Trataka meditation and Tarot symbolism ITA/ENG

Quando si pratica da tanti anni, come nel mio caso, avviene che alcune facoltà mentali risultino acuite, grazie all’intenso lavoro di apertura dei chakra (centri energetici) attraverso asana e pranayama. L’intuizione si raffina, come la capacità di comprendere chi abbiamo davanti attraverso il linguaggio corporeo, e quella di captare le energie di un luogo – anche di una Shala.

Ho avuto la fortuna, fin da ragazzina, di avere una forte capacità di intuizione, che ho coltivato studiando astrologia e Tarocchi, che mi sono stati tramandati da mia nonna, insieme a guide esperte. In particolar modo, questi ultimi sono stati negli anni per me un valido ausilio alla meditazione, che come ben sappiamo è molto più potente di qualsiasi metodo di divinazione (come diceva Sri K. Pattabhi Jois, che era tra l’altro un grande astrologo vedico, “Quando vediamo Dio, non abbiamo bisogno di conoscere il futuro”). Vediamo come.

Cosa sono i Tarocchi?

I Tarocchi sono un mazzo di carte da gioco, di origine italiana, che si diffuse nel XV secolo. A partire dal XVIII secolo il loro utilizzo passò dal semplice gioco alla divinazione, e le immagini dei 21 Trionfi o Arcani Maggiori cominciarono ad arricchirsi di simboli tratti da diverse tradizioni esoteriche, dalla Cabala ebraica agli occultisti francesi. Sono proprio gli Arcani Maggiori ad essere utilizzati per la divinazione, grazie al loro forte simbolismo. Senza volersi trasformare in improvvisati oracoli, è sufficiente estrarre una semplice carta dal mazzo, prima di eseguire i nostri esercizi di concentrazione e meditazione, per avere qualcosa di concreto su cui meditare. Mi incoraggia sapere che anche il grande Eddie Stern, uno tra i più famosi insegnanti di Yoga al mondo, utilizza con fiducia queste splendide carte ricche di simboli!

Mi è stato insegnato che estrarre alcuni tra i 21 Arcani Maggiori è un modo per interpretare le energie di cui siamo circondati al momento. I Tarocchi possono essere uno strumento simbolico utile a comprendere una situazione in cui ci troviamo, uno stato d’animo, un’emozione. Esattamente come avviene per i sogni, che ci rivelano qualcosa che il nostro io conscio fatica a riconoscere. Non amo parlare di “prevedere il futuro”, perché credo che il futuro sia qualcosa che costruiamo attimo dopo attimo. E anche perché penso che volersi proiettare in un tempo che ancora non c’è sia in contraddizione con le tecniche dello Yoga, che ci insegnano a vivere nel momento presente. Penso però che non sempre riusciamo ad essere lucidi nell’esaminare le circostanze in cui ci troviamo, perché la mente ci indirizza sempre nella stessa direzione. Oppure, a volte, tendiamo a voler sovrapporre la ragione all’istinto, cosa che non sempre si rivela di aiuto. Quindi estrarre una di queste carte, quando la nostra mente è sgombra e pronta alla concentrazione, può offrirci uno spunto per interpretare il nostro momento attuale, all’inizio della nostra meditazione, dopo asana e pranayama. Trovo inoltre che questo esercizio possa essere considerato parte della tecnica del Tatraka esterno (Bahiranga), suggerita anche nell’Hatha Yoga Pradipika e a cavallo tra hatha e raja yoga. Tatraka significa “fissare lo sguardo in un punto”, ed è un ausilio alla meditazione in grado di sviluppare la nostra concentrazione e le nostre capacità mentali.

Il Trataka con i Tarocchi

La tecnica di esecuzione del Trataka è semplice: seduti in meditazione, in un luogo buio, accendiamo una candela e ne fissiamo la fiamma cercando di non chiudere gli occhi. Quando lo sguardo è stanco, abbassiamo le palpebre e manteniamo la concentrazione sull’immagine della fiamma che abbiamo guardato. Riapriamo gli occhi e ripetiamo, per alcuni minuti. La meditazione sui Tarocchi segue lo stesso principio. Seduti in posizione comoda, con la mente rilassata dalla pratica e sgombra da preoccupazioni e pensieri, estraiamo una carta dal mazzo dei 21 Arcani Maggiori. Posizioniamo la carta davanti a noi, e osserviamola senza giudicare. Non esistono infatti carte positive o negative: ogni simbolo rappresenta in questo caso il nostro stato d’animo o una particolare situazione che stiamo vivendo (sto preparando un piccolo manuale in cui analizzo ogni Arcano Maggiore per offrirvi maggiori informazioni, frutto dei miei studi e della mia esperienza con questi simboli).

L’Arcano Maggiore XVII, La Stella

Facciamo un esempio pratico: il Trionfo o Arcano Maggiore estratto questa mattina è “La Stella”, l’arcano XVII.

La carta del mazzo dei Tarocchi raffigura un cielo stellato, al cui centro risplende una grande stella. Una donna nuda, china su uno specchio d’acqua posto al centro di un vasto campo verde, ha in mano due anfore che irrigano il terreno e lo stagno. Sullo sfondo, un uccello si posa sui rami di un albero.

Questo Arcano, preso singolarmente, ha un significato molto favorevole. La Stella rappresenta una luce che ci guida. Può essere una visione, un sogno che stiamo cercando di realizzare, o un progetto che stiamo coltivando, a cui stiamo dedicando attenzione e cura. Il cielo sereno, le Stelle luminose, ci segnalano che possiamo fidarci delle nostre sensazioni e di quello che stiamo facendo, o ci incoraggiano a seguirle, ad agire nella direzione che abbiamo scelto o che sentiamo più vicina alla nostra autentica vocazione. Se siamo preoccupati per la nostra salute o la salute di una persona cara, La Stella ci rassicura, ci incoraggia ad intraprendere un percorso di purificazione, che ci ricompenserà. E’ insomma il momento giusto per occuparci di noi stessi. Se ci sentiamo soli, o abbiamo una preoccupazione relativa alle relazioni interpersonali, La Stella ci invita a guardarci intorno con occhi davvero aperti, perché possiamo facilmente circondarci di persone affini, che ci apriranno nuovi orizzonti.

Poniamo la carta estratta dal mazzo dei Tarocchi davanti a noi, e concentriamo su di essa il nostro sguardo. Quando gli occhi iniziano a lacrimare o sentiamo la necessità di sbattere le palpebre, chiudiamoli, e continuiamo a visualizzare questa carta, con tutti i simboli che rappresenta, con il nostro sguardo interiore. Quindi, apriamo di nuovo gli occhi, e torniamo a guardare la carta. Cerchiamo di capire il messaggio dell’Arcano Maggiore, di trovare i punti di contatto tra questo simbolo e la realtà che stiamo vivendo. Accettiamo il consiglio che il nostro inconscio ci ha inviato attraverso questo simbolo, e terminata la meditazione, affrontiamo la nostra giornata in sintonia con noi stessi e l’ambiente che ci circonda.

– Francesca d’Errico, 2017

Per una consultazione personale sul proprio Arcano Trataka, e maggiori informazioni su Tarocchi e meditazione, fmderrico@gmail.com

ENGLISH TRANSLATION

If you have been practing for  a few years, as in my case, some mental faculties are enhanced. This comes from an intense work on chakras (energy centres) opening through asanas and pranayama techniques. Intuition is refined, and we become more aware of other people’s mood and even places (like shalas) energy.

I have been very lucky to be gifted with a strong intuition from a very early age. I cultivated this gift studying astrology and Tarot symbolism – two fine arts that have been taught to me by my very first teacher, my grandmother, who introduced me to expert guides. Tarots in particular have been an incredible aid for meditation, which in turn is the most powerful tool we can turn to, rather than relying on divination or clearvoyancy (as Sri K. Pattabhi Jois, a vedic astrologer himself, used to say: “When we see God, we don’t need to know our future”). Let’s see how.

What are Tarot cards?

Tarots are Italian play cards created in the XV century. Since XVIII century they become mainly used for divination purposes, and the 21 Major Arcana or Greater Secrets were enriched with symbols from various exoteric traditions, from the Jewish kabbalah to the French occultists. The Major Arcana are in fact the cards mainly used by clearvoyants thanks to their strong symbolism. But even if we do not want to improvise ourselves as card readers, we can use these symbols as a meditation aid. All we need to do is draw a card from the deck right before our concentration/meditation exercises. I am glad to know that even one of the most famous yoga teacher worldwide,  Eddie Stern, trusts these cards and their symbols! 

I have been taught that drawing some of the 21 Major Arcana out of the deck is a very good way to better understand which energies are surrounding us at the moment. Tarots can be a useful symbolic tool to read our circumstances, our moods, our emotions. It’s just like understanding our dreams as a key to reveal something we fail to see when we are awake. I don’t like talking about “reading the future”, since I truly believe we build our future every minute. Also, I believe that projecting ourselves into a time that has not come yet is a contradiction with Yoga philosophy and its techniques, teaching us to live in the present moment. I do think, however, that we are not always objective in analising a situation, since our mind often sends our thoughts always in the same direction. Or, at times, we tend to favor reason over instinct, and that’s not always a good thing. Therefore drawing a Tarot card when our mind is free and ready for meditation can be a way to read our present moment. We can do this at the beginning of our meditation time, right after asanas and pranayama. Such exercise can very well fit into the external  Tatraka technique called Bahiranga (found in the Hatha and Raja Yoga tradition) as explained in the Hatha Yoga Pradipika. Tatraka means “fixing our gaze to a poin”, and it’s a meditation aid that helps developing our concentration and mental abilities.

Trataka with Tarot cards

The Trataka technique is rather simple: sit in meditation, in a dark room, lit a candle and fix the flame trying not to blink the eyes. When the eyes get tired, we can close them and keep our concentration on the internal image of the flame. We then re-open our eyes and repeat the whole cycle a few times. Meditation on Tarot cards follows the same principle. Sit in a comfortable posture, relaxing and emptying the mind, we draw a card from the 21 Major Arcana deck. We position the card in front of us, observing it with no judgement. There are no positive or negative cards: in this particular instance, every symbol simply represent our mood or our current circumstances (by the way: I am preparing a manual offering more info on Tarots, based on my studies and personal experiences).

A practical example: this morning Tarot is “The Star”, XVII. 

The card picture a star-filled sky. A big star shines right in the middle. A naked woman lean over a pond placed in the middle of green field. She holds two jars, pouring water on the earth and in the pond itself. On the background, a bird stands on a tree.

This card usually heralds very good news. The Star represents a light guiding us through life. It can be a vision, a dream we are trying to turn into reality, or a project we are working on. The sky is clear, full of bright stars: a sign that we can trust our feelings and what we are doing, or an encouragement to follow our vocation. If we are worried about our or somebody else’s health, the Star is very reassuring and tells us that any purification ritual will be favorable. It’s the right time to look after ourselves. If we are or feel lonely, the Star is an invitation to open our eyes and find like-minded people.

Let’s place the Tarot card right in front of us, and let’s fix our gaze on it. When our eyes feel tired, we can close them and keep concentrating on the internal image of the card and its symbols. We can repeat this cycle several times. Let’s try to understand the message of the card, its points of contact with our current experience. Let’s open our mind and our heart to the advice that is coming from deep inside through this symbol. After meditation, let’s go back to our daily chores with renewed energy and trust in ourselves and the energies that are surrounding us.

– Francesca d’Errico, 2017

For a personal consultation on your personal Tarot Card for Trataka meditation, and more info on Tarots and meditation, email me:  fmderrico@gmail.com

Shakti ed energia: la forza del cambiamento

“Come termine, śakti indica, nell’Induismo, il potere di un Dio di dare luogo al mondo fenomenico e al piano cosciente della creazione, la Sua capacità creativa immanente; come nome proprio, Śakti indica l’Energia divina personificata.” (wikipedia)

‘Shakti and Shiva’, immagine di J.B. Hare, 2003

Tra i termini in sanscrito più abusati sui social c’è sicuramente la parola “Shakti” – e in italiano, segue a ruota la parola energia. Shakti è di solito utilizzata per descrivere la controparte del maschile Shiva, o più in generale per esprimere il concetto di “energia femminile”. Ma cosa significa realmente Shakti, e soprattutto, se parliamo di energia nello Yoga e nel Tantra, a cosa ci riferiamo? Sfogliando il bellissimo blog di Christopher Hareesh Wallis, studioso di Tantra e autore dell’articolo sui chakra che ho tradotto qualche settimana fa, ho trovato questo interessante approfondimento, che traduco per voi. Il concetto è ben più complesso di quanto vogliano farci credere i siti che tendono a semplificare lo yoga, e più in generale il linguaggio con cui esprimiamo il tantra e le filosofie che sottendono queste discipline. E’ tuttavia immensamente affascinante e stimolante immergersi in questi concetti, soprattutto per chi desidera approfondire ed aprirsi ad una comprensione più profonda. In nessun modo il post può essere conclusivo perché, come dice giustamente l’autore, le parole possono solo indicare, ma non descrivere, l’esperienza dello Yoga. Buona lettura!

Di cosa parliamo quando diciamo ‘energia’?

“Ho un nuovo studente in classe. Come tutti i ‘principianti’ mi pone domande fondamentali che non sono mai una perdita di tempo. Nelle cerchie spirituali, non c’è parola più utilizzata di ‘energia’ – e qualche giorno fa, durante una lettura in classe, questo studente mi ha chiesto, semplicemente: “Ma cosa significa veramente energia?”. Mi ha quindi scritto, riportando i seguenti esempi, tratti dalla nostra lettura:
 
“Ecco alcuni dei modi in cui Sally Kempton (nella prefazione al libro Shakti Coloring Book), usa la parola energia. Ognuno di essi presuppone un significato diverso:

1) ‘Le divinità qui rappresentano sottili energie archetipiche, presenti nell’universo e all’interno di ognuno di noi. E possiamo lavorare con queste immagini e suoni sacri come punti focali per la meditazione, nel tentativo di introiettare l’energia della divinità’.                                                             2) ‘Ho notato che gli yantra evocano precise energie in me’ e ‘ma allo stesso tempo, emanano una sensazione di morbidezza, di energia dolce e palpabile’.
3) ‘Colorare questi mandala e queste divinità può essere una profonda pratica spirituale, che può integrare le energie separate nella nostra psiche, e connetterci alle loro ottave più elevate’.

Quindi ‘energia’ ha significati diversi a seconda del contesto?”

Ecco la mia risposta: ‘Energia’ è la traduzione del sanscrito shakti, che significa anche ‘potenza, potere, capacità’. Letteralmente la parola ‘energia’ significa ‘il potere di eseguire un lavoro interno’ – sia in inglese (dal greco energeia) che in sanscrito. A volte la parola viene usata in modo generico nelle cerchie spirituali, oscurandone questo fondamentale significato. Per esempio, è spesso usata (a mio parere impropriamente) come equivalente del sanscrito bhāva, che significa ‘sensazione’, ‘stato mentale’ o persino ‘vibrazione’ in modo più colloquiale (come quando diciamo ‘questo posto ha una bella energia’, per dire ‘sto bene in questo posto’, o quando diciamo ‘mi piace la tua vibrazione’). Sally nel suo scritto usa al punto 1. il termine in modo corretto, per indicare ‘potere spirituale che può influenzare la trasformazione interiore’; al punto 2. in modo più generico, come equivalente di ‘sensazione’, quindi bhāva.  Al punto 3. utilizza questa parola come equivalente delle ‘divinità’ che dobbiamo evocare e/o integrare per provocare la trasformazione interiore di cui sono capaci. Certamente ci sono energie latenti nel nostro essere che vengono attivate attraverso queste pratiche. 

Lo studente mi ha risposto: “Non ho capito bene. Nello specifico:

1) Cosa significa un ‘aspetto del mio essere’ qui? E’ una rappresentazione, o provare delle emozioni, o la sessualità – semplicemente una parte dell’esperienza dell’esistere? O qualcosa di più?
2) Cosa significa ‘integrare’ in questo contesto?
3) Che cos’è la trasformazione interiore?

Se tu potessi darmi qualche esempio per illustrare questi punti, penso che capirei meglio e più chiaramente il concetto (ho sentito queste parole e queste frasi molte volte, ma sempre senza esempi o spiegazioni, e non le ho mai comprese davvero)”.

Fantastico! Ho pensato tra me e me. Sono sempre troppo pochi gli studenti che chiedono di fare chiarezza sui concetti fondamentali, e troppo pochi gli insegnanti che spiegano ciò che assumiamo sia già adeguatamente compreso. Gli ho risposto così:

Ci sono innumerevoli aspetti del nostro essere – sia che parliamo di raccoglimento, sessualità (che si suddivide a sua volta in molti aspetti, dall’animalesco all’infantile, dal raffinato allo spirituale), di giocosità, di capacità di auto-sabotarci, o al contrario di onorare e riverire ciò che proviamo, la nostra capacità di esperire la libertà radicale – e infiniti altri. Siamo immensi – conteniamo moltitudini! E alcuni di questi aspetti sono già attivi ed espressi, mentre altri sono latenti e attendono di emergere. Alcuni aspetti sono coerenti con un modello sottile che possiamo chiamare divinità. Ad esempio, Shiva relaziona la nostra capacità di esperire la libertà e il senso di vastità alla capacità di essere immobili e silenziosi – una relazione importante che la nostra mente potrebbe non aver identificato. Pārvatī connette potere e disciplina ad umiltà e arrendevolezza, unendo questi concetti in un modello che, una volta esperito, produce un enorme beneficio, molto superiore all’esperienza singola di ognuna di queste facoltà. Questo è uno degli scopi primari delle divinità: ci mostrano schemi che altrimenti resterebbero oscuri, danno forza a modelli che possiamo coltivare. 

Quando parliamo di integrazione siamo davanti ad un immenso argomento, ma brevemente, ci sono molti aspetti di un individuo che non operano in perfetta armonia con il tutto, perché questi aspetti sono stati rifiutati, giudicati o demonizzati (e la sessualità è un buon esempio, ma ce ne sono molti altri, come la capacità di agire in modo naturale e spontaneo, ed altre qualità positive come l’entusiasmo, che in molti sono state giudicate e represse). Qualsiasi aspetto che abbiamo rifiutato (anche moderatamente) diventa parzialmente ‘separato’ o diviso dall’immagine conscia del nostro sé, e può essere esperito solo in circostanze speciali. (In casi estremi, alcuni sviluppano un Disturbo Dissociativo dell’Identità, o personalità dissociate – ma tutti noi abbiamo una moderata dissociazione finché non compiamo il nostro cammino yoga). Quindi questi aspetti separati/rifiutati devono essere reintegrati. 

Ci sono dunque aspetti del nostro essere che sono latenti, dormienti, in attesa di essere espressi. Ma quando gli aspetti latenti riemergono, solitamente non rientrano nella veste dell’immagine conscia del sé, e devono quindi essere ‘integrati’ – ovvero accettati pienamente, accolti, ricevuti nel nostro essere (azione che richiede un’ammorbidimento o un’arrendevolezza delle immagini statiche del nostro sé). Quando questa integrazione di aspetti a lungo rifiutati ha luogo, spesso proviamo un flusso intenso di emozione e/o prāna (energia della forza vitale), che emerge attraverso il nostro essere (specialmente se questa integrazione, invece che graduale, è improvvisa), perché ognuno di questi aspetti contiene energia accumulata non accessibile al nostro intero sistema, fino a quando non viene disgregata per diventare quindi accessibile e fondersi con l’insieme attraverso l’integrazione. 

Sebbene questa risposta somigli più alla psicologia che allo yoga, mi sto limitando ad articolare principi presenti in testi yogici e tantrici (si legga il capitolo 11 di The Recognition Sutras), che sono raramente dettagliati in quei testi, poiché il sanscrito non possiede il vocabolario sistematico che oggi abbiamo a disposizione. 

La ‘Trasformazione Interiore’, dunque, è questo misterioso processo di scoperta e re-integrazione delle nostre parti ‘perdute’, e al tempo stesso la capacità di toccare la piena vastità del nostro essere più autentico attraverso la pratica spirituale. Entrambi i concetti ci rendono una ‘massa estatica di consapevolezza armonicamente unificata’ (in sanscrito. chidānanda-ghana-svātma e ci donano la capacità di esperire spontaneamente e senza ostacoli il flusso dell’energia della forza vitale, a beneficio di tutti gli esseri (e a dispetto del linguaggio ‘grandioso’, si tratta spesso di una sensazione assai semplice e soave). 

Appendice 1: Sarebbe negligente non aggiungere un commento sull’aggettivo più abusato nelle cerchie spirituali, ‘energetico’. Molti, oggi, utilizzano ‘energetico’ in luogo di ‘sottile’ (dal sanscrito sūkṣma), ovvero ‘non percepibile attraverso i cinque sensi’.  (L’ho sentito usare anche durante lezioni di asana al posto di ‘isometrico’, presumibilmente perché l’uso isometrico dei muscoli non è percepibile all’occhio dell’osservatore. Questo è un errore. Immaginate di tradurre sūkṣma-śakti ‘energia energetica’!  Vi prego non fatelo).

Appendice 2: come disse Ekabhūmi, dovremmo evitare di formare categorie fisse basate su questi insegnamenti relativi a shakti. Formare ‘categorie definite, controllate, strutturate, prevedibili’ è problematico, perché queste strutture mentali (vikalpas) si ossidano e si pietrificano velocemente, resistendo quindi al libero flusso dei processi a cui ci siamo riferiti in questo post. Le parole, in questa dimensione dell’esperienza umana, possono solo indicare, ma non descrivere.

Christopher Hareesh Wallis

Christopher Hareesh Wallis

Traduzione e commenti, Francesca d’Errico

Hatha Yoga, la ricerca di uno standard

… Ovvero standardizzare ciò che non ha standard

Recentemente mi sono occupata su queste pagine della difficile situazione dello Yoga e degli organismi che tentano di creare degli standard per l’insegnamento di questa disciplina (come la Yoga Alliance). Scorrendo l’interessante blog di James Dylan Russell, ho scoperto che anche in UK, dove mi sono formata come insegnante dieci anni fa, la situazione si sta complicando, riflettendo un dilemma che sta diventando di proporzioni globali. La domanda che si pone sempre più frequentemente, soprattutto tra praticanti avanzati e insegnanti, è se è davvero possibile identificare degli standard che qualifichino all’insegnamento dello Yoga, e sotto quale egida debba finire la nostra amata pratica. In Italia, al momento sembra che il CONI stia per cambiare idea togliendo lo Yoga dalle discipline sotto il suo patrocinio, azione che getterebbe non poco scompiglio a livello organizzativo e fiscale per quasi tutte le scuole italiane (sebbene io stessa nutra delle perplessità sull’inserimento dello Yoga tra le discipline sportive, principalmente perché la sua caratteristica è proprio l’assenza – almeno come principio – di competizione nella pratica).

Anche all’estero la situazione si fa difficile. Si direbbe che, un po’ ovunque, le amministrazioni pubbliche abbiano “fiutato” nel dilagare dello Yoga aria di business, e più che interessarsi alla qualità dell’insegnamento, rivolgano la loro attenzione a come tassare quella che probabilmente ritengono una fonte di guadagni (ahimé assai scarsi, e chi lavora seriamente lo sa) finora passata inosservata. In realtà, e chi insegna lo sa bene, a guadagnare non sono quasi mai scuole ed insegnanti, che si limitano a restare a galla, ma i business paralleli allo yoga, che sfruttano la sua attuale popolarità in modo più o meno onesto. Ma questa sarebbe materia di un altro post: quello che mi ha colpito nell’articolo di James è invece l’aspetto filosofico che sottende la questione, ovvero se sia davvero possibile, in quale misura e da parte di chi, creare uno standard identificativo per chi insegna con serietà e passione. Lascio a voi le riflessioni del caso, e traduco qui di seguito il bellissimo lavoro di James.

Hatha Yoga Pradipika – immagini di Global Hindus

“La comunità Yogica britannica si è recentemente trovata a discutere in modo acceso la proposta governativa di creare degli standard occupazionali nazionali per l’insegnamento dello Yoga (National Occupational Standards, NOS). Molti insegnanti mettono in dubbio le capacità dell’organizzazione preposta all’identificazione di questi standard, la Skills Active (SA), che sta rivolgendo la sua attenzione proprio alle forme di Hatha Yoga.

‘Il NOS si limiterà a coprire l’insegnamento dei principi fondamentali dell’Hatha Yoga, e non intende controllare o classificare i singoli insegnanti, le loro pratiche e il loro credo. Il processo di sviluppo del NOS si concentrerà sull’insegnamento dell’hatha yoga, che non prevede pregiudizi, scopi o obiettivi religiosi, quindi promuoverà lo yoga in senso inclusivo, aperto ad ogni fede e non confinato ad una sola’ (C. Larissey, Standards & Qualifications, SA)

Da praticante di Hatha Yoga, questa dichiarazione mi porta a considerare:

  1. Quali sono, ed esistono, i “principi fondamentali dell’Hatha Yoga”?
  2. E’ corretto dire che l’hatha yoga non ha pregiudizi, scopi o obiettivi religiosi?

Cos’è l’Hatha Yoga?

Hatha Yoga è una definizione generica che denota una serie di tecniche fisiche ed energetiche che facilitano l’esperienza dello Yoga. ‘Hatha’ è un termine sanscrito che significa ‘forza’. Tradizionalmente, il termine “qualifica gli effetti delle sue tecniche, piuttosto che gli sforzi richiesti per eseguirle” (Birch, 2011). Per esempio, l’esperienza dell’energia ascendente della kundalini attraverso l’asse centrale del corpo potrebbe essere definita una di queste ‘forze’.

Una interpretazione alternativa, e più recente, fornita da Sri K. Pattabhi Jois, recita:

“Per comprendere il termine Hatha, dobbiamo sapere che ‘ha’ identifica Surya Nadi (il canale energetico solare), e ‘tha’ Chandra Nadi (il canale energetico lunare). Il processo di controllo del prana (respiro) che si muove attraverso queste due nadi è conosciuto come Hatha Yoga”.

Entrambe le interpretazioni puntano ad una metodologia di trasformazione fisica, in cui l’energia sottile è diretta all’obiettivo ultimo, ‘moksa’ – o la liberazione dello/a yogin durante la sua esistenza terrena.

Origini

“Ode a Sri Ganesha/l’Hatha-pradipika è ora composto/mi inchino a Sri Adinath – Shiva, che propagò la saggezza dell’Hatha Yoga, che è considerata la scala per raggiungere il più alto stato del Raja Yoga” (Hatha-pradipika 1.1)

L’Hatha Yoga si è sviluppato originariamente nel nono-decimo secolo ed è una sintesi di Tantra e Ascetismo, che consolida un vasto spettro di tecniche che si concentrano sul contenimento dell’energia sottile; trattenimento del seme e risveglio di una potente energia spirituale – ‘kundalini sakti’. I pionieri dell’hatha yoga erano asceti che vivevano ai margini della società indiana. Inizialmente, i loro insegnamenti venivano trasmessi oralmente, e a partire dall’undicesimo secolo vennero trascritti in sanscrito. L’Hatha Yoga crebbe quindi in popolarità attirando a sé seguaci Induisti, Buddisti, Jainisti, Musulmani e Sufi. Uno dei primi manuali illustrati di hatha è un testo persiano chiamato ‘Bahr al-hayat’ – Acqua di Vita (1602).

Sebbene l’interesse nell’hatha yoga incontri un declino tra il 18esimo e il 19esimo secolo, il 20esimo secolo mostra un rinascimento di questa disciplina, capeggiato da maestri come T. Krishnamacharya, Swami Kuvalayananda e Swami Sivananda, che combinano l’hatha con lo Yoga di Patanjali, i Neo-Vedanta e il Tantra.

Nel convergere con la modernità, i parametri e l’identità dell’hatha sono mutati, e molti dei suoi elementi più estremi ed esoterici si sono persi. L’automortificazione si è intersecata con la cultura fisica occidentale: il patriarcato con il femminismo e la rinuncia con il consumismo. La pratica che ne è emersa promuove l’hatha come un’attività che mira alla salute e al benessere a tutto tondo. In questa nuova veste l’hatha yoga è stato esportato con successo in occidente, dove vive una rinnovata popolarità.

L’Hatha moderno

Contemporaneamente, lo yoga transnazionale è spesso caratterizzato dall’enfatizzazione degli asana – posizioni, al punto che per molti la parola ‘hatha’ è diventato sinonimo di posture:

“Hatha si riferisce semplicemente alla pratica delle posizioni fisiche dello yoga, quindi Ashtanga, Vinyasa, Iyengar e Power Yoga sono tutti appartenenti all’Hatha Yoga” (YogaJournal.com – n.d.t.: e questa definizione superficiale arriva dalla testata di Yoga più famosa al mondo. Aiuto).

I ricercatori hanno coniato il termine ‘Yoga Posturale Moderno’ per distinguere questo approccio dal più vasto sistema dell’hatha yoga. Per alcuni insegnanti, ‘hatha’ può sembrare un’etichetta sempre più ridondante e legata a un sistema medievale che ha ben poco a che fare con la loro personale interpretazione dello yoga. Molti altri insegnanti continuano ad allineare il loro yoga con l’hatha, ed è uso comune trovare l’hatha yoga nell’orario di centri o palestre – termine che solitamente denota una lezione facile, che può contenere una varietà di pratiche.

L’Hatha Yoga è alla fine un concetto amorfo, generico, in cui il significato è costruito, formato e adattato attraverso le pratiche e le esperienze condivise da chi vi partecipa.

I principi fondamentali dell’Hatha Yoga?

Tra i testi principali e fondamentali dell’hatha yoga sono riconosciuti: ‘Hatha-pradipika (15esimo secolo), ‘Siva Samhita (16esimo) e ‘Gheranda Samhita’ (17esimo). Sono testi che descrivono in dettaglio molti dei gruppi chiave delle pratiche comuni a quasi tutte le tradizioni:

  • Yama & Niyama – restrizioni etiche e osservanze individuali (HP)
  • Asana – posture (HP, GS)
  • Sat-karma/Kriya – purificazioni (HP, GS)
  • Mudra & Bandha – continimento delle energie sottili (HP, GS, SS)
  • Pratyahara – ritiro sensoriale (GS)
  • Pranayama & Kumbhaka – regolazione/sospensione del respiro/forza vitale (HP, GS)
  • Dhyana – meditazione (HP, GS, SS)
  • Samadhi – chiara percezione (HP, GS, SS)

Sebbene queste componenti formino la base pratica dell’hatha yoga, la definizione ‘principi fondamentali’ è inadatta, poiché le pratiche non sono prescritte come pre-requisiti assoluti o soggetto di fede.

All’interno del più vasto contesto dello yoga, alcuni autori hanno posizionato l’hatha come ausiliario alla pratica del raja yoga (yoga regale) che viene variamente ascritto al Tantra o allo Yoga di Patanjali: “Non è possibile avere successo nel Raja Yoga senza Hatha, e viceversa” (Hathatatvakaumudi 2.28)

Spiritualità rappresentata

A differenza di tradizioni yogiche antecedenti, in cui il corpo è respinto come un ostacolo alla liberazione, gli hatha yogin utilizzano il corpo come strumento per la liberazione, e in virtù del loro ‘sadhana’ (pratica), trasformano il ‘ghata’, il vascello corporeo, da mondano a divino.

“L’Hatha Yoga non cerca la mera esperienza trascendentale. Il suo obiettivo è trasformare il corpo umano rendendolo un veicolo utile alla realizzazione individuale”. (Fuerstein 1990)

La concezione del corpo è metafisica: è percepito come una sottile matrice di canali e vortici energetici, attraverso i quali l’energia spirituale e il potenziale super-umano posso essere percepiti e resi manifesti.

“Il corpo non è, per l’hatha yogin, mera massa di materia vivente, ma ponte mistico tra esistenza fisica e spirituale” (Aurobindo, 1970)

Pregiudizio religioso

  1. “Religione: una serie di credo relativi alla causa, alla natura e allo scopo dell’universo, specialmente quando lo si considera la creazione di uno o più agenti super umani, solitamente comprensiva di osservanze e rituali votivi, e spesso contenente un codice morale che governa la condotta delle vicende umane.
  2. Una specifica serie di credo e pratiche generalmente concordate da un numero di persone o da sette: la religione cristiana, la religione buddista.
  3. Un corpo di individui che aderiscono ad una particolare serie di credo e pratiche.” (dictionary.com)

Se ci basiamo sulle definizioni sopra elencate, l’hatha yoga corrisponde a molti dei criteri di una religione:

1.  Una serie di divinità e agenti sovrannaturali vengono citati in seno alla sua letteratura. Queste entità sono generalmente associate all’Induismo, o al suo vernacolo precedente, ‘Sanatana-Dharma’.

“Una volta avvicinai Brahma, che sedeva su un fiore di loto, dotato di quattro volti, eterno e non deperibile, creatore del mondo e di tutti i suoi oggetti animati e inanimati, noto come ‘parameshti’. Esprimendogli la mia devozione e prostrandomi dinanzi a lui con riverenza, gli chiesi della materia (lo Yoga) di cui voi mi chiedete ora” (Yoga Yajnavalkya 1.17-18).

Sebbene il panteon delle divinità frequenti i testi dell’hatha, e le pratiche votive facciano parte del sadhana di alcuni yogin, le tecniche non sono settarie. Il credo in dottrine teologiche o nell’eziologia è opzionale, così che il successo nell’hatha yoga non dipende dalla fede o dalla provvidenza divina. Un ‘codice morale che regola le vicende umane’ è presente nel corpo dei dieci Yama e dieci Niyama, restrizioni etiche e osservanze individuali (in modo simile, l’Ashtanga Yoga di Patanjali contiene 5 yama e 5 niyama).

“Per essere degni di insegnare, gli studenti devono prima rispettare i requisiti morali noti come Yama e Niyama, pre-requisiti morali allo studio dello Yoga” (Theos Bernard, 1950).

2. I praticanti partecipano ad una varietà di pratiche, condividendo e affermando il credo fondamentale che tali pratiche abbiano il potenziale di facilitare la crescita individuale. La struttura di una tipica lezione moderna di yoga è altamente ritualizzata e i temi della trasformazione e della trascendenza restano centrali. Robert Orsi ha classificato queste tipologie di esperienze e narrative condivise come “religione vissuta”.

3. La comunità globale dei praticanti di hatha è un esempio di “gruppo di persone che aderiscono ad una particolare serie di credo e di pratiche”.

Sebbene il pregiudizio religioso possa essere dimostrato con certezza, l’hatha yoga è sempre stato inclusivo – attirando e accogliendo praticanti provenienti da una moltitudine di fedi e comunità:

“Che sia un bramino, un asceta, un buddista, un jainista, un portatore di teschi o un materialista, il saggio che si impegna con fede e devozione costante alla pratica dell’hatha yoga sarà premiato con il successo” (Dattatreyyogasastra – il testo più antico sull’insegnamento dell’hatha yoga).

Scopi e obiettivi

Storicamente l’hatha yoga ha un definito proposito, che è condiviso in tutte le tradizioni: ‘Moksa’, la liberazione dall’inerente ‘Duhkham’, difficoltà del ‘Samsara’, l’esistenza terrena.

“Non c’è altra via se non lo yoga, che porta alla liberazione dell’essere umano” (Hathatatvakaumudi, 1.18)

Gli scopi associati dell’hatha yoga (passato e presente), includono: la trascendenza, l’immortalità, un corpo adamantino, il benessere, la buona salute, il contenimento del seme, i poteri soprannaturali, la pace mentale, la meditazione, la regolazione del respiro, la realizzazione individuale, l’illuminazione e la terapia. Tutte queste aspirazioni condividono la fondamentale premessa che l’hatha yoga sia un mezzo per la crescita individuale.

Conclusione

L’Hatha Yoga è un cammino di trasformazione fisica e liberazione spirituale. Sebbene il termine ‘principi fondamentali’ sia inappropriato, esistono serie distinte di tecniche comuni a molte tradizioni. Comunque, nessuna di queste parti è obbligatoria, ed è presente una considerevole libertà di adattamento e innovazione.

L’Hatha Yoga si è evoluto attraverso le lenti filosofiche e la visione del mondo del Sanatana Dharma, e, in ciò, è dimostrabile un pregiudizio. Ha inoltre definiti scopi e obiettivi. I temi della trasformazione personale, della trascendenza, della meditazione e della liberazione sono durevoli e persistenti. Un buon numero di praticanti sceglie di seguire l’hatha yoga insieme ad altre forme di yoga, spiritualità e indagine personale.

Tuttavia, per alcuni praticanti contemporanei, l’hatha yoga non è un’attività religiosa né spirituale. Un’interpretazione popolare dello Yoga è concepirlo come una serie di esercizi respiratori e di allungamento per il raggiungimento della forma fisica e della salute. Alcuni rigettano interamente il termine Hatha e la sua associazione con un sistema arcaico che ha ben poco in comune con la loro pratica.

Quindi: mentre per alcuni l’hatha yoga è una pratica religiosa, o un’aggiunta ad altre forme di religione e spiritualità, per altri non lo è. Entrambe le prospettive sono valide e importanti. La libertà ideologica si è alimentata in tutta la storia dell’hatha yoga e ritengo sia cruciale continuare ad onorare e rispettare la nostra diversità collettiva.

Nella dichiarazione rilasciata originariamente da Skills Active si dice che il NOS “non intende controllare o classificare i singoli insegnanti, le loro pratiche e il loro credo”. Tuttavia la stessa dichiarazione descrive l’hatha yoga come privo di “pregiudizio, scopo o obiettivo religioso”. Sembra esserci una contraddizione dovuta ad una scarsa comprensione della pratica stessa.

La mia preoccupazione è che se lo standard proposto si concentrasse principalmente sulla pedagogia posturale, sarebbe riduttivo e fallirebbe nell’assimilare l’immenso scopo dell’hatha yoga. Non possiamo ignorare significato, cultura, costumi e testi che appartengono a una tradizione che ha migliaia di anni. Allo stesso modo, non possiamo ignorare i mille diversi modi in cui le persone oggi scelgono di costruire significato e identità nel partecipare alle metodologie di questa tradizione. L’Hatha Yoga è un fenomeno transnazionale che affonda le sue radici nelle tradizioni spirituali dell’Asia meridionale. Come tale, ritengo che dovrebbe essere considerato in seno ad un contesto globale e dalla prospettiva dei suoi partecipanti, insegnanti, ricercatori e degli yogin indigeni.

Mi oppongo al tentativo che una minoranza che si è autoeletta imponga la sua interpretazione dello yoga su una vastissima comunità. Uno standard per l’hatha yoga che manchi di considerare l’intera vastità delle sue pratiche e la diversità dei suoi praticanti, finirebbe per legittimare la secolarizzazione, la diminuzione e la trivializzazione di una tradizione vibrante e viva.

“Non esiste uno standard per l’insegnamento dell’hatha yoga, perché non esiste uno standard per la pratica dell’hatha yoga”.

– James Dylan Russell

James Dylan Russell

Traduzione e commenti, Francesca d’Errico