Il segreto dei Vinyasa

Photo: Marco Pantani

Vinyasa, jump back e jump through: croce e delizia di tutti i praticanti di Ashtanga Yoga! Personalmente, ritengo che questi due fondamentali passaggi siano non solo l’elemento che differenzia la nostra pratica da tutti gli altri metodi, ma anche e soprattutto il modo per costruire una forza che non si limita ad assisterci nella pratica, bensì estende i suoi benefici oltre il tappetino. Muscoli addominali profondi, pavimento pelvico, spalle e braccia: tutto il corpo e gli organi interni traggono profondo vantaggio dall’esecuzione corretta di questi movimenti. Nella mia opinione, è fondamentale che questi passaggi vengano insegnati correttamente fin dall’inizio. Sono proprio questi due movimenti, infatti, a costruire la forza necessaria per proseguire stabilmente nella pratica. Monica Gauci, compagna di Gregor Maehle, ne spiega l’esecuzione in questo post molto utile tratto dal blog Chintamani Yoga, che traduco per voi.

“Il segreto per eseguire il “jump through” (salto attraverso le braccia) durante i vinyasa non risiede nell’abilità di saltare, ma in quella di frenare! Chiunque può saltare. Infatti, tendiamo a trattenerci dal saltare se non possediamo la forza di frenare il nostro salto. Il nostro corpo conosce istintivamente se abbiamo o no questa forza, e sovrascrive i nostri tentativi consci di saltare per proteggerci. Che fortuna! E’ incredibile, vero?

Essere in grado di frenare significa avere sufficiente forza nella parte superiore del corpo, per controllare lo slancio e la potenza del peso del nostro corpo che viene “lanciato” attraverso le braccia. Inoltre, è necessario possedere una notevole forza per controllare la transizione della discesa del corpo verso il pavimento. Queste stesse forze entrano in gioco quando eseguiamo un drop back (scendendo in un ponte da posizione eretta). Supponiamo di avere la flessibilità che ci occorre per inarcarci in un drop back che, teoricamente, è semplice avendo la forza di gravità che ci supporta. Ma è proprio questo il problema! Abbiamo bisogno di controllare la nostra discesa contro la forza di gravità, per frenare la nostra caduta. I muscoli anteriori delle gambe e del tronco si impegnano per frenare la nostra discesa: quindi il drop back è un esercizio di “frenata”. E allo stesso modo, quando saltiamo a sedere in un vinyasa, la forza richiesta è quella necessaria alla frenata che ci evita di cadere. Saltiamo, e dobbiamo controllare la nostra discesa contro la forza di gravità. Esercizio che richiede un notevole sforzo.

Di cosa abbiamo bisogno?

Di cosa abbiamo bisogno, quindi, per frenare e controllare la nostra transizione in un vinyasa? Per un movimento così complesso isolare i muscoli è di scarsa utilità.  Quando saltiamo, ad esempio, mentre cerchiamo di allontanare da noi il pavimento (per non prendere una facciata), estendiamo l’articolazione della spalla per sollevarci nel salto. Per frenare, dobbiamo mutare questo movimento dell’articolazione della spalla in una flessione, e contemporaneamente lavorare eccentricamente i muscoli estensori per atterrare. Certo è un’informazione utile ma non è a questo che rivolgiamo la nostra attenzione durante la transizione. E’ più importante comprendere di cosa abbiamo bisogno e praticare i movimenti integrati che ci aiutano ad ottenere forza e controllo.

Per frenare nel salto da Adho Mukha Svanasana abbiamo bisogno di una parte superiore del corpo tonica e forte. Ho insegnato Yoga a molti gruppi di principianti: nella prima esecuzione di un vinyasa, invariabilmente gli uomini hanno maggiore facilità rispetto alle donne. Gli uomini hanno infatti solitamente una parte superiore del corpo più forte rispetto alle donne, a meno che queste non siano particolarmente allenate da nuoto, arrampicata, ginnastica artistica etc. Queste attività sviluppano tutte i muscoli del tronco principalmente coinvolti nei vinyasa: il latissimus dorsi, i pettorali e il serrato anteriore, oltre ad insegnarci come integrare il lavoro degli arti superiori con quello del tronco e degli addominali profondi.

Arrotoliamoci come palle!

Un altro aspetto importante del vinyasa è la capacità di flettere il tronco per arrotolarci come palle. Funzionalmente, i nostri muscoli addominali tendono a lavorare in porzioni: superiore e inferiore. Quando pieghiamo il nostro corpo in avanti verso gli arti, come nei sit-up, facciamo lavorare prevalentemente gli addominali “alti”. Quando solleviamo le gambe verso il tronco, gli addominali “bassi” stabilizzano la pelvi permettendo ai muscoli flessori dell’anca di lavorare correttamente. I vinyasa hanno bisogno del lavoro congiunto e sincronico di addominali alti e bassi, per rendere concavo il tronco e sollevare le gambe. Naturalmente i flessori dell’anca devono lavorare altrettanto sodo per mantenere le gambe raccolte al petto.

Il percorso

Forse meno ovvio è il percorso necessario nel salto a sedere. Notate nel collage come Gregor salta sollevando le anche verso l’alto, nella prima foto. Dovete immaginare di saltare in una mezza verticale sulle mani. Se saltate troppo bassi, le anche restano troppo vicine al suolo e diventa impossibile contrastare la gravità.

Il salto indietro da seduti, seconda parte del vinyasa, rivelerà il grado di forza e di integrazione che avete, o non avete ancora, sviluppato.

Gregor Maehle esegue un jump through

Uniamo i puntini…

Non è sufficiente avere tronco, addominali e flessori dell’anca forti e allenati. La massima importanza va data all’integrazione degli arti con i muscoli profondi dell’addome, e al lavoro coeso di tutto il nostro corpo.

Un modo semplice per sviluppare la forza nella parte superiore del corpo e connettere le braccia alla colonna e ai muscoli profondi dell’addome è appendersi per le mani. Questa azione esalta l’impiego del gran dorsale e del basso trapezio, ed è un’azione impossibile da replicare durante la pratica degli asana. La connessione alla colonna e alla fascia toraco-lombare unisce le braccia ai muscoli profondi dell’addome. Anche se non avete la forza di sollevare il vostro corpo in questa posizione, coinvolgete gli arti superiore nel tentativo di farlo. Per incorporare gli addominali e i flessori dell’anca, sollevate le ginocchia e i piedi verso le mani. Questo potente esercizio migliorerà molto l’esecuzione dei vostri vinyasa!

Sollevare il corpo in Lolasana (la foto centrale di Gregor) è un’altro esercizio di preparazione molto efficace per superare l’ostacolo del pavimento durante i vinyasa. Fate attenzione a non arrotondare le spalle e utilizzate i pettorali invece del serrato anteriore. Se non riuscite a sollevarvi, provate ad usare due blocchi, almeno all’inizio. Vi servirà a capire quali muscoli dovete mettere al lavoro. Praticate il “pendolo” passando dalla posizione seduta a Chaturanga.

Il segreto dei vinyasa è… che non c’è un segreto. Nessun trucco magico. I vinyasa richiedono molta forza e un po’ di coordinazione. Forse vi è difficile credere che molti studenti hanno paura ad iscriversi ai nostri corsi perché temono di non saper eseguire un “buon” vinyasa. Mi dispiace perché significa che gli studenti tendono ad equiparare la prodezza fisica alla competenza yogica. Invece, semplicemente, alcuni sono più portati di altri, che devono lavorare più duro per arrivare agli stessi risultati. Ma un cuore sincero e una mente aperta restano i requisiti più importanti nel percorso dello Yoga: non dimentichiamolo!”

Dr. Monica Gauci

 

A Yin approach to a Yang Yoga practice (ENG)

pic by Alessandra Tisato

Today I read a very interesting post on Elephant Journal on being a woman and an ashtanga yoga practitioner. The post was focussing on respecting our feminine in the practice especially for future mothers – I would like to expand the concept and look at the longevity of our yoga practice – considering that I have been practicing Ashtanga and Jivamukti Yoga for almost 20 years now and looking forward to practicing till I exhale my last breath. I regularly attend Yoga Shalas the world over and almost everywhere the great majority of practitioners are women. Some of them are outstanding elderly women quite advanced in their practice with amazingly young looking bodies, and a lovely attitude in their daily lives. Others are much younger women with a long list of injuries, a very stiff mind and strained expressions on their faces – very similar to those marathon runners approaching the finishing line. Is the practice to blame? I absolutely think not. My opinion is that if there is a culprit, this is our western goal-oriented approach to it. Over the years, I dropped my “next pose” attitude in favor of a practice that is beneficial to my life in every aspect. If, in order to achieve a pose, I have to sacrifice hours and energy that I could dedicate to creating a better relationship with my students, my family, my friends, my environment, I would definitely choose the latter. I believe the purpose of our practice, over the years, is to maintain our body healthy and our mind steady and calm. We have to come to term with aging as a natural process that we can slow down, make easier, but that we cannot stop. In our culture, there is an obsession on appearing young at all costs and this attitude often transfers on the mat. Therefore I see women and men well over their 50s straining themselves to the point of injuries, forgetting that the first rule to apply when practicing is ahimsa – non violence – first and foremost towards ourselves, since the way we treat ourselves becomes the way we treat others. This does not mean that we cannot challenge our body – and our mind – in an intelligent manner. The key is learning to listen to our bodies more: honoring rest days and walking into our practice with a sense of respect for who and where we are each day, remembering that we are in constant transformation and that we react with stiffness and flexibility to food, whether, emotions. With age, we tend to produce more free radicals over exertion and we should therefore put more emphasis on controlling the relationship between our breath and our movement. Our muscle mass tend to decrease, and our bones loose density. Practice can help in slowing these processes and inversions positively affect our endocrine system and the production of healthy hormones – what matters is that we approach our mat every day with a deep sense of responsibility towards ourselves. We can maintain a very Yang practice like Ashtanga and any dynamic form of Yoga as long as we cultivate a Yin attitude towards it – being receptive and nurturing, strong but not violent, with ourselves and our students. I believe it is particularly important since we face a society where the senior practitioners grow in number, and many among them have no experience of physical exercise. I try to teach imagining to be in their bodies, figuring out their daily movement patterns, creating or adapting sequences in a way that can improve their lives.
I am looking at practicing till the very last day of my life. I make a commitment to get on my mat every day, with the strength that comes from kindness. This in itself is a practice – that of listening to what happens within day after day.

Yoga, terapia dell’anima

 

Oggi, un post scritto casualmente sulla bacheca “Ashtanga Yoga Discussion Group” mi ha portato a riflettere sull’aspetto terapeutico dello Yoga. Non solo a livello fisico (e ancora non abbiamo che scalfito la superficie dei benefici di questa disciplina) ma anche e soprattutto a livello spirituale. Nella cultura occidentale, da secoli abbiamo sviluppato la tendenza a classificare ogni sorta di malessere spirituale come “psicologico”, affidando alla mente colpe e meriti che spesso vanno ben oltre le sue capacità.
Sono da noi praticamente introvabili percorsi terapeutici che affrontano i problemi esistenziali da una prospettiva meno intellettuale e più spirituale. Incontro ogni giorno persone eccezionali, schiacciate da scelte personali e professionali di enorme pressione, limitate da vite frenetiche regolate da ritmi totalmente innaturali, che nel tempo sviluppano malesseri esistenziali di vario genere e si rivolgono inevitabilmente a medici della mente – psicologi e psichiatri – per trovare una soluzione razionale a problematiche che di razionale in realtà hanno ben poco. A volte quello che dimentichiamo è che la nostra cultura, inizialmente radicata in modo profondo nella spiritualità, l’ha successivamente associata ad una mancanza evolutiva – spesso identificando la persona spirituale come una persona ignorante o nelle migliori ipotesi, illusa. Spirituale viene spesso confuso con dogmatico e/o religioso e/o fanatico, mentre il termine ha in prima istanza un’accezione ben diversa:
spirituale
spi·ri·tu·à·le/
aggettivo
  1. 1.
    Appartenente a una realtà immateriale, per lo più concepita come superiore o trascendente.
L’allontanamento progressivo dalla realtà immateriale, superiore e/o trascendente, provoca inevitabilmente la necessità, per l’uomo, di “attaccarsi” a valori materiali. Quando questi vengono a mancare, o quando si rivelano per ciò che sono – volatili, impermanenti – nasce il disagio esistenziale, che spesso viene etichettato come “psicologico”. Ma a mio parere questo ambito risulta talvolta riduttivo, e spesso le terapie rivolte alla sola psiche (senza nulla togliere ai seri professionisti del settore) non si rivelano sufficienti nel superare particolari problematiche. Sono funzionali, “mettono una toppa”, ma non sono risolutive in profondità. Si appoggiano sempre sull’io, sul senso dell’individualità, e possono quindi rivelarsi riduttive perché non forniscono gli strumenti necessari ad andare definitivamente oltre il disagio. Sono moltissimi i casi anche famosi di persone ad un passo dall’autodistruzione che si sono “salvate” grazie allo Yoga. Un caso molto noto è quello di Taylor Hunt, insegnante certificato di Ashtanga Yoga, che ha recentemente pubblicato un libro proprio sul suo percorso di rinascita da una pesante dipendenza da stupefacenti proprio attraverso questa disciplina. Molto nota è anche Ana Forrest, che nel suo splendido “Fierce Medicine” racconta il suo percorso di donna distrutta dalla dipendenza e dagli abusi a splendida insegnante di Yoga. Sono moltissimi anche i casi di persone che riescono a sconfiggere gravi disturbi alimentari (vedi il post di questa mattina che ha ispirato questo mio scritto) o depressioni endogene ed esogene, stress post-traumatici etc. attraverso la pratica. Cosa ha “funzionato”? A mio parere, sono diversi gli aspetti che entrano in gioco. Il primo è indubbiamente la profonda consapevolezza corporea che la pratica delle asana richiede. Per praticare, abbiamo bisogno di scendere in profondità nel nostro corpo, imparando a conoscerne la realtà, l’intelligenza e imparando a rispettarlo – non lo utilizziamo più come uno strumento atto al raggiungimento di uno scopo, ma “diventiamo” il corpo. Diventando il corpo, riusciamo ad “uscire” dalla mente e a riconoscere i suoi limiti e le sue trappole. Il corpo, con la sua spontaneità, ci porta a provare un senso di profonda comunione con gli altri esseri viventi, mentre la mente tende a sottolineare la nostra individualità e il senso di separazione. Il secondo aspetto fondamentale di questa pratica è il suo radicamento nel respiro. Da atto puramente fisico, il respiro diventa un moto di profonda spiritualità – inaliamo non solo l’aria che ci circonda ma anche il respiro di tutto il creato e di tutte le creature che condividono il nostro spazio. Un atto di comunione profonda che da fisico diventa spirituale. Il respiro attinge allo spazio esterno per creare spazio all’interno del nostro corpo – macrocosmo e microcosmo si fondono contribuendo ad allentare il nostro senso di individualità e ad amplificare la nostra partecipazione. Il terzo aspetto è indubbiamente quello legato alla meditazione, o alla sua pratica. Anche solo il tentativo di fermare la mente, “citta vritti nirodha” (Patanjali, Sutra 1.2) può contribuire a farci comprendere come la mente possa essere ingannevole e, troppe volte, pericolosa. Personalmente, ritengo che la forza dello Yoga stia proprio nel suo approccio integrale (fisico e spirituale) all’essere umano. Se coltiviamo questa disciplina esplorandone tutti gli otto rami, possiamo trovare una chiave di accesso che manca a molte terapie tradizionali: quell’unione tra corpo, mente e spirito che nei secoli abbiamo dimenticato, che accomuna tutti gli esseri umani, e di cui oggi più che mai abbiamo bisogno.

Jivamukti Yoga a Milano: il tour di Sharon Gannon

Siamo alle porte dell’unica masterclass milanese di una delle più note insegnanti di Yoga al mondo: Sharon Gannon, co-fondatrice, insieme al compagno di vita David Life, del metodo Jivamukti Yoga. Il 12 dicembre, alle ore 16, presso La Yoga Shala, in Via Domenichino 11 a Milano (iscrizioni su www.eifis.it o scrivendo a segreteria@eifis.it, oppure direttamente a me, fmderrico@gmail.com) sarà infatti possibile sperimentare una masterclass di due ore del metodo Jivamukti, guidati dalla co-creatrice del metodo e da Jules Febre, affermato insegnante che da anni accompagna Sharon e David. Inoltre, per chi volesse prepararsi alla masterclass, e iscriversi personalmente, il 29 novembre alle ore 17 terrò io stessa una lezione Jivamukti Style presso SpazioGaribaldi77, a Milano. Dopo la classe sarà possibile acquistare il biglietto per partecipare alla masterclass di Sharon, arrivando già preparati! Famosissimo negli USA, Jivamukti Yoga è uno dei nove metodi di Hatha Yoga ufficialmente riconosciuti al mondo. Il motivo è molto semplice: Sharon e David sono stati tra i primi occidentali ad avventurarsi in un’India all’epoca ancora misteriosa, avvicinando per primi Guru che poi sono diventati fari dello Yoga contemporaneo.
Le radici del metodo Jivamukti affondano negli insegnamenti di Brahmananda Sarasvati, Swami Nirmalananda e Sri K. Pattabhi Jois, di cui Sharon e David sono stati studenti diretti, frequentando fin dai primi anni ’70 la Shala di questo grande Maestro. Figlia di una cantante d’opera, e lei stessa vocalist d’eccezione, Sharon ha composto molti tra i canti Bhakti che ascoltiamo oggi durante le nostre lezioni di Yoga. Questa Yogini e artista è stata infatti tra le prime a collaborare con musicisti tradizionali e moderni compositori, rendendo più attuale e comprensibile al mondo occidentale il chanting indiano. Grazie al suo passato di ballerina professionista, Sharon ha sviluppato insieme a David Life un metodo che può certo essere definito “danza delle asana”. Nelle classi Jivamukti infatti, il flusso delle asana è strettamente connesso al respiro, e le transizioni diventano esse stesse asana, in un viaggio corporeo che può dirsi al tempo stesso meditativo e fisicamente impegnativo.
L’impegno di Sharon nel portare lo Yoga autentico in occidente è ben visibile in una lezione Jivamukti. Dalla sequenza fissa dello Spiritual Warrior, una sorta di “prima serie” del metodo Jivamukti, fino alle più impegnative open classes, in cui ogni volta le sequenze vengono create per mettere in evidenza diversi aspetti energetici del corpo, tutte le lezioni Jivamukti comprendono una fase bhakti, con la recitazione o il canto di un mantra, una fase di flusso vinyasa, un lungo rilassamento finale (Yoga Nidra) e una meditazione conclusiva. E’ una pratica rigorosa, che coinvolge corpo, mente e spirito. Chi ha avuto la fortuna di praticare presso il centro Jivamukti di New York avrà notato che tra i praticanti spesso è possibile incontrare Uma Thurman (il cui fratello, Dechen Karl, è tra l’altro insegnante advanced di questo metodo), Michael Franti, Sting, e tanti altri artisti. Ma per Sharon e David ogni studente ha lo stesso valore, ognuno ha in sé la potenzialità di diventare un Jivan-mukta, un essere liberato in questa esistenza terrena.

Con il tempo, chi pratica questo stile si avvicina anche alla filosofia che lo guida, e che ci insegna ad essere sempre più animati dal principio della non violenza (Ahimsa), nei confronti di tutti gli esseri viventi. Un comportamento che ci rende più compassionevoli nei confronti del prossimo e che ci insegna l’immenso valore della Natura e di tutte le specie Animali. Non a caso le star americane più impegnate a livello sociale e ambientale frequentano da anni il centro Jivamukti di NY, contribuendo spesso alle iniziative di Sharon e David per la salvaguardia del Pianeta.

Finalmente anche a Milano sarà possibile incontrare Sharon, e oltre a partecipare alla sua splendida masterclass, ricevere una copia del suo libro “Vivere lo Yoga”, fondamentale per portare lo Yoga anche fuori dal tappetino, in ogni momento della nostra esistenza, per integrarne i principi con le nostre azioni del quotidiano. Sharon sarà disponibile al termine della lezione per incontrare ognuno di voi e autografare il suo libro.
Sono sicura che incontrerò molti di voi a Milano, il 12 dicembre! Vi aspetto per passare insieme un pomeriggio meraviglioso!

Sharing Yoga: the power of the practice (ENG)

Holding a workshop is always a magical experience.
As a traveling teacher, I particularly enjoy meeting new communities, new students, new teachers. The exchange of energies during a class that is longer than usual, with newly made friends, is always extra-charged with positive vibes.
I very often find myself questioning whether I have enough information to give, if I will be a worth vessel of the practice I am going to teach – yet after a few minutes from the start, all happens effortlessly. I would say that holding a workshop is very much an act of love.
Love is all you really need, when you are a teacher, to keep going. Sometimes teaching can be very hard and tiring – yet, when you make yourself a vehicle of love, you actually feel recharged even after a six-hour long experience (as it was last Sunday for me).
It isn’t very much about how good you are at performing very advanced asanas. Chances are, students would most probably feel intimidated and rather than express love, you would risk engaging competition or making yourself an unreachable ideal – which is very much far away from what yoga should be. Rather, it is mostly about opening your heart to whoever is coming in, feeling their motivation to get on the mat, and helping them throughout this journey within themselves.
I believe that our practice, and the practice we teach should be first and foremost an act of love. If we advocate Ahimsa, we should practice it ourselves first – towards our body and the bodies of our students. We are promoting a practice that should be able to last on our side for all our lifetime. We are teaching to people that most of the time cannot practice every day, and sometimes live a rather unhealthy lifestyle. We are teaching to people that look at yoga as a practice promoting peace and unity. Yes, we must help them finding balance and improve their overall health, yet we cannot force them into change – we can only show them a viable way, free of any form of judgement.
My last workshop in Tuscany has been a truly moving experience. Held the day after Paris’ bombing, our spirits were filled with participation for the extremely difficult times we are  all living. We were a little crowd and dedicated our practice to World’s Peace, and I strongly believe that if all of us Yogis fully engage in practicing Ahimsa every day, on and off the mat, with our students, ourselves and our neighbors, we ARE going to make a CHANGE.
Let’s not make Yoga yet another competitive western discipline. Let’s tune in deeply to its original meaning. Let’s get over form and plunge into matter. Let the power of LOVE guide our action every single day and create PEACE.

Jivamukti Yoga FOTM: Il senso della Vita

Sharon Gannon e David Life, fondatori di Jivamukti Yoga e Maestri di indiscusso valore e grande impegno sociale, propongono questo mese un Focus davvero intenso. E’ possibile rispondere, attraverso lo Yoga, alla domanda esistenziale più difficile? In poche parole, qual è il senso della vita? Lascio alla traduzione del testo scritto da David la non semplice risposta, aggiungendo solo che attraverso la pratica dello Yoga, anche semplicemente la pratica delle asana, questa domanda diviene meno scoraggiante e la sua risposta sempre più evidente.
Buona lettura!
Chi realmente sa, e chi può affermare,
Da dove è nato e da dove proviene il creato?
Rg Veda
Il Rg Veda fa uso di un detto che sopravvive ancora oggi quando viene posta una domanda a cui non è possibile rispondere. Scrollando le spalle, diciamo: “Chi lo sa?”. E davvero vogliamo dire che nessuno lo sa. Un singolo individuo, che vive separato dalla verità, non può conoscere la verità nella sua pienezza. Tale verità può essere esperita solo quando l’Osservatore si fonde nell’Osservato. L’occhio non può vedere la vista, né il naso odorare l’olfatto. La percezione dell’odore è cerebrale, e l’atto dell’odorare, pur essendo intrinsecamente collegato all’odore, è ad esso invisibile. Non dobbiamo cercare il significato della vita, perché riferito a se stesso. La vita ha un significato ed un valore intrinseco privo di altri riferimenti. La vita è un effetto, non una causa. Possiamo cercare la causa della vita e farne il nostro obiettivo spirituale. La sfida spirituale non è tanto scoprire il significato della vita (o della morte), ma utilizzare l’opportunità della vita per comprendere ciò che il Rg Veda chiama “quell’Uno, privo di respiro, respirato dalla sua stessa natura; senza di lui, nulla è”. Nulla è oltre l’Uno – l’Uno è ogni cosa. La nostra esistenza ci dà l’opportunità di sentire, di apprendere e diventare l’Uno. Non si tratta di un esperimento oggettivo ma di un approccio soggettivo al concetto di “infinito”, che non può essere descritto ma solo “sentito”. La vita non punta verso nient’altro, la vita abbraccia l’infinito inteso come creazione, ed ha un suo valore intrinseco.
Ogni giorno della nostra vita, la vita ci viene rivelata. Ci viene insegnato di lavorare sodo per arrivare ad un obiettivo nella vita, e a volte nel perseguire questo obiettivo non ci accorgiamo che ogni giorno che passa è, in se stesso, completo. Guardiamo solo a ciò che non abbiamo ottenuto. Se connettiamo il senso della vita a un obiettivo da raggiungere, rischiamo di vivere una vita senza senso. Non dobbiamo abbandonare i nostri obiettivi, ma ricordare che “tutte le vie verso il paradiso sono il paradiso”, o rischiamo di trovarci sulla strada sbagliata. La vita è vivere, non mettere da parte la vita finché non abbiamo raggiunto un dato obiettivo.
Siamo esseri fisici che provano un’esperienza spirituale, o esseri spirituali che provano un’esperienza fisica? Possiamo essere ragionevolmente certi di essere “esseri fisici”, e a volte proviamo quella che potremmo definire un’esperienza spirituale. E’ molto difficile essere “esseri spirituali” che provano un’esperienza fisica semplicemente perché ci sentiamo separati dallo spirito. Possiamo verificare di possedere un corpo e una mente, ma è difficile verificare la sottile esistenza dello spirito attraverso l’intelletto. Lo spirito si “sente” – quindi “sentite” di più, e pensate di meno.
In un ashram sulle montagne vivevano alcuni giovani monaci. Un giorno due monaci stavano seduti osservando in meditazione gli stendardi della preghiera. Il monaco più giovane disse: “il vento si muove”. Il monaco più anziano replicò: “sono gli stendardi a muoversi”.  Iniziarono dunque a dibattere su ciò che è conosciuto e ciò che non lo è, e stavano ancora dibattendo se fossero il vento o gli stendardi a muoversi, quando giunsero a cena. La cuoca dell’ashram era una donna molto saggia che aveva visto molte generazioni di monaci andare e venire nel corso degli anni. Era un’anima illuminata nelle vesti di una semplice cuoca. Quando udì la discussione tra i monaci, si avvicinò alla loro tavola. Indossava un largo mantello che le nascondeva le braccia. Guardò i due monaci e cominciò a muovere furiosamente le sue braccia per trasmettere un messaggio molto chiaro: non sappiamo se sono gli stendardi o il vento a muoversi, sappiamo solo che esiste il “movimento”. – Antica Storia Zen
“Essere qui e ora” è un cliché nello yoga, ma la verità è che se possiamo esperire lo svolgersi dell’esistenza in ogni istante con meraviglia e curiosità, il senso della vita ci viene rivelato. Una vita densa di significato è una vita che celebra ogni istante come un istante trascorso alla presenza del Creatore del Creato.
Prima di intraprendere qualsiasi azione, chiedetevi: “Questa azione mi avvicinerà all’essenza della vita, o mi trascinerà ancora di più negli abissi dell’ignoranza?”. A volte questa è una decisione molto difficile da prendere, e raramente abbiamo il tempo di sedere e ponderare le nostre azioni. Ecco perché la pratica delle asana dello Yoga può aiutarci a rivelare le nostre inconsce tendenze e le abitudini della mente che ci portano a ripetere sempre le stesse azioni, rendendoci irrealizzati. Quando le tendenze inconsce emergono a livello conscio, veniamo premiati con la capacità di deliberare prima di agire. Le tendenze inconsce vengono sostituite con una nuova struttura preposta al movimento, in allineamento con le forze della Terra. La geometria della pratica delle asana apre sentieri sottili attraverso il corpo e la mente, sentieri attraverso cui avvertiamo il flusso del prana, della gravitazione, della levitazione e dell’elettromagnetismo. La coraggiosa applicazione delle tecniche yoga ci rivela il senso della vita – vivere come canali per la Consapevolezza Universale e diventare colui che conosce l’Uno. Vivere è il senso stesso della vita.
Maggio 2015 — David Life

Jivamukti Yoga, creato e fondato da Sharon Gannon e David Life, è oggi uno dei nove stili di Hatha Yoga riconosciuti al mondo. Con uno dei teacher training di standard più elevati, questo metodo ha radici profonde negli insegnamenti dei Guru di Sharon e David, Sri K. Pattabhi Jois, Swami Nirmalananda e Shri Brahmananda Sarasvati. Ma in cosa consiste la filosofia di base che anima questo metodo che conquista ogni anni di più nuovi praticanti? Vediamolo insieme.

Jivamukti Yoga è un percorso di illuminazione che nasce dalla compassione per tutti gli esseri viventi. Alla base della sua filosofia l’interpretazione del termine Sanscrito “asana” inteso come “connessione”, relazione alla Terra, intesa come matrice di ogni forma di vita.
Sharon Gannon, co-fondatrice Jivamukti Yoga
Come ci insegna Patanjali negli Yoga Sutra, asana (base, connessione) dovrebbe essere “sthira” (solido, consistente) e “sukham” (felice, sereno). Jivamukti Yoga estende il concetto di asana come connessione a tutti gli esseri viventi sulla terra, connessione che quindi dovrebbe essere solida e portatrice di serenità. Quindi non più una posizione di supremazia dell’essere umano rispetto alla Terra che lo ospita, ma un essere umano che, attraverso la pratica delle asana trova una diversa relazione con la Terra e con tutti gli esseri viventi, eliminando il senso di separazione dall’altro per ritrovare l’unicità dell’essere, e riscoprire in questa unione una felicità che ci appartiene da sempre. I cinque principi che animano le lezioni di Jivamukti Yoga si estendono dalla classe alla vita di tutti i giorni. La pratica delle asana è dunque una metafora del nostro rapporto con la Terra e con la Vita. I cinque principi che animano la filosofia di Jivamukti Yoga sono:
Ahimsa, non violenza: uno stile di vita non violento, compassionevole, che si estende a tutte le nazioni animali, all’ambiente ed enfatizza l’etica di una alimentazione vegetariana/vegana e i diritti degli animali.
Bhakti, il riconoscere che lo scopo di ogni pratica Yoga è l’autorealizzazione o la consapevolezza del Divino che vive dentro ognuno di noi, e che si esprime attraverso il canto, i mantra, o semplicemente l’espressione di un’intenzione durante la pratica.
Dhyana o meditazione, un momento dedicato allo sguardo verso l’interno, per connettersi con l’immutabile, l’eterno che vive in ognuno di noi.
Nada o suono, inteso come ascolto consapevole, attraverso cui sviluppare un rapporto più equilibrato tra mente e corpo: durante una lezione, può essere rappresentato dalla voce dell’insegnante, da musica, o anche dal suono del respiro.
Shastra o studio delle scritture, degli antichi testi della filosofia e della pratica Yoga. A questo scopo il Focus del Mese serve da spunto ad insegnanti e praticanti per approfondire, anche nella pratica individuale, la conoscenza dello Yoga.
Una lezione Jivamukti è dunque un’esperienza che va oltre l’aspetto fisico della pratica, e che pur nei tempi limitati che il nostro quotidiano ci impone, ci riconnette ad uno stile di vita più rispettoso del nostro ambiente e della nostra stessa natura.
Sharon Gannon sarà nei prossimi mesi molto attiva in Europa nel presentare, con una serie di Masterclass e Workshops, la filosofia Jivamukti. Oltre a Parigi il 12-13 settembre, Sharon visiterà Barcellona, Amsterdam e l’Italia. In particolare sulle sue tappe italiane vi terrò aggiornatissimi, perché mi auguro saremo in molti ad incontrare questa grande Yogini e attivista per l’ambiente, che ha saputo conquistare tanti consensi oltreoceano.

Nada Yoga: musica e vinyasa

Tutto intorno a noi e dentro di noi è musica, suono. Il Big Bang che ha dato origine all’Universo è nato da una vibrazione sonora – molte ricerche ci dicono che il suono di questa vibrazione fosse un OM. Nei testi di quasi tutte le fedi religiose, si dice che “In principio fu il Verbo”, ovvero un suono. Il silenzio completo, nella vita sulla terra, non esiste: anche quando siamo soli, in una stanza insonorizzata, possiamo ascoltare il battito del nostro cuore e il nostro respiro. Ed anche questi suoni sono, a modo loro, una musica. Durante la nostra pratica siamo sempre accompagnati dal suono. Il nostro suono interno, se siamo soli, o il respiro sincronizzato dei nostri compagni di tappetino quando pratichiamo in una classe. La pratica yoga è sempre accompagnata dalla recitazione di un mantra, che sia un semplice Om Shanti, fino ai più complessi mantra di apertura e chiusura della pratica Ashtanga o Jivamukti. In quest’ultimo stile, il suono, la musica hanno un ruolo ancora più centrale. Ricordo la prima lezione Jivamukti a New York, e la sensazione meravigliosa di sentire il movimento accompagnarsi non solo al respiro, ma anche alle musiche selezionate con cura dall’insegnante. Da allora, ho cominciato a cercare con grande attenzione sinfonie che potessero integrarsi armoniosamente alle sequenze che elaboro per le mie classi. Personalmente, trovo che accompagnare le mie classi con la musica aiuti chi arriva da una frenetica giornata di lavoro a “staccare la spina” dalle tante conversazioni e dai rumori della città. Preferisco iniziare le mie classi con musiche prive di parlato e dal ritmo molto lento, per consentire a chi pratica di armonizzare il respiro senza fretta. Quando introduco sequenze nuove, tendo a mantenere il volume basso, in modo da consentire ai partecipanti di ascoltare le indicazioni senza difficoltà. Il tono della voce a mio parere deve essere fluido, morbido, in modo da non creare nel praticante la sensazione di dover “obbedire” ad un ordine ma piuttosto di interiorizzare la parola per trasformarla in movimento. Mi piace introdurre un elemento musicale tribale, per creare un’atmosfera di connessione con la parte più istintiva del nostro essere. Mi piace inoltre che nelle musiche selezionate ci sia, almeno in parte, una strumentalità che riporti alle origini dello Yoga, ovvero all’India. Quando creo sequenze mirate al risveglio di un particolare chakra, cerco di individuare uno strumento che possa in qualche modo attivarlo: muladhara e anahata chakra, ad esempio, rispondono molto ai bassi e alle percussioni: i chakra più alti vibrano con i fiati o con gli archi, e così via. Un elemento occidentale nella selezione musicale può aiutare chi partecipa a sentire la pratica come una parte integrante del proprio vissuto, e quindi si collega a mio parere bene con manipura chakra. Lo yoga del suono (nada yoga) si integra alla pratica delle asana nel Vinyasa Yoga soprattutto quando pratichiamo in gruppo: diventa più semplice armonizzare le diverse energie dei partecipanti quando c’è un ritmo che in parte “guida” queste energie in un’unica direzione. Nella mitologia indiana, la dea che presiede alle arti (inclusa la musica), alle scienze e all’apprendimento è Saraswati, e sicuramente il suo simbolismo può essere avvicinato allo studio delle asana. Shiva, il dio che ha trasmesso agli uomini l’insegnamento dello yoga, è spesso raffigurato come Nataraja, il danzatore cosmico; un ulteriore segno dell’importanza della musica nella pratica. E voi, cosa ne pensate? Usate la musica durante la pratica, o vi affidate solo al suono interiore?

Vinyasa basics – Vyaghrasana, inarcamento facile

Quando pratico, mi piace dare ad ogni sequenza un “focus”, ovvero enfatizzare di volta in volta un particolare gruppo muscolare, un’articolazione, o un chakra, in modo da rendere ogni pratica Vinyasa una sorta di piccola “terapia” per il corpo e per lo spirito.
Vyaghrasana: la versione più easy
Nelle sequenze dedicate ai backbends, una delle asanas di preparazione che mi piace proporre è Vyaghrasana, la posizione della tigre, nella sua variante in equilibrio su una sola mano. Questa posizione è particolarmente utile per allungare i muscoli delle spalle e i quadricipiti, per aprire la parte superiore della schiena, e per stimolare i reni e il sistema endocrino. Inoltre, nella variante più avanzata di questa posizione possiamo mettere alla prova la nostra capacità di equilibrio, attraverso l’intervento dei bandha. Esistono alcune varianti che la rendono accessibile a tutti.

La più semplice richiede un movimento fluido: carponi, in appoggio con le mani perpendicolari alle spalle e le ginocchia allineate ai fianchi, con il dorso del piede in appoggio a terra o con le dita dei piedi puntate sul tappetino (a seconda delle vostre capacità di equilibrio), portiamo il ginocchio destro al mento per poi slanciare la gamba flessa indietro, idealmente pensando di toccare la testa con la punta del piede. Possiamo tenere la posizione per qualche respiro, o effettuare il movimento in modo continuo per cinque volte, espirando quando portiamo il ginocchio al petto, ed inpirando quando slanciamo la gamba. Se vogliamo rendere la posizione più impegnativa, e testare le nostre capacità di equilibrio, possiamo portare la mano destra a terra più centrale rispetto al busto, sollevare la gamba destra e afferrarne il piede o la caviglia con la mano sinistra. Piede e mano si tendono uno contro l’altra per attivare la muscolatura degli arti superiori e inferiori ed accentuare l’arco della schiena.

Eka Hasta Vyaghrasana: testiamo l’equilibrio!
Per mantenere l’equilibrio in questa variante di Vyaghrasana, evitiamo di contrarre i glutei  e attiviamo invece Uddiyana Bandha spingendo l’ombelico contro la colonna vertebrale (azione che tra l’altro protegge gli ultimi dischi intervertebrali), e Mula Bandha, sollevando i muscoli del perineo. Torniamo dopo qualche respiro nella posizione basica, riportando il ginocchio destro al petto: allunghiamoci quindi puntando le dita dei piedi sul tappetino nella posizione della panca, per riequilibrare il lavoro effettuato, e ripetiamo quindi tutto dall’altro lato. Al termine, se vogliamo rendere la nostra pratica dinamica, possiamo effettuare un Vinyasa completo: quindi allunghiamoci nella posizione della panca, scendiamo in chaturanga, effettuiamo Urdhva Mukha Svanasana e quindi Ardho Mukha Svanasana, recuperando in quest’ultima posizione per cinque respiri. Per la vostra pratica quotidiana, come sempre suggerisco di affrontare le singole asanas solo dopo avere effettuato un adeguato riscaldamento con i Saluti al Sole.
Buona pratica e buon weekend!

Vinyasa basics – i benefici delle torsioni

Tra gli asana con i più immediati benefici psicofisici, le torsioni – i cosiddetti “twists” – sono un vero toccasana per tutti. A livello muscolo-scheletrico, se effettuate consapevolmente, con la corretta respirazione, e con l’attivazione della muscolatura addominale e dei bandha, sono uno dei metodi più efficaci per ovviare alla compressione dei dischi intervertebrali causata da ore di posture scorrette o di vita sedentaria.

Le torsioni vantano inoltre un forte potere detossinante: la compressione (molto limitata nel tempo!) degli organi interni contribuisce a irrorare di fluidi ossigenati l’apparato digerente e gli organi riproduttivi. Il risultato più immediato è un sensibile miglioramento dei disturbi legati a questa zona (stipsi, digestione difficile, etc.). Dal punto di vista psicologico, secondo gli insegnamenti del metodo Jivamukti, le torsioni ci portano a guardare dietro di noi, a riconsiderare situazioni passate e ad abbandonare il risentimento o la tristezza. A volte in modo quasi magico, quando ci arrendiamo alla posizione durante l’espirazione, ci accorgiamo di superare i nostri limiti fisici e psichici. Chi di voi ha iniziato una pratica individuale a casa, al termine dei saluti al sole può inserire una di queste posture così importanti.

Marichyasana C: un twist semplice ed efficace

Seduti a terra, con le gambe tese e attive davanti a voi, il piede sinistro flesso a martello, sollevate il ginocchio destro verso il petto, appoggiando il piede destro accanto al ginocchio sinistro. Abbiate cura di lasciare un po’ di spazio tra il piede e il ginocchio, per consentire al vostro corpo di muoversi agilmente. Portate la mano destra dietro di voi, appoggiando fermamente il palmo a terra e attivando anche le dita, che punteranno verso il muro alle vostre spalle. Sollevate inspirando il braccio sinistro, allungando la colonna vertebrale verso l’alto, ed espirando portate il gomito sinistro all’esterno del ginocchio destro. Il gomito è piegato a 90 gradi, il palmo della mano sinistra è rivolto verso la parete davanti a voi. Al termine della espirazione spingete l’ombelico contro la colonna vertebrale in modo da concentrare la respirazione nella cassa toracica. Inspirate e spingete gomito e ginocchio dolcemente l’uno contro l’altro, volgendo lo sguardo oltre la spalla destra, dietro di voi. Soffermatevi per 5 respiri, avendo cura di dare la stessa lunghezza ad inspirazione ed espirazione. Uscite dalla posizione espirando, e dopo un paio di respiri in posizione neutrale, ripetete dal lato opposto. Questa posizione è una versione modificata di Marichyasana C, la terza variante della postura dedicata al saggio Marichi, (letteralmente, Raggio di Luce), che secondo i testi yogici è uno dei sette veggenti o signori della creazione. Il simbolismo dello Yoga ci aiuta a capire il grado di importanza delle asanas, e quando queste sono dedicate a figure mitologiche così importanti, i loro benefici sono considerati di grande valenza psicofisica.

Vinyasa basics: la pratica individuale

E’ bellissimo praticare insieme ad un gruppo e condividere l’energia di tante persone che si muovono al ritmo del respiro. Devo dire tuttavia che la pratica individuale, la cosiddetta self-practice, è lo strumento che più di ogni altro mi ha dato modo di approfondire alcune asanas e soprattutto, mi ha consentito di portare i benefici dello Yoga nella mia vita quotidiana. Per chi si è da poco avvicinato allo Yoga, salire sul tappetino nell’intimità della propria casa è una sfida che può fare paura. Si ha paura di sbagliare, di non eseguire le asanas correttamente, o nella corretta sequenza, di non respirare nel modo giusto, e quindi si tende a rimandare, rischiando di non scoprire mai i benefici che lo Yoga può portare alla nostra vita di tutti i giorni.
Suggerisco sempre, a chi pratica con me, di cominciare con i più semplici saluti al sole (Surya Namaskara A e B), fermandosi per cinque respiri in ciascuna delle asana che li compongono. Non è importante, a mio parere, effettuare alcun pranayama particolare se non ci si sente pronti: è sufficiente respirare profondamente, attraverso il naso, e focalizzare la propria attenzione sulla muscolatura addominale, cercando di mantenerla attiva per proteggere la colonna vertebrale. Secondo la tradizione dell’Ashtanga Yoga, ad esempio, quando i saluti al sole vengono eseguiti correttamente e con fluidità, l’insegnante “dona” una nuova asana allo studente, che può inserirla nella sua pratica individuale. Suggerisco anche io ai miei studenti, col tempo, di aggiungere ai saluti al sole una o più asanas in base alle loro capacità. Ma la regola dei saluti al sole resta per tutti, sempre, la base per iniziare la giornata con una marcia in più. Dopo aver eseguito 3 Surya Namaskara A e 3 B, ci si può sedere con maggiore facilità in una comoda posizione a gambe incrociate, chiudere gli occhi e concentrarsi per qualche minuto sul ritmo del proprio respiro. Bastano pochi minuti per riportare tranquillità alla nostra mente, e per affrontare la giornata con maggiore energia. Suggerisco a tutti coloro che hanno da poco iniziato a praticare di provare a salire sul tappetino da soli, per questi semplici esercizi, e scoprire che lo Yoga non è solo un work out, ma anche e soprattutto un work in: l’occasione per ascoltare il proprio corpo e scoprirne le mille diverse sfumature, giorno dopo giorno.