ti trasforma per sempre.
 
Le emozioni sono una porta verso l’interiorità. L’obiettivo non è esistere senza ombre, diventare così spirituali da non sentirci più grassi, annoiati, gelosi o impazienti. L’obiettivo è ingoiare la pillola amara con la volontà di affrontare l’oscurità.
Attraversare le ombre
 
Poiché lo Yoga ci chiede di lavorare sia con il corpo che con la mente, i risultati saranno inevitabilmente incasinati. Ci saranno momenti in cui il corpo manifesterà rabbia, impazienza, tremore, senza che la mente riesca a capirne il perché. Ci saranno giorni in cui la noia e la solitudine saranno così forti, da provocare dolore fisico. Ci saranno cinquemila modi in cui la mente proverà a dirci che non vale la pena, non funzionerà, che l’amore non è reale.
E tuttavia, lo Yoga in qualche modo già ci ha messo sulla strada giusta. Abbiamo tutti provato sulla nostra pelle che l’amore – romantico, etico, compassionevole – è la sola realtà. Il meglio del nostro essere umani è sottile, misterioso, ed è connesso direttamente alle nostre ombre. La vita è al tempo stesso insopportabilmente crudele e incredibilmente dolce, e spesso contemporaneamente. Le ombre appariranno. Andiamo loro incontro. Apatia, desolazione, disperazione, si muovono se noi le avviciniamo. Non è il passare del tempo a guarirci, ma il passare attraverso le esperienze.
Ci sono centinaia di voci che ci dicono “supera questo momento”, “pensa positivo”, o “lascia andare”. Facciamo attenzione a non lasciarci distrarre o portare fuori strada.
Lo Yoga è la storia d’amore in cui tutto sembra crollare. Dio se ne va, spesso togliendoci il terreno sotto i piedi. Passati i primi mesi di meraviglia, la sensazione di imparare qualcosa di nuovo ad ogni lezione ci abbandona. Se ne va la voglia di praticare tre volte a settimana, la forza nelle spalle, la capacità di mantenere un’alimentazione corretta, il senso di autorealizzazione.
Ma improvvisamente, nel cuore sentiamo qualcosa. E poi qualcos’altro ancora.

Jivamukti Yoga FOTM: l’amore di una madre

Traduco con particolare piacere il Focus del Mese Jivamukti Yoga, a beneficio di chi, in Italia, ha sperimentato i benefici di questa intensa pratica. Il mese di maggio è tradizionalmente associato in tutte le culture alla figura della Madre. Le parole di questo Focus ci invitano a trascendere l’aspetto biologico della Maternità, e ad abbracciarne il profondo significato spirituale e simbolico. Buona lettura!
Secondo l’Induismo e lo Yoga, il nostro primo Maestro e Guru è nostra madre – colei che ci ha dato la vita. Ognuno di noi ha una relazione diversa con la propria madre biologica. Abbiamo tutti vissuto conflitti e incomprensioni con i nostri genitori o mentori dall’infanzia in poi, e forse alcuni di questi conflitti sono ancora oggi irrisolti. Gli insegnanti si manifestano nelle nostre vite in molti modi e in diverse aree della nostra esistenza. Il nostro primo insegnante, per nascita, è appunto nostra Madre, così come la Terra è la Madre del creato. Per apprezzare il potere della creazione, è importante imparare a riconoscere il valore di ogni forma di vita, non solo quella umana: la forza vitale che fluisce in tutti gli esseri viventi.
Lo stesso pianeta Terra, secondo la filosofia Induista, viene definito “Madre”, “Madre Divina” o “Ma” – è l’aspetto creativo che garantisce aria, cibo ed acqua necessari alla sopravvivenza di tutti gli esseri viventi che lo abitano. Osservando la nostra attuale relazione con la Madre, possiamo riconoscere molte somiglianze con il rapporto che abbiamo con la nostra madre biologica. Ci sono momenti in cui litighiamo, altri in cui la ignoriamo, e altri in cui facciamo cose che la addoloreranno. Tuttavia, è sia attraverso di lei che attraverso la Madre Divina che si svela la nostra connessione alla fonte della vita. Nell’Induismo, la Dea si manifesta in molte incarnazioni. La personificazione della Dea è il legame tra il ruolo della madre e la Femminilità Divina, o Shakti.
L’amore di una madre non conosce condizioni. Sa che, per virtù della nostra stessa esistenza, le provocheremo dolore – e nonostante questo continua a sostenerci con tutto il suo cuore. Ogni anno, migliaia di foreste vengono abbattute, oceani, fiumi e laghi vengono inquinati, immense voragini vengono scavate nel suo ventre. Ma non è solo la Terra ad essere sfruttata: lo sono anche le sue popolazioni non umane. Il consumo di prodotti caseari comporta la violenta inseminazione delle vacche da latte, che vengono a forza separate dai loro cuccioli; queste vacche sono quindi di nuovo inseminate, per continuare a produrre latte. Il latte che ne deriva, che avrebbe senso per i loro figli naturali, viene rubato dagli umani e venduto per mero profitto ad altri umani. Lo sfruttamento che deriva dall’industria casearia nasce dalla convinzione che la Terra e le sue popolazioni non umane siano beni, merce, e non esseri divini. Il loro valore diventa monetario invece che essere onorato per la connessione alla forza vitale che fluisce attraverso ognuno di noi. Possiamo convenire che la vita è sacra, eppure molti di noi ancora danno maggior valore ad alcune vite rispetto ad altre. La vita umana vale più della vita non umana.
Ciò che è necessario cambiare è proprio questa sensazione di “proprietà” che proviamo nei confronti della Madre Divina – per tornare ad un luogo di armonia con il nostro autentico lato creativo – accettare, riconoscere ed onorare ogni forma di vita, ogni aspetto della Madre, che sia umano o non umano, animale, pianta o spirito. Lo Yogi si adopera per una relazione di mutuo beneficio con tutte le forme di vita, tutte le vite che condividono l’esperienza dell’esistere su questo pianeta e all’interno dell’Universo. Onorare e rispettare il potere della Madre, vederla come essere vivente – come Divinità – significa allontanarsi dal senso di separazione e avvicinarsi all’unione con l’origine della Creazione. JAI MA!
—Doug Whittaker
Note per gli insegnanti:
  • Intonare un mantra – soprattutto gli Shanti Mantra – è un modo eccezionale per rimuovere i blocchi che ci impediscono di rilevare l’essenza divina negli altri esseri viventi. Dedicate i vostri mantra alla Madre, la vostra, o qualsiasi altra madre.
  • Esplorate gli insegnamenti degli attivisti per l’ambiente, come Julia Butterfly Hill, Joan Baez e Jane Goodall.
  • Insegnate asana mirati a muladhara chakra, spiegando come questo chakra e gli asana ad esso correlati siano fondamentali per la nostra connessione alla Terra.
  • Condividete le leggende delle Dee della tradizione induista, come Saraswati, Lakshmi e Parvati o Shakti e Radha in relazione a Krishna, incoraggiando gli studenti ad esplorare l’idea che l’incarnazione della Dea assume diverse forme.
  • Molti asana si ispirano ad animali o a elementi della natura; una perfetta occasione per esplorare l’esperienza di unione con la natura stessa. Se possiamo essere la montagna, l’albero, il cane o il serpente, forse possiamo cominciare ad entrare in relazione con la natura, e ad onorarla al di là del tappetino.
  • Il ciclo di nascita, vita e morte è un grande maestro nell’insegnarci ad onorare la vita. Tutti noi veniamo al mondo e lasciamo il nostro corpo fisico; ogni attimo della nostra esistenza può prepararci a questo abbandono, se scegliamo di dare valore alla vita, e di agire sempre in modo compassionevole.

Jivamukti Yoga FOTM: Ricordare la Bontà

 

Sono lieta di tradurre il bellissimo Focus del Mese Jivamukti Yoga, scritto dalla meravigliosa Sharon Gannon, che abbiamo avuto il piacere di ospitare a Milano nel mese di dicembre. Traduco con particolare piacere questo messaggio, perché proprio tra gennaio e febbraio inizierò le mie classi fisse a Milano (pressoSpazioGaribaldi 77) e a Gallarate (presso Rhamni Scuola di Yoga), due centri che amo particolarmente perché realizzati da due bellissime donne e yogini, e nessuna donna meglio di Sharon Gannon rappresenta nello Yoga la forza del femminile. Inoltre oggi, proprio presso Spazio Garibaldi 77, si terrà il workshop Jivamukti con due insegnanti ed amiche in arrivo dal Lussemburgo, Magali Lehenr e Alexandra Colombo.
Shakti rules!
 
Questo mese, il FOTM è dedicato al Ricordo della Bontà.
“E’ importante riflettere sulle cose buone che abbiamo vissuto nelle nostre vite. In questo modo, ricordandola, la bontà si rafforza. La memoria è molto potente. Il passato non esiste al di fuori del momento presente. Quando ricordiamo qualcosa, la riportiamo nel presente e le diamo vita. Più la ricordiamo, più la rendiamo viva e potente. Abbiamo tutti questa capacità – la magica abilità di far rivivere il passato. Per riuscirci, dobbiamo semplicemente ricordare. Tuttavia, questa capacità è molto forte e tende a non discriminare – riportiamo in vita qualsiasi cosa ricordiamo. Dobbiamo perciò sforzarci di ricordare le cose buone e lasciar andare quelle cattive. Tutti noi facciamo errori, e commettiamo azioni di cui ci pentiamo. A volte, attraverso il ricordo, scopriamo gli errori commessi da altri. Dobbiamo essere attenti e non abbandonarci a questo genere di negatività, perché se la ricordiamo, continueremo a rinnovarla. Se ricordiamo episodi negativi, continueremo a rinnovarli e a riportarli nelle nostre vite e nel mondo oggettivo. E se dimentichiamo gli episodi positivi, non riusciremo a riportarli nelle nostre esistenze. In Inglese, il termine “remember” è davvero straordinario. Significa “riassemblare, rimettere insieme”. Tanto tempo fa, viveva sulla terra un essere pieno di compassione e gioia: fino a quel momento, veniva a volte ricordata e a volte dimenticata. Era straordinaria perché conosceva il potere del ricordo. Il suo nome era Isis, – Is-Is, E’-E’, l’essenza dell’essere. Era la maestra del ricordo, e il suo nome era appunto E’, Essere, il verbo che si riferisce alla realtà. Gli insegnamenti dello Yoga ci dicono che la realtà è satchidananda – verità, consapevolezza e pura estasi. Un concetto molto vicino alla bontà, secondo me. Secondo gli antichi Egizi, la Dea Isis era la personificazione divina della capacità di connettere. Il suo compagno, Osiris, fu smembrato, il suo corpo ridotto in pezzi lanciati ovunque nell’universo, per far si che venisse dimenticato. Ma Isis non dimenticò il suo compagno: si imbarcò invece in un progetto per ricordarlo, ri-metterlo insieme. Il suo compagno era Dio: quindi il suo progetto era in realtà quello di far ricordare Dio. Andò ovunque, a qualsiasi costo e in qualsiasi modo. Recuperò ogni pezzo e rimise insieme Osiris. I geroglifici egiziani identificano Isis con una poltrona, una sedia, che rappresenta la connessione e la relazione con la terra e la rendono in grado non solo di restare se stessa, ma anche di riportare in vita, di riassemblare il suo compagno. La parola Asana significa “sedia”. Attraverso la pratica delle asana, miglioriamo la nostra capacità di evocare queste capacità e di recuperare la nostra relazione con gli altri e con il mondo, portandoli in una dimensione di reciproco beneficio. La pratica delle Asana ci aiuta a trovare stabilità e a ricordare (ri-mettere insieme) ciò che davvero conta, lasciando andare ciò che non ci occorre. La bontà è ciò che conta. Tutti abbiamo, nel nostro cuore, le capacità di Isis e la pratica delle asana ci riconnette a queste capacità. Non vogliamo negare che in passato ci siano accadute cose brutte. Non vi sto suggerendo di vivere nella negazione o di fingere che tutto sia sempre stato perfetto. Vi ricordo però il potere che tutti noi abbiamo, di scegliere se continuare a indugiare nella negatività, o piuttosto di concentrarci sul positivo. Il nostro potenziale ha possibilità illimitate; non dobbiamo essere vittime del nostro passato e dei nostri brutti ricordi. I nostri pensieri creano la realtà in cui viviamo. Abbiamo opzioni su cui possiamo scegliere di concentrarci. Anche se abbiamo sofferto moltissimo, possiamo esercitare l’opzione di abbandonare il dolore e coltivare il ricordo della bontà. Se non ricordiamo la bontà, la dimenticheremo, e non riusciremo a crearne altra. Sta a noi. Quindi ricordiamo ciò che di buono è stato, riflettiamo su questi episodi, condividiamoli con gli altri.

Pic by Alessandro Sigismondi

E se ci sembra troppo difficile superare i ricordi negativi per trovare i buoni, riempiamo la nostra mente con mantra sacri, come OM o uno dei nomi di Dio, o semplicemente con il mantra “let go”, e lasciamo che il nostro Essere Divino ricordi la sua provenienza. Diventiamo esempi da cui gli altri possono trarre ispirazione per rendere la bontà più forte, ascoltiamo le esperienze positive degli altri e condividiamole. Insieme, possiamo essere come Isis e ri-creare un mondo di bontà”.
—Sharon Gannon

Jivamukti Yoga a Milano: il tour di Sharon Gannon

Siamo alle porte dell’unica masterclass milanese di una delle più note insegnanti di Yoga al mondo: Sharon Gannon, co-fondatrice, insieme al compagno di vita David Life, del metodo Jivamukti Yoga. Il 12 dicembre, alle ore 16, presso La Yoga Shala, in Via Domenichino 11 a Milano (iscrizioni su www.eifis.it o scrivendo a segreteria@eifis.it, oppure direttamente a me, fmderrico@gmail.com) sarà infatti possibile sperimentare una masterclass di due ore del metodo Jivamukti, guidati dalla co-creatrice del metodo e da Jules Febre, affermato insegnante che da anni accompagna Sharon e David. Inoltre, per chi volesse prepararsi alla masterclass, e iscriversi personalmente, il 29 novembre alle ore 17 terrò io stessa una lezione Jivamukti Style presso SpazioGaribaldi77, a Milano. Dopo la classe sarà possibile acquistare il biglietto per partecipare alla masterclass di Sharon, arrivando già preparati! Famosissimo negli USA, Jivamukti Yoga è uno dei nove metodi di Hatha Yoga ufficialmente riconosciuti al mondo. Il motivo è molto semplice: Sharon e David sono stati tra i primi occidentali ad avventurarsi in un’India all’epoca ancora misteriosa, avvicinando per primi Guru che poi sono diventati fari dello Yoga contemporaneo.
Le radici del metodo Jivamukti affondano negli insegnamenti di Brahmananda Sarasvati, Swami Nirmalananda e Sri K. Pattabhi Jois, di cui Sharon e David sono stati studenti diretti, frequentando fin dai primi anni ’70 la Shala di questo grande Maestro. Figlia di una cantante d’opera, e lei stessa vocalist d’eccezione, Sharon ha composto molti tra i canti Bhakti che ascoltiamo oggi durante le nostre lezioni di Yoga. Questa Yogini e artista è stata infatti tra le prime a collaborare con musicisti tradizionali e moderni compositori, rendendo più attuale e comprensibile al mondo occidentale il chanting indiano. Grazie al suo passato di ballerina professionista, Sharon ha sviluppato insieme a David Life un metodo che può certo essere definito “danza delle asana”. Nelle classi Jivamukti infatti, il flusso delle asana è strettamente connesso al respiro, e le transizioni diventano esse stesse asana, in un viaggio corporeo che può dirsi al tempo stesso meditativo e fisicamente impegnativo.
L’impegno di Sharon nel portare lo Yoga autentico in occidente è ben visibile in una lezione Jivamukti. Dalla sequenza fissa dello Spiritual Warrior, una sorta di “prima serie” del metodo Jivamukti, fino alle più impegnative open classes, in cui ogni volta le sequenze vengono create per mettere in evidenza diversi aspetti energetici del corpo, tutte le lezioni Jivamukti comprendono una fase bhakti, con la recitazione o il canto di un mantra, una fase di flusso vinyasa, un lungo rilassamento finale (Yoga Nidra) e una meditazione conclusiva. E’ una pratica rigorosa, che coinvolge corpo, mente e spirito. Chi ha avuto la fortuna di praticare presso il centro Jivamukti di New York avrà notato che tra i praticanti spesso è possibile incontrare Uma Thurman (il cui fratello, Dechen Karl, è tra l’altro insegnante advanced di questo metodo), Michael Franti, Sting, e tanti altri artisti. Ma per Sharon e David ogni studente ha lo stesso valore, ognuno ha in sé la potenzialità di diventare un Jivan-mukta, un essere liberato in questa esistenza terrena.

Con il tempo, chi pratica questo stile si avvicina anche alla filosofia che lo guida, e che ci insegna ad essere sempre più animati dal principio della non violenza (Ahimsa), nei confronti di tutti gli esseri viventi. Un comportamento che ci rende più compassionevoli nei confronti del prossimo e che ci insegna l’immenso valore della Natura e di tutte le specie Animali. Non a caso le star americane più impegnate a livello sociale e ambientale frequentano da anni il centro Jivamukti di NY, contribuendo spesso alle iniziative di Sharon e David per la salvaguardia del Pianeta.

Finalmente anche a Milano sarà possibile incontrare Sharon, e oltre a partecipare alla sua splendida masterclass, ricevere una copia del suo libro “Vivere lo Yoga”, fondamentale per portare lo Yoga anche fuori dal tappetino, in ogni momento della nostra esistenza, per integrarne i principi con le nostre azioni del quotidiano. Sharon sarà disponibile al termine della lezione per incontrare ognuno di voi e autografare il suo libro.
Sono sicura che incontrerò molti di voi a Milano, il 12 dicembre! Vi aspetto per passare insieme un pomeriggio meraviglioso!

Jivamukti Yoga FOTM: la nostra vera Natura

In attesa della data milanese di Sharon Gannon, co-fondatrice del metodo Jivamukti Yoga, che seguo e pratico da molti anni e che per molti versi è “fratello” dell’Ashtanga Yoga, propongo il meraviglioso Focus del Mese di novembre scritto da David Life, compagno di Sharon.

Chi mi segue avrà notato su facebook l’evento che promuove questa visita graditissima e tanto attesa. Il 12 dicembre, alle ore 16, Sharon insieme a Jules Febre, suo diretto discepolo, terrà una masterclass di due ore seguita da un evento in cui presenta l’uscita dei suoi ultimi lavori tradotti in italiano (sì, uno è il famoso Yoga Assist!). Consiglio a tutti di non perdere questa occasione! Chi volesse iscriversi può farlo online sul sito di Eifis Editore oppure partecipando alla mia prossima classe, domenica 29 novembre, presso il meraviglioso centro YogaEssential a Milano.
Ecco dunque il Focus del Mese Jivamukti, che ci invita a riscoprire la nostra autentica Natura, selvaggia e piena di amore. Una Natura più che mai importante oggi, in questi tempi in cui il terrore sembra voler annientare il nostro Pianeta. Essere Yogi oggi è più importante che mai. Non limitiamoci alle asana, coltiviamo anche Ahimsa, non violenza, nei nostri cuori e nelle nostre azioni, anche il più piccolo gesto fa la differenza.
Il saggio dai lunghi capelli porta con sé fuoco e veleno, cielo e terra. Guardandolo osserviamo la luce celeste nel suo pieno fulgore. Si dice che sia la luce stessa…  Destriero del vento, compagno del Vayu e ispirato da Dio, il saggio si sente a casa in entrambi i mari, ad Est e ad Ovest… Errando sulle tracce di esseri celesti e belve boschive, il saggio dai lunghi capelli ne conosce le aspirazioni, ed è un dolce compagno per lo spirito… 
– Rg Veda 10.136 Il saggio dai lunghi capelli
Si dice che questi versi dedicati al saggio selvaggio dai lunghi capelli sia la prima ode allo Yogi ai tempi dei Veda. E’ un eremita nudo, che viaggia attraverso i cieli e vive in armonia con la Natura, completamente estraneo alla cultura degli uomini. E’ un bambino selvaggio. Gli Yogi hanno rinunciato alla cultura dominante reclamando l’autentica natura dell’uomo molto, molto tempo fa.
Quando ci viene chiesto di descrivere la parola “selvaggio”, solitamente usiamo termini negativi, come “senza controllo”, “maleducato”, “ingovernabile” o “autoriferito”. Gli esseri selvaggi non sono domati e vengono tacciati di inutilità. Un cavallo selvaggio non è “utile” finché non è domato, addomesticato, sellato, imbrigliato (o trasformato in hamburger). Un campo di fiori selvatici non è utile finché non viene cintato, arato, fertilizzato, coltivato, spruzzato di diserbanti, mietuto. Un ruscello selvatico non è utile finché non viene arginato, diretto in tubature, imbottigliato, elettrificato e reso stagnante. Selvaggio equivale a “privo di valore”, mentre domato equivale a “valutabile”. La Natura gioca solo un ruolo minore nel fornire le materie prime che servono a soddisfare i desideri umani e la nostra avidità. Ma la nostra è un’avidità insaziabile, e le materie prime si stanno esaurendo. Ciò che è selvaggio viene visto come pericoloso e diventa il bersaglio di chi vuole solo annientare. Gli esseri umani pensano di avere il diritto di impossessarsi di foreste, terre, acqua, petrolio, gas, per non parlare di balene, delfini, cavalli, elefanti, orsi, tigri, leoni, scoiattoli, conigli e tutte le altre creature viventi che popolano la Terra. Invece di celebrare la vita di tutte le creature, ne promuoviamo la loro scomparsa, e probabilmente la nostra.
Gli esseri umani stanno distruggendo i semi della natura originaria che dà alla vita il suo gusto unico – rasa. Nella corsa verso la distruzione degli ecosistemi e delle biodiversità, gli umani si lanciano verso una cieca Armageddon.
Lo Yogi si sente parte del mondo e di tutto il creato. Per lo Yogi, la definizione di “selvaggio” è libero, creativo, forte, meditativo, in comunione con la Natura. Questa sensazione è parte della natura originaria dell’essere corrotta da una cultura che vuole guardare al mondo come ad una risorsa da sfruttare all’infinito. Nell’antica leggenda Sumera di Gilgamesh, incontriamo Enkidu, una creatura che si nutre dal seno degli animali e pascola con loro nei campi. I cacciatori scoprono che Enkidu insegna agli animali come fuggire dalle trappole dell’uomo. Le storie di questo selvaggio che riesce a parlare a tutte le creature risvegliano la curiosità di Re Gilgamesh, che seduce, attrae, educa e si fa amico di Enkidu. E’ una storia triste, che spiega come ognuno di noi perda la propria connessione con la Natura. Il nostro lato selvaggio è un tesoro perduto che va recuperato a tutti i costi. Quando Enkidu muore, Gildamesh recita questa elegia dell’autentica natura dell’uomo:
Enkidu, . . . tua madre è la gazzella,
e . . . tuo padre, che ti ha dato vita, un vero selvaggio.
[Sei stato] cresciuto da creature con la coda,
dagli animali della foresta, in tutta la sua grandezza.
Tutti i sentieri della foresta di cedri
Ti piangono: le lacrime scorrono senza freno, giorno e notte. 

—Tavola VIII, Epica di Gilgamesh
Il mondo intero piange la morte di Enkidu, persino gli alberi e i sentieri. Un tesoro è stato perduto – la connessione tra l’uomo e il resto del creato. L’eroico Yogi di oggi, trasforma ogni giorno in un momento di contatto con la Natura, per riallinearsi con le forze del creato e recuperare ciò che è stato perso – la nostra autentica Natura.
Novembre 2015 – David Life

Sharing Yoga: the power of the practice (ENG)

Holding a workshop is always a magical experience.
As a traveling teacher, I particularly enjoy meeting new communities, new students, new teachers. The exchange of energies during a class that is longer than usual, with newly made friends, is always extra-charged with positive vibes.
I very often find myself questioning whether I have enough information to give, if I will be a worth vessel of the practice I am going to teach – yet after a few minutes from the start, all happens effortlessly. I would say that holding a workshop is very much an act of love.
Love is all you really need, when you are a teacher, to keep going. Sometimes teaching can be very hard and tiring – yet, when you make yourself a vehicle of love, you actually feel recharged even after a six-hour long experience (as it was last Sunday for me).
It isn’t very much about how good you are at performing very advanced asanas. Chances are, students would most probably feel intimidated and rather than express love, you would risk engaging competition or making yourself an unreachable ideal – which is very much far away from what yoga should be. Rather, it is mostly about opening your heart to whoever is coming in, feeling their motivation to get on the mat, and helping them throughout this journey within themselves.
I believe that our practice, and the practice we teach should be first and foremost an act of love. If we advocate Ahimsa, we should practice it ourselves first – towards our body and the bodies of our students. We are promoting a practice that should be able to last on our side for all our lifetime. We are teaching to people that most of the time cannot practice every day, and sometimes live a rather unhealthy lifestyle. We are teaching to people that look at yoga as a practice promoting peace and unity. Yes, we must help them finding balance and improve their overall health, yet we cannot force them into change – we can only show them a viable way, free of any form of judgement.
My last workshop in Tuscany has been a truly moving experience. Held the day after Paris’ bombing, our spirits were filled with participation for the extremely difficult times we are  all living. We were a little crowd and dedicated our practice to World’s Peace, and I strongly believe that if all of us Yogis fully engage in practicing Ahimsa every day, on and off the mat, with our students, ourselves and our neighbors, we ARE going to make a CHANGE.
Let’s not make Yoga yet another competitive western discipline. Let’s tune in deeply to its original meaning. Let’s get over form and plunge into matter. Let the power of LOVE guide our action every single day and create PEACE.