Maestro, aiuto! Se praticare Yoga diventa uno stress

pic by Marco Pantani

Nell’era degli yogi moderni, così spesso influenzati da immagini di Yogi e Yogini apparentemente perfetti sui social networks, praticare Yoga può persino diventare uno stress. Come è possibile? Come siamo riusciti a contaminare la disciplina della calma per antonomasia, con le manie perfezionistiche e competitive tipiche della cultura occidentale? I fattori da prendere in considerazione sono molti, e rischierebbero di portarci fuori strada. In sintesi, però, tutti noi portiamo sul tappetino ciò che siamo nella vita di tutti i giorni, e non sempre riusciamo a trovare la chiave giusta per usare lo Yoga come mezzo di crescita individuale. Il rischio? Arrivare al “burn out”, sentire la pratica come un obbligo, e inevitabilmente trasferire su di essa lo stress da cui cerchiamo di fuggire. Senza considerare che, ogni volta che pratichiamo una qualsiasi attività sotto stress, il nostro corpo produce sostanze che minano la nostra salute fisica e psichica. Nella lettera di un praticante a David Garrigues, ma soprattutto nella sua risposta, alcuni spunti per ritrovare l’amore per la pratica, e i suoi benefici. Abbandonando, per davvero, il nostro ego, in favore di un senso dimenticato: quello del piacere.

“Caro Maestro, ho perso il treno dello Yoga. Aiuto!”

“Caro Praticante, scommetto che non ti sei risparmiato nel praticare. Prova ad affrontare la pratica con più delicatezza, più predisposizione al perdono, meno aspettative, meno esigenze, meno stress e meno regole. Ricorda di utilizzare la struttura del metodo, ma anche di esercitare la libertà di interpretarlo in tutta la sua ampiezza. Non dovrebbe essere un segreto che tu, e solo tu, sei la persona che deve trarre piacere dalla pratica ogni volta che sali sul tappetino. Ecco perché la sola regola cardinale è consentire al tuo senso del piacere di essere l’unica guida nel dirigere i tuoi sforzi durante la pratica.  

Utilizza il piacere per raffinare e ri-calibrare ciò che pensi debba essere la tua pratica, e ciò che ritieni debba fare per TE. Quando sali sul tappetino e stabilisci i confini dei tuoi sensi portandoli all’interno, fa sì che vi sia per te spazio sufficiente per esistere – senza avere un’agenda stressante, senza sentire il bisogno di eseguire un numero preciso di posizioni, senza forzarti a raggiungere un livello prestabilito di flessibilità o forza. Allena la tua mente ad essere curiosa nei confronti del tuo respiro, investi la tua attenzione verso il movimento, e trova un interludio di quiete in ogni asana. Consentiti di giocherellare, esplorare, ricercare, modificare, visitare e rivisitare,  e anche di sbagliare ogni giorno. Osserva la bellezza che queste azioni fanno emergere dalla tua pratica. E non dubitare, puoi star certo che una forma di bellezza arriverà, spontaneamente. Magari a pizzichi e bocconi, in brevi istanti durante Ardho Mukha Svanasana, o quando scoprirai un nuovo brivido di felicità in un ‘jump through’. 

David Garrigues, insegnante certificato KPJAYI di Ashtanga Yoga

Non importa quanto duri la tua pratica, o quale sia la sua forma. Assapora il piacere che ti dà, resta in ascolto dei momenti di gioia che arriveranno, dovunque e in qualunque istante. Se sei privo di ispirazione, che tu sia un principiante o un praticante di lungo corso, prova a concentrarti sulle tecniche di base dell’Hatha Yoga: la respirazione Ujjaui, la connessione tra respiro e movimento, le nove posizioni che compongono Surya Namaskara (il Saluto al Sole), le posizioni in piedi, le flessioni e le torsioni da seduto, o se ti è possibile, le inversioni.   Ascolta il tuo respiro come se fosse uno strumento per sintonizzarti con il tuo dialogo interiore. Inizialmente, ti si presenteranno in ordine sparso pensieri di ogni tipo. Ma non appena riuscirai a regolarizzare il respiro e il movimento, ti accorgerai di come questo dialogo possa cambiare, e di come la tua attenzione si rivolga automaticamente al piacere di essere nell’asana e nel respiro del qui ed ora. Prima che tu possa accorgertene, avrai già ritrovato il flusso della tua pratica.”

– David Garrigues

Traduzione e commenti, Francesca d’Errico