L’Illusione dei social media: il pensiero di Ty Landrum

foto di Marco Pantani

Nei giorni scorsi mi sono imbattuta in un bellissimo post sullo Yoga e sull’illusione dei social media, scritto da Ty Landrum. Ty è stato scelto dal leggendario Richard Freeman per sostituirlo alla direzione del suo celeberrimo centro in Colorado. La sua preparazione è davvero molto profonda, e i suoi scritti sempre molto interessanti. Il punto di vista di Ty, che esprime la relazione tra social media e narcisismo, e soprattutto la possibilità di guardare al lato oscuro della nostra umanità da una diversa prospettiva è espresso in modo così limpido e privo di giudizi da meritare di essere divulgato il più possibile. Gli ho quindi chiesto di poterlo tradurre per il mio blog e con il suo permesso, lo riporto per voi sulle mie pagine. Buona lettura e buona riflessione…

” I Social Media possono far pensare che lo yoga sia un’arte scenica. E non c’è dubbio che quanto appare sui social media sia esattamente questo. Quando una persona flessibile si fa fotografare in una posizione impegnativa, in un contesto spettacolare, si sta impegnando in una performance estetica iconoclastica e decisamente moderna. Le immagini che ne risultano ispirano ammirazione per il corpo umano e stupore per le sue capacità di contorcersi, sfidando gli standard di bellezza tradizionali, ma giocando sul nostro innato senso della linea, della simmetria, dell’equilibrio e della forma.

Inoltre, le immagini in questione contribuiscono alla conversazione di più ampia portata sul significato di “personificazione”, una conversazione in cui tutti siamo coinvolti, consciamente o no. Queste immagini – come le stesse posizioni yoga – sono simboli di qualcosa che desideriamo toccare, da cui siamo profondamente estraniati e che sogniamo di riscoprire ai confini del mondo. Ci ricordano che tutti personifichiamo questo enigmatico “qualcosa”, sebbene cerchiamo di raggiungerlo senza sosta.

Questa è una delle strane realtà della condizione umana: troviamo difficile toccare ciò che abbiamo vicino, anche se pulsa proprio sotto la superficie della nostra pelle.

Il lato oscuro di qualsiasi arte scenica è il narcisismo. E con l’ubiquità dei social media, le forze narcisistiche sono più che mai diffuse. I Social Media ci mettono in mano il potere di dare forma alla nostra immagine pubblica, attraverso parole e immagini attentamente selezionate. Con la diffusione massificata di questo potere, sperimentiamo un curioso slittamento della sede del nostro io. Mai come ora, ci vediamo come gli altri ci vedono. Ma ora abbiamo il potere di manipolare come gli altri ci vedono, grazie alle immagini della nostra esistenza che esponiamo solo dopo averle accuratamente modificate a nostro piacimento.

Questo slittamento ci coinvolge tutti, indipendentemente dal nostro livello di attività sui Social Media, perché crea una situazione in cui guardiamo i Social Media per farci un’idea l’uno dell’altro, e anche se resistiamo a questa forza, la non-partecipazione ha un significato che tiene comunque conto di quella impressione, suggerendo un’alleanza con l’innata mancanza di chiarezza della mente umana. I Social Media hanno assunto caratteristiche fortemente confessionali, che fanno inorridire e imbarazzano i più riservati.

Il carattere confessionale dei Social Media crea un’illusoria trasparenza che sembra far collassare la personalità su cui posa la psiche, sollevando ed esponendo cose che molti preferirebbero tenere nascoste, sia perché le considerano imbarazzanti, frivole o troppo sacre per il pubblico ludibrio.

I Social Media possono distorcere in modo negativo l’impressione che abbiamo l’uno dell’altro, creando un falso senso di trasparenza. Ma è al tempo stesso innegabile che i social media siano una finestra aperta sulla nostra coscienza collettiva. Ciò che passa attraverso questi media a volte sguaiati è un riflesso lucido e rivelatore delle forze nascoste che danno forma alla mente colletiva. Il narcisismo che troviamo sui social media è il nostro narcisismo. La vanità che vediamo è la nostra vanità. Tutto ciò che appare attraverso questa finestra ci espone, mostrandoci ciò che giace sul fondo del pozzo della psiche.

Ty Landrum by A. Sigismondi

E tutto dipende dalla nostra reazione. Se reagiamo con sdegno e risentimento alla vanità altrui, allora diventiamo noi stessi sdegno e risentimento. Nel momento in cui personifichiamo queste emozioni acute e spinose, lasciamo che esse ci definiscano, e diamo loro sempre maggior potere, riflettendo le immagini del nostro sdegno e risentimento all’interno del profondo pozzo della psiche collettiva; queste immagini brillano attraverso lo specchio dei social media. Le loro correnti quindi scorrono ancora più rapide sotto la superficie, acquistano forza e minacciano di trovare una fessura da cui erompere.

Se invece diamo a queste immagini un’attenzione amorevole, rilasciamo un po’ della tensione nascosta sotto le nostre tendenze reattive. Rilasciamo la pressione dell’ego, che tende alle reazioni sdegnate e risentite verso ciò che minaccia la santità e la solidità delle nostre identificazioni. Quando le immagini dello yoga appaiono sui social media, la minaccia può essere molto forte – specialmente per chi ha sviluppato disgusto nei confronti dell’esternazione dello yoga attraverso immagini di contorsionismo. L’ego che si identifica con “il vero yoga” è ansioso di separare il concetto che abbiamo di ciò che non è autentico, e si infiamma quando i social media sfumano le linee tra la pratica yoga contemplativa e l’arte scenica sociale.

Ma lo yoga autentico è sempre nel momento presente. E quando ci infiammiamo per ciò che vediamo come un’adulterazione o una perversione di qualcosa che ci è caro, e siamo conseguentemente pronti a reazioni di sdegno nei confronti di altri che sono sul nostro stesso cammino, ne perdiamo il filo. Non che lo yoga richieda di non avere discernimento – al contrario, il discernimento è uno dei veicoli della nostra evoluzione. Ma finché restiamo intrappolati in emozioni spinose, non possiamo raggiungere la chiarezza da cui questo discernimento dipende. Queste emozioni distorcono le nostre impressioni della realtà, e quindi non possiamo apprezzare la reale intelligenza e meraviglia di ciò che appare ai nostri occhi. All’ombra di queste emozioni, perdiamo le tracce del sublime che ci passa davanti. E queste tracce possono essere ovunque, anche sui social media.

In noi c’è sempre qualcosa che cerca naturalmente di venire alla luce. E sebbene possa essere oscurato dalle incessanti recite dell’ego, solo l’ego può liberarlo. L’ego è maya, il velo dell’illusione del mondo fenomenico. Questo mondo crea la falsa convinzione che siamo tutti isolati e separati. L’ego sostiene l’apparenza di questo mondo, imbevendo ognuno di noi di un falso senso di importanza individuale. E il narcisismo è solo uno dei modi per far fronte a questo senso di isolamento, coltivando l’ego agli estremi.

Quindi maya è l’illusione che ci isola, forzandoci ad identificarci troppo con il nostro ego. Ma maya è anche lo specchio in cui ci osserviamo, e diventa consapevole di ciò che siamo realmente. Come avviene per la forza della creazione, maya porta la nostra essenza sottile in una forma corporea. E’ il fulgore della natura che ci permette di diventare consapevoli di noi stessi, dandoci oggetti da esperire. Senza maya, non ci sarebbero pensieri, sensazioni o intimità. Non ci sarebbe altro che puro e abissale vuoto, da cui il mondo si spiega. Quindi maya non è solo il velo dell’llusione naturale, il velo che nasconde la nostra vera natura; maya è anche il potere della coscienza di apparire a se stessa, di diventare consapevole di se stessa,  come il vuoto che sostiene il mondo della forma.

Lo Yoga della relazione inizia quando riconosciamo la duplice natura di maya, il suo modo di nascondere e rivelare contemporaneamente. Comincia quando abbandoniamo i nostri impulsi reattivi nei confronti degli altri esseri umani, sospendiamo i nostri preconcetti su di loro, e lasciamo che ci invadano con i loro eccessi e le loro assurdità, specialmente quelle che sembrano minacciare il nostro senso di noi stessi, isolante e narcisistico. La pratica consiste nel far loro spazio, anche se offendono il nostro senso estetico e la nostra sensibilità filosofica, finché non percepiamo la rottura dei confini dei nostri giudizi sulla loro presunta superficialità, e lasciamo che si mostrino nella loro assoluta unicità.

La dignità inviolabile dell’essere umano dipende dal fatto che ognuno di noi rifrange in modo unico la luce della coscienza, e contribuisce con qualcosa di altrettanto unico al dispiego sublime della consapevolezza collettiva. Per quanto imperfetta possa essere la nostra ricerca, ognuno di noi è animato dallo stesso desiderio di sperimentare l’abbandono dei condizionamenti, il desiderio di superare il senso di isolamento, per godere dell’amorevole essenza della nostra umanità. Se guardiamo gli altri in questo modo, come esseri animati, anche se in modo imperfetto, dallo stesso desiderio di libertà, la chiarezza emerge spontaneamente.

Quando abbandoniamo le nostre difese, e rinunciamo all’impulso di protestare contro chi ci ricorda il nostro desiderio di limitare e sopprimere, le posture che troviamo sui social media, anche se altamente artistiche e raramente in grado di catturare un’autentica trasformazione spirituale, ci appaiono come una estensione di quello che quasi tutti consideriamo yoga “autentico” e “tradizionale”. Una goffa ritualizzazione del nostro desiderio di una lucida e amorevole connessione con tutti gli altri esseri umani. Le correnti di narcisismo e vanità continueranno a scorrere nei canali dei social media, semplicemente perché fanno parte della funzione mentale che compone la nostra umanità. Ma se osserviamo con occhi aperti, possiamo trovare qualcosa di più di narcisismo e vanità. Troviamo una straordinaria celebrazione del corpo, che lo onora come mezzo per l’illuminazione e che aspira con fremente passione a scoprirne i segreti, per toccarne intimamente l’essenza.

Quando arriviamo a vedere le cose in questo modo, ci accorgiamo che maya, attraverso i social media, è fortemente rivelatrice, e ciò che rivela è la bellezza dell’intricato lavorìo della mente umana. La vera illusione dei social media – la vera idea sbagliata – è tale perché a causa della nostra vanità e del nostro indomabile desiderio di riconoscimento,  l’ego impedisce alla luce della consapevolezza di emergere e di risplendere. Ma la luce della consapevolezza non può essere oscurata. Anche quando il narcisismo entra in scena, espone la profondità del nostro desiderio di connessione, e un raggio luminoso perfora lo schermo dei nostri computer.

Ty Landrum

Yoga e Social Media, part 2: Matthew Sweeney

Matthew Sweeney

Continua la serie di post dedicati al delicato rapporto tra Yoga e Social Media, questa volta con una riflessione di Matthew Sweeney, uno tra i più noti e apprezzati insegnanti di Ashtanga Yoga al mondo. Trovo il suo post, visibile in versione originale sulla sua pagina facebook, estremamente utile perché denso di suggerimenti pratici per tutti, insegnanti e praticanti. E soprattutto perché viene da un Maestro che, pur facendo un uso assolutamente limitato della comunicazione in generale e dei social in particolare, è famosissimo per la sua serietà e preparazione. Buona lettura!

Yoga and Social Media, di Matthew Sweeney (28 ottobre 2016)
“Ai giorni nostri, i social media stanno assumendo un ruolo fondamentale nel mantenimento dell’integrità delle pratiche spirituali come lo Yoga. Se accettiamo la premessa che lo Yoga, a qualsiasi livello, riguardi il benessere fisico, psicologico o spirituale dell’individuo, la mia domanda è: quando i social media cominciano ad ottenere l’effetto opposto? Sebbene il marketing e i social possano essere un utile strumento di promozione, se usati oltre misura possono produrre un impatto negativo.
Ad esempio, qual è l’effetto del guadagnare followers su Instagram, o nuovi amici e likes su Facebook? Cosa indicano questi risultati in termini di status e professionalità? Senza dubbio possono aiutarci ad aumentare il nostro business, ma la domanda a questo punto è: cosa aumenta, in realtà? Se il fine dello Yoga è il benessere (e il benessere può solo essere la liberazione dalla sofferenza, ma per il momento, chiamiamolo semplicemente benessere…), avere più followers rappresenta davvero una forma di benessere? Forse, rappresenta il benessere del nostro profilo social… o il benessere delle nostre dipendenze. Quindi la domanda non è se i social media sono di sostegno alla nostra attività professionale, ma se contribuiscono all’aumento delle nostre forme di attaccamento, invece che aiutarci a liberarcene.
Il benessere che ricerchiamo è tangibile, reale, non immaginato. Il fine primario dello Yoga è qualcosa di chiaro e dimostrabile. La linea evolutiva di chi pratica Asana è schematica: 1) salute fisica, 2) salute psicologica e 3) liberazione dalle forme di attaccamento.
Il primo punto che desidero argomentare è che il 3) non dipende dal 1). Non è necessaria la salute fisica per essere liberi da ogni forma di attaccamento. Può aiutare: ma non è necessaria.
In secondo luogo, esistono aspetti dell’uso dei social che manifestano l’opposto del benessere, e quindi l’opposto dello Yoga. Ad esempio, una dipendenza dall’ottenimento di “likes”, la competizione tra colleghi nel guadagnare più followers, il mettere la propria attività professionale nelle mani di un mezzo che è capriccioso e separato dalla realtà, o semplicemente pavoneggiarsi in Asana particolarmente difficili.
Attenzione: non sto dicendo di non usare i social media. Sto esprimendo il mio parere sul come farlo.
Non c’è nulla di male nei social media. Come molte altre cose nella vita, non è tanto ciò che questo mezzo fa, ma come lo si usa. Vorrei mettere in luce tre particolari punti:
1. Yoga > Asana > Identità corporea > Social Media = NON Yoga
2. L’insegnante di Yoga è un Educatore, non una star cinematografica
3. L’importanza della meditazione.
1. Social Media
Asana e Meditazione spesso sembrano in conflitto per chi insegna e/o pratica Asana. La domanda qui riguarda l’importanza del corpo. E’ davvero così importante? In senso generale, no. In senso personale, si. Quindi, identificandoci con il corpo e con la personalità, non siamo sulla strada che porta a livelli elevati di consapevolezza. Non sto dicendo di abbandonare il corpo, ma di inserire la mente e il corpo nel giusto contesto.
Se diamo troppa importanza al corpo, la mente e l’ego ne guadagnano altrettanta. All’opposto, una volta che mente ed ego vengono messi al servizio del sé, e della coscienza e spiritualità dell”osservatore”, allora il corpo diventa un veicolo volontario piuttosto che un ostacolo. Comunque sia, se qualcosa rappresenta per noi un ostacolo, secondo lo yoga dobbiamo trattarlo con rispetto ma senza indulgervi troppo.
Perciò… tornando ai social media: sono pronto ad essere nessuno? Se stiamo cercando di essere qualcuno… stiamo mancando l’obiettivo.
Se consideriamo la direzione della linea evolutiva sopra esposta (Yoga > Asana > Identità corporea > Social Media = NON Yoga), per la maggior parte dei praticanti l’iniziale atteggiamento di approccio alla pratica può essere corretto ma se ci si concentra solo sugli Asana, si finisce con il concentrasi solo sul corpo. Più ci si identifica con il corpo, più si sviluppa una forma di attaccamento. Questa linea evolutiva è riduzionista, non espansionista. Uno dei risultati può essere una dipendenza dai social media; il loro uso eccessivo e una eccessiva indulgenza ad ottenere likes, amici, popolarità e successo superficiale. Qualcosa che ci allontana dal cammino dello Yoga in modo radicale. Non lasciamoci travolgere.
Continuiamo a postare foto in posizioni difficili, verticali sulle mani, asana in bikini o shorts, o centinaia di hashtag per ottenere consensi e followers? Se è così, stiamo probabilmente sviluppando una dipendenza nei confronti del nostro ego e del nostro corpo, ben lontana dal concetto più volte ripetuto nello Yoga di “lasciar andare”. La sofferenza nasce dall’attaccamento, e l’attaccamento deriva dall’identificazione mente-corpo. Solo quando riusciamo sinceramente ad abbandonare i nostri condizionamenti, il nostro corpo e la nostra personalità, possiamo dire di praticare veramente Yoga.
Non voglio dire che chi NON usa i social ha una coscienza più elevata di chi lo fa. Certo, chi non li usa ha forse una maggiore opportunità di arrivarci rispetto a chi è dipendente dai social. Perciò imploro studenti e insegnanti, di smettere di dare così tanta importanza a ciò che è esteriore, apparente e visivo. Smettete di usare in modo eccessivo i social media, e non incoraggiate chi è dipendente dai social a perpetrare questo atteggiamento dannoso.
Recentemente ho letto un post interessante scritto da un insegnante di Yoga proprio in merito all’abuso dei social. Tuttavia, questa insegnante ospitava proprio in quei giorni un altro maestro, che invece è esageratamente esposto su questi mezzi di comunicazione, e che rappresenta ben poco l’essenza dello Yoga. Un simile atteggiamento è quanto meno ambiguo: se decidete di prendere una posizione, fatelo in modo chiaro, a parole e attraverso le vostre azioni.
Di seguito espongo la lista dei miei personali suggerimenti sull’uso dei social media. Chi decide di utilizzarli, a mio parere dovrebbe cercare di postare:
1. Pochi Asana di elevata difficoltà. Non dico di non farlo del tutto. ma di attenersi ad una media ragionevole, 1 post su 10, per esempio. Ogni tanto è giusto far vedere di cosa si è capaci, ma dobbiamo ricordarci che farlo non aiuta nessuno. Se davvero vogliamo aiutare qualcuno, mostriamo una posizione adatta a tutti e spieghiamo come praticarla in modo sicuro.
2. Basta con le verticali sulle mani (sinceramente sono arrivato alla totale insofferenza rispetto ai post di verticali praticate in ogni modo possibile). Se continuate a postare verticali, il messaggio che date è che vi limitate a pavoneggiarvi, e che siete piuttosto fermi nel vostro sviluppo spirituale. Smettetela di fare verticali per un anno, e cominciate a meditare.
3. Riducete il numero di foto in bikini o costume da bagno. Ritengo davvero che sia inutile postare se stessi seminudi, e pubblicizzare in questo modo il proprio corpo. E’ inoltre una tendenza alla sessualizzazione dello Yoga, e visto ciò che accade ultimamente nel mondo, non mi sembra il modo ideale per promuovere lo Yoga. E soprattutto, indica ancora una volta il nostro attaccamento al corpo, alla costruzione di una relazione tra ego e corpo che contrasta l’evoluzione spirituale che ci vuole capaci di distaccarci dal materiale. Non è necessario essere orgogliosi né vergognarsi del proprio corpo. Semplicemente, disidentificatevi dal corpo.
4. Confini individuali. Siate cauti rispetto alle informazioni personali che diffondete nei vostri post, soprattutto se siete insegnanti e quindi persone in un ruolo di responsabilità. Quando vi relazionate ad uno studente, sia in persona che attraverso i social media, dovreste mantenere dei confini, una linea etica che non deve essere attraversata. Siate morigerati nella vostra professionalità. Parlare della propria vita privata nella speranza di ottenere sostegno da amici virtuali, dice molto di voi: soprattutto, dice che non siete in grado di sostenervi da soli. Se avete bisogno di sostegno, rivolgetevi ad un terapeuta, o parlate con un amico in carne e ossa, di persona o al telefono.
5. Smettetela di postare più volte al giorno per solleticare l’attenzione dei vostri followers. La dipendenza da social media è un fenomeno dei nostri giorni, e crea stati di debilitazione [sono molte le ricerche scientifiche e mediche a favore di questa tesi, N.d.T.] La necessità di ottenere più amici, likes e followers indica l’assenza di Yoga nella vostra vita, non la sua abbondanza. Rivela insicurezza, attaccamento e certo non libertà e serenità mentale.
2. Diventate Educatori di valore
Recentemente ho parlato pubblicamente dell’importanza, per un insegnante di Yoga, di essere un Educatore e non una star cinematografica. Un Educatore può fare uso di Facebook per pubblicare articoli utili, o di YouTube per proporre discussioni filosofiche etc. I social media possono essere utilizzati in modo proficuo per educare, illuminare ed aiutare gli altri. Sfortunatamente, possono anche essere usati per accrescere il proprio ego, commercializzare il proprio corpo e ottenere una superficiale popolarità. La popolarità non dovrebbe, secondo lo Yoga, essere l’obiettivo di chi insegna questa disciplina. Essere un buon educatore, invece, è l’obiettivo che più si avvicina al fine dello Yoga. La popolarità dovrebbe derivare dalle nostre capacità di educare, mentre oggi sembra che sia prima di tutto importante essere famosi, mentre esperienza e capacità di insegnamento passano in secondo piano.
Per uscire da questo calderone, dobbiamo riportare la nostra attenzione su ciò che conta veramente: il contatto personale e le capacità di insegnamento. Non è possibile insegnare Yoga in modo corretto attraverso il web. Lo Yoga richiede un contatto diretto con il corpo e, per un insegnante, il contatto diretto con esseri umani reali e indipendenti. Esseri umani che possono essere d’accordo con voi, o no, in un ambiente reale e tangibile.
Concentratevi sullo studio e sull’esperienza. Siate dei buoni educatori, non delle star. Se non avete insegnato costantemente negli ultimi dieci anni, astenetevi dal condurre dei corsi per insegnanti. Fatevi un’esperienza autentica, prima. Se non siete davvero ferrati in anatomia e fisiologia, non siate in imbarazzo, prendete coscienza di questo limite e frequentate corsi che colmino le vostre lacune. Se non avete esperienza nella meditazione, non perdete altro tempo. Iniziate oggi stesso.
Se siete pronti ad imparare, diventerete grandi insegnanti. Se vi interessa solo fare business, probabilmente non lo sarete mai. I social media possono aiutarvi a costruire un’attività, ma ricordate che vengono DOPO lo studio e la disciplina personale.
3. Meditazione
Un punto interessante quando diamo un’occhiata alle posizioni dello Yoga, è la predominanza data alla flessibilità delle anche rispetto ad ogni altra area del nostro corpo.
Ho preso un campione del mio libro Vinyasa Krama. Contiene una libreria di Asana di oltre 100 gruppi di posizioni e 400 singole posture. Le ho divise in quattro gruppi – asana che influenzano principalmente anche e gambe, asana che coinvolgono spalle e braccia, asana che coinvolgono entrambi ed altre in cui queste articolazioni non sono interessate.
Campione totale: 154 gruppi di asana
1. Anche e gambe: 92 su 154 = 60%
2. Spalle e braccia: 34 su 154 = 22%
3. Entrambe: 18 su 154 = 12%
4. Nessuna: 10 su 154 = 6%
Trovo interessante che le posizioni che influenzano le anche sono la maggioranza. Oltre il 70% degli asana influenzano la flessibilità più che la forza, ed oltre il 60% degli asana che coinvolgono braccia e spalle richiedono più forza che flessibilità. Questa tendenza si trova in tutte le tradizioni dello Yoga. In ogni tradizione, in pratica, l’enfasi data alla flessibilità della parte inferiore del corpo è superiore rispetto alla forza della parte superiore.
Arrivo al punto: perché in tutte le tradizioni Yogiche si da’ maggior enfasi alla flessibilità delle anche, rispetto ad altri aspetti corporei?
Semplicemente perché l’obiettivo principale della pratica di Asana è prepararci fisicamente e psicologicamente alla meditazione. Non importa se questo è il vostro personale obiettivo: è il motivo per cui esistono gli Asana. Siete liberi di usare la pratica fisica dello Yoga solo per migliorare la vostra salute corporea ma questo NON è l’obiettivo dello Yoga. Il suo fine è la salute psicologica e la liberazione spirituale.
Perciò, se professate di insegnare Yoga ma non meditate con regolarità, sarebbe meglio dire che siete insegnanti di Asana. Non c’è niente di male: sicuramente sarete di aiuto ai vostri studenti e alla comunità yogica. Ma ritengo che, quando parliamo di Yoga, sia importante essere precisi.
Per quanto riguarda me, non considero la pratica dei soli Asana particolarmente spirituale. Lo stesso vale per i social media: più una persona si dimostra centrata sul proprio corpo, più tenderà ad auto-intrappolarsi su mezzi di comunicazione che evidenziano il corpo. E viceversa.
Faccio un altro esempio: vi capita spesso di vedere foto di noti insegnanti di meditazione mezzi nudi sulla spiaggia? Direi di no. La conclusione per me è che chi fa un uso eccessivo dei social media, entra automaticamente nella lista degli insegnanti che mi interessano di meno.
D’altro canto, se vedo un post interessante, educativo e informativo, sono ben felice di mettere il mio like, di mostrare il mio sostegno e di condividerlo con altri. E’ bello essere positivi e sostenere praticanti e insegnanti genuini nel loro intento di educare senza essere eccessivamente autoindulgenti. Utilizzare i social media può essere utile: ciò che importa è evitare di abusarne.
Om Shantih
Matthew Sweeney”
Traduzione di Francesca d’Errico

Yoga e Social Media, part 1

Era da un po’ che non trovavo l’ispirazione a postare una riflessione sul mio blog. Il motivo? Diciamo che nell’era della sovraesposizione mediatica, in cui chiunque può diventare famoso, troppo famoso, semplicemente perché posta continuamente foto/immagini/post, non volevo pubblicare un articolo fine a se stesso, considerazioni vuote e di nessuna utilità per chi pratica o si avvicina alla pratica.
In fondo, il mio blog è nato per essere una sorta di “servizio” per i vagabondi del dharma, un luogo dove i post di insegnanti e autori internazionali vengono tradotti a beneficio del pubblico italiano, che con l’inglese a volte è un po’ pigro.
Oggi finalmente l’occhio è caduto su un post molto interessante, pubblicato sul blog di The Yoga Space . Il titolo, tradotto, suona più o meno così: “Quest’anno, ho considerato seriamente di non insegnare più Yoga”. Beh, devo dire che quest’anno, ho considerato anche io seriamente di smettere. E proprio per le stesse ragioni esposte in questo articolo… social media overdose. Premessa obbligatoria: riconosco la mia buona dose di vanità, e sono una regular su facebook e instagram. A mia discolpa, cerco di fare poco circo, di postare me stessa più che i miei “asana achievements”, e di rispettare la spiritualità della disciplina che ho scelto. Trovo inoltre che ci siano, là fuori, insegnanti che genuinamente cercano, attraverso i social, di dare un contributo autentico a chi pratica, attraverso consigli tecnici spesso utilissimi. Nonché fotografi e videomakers che hanno saputo toccare la poesia della pratica con il loro meraviglioso lavoro. Eppure sempre più mi accorgo che postare sta diventando una sorta di “obbligo” per dimostrare di esistere su quello che, da pratica spirituale, sta diventando un vero e proprio “mercato”.
Ma leggiamo cosa scrive questa insegnante australiana. Come sempre lasciando a voi ogni considerazione.
“Quest’anno, ho considerato seriamente di non insegnare più Yoga.
Non perché non ami il nutrimento che ricevo dalla mia pratica, o il privilegio di insegnarla ad altri. Ma per ciò che lo yoga è diventato oggi, per l’atteggiamento di molti insegnanti, e per come lo yoga viene “commercializzato”. Soffro, insomma, di “burn out” yogico.
Pratico da 21 anni, e insegno da molto tempo. A 19 anni, lo yoga mi sembrava qualcosa di profondo, di reale: un rifugio, una pratica spirituale. E’ sempre stato così per me, lo yoga è una pratica meditativa attraverso la quale torno a casa, dentro me stessa. Il mio credo e le miei idee si sono evolute nel tempo, ma l’essenza dello yoga, per me, è coltivare l’amore ed entrare in una profonda relazione con se stessi e con il mondo che ci circonda.
Ma qualcosa è cambiato nella percezione e nella visione dello yoga.
E credo che abbia molto a che fare con l’avvento dei social media. I social media hanno contribuito alla trasformazione di una pratica spirituale in un settore di mercato. Si applaude la prodezza fisica, si incoraggiano le “sfide a colpi di asana”, prolifera il product placement, e l’eccessiva presenza di donne bianche, benestanti e senza figli, con una bassa percentuale di grasso corporeo è chiaramente imperante nell’arena del web.
Lo yoga è diventato principalmente un fatto corporeo. O quantomeno, questo è quello che vogliono farci credere attraverso i social media molti tra gli insegnanti più famosi. O forse dovrei dire che per molti lo yoga è sempre stato solo un fatto corporeo, e i social media, semplicemente, ce lo stanno facendo notare? In un mondo basato sull’apparenza fisica e su ciò che indossiamo, rischiamo di perdere l’esperienza di intere generazioni di insegnanti, perché non possono competere e non fanno parte della nuova yoga #tribe o #community in cui l’artificio è indissolubilmente legato all’età, al colore della pelle, al peso e all’abilità fisica.
Lo Yoga è oggi il circo che, nelle speranze di Pattabhi Jois, non avrebbe mai dovuto diventare. Non solo metaforicamente ma proprio letteralmente – gli insta yogis si rivolgono nella vita reale ad allenatori circensi per raffinare i loro asana (non fraintendetemi: se avessi soldi e tempo, mi divertirei anche io ad assumere un allenatore circense ma… non lo definerei yoga).
I social media hanno inoltre dato voce alla “falsa” comunità che si accompagna allo yoga. Lo yoga è una pratica emotiva, profondamente personale e idiosincratica. Può creare uno zelo nei praticanti che rende difficile vedere ciò che è esterno alla loro comprensione della pratica, dell’insegnamento ricevuto, della tradizione seguita. Le persone diventano iper protettive nei confronti della loro scuola, dei “loro” studenti, del loro “brand”. Spesso, nella loro inesperienza come insegnanti novelli, questi “maestri” non capiscono che gli studenti vanno e vengono, le scuole si evolvono e cambiano nel tempo, e che essenzialmente, nello yoga, ognuno è il proprio “brand” – ed è per questo che l’etica personale (yama e niyama) è così importante. Le comunità basate sullo zelo eccessivo alla fine crollano, si consumano, perché le crisi di potere e gli scontri egoici, in cui diventa impossibile piegarsi all’umile compromesso, sono inevitabili.
Esistono ovviamente comunità genuine, ma sembra che il pettegolezzo e le pugnalate alla schiena non siano assenti nel mondo dello yoga, proprio come avviene in ogni sport competitivo. Quest’anno, dopo aver letto il mio nome accanto alla definizione “narcisista yogica”, più che ferita mi sono sentita scioccata per la volgarità e la totale mancanza di gentilezza del commento. Per me, questo episodio riassume ciò che lo yoga è diventato per alcuni: un luogo privo di etica e in cui il contenimento e l’introspezione non esistono. Ultimamente, tutto sembra essere concesso nello yoga, nel parlare di yoga o nel parlare di chi fa yoga. Un atteggiamento che francamente non mi piace.
Nel riconsiderare il mio rapporto con l’essere una “insegnante di Yoga”, ho pensato di limitare l’uso del mio profilo facebook. Principalmente perché non voglio parlare di Yoga o ascoltare le opinioni altrui sullo Yoga. Perché?
Perché lo yoga è privato.
Per me lo yoga è sempre stato un rituale privato, una pratica quotidiana di igiene e reset mentale. E’ ciò che mi aiuta ad essere me stessa in modo più autentico: ad essere più aperta, più amorevole, meno preoccupata. Sembra un paradosso ma essenzialmente, l’intensità dell’impegno di una pratica quotidiana mi ha dato maggiore libertà.
Al tempo stesso, sento la presa dell’attuale rappresentazione dello Yoga. Ogni tanto, mentre mi arrabatto tra gli impegni del quotidiano, la stanchezza e gli infortuni fisici, sento il mio giudice interno redarguirmi su come dovrebbe “apparire” la mia pratica. Nonostante ventun anni di pratica, non sono ancora immune dall’impatto delle (errate) rappresentazioni dello yoga di oggi.
E’ strano, perché questo sguardo esterno non ha fatto parte della mia pratica nei primi dieci anni sul tappetino. Ma ora, superati abbondantemente i 40 anni, non tanto spesso, ma pur sempre a volte, avverto i semi del dubbio spuntare nella mia mente, mentre cerco di accettare i cambiamenti del mio corpo. Pratico da molti anni, forse da più anni di tante “yogalebrity”, ma il mio corpo risponde in modo diverso. Gli asana non conoscono la meritocrazia, e saremmo sciocchi a pensarla diversamente.
Mi solleva constatare che questi pensieri non sono costanti, e che questo sguardo esterno non si è interiorizzato. Mi sento spesso felice e in pace, durante la mia pratica. Al di là delle sofferenze personali che l’internalizzazione di un simile sguardo potrebbe creare, mi si spezzerebbe il cuore se i miei insegnamenti perpetuassero una versione così limitata e corporea dello Yoga. Ciò che ho capito nel considerare di abbandonare l’insegnamento, è che insegnare yoga è qualcosa che AMO.
In realtà, io VOGLIO insegnare yoga. Non voglio insegnare lo yoga che vediamo sui social, non sono una insegnante incattivita, che vuole far mostra delle sue conoscenze anatomiche e raffinare severamente le tecniche di jump back dei suoi studenti (ma sono felice di aiutarli se me lo chiedono). Nella mia mente, lo yoga per molti versi non può essere insegnato: possiamo solo offrire il contesto e gli strumenti perché i praticanti lo scoprano da soli. Sembra un luogo comune ma lo yoga è un viaggio, e come insegnante desidero solo condividere questo cammino con gli altri, essere testimone dei loro cambiamenti, e aiutarli ad abbracciarli. Lo Yoga, per me, è entrare in una relazione d’amore e gentilezza che inizia da se stessi e arriva al mondo intero. E’ essenziale che questa relazione non sia mediata da internet o da altri. E’ di scarso aiuto riempirsi la testa delle idee altrui sullo yoga. Per molti anni ho fatto io stessa i conti con la voce di un insegnante troppo severo, che mi diceva cosa dovevo fare e cosa no – facendomi sentire, di fatto, inadeguata.
Oggi nella mia testa mentre pratico non c’è nessuno, a parte la presenza cosmica di Guruji Sharath e Saraswathi, un calore e un sostegno che non mi mettono con le spalle al muro né mi spingono a fare/dare sempre di più. Oggi so che essere sul tappetino è già abbastanza. La mia pratica è già abbastanza; il mio modo di insegnare è già abbastanza. E se non è abbastanza per qualcuno, troveranno un insegnante che darà loro ciò di cui hanno bisogno in questo momento della loro esistenza.
Nel contemplare la possibilità di smettere di insegnare, ho capito che, oltre ad essere qualcosa che amo, il mio modo di insegnare può essere una alternativa a ciò che ci viene propinato dai social. Voglio che altri insegnanti con decenni di esperienza restino attivi, e per questo motivo continuo a comunicare l’esistenza della mia scuola. La mia speranza è che finché mi sarà possibile navigare le acque della rappresentazione moderna dello yoga con la mia esperienza, potrò contribuire a mantenere viva la tradizione di una Mysore room in cui ci sia spazio per la rivelazione e la guarigione.”
 
Firmato: Una Insegnante, The Yoga Space
Traduzione di Francesca d’Errico