Quanto sono reali i chakra?

Traduzione e commento all’articolo di Daniel Simpson

Gli articoli tradotti e quelli autografati sono protetti da copyright. Per la riproduzione, scrivere a fmderrico@gmail.com. The Yoga Blog è un sito che offre gratuitamente una selezione di articoli, interviste, traduzioni di grande rilievo per la comunità yogica italiana. Ogni vostra donazione mi aiuta a portare avanti questo progetto, libero da qualsiasi influenza commerciale. Donate usando il pulsante PayPal che trovate in testa ad ogni articolo. Grazie.

Una delle discussioni a cui ho più volte dato il mio contributo su questo blog, ruota sempre intorno a questa domanda: “quanto sono reali i chakra?”. Ho sempre cercato fonti attendibili e credibili nell’affrontare questo argomento, che tanto stimola la fantasia degli Yogi contemporanei. Alzi la mano chi non ha mai sentito pronunciare, in una classe di Yoga, la frase “apriamo il chakra del cuore”! Ma quanto è reale questa affermazione? Cosa intendevano per chakra i primi Yogi, e a cosa si riferisce veramente questo termine sanscrito? Per arricchire la risposta a questa domanda, da me già trattata più volte, ho pensato di tradurre per voi questo interessante articolo tratto da The Luminescent, che spero porterà un po’ di luce su questi controversi simboli dello Yoga. Lascio spazio quindi alla voce di Daniel Simpson, che nel suo libro The Truth of Yoga, di recentissima pubblicazione, ci fornisce spiegazioni utili e fondate.

“Quanto segue è un estratto del mio libro, pubblicato a gennaio 2021, The Truth of Yoga. Il sottotitolo recita: ‘Una guida completa a storia, testi, filosofie e pratiche Yoga’. Il libro attinge all’abbondanza delle recenti ricerche sul tema, che hanno rivelato al grande pubblico conoscenze finora riservate solo agli accademici. Il mio scopo è fare chiarezza, in modo accessibile, senza però scadere nell’eccessiva semplificazione.

Durgā in un chakra con Gaṇeśa e un leone.
Inchiostro e acquarello su carta, Pahari, forse Guler, seconda metà del 18esimo secolo.
© Victoria and Albert Museum, London.

Questo è inevitabilmente un obiettivo ambizioso, ma che ritengo sia bene perseguire. Come spiego nell’introduzione, ho deciso di scrivere un libro perché gli studenti spesso mi chiedono quale testo consultare per avere una visione d’insieme del panorama storico-filosofico dello Yoga. E se esistono molti lavori di alto livello su argomenti specifici, molti dei titoli rivolti ai praticanti sono spesso fuorvianti. I testi dello Yoga sono spesso reinterpretati per risultare più piacevoli, o per creare una sorta di legame con le pratiche contemporanee.

L’esempio che vi porto è lampante. Esplora l’evoluzione degli insegnamenti sui chakra, che nei corsi di formazione per insegnanti e ‘ ormai lontana anni luce da quanto esposto nei testi tradizionali. I Chakra si sono trasformati in una sorta di sintesi dell’anatomia sottile, i cui meccanismi mistici trascendono le distinzioni tra mente e corpo.

Uno dei maggiori contributi del Tantra allo Yoga fisico è il metodo per risvegliare questa dimensione interiore, e richiamarne il potenziale trasformativo. Una visione eccessivamente materialista rischia di oscurare questa modalità. Anche se i chakra non esistono oggettivamente nel corpo fisico, si attivano attraverso la visualizzazione. Come conseguenza, possono avere effetti molto potenti, ma non nel senso che gli viene solitamente attribuito nei moderni seminari che pretendono di “ripulirli”.

[Estratto da The Truth of Yoga.]

I chakra immaginari

D. Simpson

Le parti più note del corpo yogico sono spesso quelle più fraintese. I Chakra sono ruote sottili poste lungo la colonna, originariamente utilizzate come punti di concentrazione. Esistono solo se li immaginiamo. Alcune tradizioni li ignorano completamente.
Esistono molte sistematizzazioni dei chakra, che li elencano e li collocano in modo diverso. Il modello predominante oggi, ovvero sei lungo la colonna e uno sulla sommità del capo, è frutto di un mix tra tradizione e invenzione. Il primo riferimento a questo sistema deriva dal Kubjikamata Tantra (11.34–35) del decimo secolo, che descrive l’ano come adhara, una “base” o “sostegno,” a cui viene successivamente aggiunto il prefisso mula, o “radice”. Svadhishthana viene posizionato sopra di esso, all’altezza del pene, manipuraka (o manipura) all’ombelico, e anahata nel cuore. Vishuddhi si trova nella gola, e ajna tra gli occhi.
Generalmente, i chakra sono delle sagome da utilizzare durante la visualizzazione. Vengono presentati nei Tantra come uno dei metodi per trasformare il corpo del praticante, installandovi simboli collegati agli dei. Alcuni testi ne elencano più di una dozzina, altri meno di cinque. A volte sono chiamati adhara, o “sostegni” per la meditazione—o alternativamente padma, o “fiori di loto,” per i petali che caratterizzano le loro raffigurazioni pittoriche. In ogni caso, sono considerati snodi in una rete di canali dell’energia vitale, e concentrarsi sulla loro posizione acuisce la capacità di percezione.
Un’altra fonte li elenca con nomi diversi: nadi, maya, yogi, bhedana, dipti, e shanta. “Ora vi narrerò dell’eccellente, suprema, sottile meditazione attraverso la visualizzazione”, recita il Netra Tantra (7.1–2), quando descrive il corpo che comprende “sei chakra, le vocali di sostegno, i tre oggetti e i cinque vuoti, i dodici nodi, i tre poteri, il cammino delle tre dimore, e i tre canali”. Questo sconcertante assortimento di collocazioni è comune nei Tantra, le cui mappe dei regni interiori appaiono spesso contraddittorie.
Qualche secolo dopo, si afferma la versione dei sette chakra. In questa visione troviamo sahasrara—una ruota “dai mille raggi”, o un loto “dai mille petali”—posto alla sommità del capo (o, a volte, al di sopra della testa, come nel Shiva Samhita). Un altro testo yogico elenca gli stessi sette punti senza menzionare però i chakra: “Il pene, l’ano, l’ombelico, il cuore e sopra di esso il luogo dell’ugola, lo spazio tra le sopracciglia e l’apertura verso lo spazio: questi, si dice, sono i luoghi della meditazione dello Yogi” (Viveka Martanda 154–55). Comunque vengano definiti, questi punti svolgono la funzione di segnavia per elevare la consapevolezza.

Il trionfo di questo modello si trova nel lavoro di Sir John Woodroffe, un giudice britannico dell’India coloniale, conosciuto anche sotto lo pseudonimo di Arthur Avalon. Nel 1919, scrisse il libro The Serpent Power (La Kundalini e l’Energia del Profondo, ed. Adelphi) che includeva una traduzione del Shat Chakra Nirupana del sedicesimo secolo, o “Descrizione dei sei Chakra.” Altri scrittori occidentali condivisero l’attenzione di Avalon ai Tantra. Anche l’occultista Charles Leadbeater dedicò alcuni scritti ai chakra negli anni ’20. I libri di questi due autori restano autorevoli, come le teorie di Carl Gustav Jung, che incorporò i chakra nel suo sistema di simboli.
Gli autori della New Age hanno sfumato la distinzione tra creazioni mentali e fatti fisici, presentando i chakra come se fossero oggetti reali, invece che visualizzazioni. Li descrivono spesso con i colori dell’arcobaleno, che non si trovano in alcuna fonte originale sanscrita. Gli attribuiscono anche legami con pietre, pianeti, cure, ghiandole endocrine, carte dei Tarocchi e arcangeli della tradizione cristiana, oltre ad altre amenità.

Anche alcune menzioni ai mantra traggono in errore. I rituali tantrici li collegano agli elementi raffigurati nei chakra, non ai chakra stessi. Quindi recitare un bijamantra legato all’elemento aria difficilmente potrà servire ad aprire il cuore, se non in forma di effetto placebo. Tuttavia, portare l’attenzione a cose simili può renderle reali, almeno nell’ambito dell’esperienza soggettiva. E poiché i Tantra ci insegnano che è in questo modo che si convocano le divinità, forse l’uso che i praticanti moderni fanno dei chakra non è poi così diverso dal l’originale.

The Truth of Yoga di Daniel Simpson è stato pubblicato il 5 gennaio 2021 da Farrar, Straus and Giroux. Per maggiori informazioni, consultate il sitotruthofyoga.com.

Sei vie verso il Samadhi

Un manuale di self-help dell’India Medievale

di Jacqueline HargreavesThe Luminescent

Negli ultimi decenni abbiamo visto un fiorire di manuali di self-help: dalle difficoltà sentimentali agli impasse professionali, dalla capacità di affrontare il cambiamento a come perdere dieci kg in dieci giorni, sembra che tutto sia risolvibile attraverso un manuale, dove tra consigli di psicologia spicciola e sperequazioni new age ci viene spiegato come affrontare qualsiasi problematica del quotidiano. Sembra una caratteristica dei nostri tempi… e invece anche in questo campo, sembra che l’uomo non sia cambiato granché nei secoli. Anche i maestri dell’India Medievale offrivano ai loro lettori consigli e regole per raggiungere obiettivi spirituali. Lo scopriamo insieme nella mia traduzione di questo divertente, ma sempre molto arguto articolo tratto da The Luminescent, che ci rivela un inedito aspetto del Gheranda Samhita.

J. Hargreaves

“Ciò che affascina della scrittura dei testi relativi allo Yoga nell’India medievale, è che spesso offrivano metodi gerarchici e sistematici per il raggiungimento di un obiettivo o di una serie di obiettivi. Non diversamente da una breve lista per la crescita individuale, che circolano tanto, di questi tempi, sui social media. Tipo ’10 modi per raggiungere la felicità autentica’, o ‘7 suggerimenti per restare giovani’.

Il Gheraṇḍa Saṃhitā (che risale ai primi anni del 18esimo secolo) ne è un buon esempio. Identifica 7 modi per raggiungere lo ‘Yoga del Corpo (ghaṭasthayoga). Come dice James Mallinson,

“…si riferisce al corpo, o piuttosto alla persona, poiché le tecniche insegnate nel Gheraṇḍa lavorano sia sul corpo che sulla mente.”

Le sette pratiche (saptasādhana) vengono presentate corredate di descrizioni dei metodi e dei risultati raggiungibili attraverso la pratica:

  • 1. La PURIFICAZIONE viene raggiunta attraverso il Ṣaṭkarma (6 tipi di tecniche di purificazione)
  • 2. La FORZA viene attivata attraverso gli Āsana (32 tipi di posizioni)
  • 3. La STABILITA’ può essere ottenuta con le Mudrā (25 tipi di sigilli)
  • 4. La CALMA arriva attraverso il Pratyāhāra (5 tipi di deprivazione sensoriale)
  • 5. La LEGGEREZZA si rivela attraverso il Prāṇāyāmas (10 tipi di esercizi respiratori)
  • 6. La REALIZZAZIONE DEL SE’ avviene con il Dhyāna (3 tipi di meditazione)
  • 7. E alla PERFEZIONE SENZA MACCHIA si arriva attraverso il Samādhi (6 tipi di profonda concentrazione)

Il testo si concentra sulle tecniche fisiche che devono essere praticate per perfezionare il corpo e la mente, e raggiungere l’obiettivo del Rājayoga (un sinonimo di samādhi). Come molti altri metodi di Haṭhayoga, le sette pratiche del Gheraṇḍa Saṃhitā non contengono guide etiche, come gli yama e niyama del Pātañjalayogaśāstra.

E’ interessante tuttavia notare che il Gheraṇḍa Saṃhitā fornisce un set unico di sei tecniche volte all’ottenimento di particolari tipologie di samādhi, lo stato di profonda concentrazione che porta alla liberazione.

Immagine realizzata dal team di The Luminescent

In molte tradizioni di Haṭha e Rājayoga, tecniche di meditazione come Śāmbhavī e Khecarī Mudrās sono fondamentali per il raggiungimento del samādhi, e queste tecniche compaiono nel Gheraṇḍa Saṃhitā.  Tuttavia, il Gheraṇḍa Saṃhitā include anche Yoni Mudrā, due prāṇāyāma (controllo del respiro) e Bhakti (devozione) nel suo sistema a sei rami di Rājayoga.

Queste sei tecniche non sono uniche, perché presenti anche in tradizioni precedenti, ma il set di sei rappresenta una selezione inusuale, e solleva qualche interrogativo. Ad esempio:

Il Gheraṇḍa Saṃhitā insegna dieci tecniche di prāṇāyāma; perché dunque isola Bhrāmarī e Manomūrccha per includerle nel suo sistema a sei rami di Rājayoga (samādhi)? 

Se si ottiene il successo praticando ognuna delle tecniche di questo sistema a sei rami per ottenere il samādhi, dobbiamo considerare ridondanti le altre tecniche esposte nei capitoli precedenti (il ṣaṭkarmaāsana, etc.)?

Perché Bhakti è incluso come mezzo per il raggiungimento del samādhi mentre è generalmente assente nei sistemi di Haṭha e Rājayoga delle ere precedenti?

Le prime quattro delle sei tecniche di Rājayoga producono specifici tipologie di samādhi, rispettivamente DhyānaRasānanda, Layasiddhi samādhi e Nāda . Perché non sono specificati tipologie diverse di samādhi per le altre due tecniche, Manomūrccha e Bhakti

Nel Pātañjalayogaśāstra sono presenti diversi tipi di samādhi, ma livelli e tipologie di samādhi sono completamente assenti nelle tradizioni di Haṭha e Rājayoga. Questo testo è l’unico, tra gli scritti tardo medievali, a riferirsi a diversi tipi di samādhi

Jim Mallinson, ricercatore della SOAS e parte del team dell’Hatha Yoga Project

Mallinson ha pubblicato una traduzione inglese del Gheraṇḍa Saṃhitā, che comprende una introduzione ricca di informazioni, che fornisce l’importante contesto necessario alla comprensione di alcuni degli insegnamenti contenuti in questo testo”.

A me queste riflessioni fanno venire una gran voglia di acquistare il libro di Mallinson: e dopo averlo letto, sono certa che mi verrà voglia di scrivere un altro articolo su questo testo così importante per lo Yoga contemporaneo!

Nota: gli articoli tradotti e quelli autografati sono protetti da copyright. Per la riproduzione, scrivere a fmderrico@gmail.com. The Yoga Blog è un sito che offre gratuitamente una selezione di articoli, interviste, traduzioni di grande rilievo per la comunità yogica italiana. Ogni vostra donazione mi aiuta a portare avanti questo progetto, libero da qualsiasi influenza commerciale. Donate usando il pulsante PayPal che trovate in testa ad ogni articolo. Grazie.

Cercando miracoli

Da –The Luminescent

Di Jason Birch e Jacqueline Hargreaves

Paścimatānāsana secondo lo Jogapradīpyakā (18esimo secolo)

Oggi, chiunque frequenti una lezione di Yoga in qualsiasi città al mondo, si troverà davanti ad una posizione chiamata Paścimottānāsana (o Paścimatānāsana nell’ Haṭhapradīpikā): una flessione in avanti da seduti, in cui entrambe le gambe sono allungate a terra, e la testa scende verso le ginocchia. Le tipiche istruzioni dell’insegnante saranno rivolte ad evitare disagio nella zona lombare o negli ischiocrurali, e comprenderanno il suggerimento di tenere la posizione per 5 o 10 respiri, enfatizzando la durata e la qualità sottile di ciascuna espirazione. E già questo, per molti sarà una sfida!
Ora immaginate di trovarvi nel 18esimo secolo, in India. I muri del vostro eremo yogico odorano di sterco di vacca. Il guru vi dice che l’obiettivo della vostra pratica è di mirare ad eseguire questa posizione per 84 giorni consecutivi, per 24 ore al giorno, eseguendo contemporaneamente degli esercizi di respirazione. Se vi sentite stanchi, avete l’opzione di riposarvi e sorseggiare un brodo speziato per alimentare la vostra resistenza.
Questa è la modalità suggerita per la pratica di Paścimatānāsana secondo un testo chiamato Jogapradīpyakā (18esimo secolo).

NdT: Trovo affascinante notare come la pratica contemporanea degli asana abbia assunto nel tempo connotazioni completamente diverse. La maggior parte dei praticanti approccia gli asana, certo, pensando anche ai benefici psicofisici, ma pochi hanno davvero la consapevolezza di come questi venissero utilizzati o per pratiche puramente ascetiche, o come vere e proprie terapie. Non solo: anticamente, la pratica di un solo asana poteva costituire tutto il sadhana di un praticante, per giorni se non per mesi. La lettura di questo testo sicuramente ci porta in epoche lontane, ma, almeno personalmente, solleva qualche curiosità. E sicuramente la ricetta del brodo del 18esimo secolo entrerà a far parte della mia cucina.

Foto di J. Hargreaves, affresco del 18esimo secolo a Mahamandir, Jodhpur

L’importanza storica della descrizione di Paścimatānāsana in questo testo è che dimostra come la pratica degli āsana sia diventata progressivamente più sofisticata nei secoli successivi all’ Haṭhapradīpikā (15esimo secolo). Paścimatānāsana costituisce la base di una pratica completa (sādhana) per un periodo di tempo stabilito. Mantenere una posizione per intervalli così lunghi evoca le pratiche ascetiche (tapas) dell’India antica.
Lo Jogapradīpyakā contiene la descrizione di 84 āsanas, molte delle quali sono fisicamente molto impegnative. Vi si trovano inoltre tecniche di meditazione e di controllo del respiro (prāṇāyāma) da abbinare ad alcuni āsana. Molte delle descrizioni specificano la direzione dello sguardo, e indicano i benefici terapeutici.
Di seguito, trovate la traduzione completa di Paścimatānāsana come appare nello Jogapradīpyakā (70 – 78) .
E qui ecco un breve riassunto della pratica di Paścimatānāsana:

Primo livello

1. Sedete [rivolti a Nord] con le gambe distese e lo sguardo tra le sopracciglia (trikuṭī).

2. Inspirate contando fino a 12 (si assume con entrambe le narici).

3. Trattenete il respiro contando fino a 12. (kumbhaka).

4. Espirate attraverso la narice destra (piṅgalā nārī) contando fino a 12. Tenete il piede destro con la mano destra, e utilizzate la sinistra per eseguire il prāṇāyāma.

Ripetete quotidianamente per 12 giorni.

Secondo Livello

Una volta conquistato il Primo livello, eseguite Paścimatānāsana con prāṇāyāma in base alle vostre capacità, a intervalli di 3 ore, una volta o due al giorno, per 72 giorni.

Terzo Livello

Dopo aver preparato e bevuto lentamente un semplice brodo realizzato con riso, dal e zenzero, si ripeta la pratica di Paścimatānāsana sopra esposta, inisieme al prāṇāyāma, riposando e sorseggiando il brodo quando se ne sente la necessità. Questo ciclo va praticato continuamente per 84 giorni. Viene fornita anche la ricetta per il brodo:

  • Mettere a bagno 120 grammi di riso Sāṭhī 1
  • Separatamente, mettere a bagno circa 72 grammi di mung dal
  • Macinare separatamente gli ingredienti, e realizzare il brodo mettendoli insieme in acqua senza sale
  • Aggiungete mescolando circa 22.5 grammi di zenzero verde

In totale, il Paścimatānāsana sādhana richiede 168 giorni per essere completato. E’ un’impresa ambiziosa. Il premio per un sādhana così intenso, però, non delude. Lo Jogapradīpyakā afferma che conferisce molti allettanti benefici:

Distrugge tutte le malattie, inclusa la tubercolosi. Rende capaci di udire e vedere a distanza di migliaia di miglia. Quando si riesce a completarla, il praticante

è in grado di vedere miracoli.

Vale la pena sottolineare che l’immagine qui riprodotta, un affresco del 18esimo-19esimo secolo esposto al Mahāmandir a Jodhpur, presenta una rappresentazione vicina ma non esatta della pratica di Paścimatānāsana descritta nello Jogapradīpyakā. Quest’opera infatti specifica che il piede destro va afferrato con la mano destra, e la mano sinistra viene utilizzata per la manipolazione delle narici.
NOTE:
1 Il riso Sāṭhī è una varietà particolare che viene raccolta entro 60 giorni (sāṭhī significa letteralmente ’60’). Viene solitamente chiamato ‘riso rosso’, ma in India ha ancora il nome di Sāṭhī. Negli anni più recenti, produzione del Sāṭhī è stata scoraggiata perché richiede grandi quantità di acqua nelle fasi di coltivazione.

Jogapradīpyakā 70-78

Traduzione inglese di JASON BIRCH **, traduzione italiana di Francesca d’Errico

“Ora, [le istruzioni per] Paścimatānāsana: 

Ci si sieda rivolti a Nord e si estendano a terra entrambe le gambe. Quindi, si pratichi prāṇāyāma e si riempia il canale Suṣumnā di prāṇa. (70)

Si respiri per un conto di 12, si trattanga il kumbhaka ancora per un conto di 12, e si espiri contando fino a 12 attraverso la narice destra (piṅgalā nārī). Si rivolga lo sguardo meditativo al trikuṭī (ovvero., lo spazio tra le sopracciglia). (71)

Si pratichi [prāṇāyāma] con la mano sinistra, e si tenga il piede destro con la mano destra. Si pratichi in questo modo per 12 giorni. Una volta padroneggiato [questo livello, quindi] si passi alla seguente [pratica]. (72) 

Si porti il controllo al respiro secondo la propria capacità, e si pratichi per tre ore, una o due volte [al giorno], per 72 giorni. Molto gradualmente, si supereranno tutti gli ostacoli. (73)

Quindi, si assuma [il seguente] pasto. Chi lo farà, perfezionerà questo āsana. Si metta a bagno il riso Sāṭhī, prendendo non più di 72 taṅkas (ovvero circa 120 grammi). (74)

Quindi, ci si procuri e si metta a bagno 16 taṅkas (ovvero 72 grammi) di mung dal. Lo si tenga separato [dal riso Sāṭhī]. Li si macini separatamente e si cucini un brodo mettendoli [insiem] in acqua. (75)

Lo si prepari senza sale, e si aggiunga zenzero verde. Si mescolino 5 taṅkas (ovvero 22.5 grammi) [di zenzero] nel brodo. Lo si beva molto lentamente e si pratichi immediatamente questo āsana. (76)

Inizialmente, si dovrebbe praticarlo †una volta†, riposare e praticare nuovamente. In questo modo, si apprenderà [come praticarlo] costantemente, e lo si farà per 24 ore, per 84 giorni. Distruggerà qualsiasi malattia inclusa la tubercolosi. Si potrà udire e vedere a distanza di migliaia di miglia. [Quando] ci si riuscirà, si vedranno miracoli. Questo è Pachimatāṇa āsana. E’ [anche] chiamato  Ārambha āsana. (77-78)”

 atha pachimatāṇa āsana |
uttara sanamukha baiṭhaka dhārai | dou caraṇa lāṃbā jū pasārai ||
bahorau prāṇāyāma jū karai | suṣamana māraga vāī bharai ||70||
dvādasa mātrā pūraka karai | dvādasa hī puni kuṃbhaka dharai ||
recai dvādasa piṃgalā nārī | rākhai trikuṭī driṣṭi vicārī ||71||
vāmahasta soṃ āraṃbha karai | dachana kara dachana paga dharai ||
dvādasa dina aaise vidha karaī | bahura sādhi āgai anusaraī ||72||
jathā sakti vāya vasi ānai | prahara eka doya āraṃbha ṭhānai ||
divasa bahattara aise karai | sanai sanai vighna saba ṭarai ||73||
bahuri ogarau aiso gahai | jā kari yo āsana sidha lahai ||
sāṭhī cāvala ko puni bhevai | ṭaṅkaṃ satāisa adhika na levai ||74||
solaha ṭaṃka mūṅga puni ānai | bhevai tāhi bhinna hī ṭhānai ||
bhinnabhinna kara bāṇṭe doū | karai palevau jala meṃ soū ||75||
karai alūṇau adraka lyāvai | ṭaṃka paṃca tā madhihi milāvai ||
sanai sanai so pībai aaise | turatahī yo āsana kara baise ||76||
†bāra yeka pathi† pahale sādhai | kari visarāma bahuri ārādhe ||
aisī bhāṃti dinarāta ju jānai | āṭha pahara ko āraṃbha ṭhānai ||77||
dina caurāsī āraṃbha karaī | rājaroga ādika saba haraī ||
sahasra kosa kī sunairu dekheṃ | lahai sidhi aciraja puni pekhe ||78||
iti pachimatāṇa āsana | yāhī ko āraṃbha āsana kahiye ||

** Si ringrazia James Mallinson per il suo commento a questa traduzione.

NdA: The Yoga Blog è un magazine online indipendente e libero da sponsor commerciali. Tutte le traduzioni (approvate dagli autori), gli articoli autografati e le recensioni sono prive di partnership commerciali. L’unico scopo di questo sito è la crescita della community Yoga italiana. Le vostre donazioni mi aiutano a portare avanti questo progetto. Se volete sostenere The Yoga Blog, utilizzate il pulsante in testa ad ogni articolo!

Il significato del Vinyasa

Dal Medioevo alla Modernità

Da: The Luminescent – di Jason Birch (Post-doctoral Research Fellow, SOAS University of London) e Jacqueline Hargreaves (Independent Researcher, The Luminescent)

Torno a parlare del significato del Vinyasa, questa volta in modo storicamente documentato, per cercare di fare maggiore chiarezza tra quelle che sono le opinioni personali (seppure dettate da ragionamenti logici e da interpretazioni spirituali) e gli elementi storici che l’Hatha Yoga Project ci ha fornito negli ultimi 5 anni grazie agli approfonditi studi degli accademici di Oxford che hanno preso parte a questo affascinante programma. Quella che segue è la traduzione di un interessante articolo del blog The Luminescent, scritto a quattro mani da Jason Birch e Jacqueline Hargreaves, che traduco per voi. Ciò che trovo particolarmente interessante è l’interpretazione che Krishnamacharya ha dato a questo termine, che ha derivazioni tantriche più che yogiche. Un ulteriore affascinante aspetto non solo del Sanscrito e delle sue ambiguità interpretative, ma anche e soprattutto della creatività di questo incredibile maestro, a cui le pratiche contemporanee si riallacciano continuamente. La traduzione del testo di The Luminescent ha inizio dal prossimo paragrafo.

“Il termine vinyāsa è utilizzato in contesti molto diversi nella letteratura medievale. Nel descrivere un tempio (mandira) in cui uno yogin dovrebbe praticare, ad esempio, il Nandikeśvarapurāṇa specifica che dovrebbe avere un elegante decoro (ramyavinyāsa). In questo contesto, vinyāsa significa decoro o disposizione.

La parola vinyāsa appare raramente nei testi Yogici medievali. Compare tuttavia più frequentemente nelle sezioni rituali dei Tantra medievali. Ma ciò nonostante, non implica mai il movimento che congiunge il respiro alle posture (āsana) come avviene invece nello yoga contemporaneo.

Un eccellente opera di riferimento sul significato di parole particolari del Tantra è il Tāntrikābhidhānakośa. Questo corposo dizionario (in 5 volumi) è stato scritto da un team internazionale di accademici, considerati i massimi esperti in questo campo. Nel 5° volume, che è di prossima uscita, il termine vinyāsa viene presentato come sinonimo di nyāsa.

Nyāsa è definito nel 3° volume del Tāntrikābhidhānakośa (2013: 342) come:

L’imposizione o il posizionamento rituale di mantra sul corpo o sulla rappresentazione materiale della divinità (a volte su un oggetto o su una superficie) per infondere il potere del mantra. E’ una pratica diffusa, tantrica e più genericamente Induista o Buddista.

Nelle discussioni sulla pratica di āsana a e altre tecniche nei testi di Yoga medievale il termine vinyāsa non viene usato. Tuttavia, quando le forme verbali relative (come vinyasya) entrano in uso, il significato è “sistemare o posizionare”.


Gosain Saargir, a Shaivite Yogi, seated on a Leopard Skin – Monkot, c 1700 – 21.2 x 17.3 cm Brush drawing with opaque pigments on paper

Nell’ Haṭhapradīpikā, ad esempio, vinyasya appare in una delle descrizioni di Siddhāsana: Avendo posizionato (vinyasya) la caviglia sinistra sul pene e l’altra caviglia su quella, questo è Siddhāsana.

“meḍhrād upari vinyasya savyaṃ gulphaṃ tathopari | gulphāntaraṃ ca nikṣipya siddhāsanam idaṃ bhavet” ||1.38||
Un esempio simile si trova nel Dattātreyayogaśāstra (133), che descrive il sigillo del mento Mahāmudrā come “fissare il mento al petto” ([…] cibukaṃ hṛdi vinyasya […]).

Questi significati medievali non si collegano all’utilizzo del termine vinyāsa nello yoga contemporaneo, in cui si intende “movimento” piuttosto che “fissare”. A. G. Mohan (2010: 29) spiega in modo succinto il significato di vinyāsa nella biografia del suo maestro Kṛṣṇamācārya:

“Una caratteristica unica del sistema di asana di Krishnamacharya era il vinyasa. Molti praticanti di yoga oggi conoscono senz’altro questa parola , che è largamente usata per descrivere lo ‘stile’ di una lezione, come ‘hatha vinyasa’ o ‘vinyasa flow’. Vinyasa è un elemento essenziale, e probabilmente unico, negli insegnamenti di Krishnamacharya. Per quanto ne so, egli fu il primo maestro nel secolo scorso ad introdurre questo concetto. Un vinyasa, essenzialmente, consiste nel muoversi da un asana, o postura del corpo, ad un altro, associando il respiro al movimento”.

Sebbene i commenti di Mohan non escludano un precedente medievale al Vinyasa di Kṛṣṇamācārya, dobbiamo ancora trovarlo in un testo medievale tantrico o yogico.

La ricerca del Dr James Mallinson e del Dr Mark Singleton sostiene ed elabora ulteriormente questi ritrovamenti. I due studiosi hanno investigato anche termini collegati, come vinyāsakrama, viniyoga e pratikriyāsana. Quello che segue è un estratto da una nota del loro libro Roots of Yoga (2017):

“Il termine sanscrito vinyāsa utilizzato (con considerevoli varianti di significato) da Krishnamacharya e dai suoi studenti, per denotare uno stato all’interno di queste sequenze collegate, non appare con questo significato nei testi premoderni sullo Yoga. Le forme verbali relative (vinyāsa è una composizione nominale dalla radice verbale √as a cui si aggiungono i prefissi vi- e ni-), come l’assolutivo vinyasya, si trovano in una manciata di descrizioni di posture con il significato di “avendo posizionato [x su y]”, come Vasiṣṭhasaṃhitā 1.72 (3.6 “Avendo posizionato un piede su una coscia, e l’altro sotto l’altra coscia…”). Vinyāsa e le parole relative sono più comuni in testi tantrici, dove usualmente si riferiscono al posizionamento di mantra sul corpo. Il composto vinyāsakrama, che viene usato da Krishamacharya e dai suoi allievi per caratterizzare una particolare modalità per collegare posture, non si trova nei testi di yoga premoderni. Lo abbiamo trovato in 5 casi in opere tantriche. In quattro, si riferisce al posizionamento sequenziale di mantra; nel quinto, il commento di Kṣemarāja al verso 9 del Sāmbapañcāśikā, è utilizzato per riferirsi alla sequenza di passi attraverso i tre mondi intrapresi da Viṣṇu incarnatosi in Vāmana. L’uso moderno di vinyāsa è perciò una riassegnazione del significato di una parola comune in Sanscrito. L’uso nella parlata dello yoga contemporaneo del termine viniyoga (che in Sanscrito significa “appuntamento”, “impiego” o “applicazione”) per indicare uno yoga disegnato sulle esigenze individuali è simile a una riassegnazione, mentre la parola pratikriyāsana, utilizzata nella tradizione Krishnamacharya per denotare una “contro-posizione”, è un conio moderno che non ha precedenti in alcun testo Sanscrito premoderno”.

PS — tutto il lavoro di traduzione e naturalmente tutti gli articoli autografati sono realizzati senza alcun compenso proveniente da associazioni, istituzioni o enti privati. Questo blog è un mio impegno personale, portato avanti per la crescita della comunità Yoga in Italia. Le vostre donazioni mi aiutano a continuare questo progetto, e sono benvenute. Se volete contribuire e sostenere The Yoga Blog, usate il pulsante che trovate sopra ogni articolo. Grazie.

Referenze

Galloway, Francesca. 2016. Court Paintings from Persia and India 1500–1900. London: Francesca Galloway.

Goodall, Dominic, and Marion Rastelli. 2013. Tāntrikābhidhānakośa. -PH : dictionnaire des termes techniques de la littérature hindoue tantrique (“A dictionary of technical terms from Hindu Tantric literature”), Wörterbuch zur Terminologie hinduistischer Tantren III III. Wien: Verlag der Österreichischen Akademie der Wissenschaften.

Mohan, A. G., and Ganesh Mohan. 2010. Krishnamacharya: his life and teachings. Boston: Shambhala.

Mallinson, James, and Mark Singleton. 2017. Roots of yoga. London: Penguin Books.

Dhanurasana: le due forme dell’Arco

da –The Luminescent di JACQUELINE HARGREAVES e JASON BIRCH

Traduzione di Francesca d’Errico

In collaborazione con J. Hargreaves e Jason Birch

Siamo proprio certi di eseguire correttamente gli asana? E da dove nascono gli asana dello Yoga contemporaneo? Sono felice di iniziare oggi una bellissima collaborazione con gli studiosi Jason Birch e Jacqueline Hargreaves, autori di uno dei blog più autorevoli a livello mondiale sullo Yoga. Jason mi ha autorizzata a tradurre in Italiano i suoi articoli e i post di The Luminescent, fonte di scoperte continue su filosofia, pratica e storia dello Yoga. Mi auguro che queste traduzioni contribuiscano alla crescita dei tanti praticanti italiani, che al di là degli asana cercano le radici di questa meravigliosa disciplina. E cominciamo quindi con una postura che, forse, abbiamo frainteso per secoli… o che forse possiamo praticare in due modi molto diversi, con due intenzioni diverse: come oggetto (l’arco) o come soggetto (l’arciere). Vediamo come.

Fig. 1: Appu Sahib Patumkar in jogh [āsana]
India (19esimo secolo). Dipinto su carta
Wellcome Library no. 574888i

Questo colorato affresco indiano del 19esimo secolo si trova presso la Collezione della Wellcome Library, ed è attualmente esposto nella mostra Ayurvedic Man: Encounters with Indian medicine. Raffigura un uomo intento in una postura yoga (āsana) all’aperto, su una pelle di antilope. Il catalogo riporta un commento piuttosto criptico, che si trova probabilmente sul retro del dipinto:

Appu [?] Sahib Patumkar [?] pratica jogh, in attasa dell’ispirazione che lo predisporrà a diventare un devoto.

La forma della postura si accorda alla descrizione di un asana senza nome (n. 51) nella sezione figurata di un testo intitolato Haṭhābhyāsapaddhati. L’asana è descritto come segue:

Haṭhābhyāsapaddhati51

 hastadvayena pādadvayāgre gṛhītvā ekaikaṃ pādāṅguṣṭhaṃ karṇayoḥ spṛśet || 51 || 

Afferrando le dita dei piedi con entrambe le mani, lo yogin dovrebbe toccare le orecchie con gli alluci, uno alla volta. Sebbene lo Haṭhābhyāsapaddhati non fornisca un nome per questo asana, gli artisti del Mysore Palace, che illustrarono magnificamente il capitolo dedicato agli asana nel Śrītattvanidhi (19esimo secolo), presero a prestito la descrizione dello Haṭhābhyāsapaddhati (fig. 2) e lo chiamarono “la posizione dell’arco” (dhanurāsana).

Fig. 2: Dhanurāsana nel Śrītattvanidhi
Sjoman 1999: 84, pl. 18

Un altro esempio di dhanurāsana nello stesso periodo è visibile nel Gheraṇḍasaṃhitā (18esimo secolo). La postura è descritta come segue:

Gheraṇḍasaṃhitā 2.18
prasārya pādau bhuvi daṇḍarūpau karauca pṛṣṭhaṃ dhṛtapādayugmam |kṛtvā dhanustulyavivartitāṅgaṃ nigadyate vai dhanurāsanaṃ tat || 

Distendendo le gambe e le braccia al suolo come bastoni, si trattengono entrambi i piedi da dietro, e si muove il corpo come un arco. Questa posizione è chiamata posizione dell’arco.

Osservando entrambe le gambe inizialmente diritte e distese al suolo, la descrizione potrebbe riferirsi ad una posizione dalla forma simile all’illustrazione del Śrītattvanidhi e al dipinto di Wellcome. Una bellissima illustrazione di dhanurāsana in un manoscritto del Gheraṇḍasaṃhitā (fig. 3) pubblicato da Fakire und Fakirtum im Alten und Modernen Indian (Schmidt 1908: 34, pl. 12) supporta questa interpretazione.

Fig. 3: Dhanurāsana nel Gheraṇḍasaṃhitā
Schmidt 1908: 34, pl. 12

Ci si chiede tuttavia se la parola pṛṣṭha (‘da dietro’) nella descrizione del Gheraṇḍasaṃhitā indichi che entrambi i piedi siano afferrati dietro il corpo. Se questo fosse il caso, bisognerebbe assumere che lo yogin inizialmente estendesse entrambe le braccia e le gambe in posizione prona, tenendo i piedi da dietro (pṛṣṭha) e muovesse il corpo come un arco tirando i piedi verso le orecchie. Questa interpretazione fu adottata da Yogi Ghamande nel suo libro intitolato Yogasopāna-Pūrvacatuṣka (pubblicato nel 1905). Egli cita il verso relativo a dhanurāsana nel Gheraṇḍasaṃhitā e fornisce la seguente illustrazione (fig. 4).

Fig. 4: Dhanurāsana nel Yogasopāna-Purvacatuka Ghamande
1905: 64 (Āsana 34)

Questa forma di dhanurāsana, che è un inarcamento, è praticata in quasi tutte le tradizioni Yoga contemporanee. (fig. 5). E’ stata resa popolare da un libro largamente diffuso, Yogāsanas di Swāmī Śivānanda, pubblicato per la prima volta nel 1934.

Fig. 5: Dhanurāsana nella tradizione Śivānanda Yoga
Dal sito International Sivananda Yoga Vedanta Centres.

E’ interessante notare che i primi cenni a dhanurāsana sono nell’Haṭhapradīpikā. del 15esimo secolo:

Haṭhapradīpikā 1.27
pādāṅguṣṭhau tu pāṇibhyāṃ gṛhītvā śravaṇāvadhi |dhanurākarṣaṇaṃ kuryād dhanurāsanam ucyate || 

Tenendo gli alluci di entrambi i piedi con entrambe le mani, il praticante li tira verso le orecchie come un arco. Questa è la posizione dell’arco.

Il Sanscrito è sufficientemente ambiguo da contenere entrambe le versioni di questa postura. Nel suo commento all’ Haṭhapradīpikā intitolato Jyotsnā, Brahmānanda (a circa metà del 19esimo secolo) dava la seguente interpretazione:

 gṛhītāṅguṣṭham ekaṃ pāṇiṃ prasāritaṃ kṛtvā gṛhītāṅguṣṭham itaraṃ pāṇiṃ karṇaparyantam ākuñcitaṃ kuryād ity arthaḥ ||

Il significato [di dhanurāsana è il seguente:] Estendendo la mano che trattiene l’alluce, il praticante tira fino all’orecchio l’altra mano, che trattiene l’altro alluce.

L’interpretazione di Brahmānanda sostiene la versione descritta nello Haṭhābhyāsapaddhati e illustrata sia nel Śrītattvanidhi che nel dipinto di Wellcome. Yogi Ghamande (1905: 30) include questa come un’altra versione di dhanurāsana e cita il verso sopra menzionato dell’Haṭhapradīpikā (fig. 6). L’illustrazione ritrae una ulteriore variante, in cui un alluce tocca l’orecchio opposto.

Sia il Gheraṇḍasaṃhitā che l’Haṭhapradīpikā sono state fonti importanti per il revival dello yoga posturale nell’India del ventesimo secolo. E’ perciò possibile che le ambiguità delle descrizioni in Sanscrito di dhanurāsana siano responsabili per la popolare interpretazione (corretta o meno) di questo āsana come un inarcamento, nello Yoga contemporaneo.

Fig. 6: Una ulteriore versione di Dhanurāsana nel Yogasopāna-Purvacatuṣka –Ghamande 1905: 30 (Āsana 8)

Ringraziamo Mark Singleton per le immagini tratte dal Yogasopāna-Pūrvacatuṣka.

PS — tutto il lavoro di traduzione e naturalmente tutti gli articoli autografati sono realizzati senza alcun compenso proveniente da associazioni, istituzioni o enti privati. Questo blog è un mio impegno personale, portato avanti per la crescita della comunità Yoga in Italia. Le vostre donazioni mi aiutano a continuare questo progetto, e sono benvenute. Se volete contribuire e sostenere The Yoga Blog, usate il pulsante che trovate sopra ogni articolo. Grazie.

Referenze

Ghamande, Yogi. 1905. Yogasopāna-Pūrvacatuṣka. Bombay: Janardan Mahadev Gurjar, Niranayasagar Press.

Śivānanda, Swāmī. 1993. Yoga Asanas. Sivanandanagar, India: Devine Life Society.

Schmidt, Richard. 1908. Fakire und Fakirtum im alten und modernen Indian: Yoga-Lehre und Yoga-Praxis nach den indischen Originalquellen dargestellt. Berlin: Hermann Barsdorf.

Sjoman, Norman E. and Kṛṣṇarāja Vaḍeyara. 1999. The Yoga tradition of the Mysore Palace. New Delhi: Abhinav Publications.