La pratica Yoga: l’antidoto al dolore

David Garrigues

Esiste un antidoto al dolore, sia esso fisico, psichico o emotivo? Stiamo davvero utilizzando la nostra pratica al meglio del suo potenziale? Siamo consapevoli della trasformazione che lo Yoga è in grado di produrre a livello fisico, mentale ed energetico? Personalmente negli anni ho avuto modo di verificare gli effetti di una pratica costante sotto mille profili. Dal recupero da un infortunio, alla ripresa delle forze dopo un intervento, all’affrontare il dolore per la perdita di una persona amata o un momento particolarmente difficile dell’esistenza. L’ho visto su me stessa, e su chi ha praticato con me. Riflettevo oggi su quanto lo Yoga sia in grado di fare per chi lo accosta con serietà, e mi ha colpito un’affermazione di David Garrigues:

“Uno degli aspetti fondamentali dello Yoga è che esiste per rispondere alla sofferenza”

Questa frase fa parte di un suo post, che traduco per voi.

“Qual è il primo momento di risveglio che ricordate nella vostra esistenza? Io mi ricordo che, a tre anni, sono rimasto chiuso in un armadio privo di luce. Ero intrappolato, e gridavo aiuto. Se dovessi fare questa domanda ad un gruppo eterogeneo di persone, scommetto che anche per la maggior parte di loro la risposta riguarderebbe un momento di sofferenza. Uno degli aspetti fondamentali dello Yoga è che esiste per rispondere alla sofferenza. Lo Yoga è una risposta al nostro dolore. Un’autentica lezione di Yoga ci prepara ad affrontare i nostri momenti di sofferenza.

Quanto spesso ci accorgiamo che stiamo soffrendo? In realtà, non abbastanza spesso. Ma è ora di iniziare a farlo, perché è così che inizia la nostra autentica preparazione. Dobbiamo rivolgere più frequentemente la nostra attenzione dentro di noi, chiederci cosa ci sta succedendo. COSA STIAMO PROVANDO? Acuire la percezione dei nostri sentimenti è uno dei principi dello Yoga. Diventare consapevoli del nostro mondo interiore ci rende più forti. Diventiamo il nostro principale alleato. Quando riconosciamo la nostra sofferenza e ci riconciliamo con essa, invece che proiettarla sul mondo esterno, la rendiamo più facile da gestire.

Tuttavia, essere consapevoli delle nostre sofferenze e del dolore che a volte infliggiamo agli altri non è una passeggiata. A tutti noi capita di comportarci male, di essere ambigui ed egoisti, quindi il perdono è la chiave di volta in questo processo di preparazione. Dobbiamo imparare a perdonare i nostri errori, la nostra ignoranza, la nostra rabbia, la mancanza di rispetto e le debolezze del nostro carattere. Le energie universali si muovono sempre in modo sensato, e quando attacchiamo qualcuno e ci comportiamo incoscientemente, paghiamo il conto con il dolore fisico, con problematiche emotive o relazionali. Diventando consapevoli della nostra sofferenza e perdonandoci, iniziamo a creare un terreno interiore sicuro, un contenitore psichico in grado di contenere sia il dolore che la sua guarigione. Attraverso questa consapevolezza investiamo in modo proattivo nella nostra esistenza, giorno dopo giorno. Un atteggiamento molto diverso rispetto a fingere che la sofferenza non esista, e doverne poi affrontare inevitabilmente le conseguenze “dopo”.

Attraverso la pratica, possiamo rallentare se non addirittura smettere del tutto di accumulare debiti di salute fisica, emotiva o relazionale e riempire noi stessi di amore, gioia, di connessione autentica e sacra con noi stessi, gli altri, e con l’abitante segreto del nostro cuore: l’anima.”

David Garrigues

Photo: Marco Pantani

I fondamenti dello Yoga del coraggio

Io, a Mysore. Foto di Alessandro Sigismondi

David Garrigues sta conducendo online, in questi giorni, una bellissima serie dedicata ai fondamenti degli asana che compongono le serie dell’Ashtanga Vinyasa Yoga. E’ un progetto davvero interessante soprattutto per chi pratica da molto tempo, e si inserisce nel contesto di ricerca che ultimamente sto affrontando, per apprendere tutti gli strumenti necessari a rendere questa pratica accessibile a tutte le età e in qualsiasi condizione fisica. Comprendere fino in fondo gli elementi che compongono ogni asana è un passo funzionale all’accesso delle posture più complesse. Ogni posizione affonda le sue radici nel respiro e nell’attivazione dei bandha, eppure tendiamo, nella fretta di raggiungere l’obiettivo, a dimenticare di mettere in pratica proprio questi due elementi che ci rendono possibile ottenere “sthira sukham asanam“, la posizione stabile e confortevole descritta da Patanjali negli Yoga Sutra.

Tuttavia non sono solo fisiche le basi dello Yoga. Anzi. Le fondamenta psichiche o spirituali (a seconda di come vogliamo approcciare questa disciplina) sono sicuramente quelle a cui dobbiamo guardare più spesso. E ancora una volta, spesso preda di meccanismi egoici e competitivi tipici della nostra cultura, tendiamo a dimenticare cosa ci ha spinto verso lo Yoga, tanti anni fa, quando abbiamo iniziato. Nel mio caso la spinta è arrivata dalla sofferenza. Soffrivo fisicamente nell’eseguire i miei allenamenti (ero ballerina e personal trainer, e mi allenavo quotidianamente in palestra) e soffrivo psicologicamente (ero ad un punto di rottura con il mio impiego in una multinazionale). Dunque alla base del mio approccio allo Yoga c’era il desiderio di superare la sofferenza. Eppure anche per smettere di soffrire occorre avere coraggio: perché siamo esseri abitudinari, e a volte all’essere felici preferiamo la sicura palude dell’infelicità che conosciamo. Ecco perché il post di David Garrigues, oggi, mi è sembrato particolarmente interessante: perché parla dei fondamenti dello Yoga non solo dal punto di vista fisico. Lo traduco per voi. Buona lettura!

La ricompensa arriva quando i nostri sforzi sono indirizzati ad un preciso obiettivo. 

“Lo Yoga nasce come ausilio alla sofferenza. Questo è uno dei più importanti fondamenti dello Yoga. Pratichiamo Yoga perché stiamo soffrendo. All’inesperto, lo yoga può sembrare un modo negativo per rivolgersi alla sofferenza. Lo Yoga oggi viene infatti presentato come esercizio estatico. Quando lo pratichiamo stiamo bene, ed è per questo che lo facciamo. Andiamo a lezione di Yoga perché vogliamo stare bene. In realtà, lo Yoga è una forma di allenamento che ci torna utile quando soffriamo. Proprio così, ecco cos’è lo Yoga. Pensate a come suona meglio, detta così. Non lo pratichiamo per “sentirci bene”. No: lo facciamo perché stiamo soffrendo, ed è la nostra risposta alla sofferenza.

Abbiamo bisogno di un serio allenamento per rispondere in modo efficace e curativo a ciò che ci fa soffrire. Non è un’impresa facile, perché la nostra cultura e la nostra natura umana tendono ad evitare la sofferenza. Evitiamo di soffrire appagando i nostri sensi. Usando i farmaci. Cerchiamo di evitare e di non sentire, di non esperire. In questo senso, utilizziamo in modo il mondo materiale in modo errato. Usiamo il mondo esterno per cercare di alleviare la sofferenza, e fino a un certo punto i beni materiali possono aiutarci. Da ragazzo ho frequentato una scuola “hippy”, dove non esistevano i voti ed era possibile creare da soli il proprio programma scolastico. Avevo un insegnante che adoravo, entrava in classe e diceva: “quando sono giù, mangio una fetta di dolce fatto da mamma”, e lo mangiava davanti a noi. Quindi certo, possiamo usare le cose materiali, come un dolce, per non sentire la sofferenza.  Non sto dicendo che sia un male. Il punto è che lo facciamo troppo spesso, e purtroppo c’è un limite al sostegno che questi beni possono darci nell’alleviare il nostro dolore. Lo Yoga invece ci offre una preparazione, un mezzo interiore, indipendente, qualcosa a cui possiamo attingere autonomamente, e questa è la sua base, il suo fondamento. 

dal sito di David, il corso dedicato ai fondamenti della pratica

Spesso abbiamo bisogno di un evento traumatico per riconoscere la nostra sofferenza, ma in sintesi, tutti noi passiamo una parte della nostra giornata soffrendo, preoccupandoci, provando paura, o desideri distorti, incontrando persone che ci causano problemi – eppure, non vogliamo parlarne e tantomeno pensarci. Dobbiamo invece riconoscere e guardare il momento stesso in cui proviamo sofferenza. Dobbiamo rivolgere la nostra attenzione all’interno, e notare cosa avviene: cosa proviamo?   Questo è il nostro allenamento yogico: essere autentici e ricettivi rispetto ai nostri sentimenti. E questo, in sé, ci rende più forti. Diventiamo alleati di noi stessi. Quando sappiamo che stiamo soffrendo, e guardiamo in faccia questa sofferenza invece che proiettarla altrove, qualcosa avviene dentro di noi. E’ qualcosa che rende questa sofferenza meno intensa, quantomeno più gestibile. La vita non ci butta addosso situazioni che non possiamo gestire, se decidiamo di abbracciare e sottoporci a questo allenamento. Se comprendiamo questo elemento fondamentale, praticare sarà più facile, perché incontreremo la nostra sofferenza in modo più organico.  E’ un’arma importante nel nostro arsenale; anche il dolce della mamma lo è, certo, ma ancora di più lo è il nostro respiro, ed eseguire una posizione yoga. 

Questo porta la tecnica di esecuzione degli asana nel contesto corretto. Credo che il modo in cui eseguiamo, ad esempio, gli inarcamenti, sia importante. Ma lo è altrettanto costruire, nella nostra pratica, un luogo di perdono, compassione e cura di noi stessi. Sembrano concetti ovvi, ma non è così. La cura di sé non è automatica: molto spesso non ci prendiamo cura di noi. Ci comportiamo in modo aggressivo, egoista, evasivo. E il perdono è la chiave. Perdono per i nostri errori, la nostra ignoranza, la nostra rabbia, la nostra mancanza d’amore, i nostri difetti caratteriali. E’ una sfida. Ecco perché lo yoga è un allenamento ed ecco perché è così difficile: perché ci costringe a guardarci in faccia, e a guardare come combattiamo contro noi stessi. E questa è la ragione per cui lo yoga è una pratica spirituale, e anche una pratica molto dura. Non è una regola fisica: nessuno è obbligato a seguirla. Possiamo benissimo vivere senza praticare. Praticare Yoga è una scelta importante. L’uomo consapevole è un uomo dannato, la consapevolezza è una croce pesante da portare. E’ molto più facile rimanere nell’ignoranza. Quando cominciamo a guardare, spesso vediamo cose che ci fanno paura. Guardarsi dentro richiede coraggio.”

– David Garrigues

Traduzione e commenti, Francesca d’Errico

Praticare attraverso la sofferenza

Francesca d’Errico by Alessandro Sigismondi

Passiamo la nostra vita cercando di evitare la sofferenza.

Creiamo protezioni e parabordi intorno al nostro cuore nella speranza che nessuno riesca a penetrare le nostre difese, causandoci dolore. Ma la sofferenza fa parte del nostro percorso di esseri umani e, privandocene, evitiamo di crescere, erigiamo mura altissime che ci rendono sempre più egoici ed egoisti, sempre meno sensibili all’altro. Non solo: la sofferenza è inevitabile, e quanto più le resistiamo, tanto più ci colpirà con forza. Questo è vero in ogni area della nostra esistenza. Soffriamo per amore, per le sconfitte professionali, per le delusioni che ci provocano gli amici, i colleghi, per la perdita degli ideali in cui avevamo riposto le nostre aspettative. Già, le aspettative: quelle malsane idee che ci creiamo quando iniziamo una nuova avventura. Una nuova relazione, in cui proiettiamo i nostri sogni. Un nuovo lavoro, su cui costruiamo i castelli delle nostre ambizioni. E così via. Spesso siamo bravissimi ad illudere noi stessi: “io non mi creo aspettative su nulla e su nessuno”. Una deliziosa bugia che ci raccontiamo ad ogni nuovo inizio. Sul tappetino questo nostro atteggiamento si riflette nell’approccio alla pratica. Alzi la mano chi non ha mai desiderato “andare avanti”, affrontare un nuovo asana, una nuova serie. Chi non si è mai posto degli obiettivi o dei traguardi, da sostituire, una volta raggiunti, con il prossimo? Esattamente come facciamo nella vita di tutti i giorni, in un circolo senza fine di desideri che non trovano mai soddisfazione.

La pratica può diventare un grande alleato nel modo in cui affrontiamo il dolore, la sofferenza. Se restiamo attaccati alla sofferenza, il nostro corpo la riflette, irrigidendosi in aree corrispondenti. Quando invece saliamo sul tappetino con un atteggiamento di resa, di offerta, la pratica inaspettatamente ci regala momenti di grande introspezione e di sollievo. Quando cerchiamo di resistere a qualcosa – e la sofferenza non fa eccezione – veniamo investiti da un’onda energetica di portata equivalente alla nostra volontà di resistere. L’impatto a volte crea ancora più danni. Quando invece lasciamo che la sofferenza ci attraversi, quando la accettiamo, la sua potenza si trasforma in un alleato. Non avverrà in poche ore, o in pochi giorni. Ma un giorno saliremo sul tappetino e diremo a noi stessi prima della pratica: “ecco, ti offro la mia sofferenza. Usala per praticare”. E quel giorno la nostra pratica avrà un sapore diverso, una leggerezza diversa. Forse sarà proprio quel giorno che l’asana tanto rincorso avverrà, spontaneamente, senza eccessivo sforzo. O forse no: ma non ce ne accorgeremo, perché la nostra pratica sarà stata comunque splendida e completa.

Non dimentichiamo, alla fine della nostra pratica, di restare in shavasana. Di lasciare che il corpo torni a cedere alla forza di gravità, si faccia accogliere dalla terra, ne diventi parte, ne assorba l’energia. Shavasana è forse uno degli asana più difficili perché richiede al nostro corpo, al nostro io, di fare qualcosa per cui non è programmato: stare immobile. Ma è solo nell’immobilità successiva alla pratica, che possiamo accogliere la rivelazione che stiamo aspettando. Magari la risposta all’origine della nostra personale sofferenza, che poi altro non è se non una declinazione soggettiva della sofferenza di tutti gli esseri umani. L’aspettativa delusa di non essere onnipotenti, di non poter far andare le cose come vogliamo, di dover cedere al fatto che non possiamo controllare molto, in realtà. E forse è proprio da qui che può nascere una nuova forma di felicità, slegata dall’idea di possesso, perché, in fondo, non possediamo davvero nulla. E in questa assenza di possesso, materiale, emotivo, energetico, spirituale, troviamo un dono ancora più prezioso: la libertà dai limitanti desideri dell’ego.