Lo Yoga: terapia contro la paura

Pensavo in questi giorni a quanti dei nostri comportamenti sono influenzati dalla paura. Al di là delle paure oggettive nei confronti di qualcosa, credo che la paura da cui tutte le altre nascono sia quella di mostrarci per ciò che realmente siamo, senza maschere, nella nostra vulnerabilità. Eppure solo quando siamo noi stessi, senza più strutture o personaggi da recitare, possiamo davvero amarci, ed essere profondamente amati. Alla ricerca di spunti di riflessione sull’argomento, come spesso mi accade, sono “inciampata” virtualmente in questo bellissimo post di David Garrigues, che traduco per voi.

“Quando inizio a guardarmi dentro, mi accorgo di essere semplicemente un gran groviglio di paure. Se mi metto ad analizzarle, mi accorgo che la maggior parte di queste paure sono auto-imposte. Sono io a chiamare fantasmi e mostri e sempre io a consentire loro di girarmi attorno, permettendogli di creare disagi al mio stato mentale. Ma una di queste paure ha un’origine più profonda. Non sono io a chiamare questa paura, essa semplicemente “E'”, come se avesse un suo corpo e una sua coscienza.

Non giudico la paura. Anzi le sono grato. Sono gli improvvisi choc dei suoi aculei a mantenermi vivo. La accetto come la guida che mi spinge verso l’ignoto. Cerco di vivere secondo il credo “vai verso ciò che temi”, perché paura e creatività spesso vanno a braccetto. Non possiamo trovare l’una senza l’altra. L’arte dello yoga consiste nel richiamare il coraggio, mettere in atto le proprie capacità, vivere liberamente al confine di ogni nuovo precipizio fisico, energetico e/o psichico. Dopo 30 anni sul tappetino, so che è la combinazione tra paura e creatività a consentirmi di forgiare un percorso originale e unico verso la conoscenza del Sé.

Ma sono pur sempre umano, e a volte non riesco ad abbracciare la mia paura. Anzi, perdo la pazienza nei confronti della sua natura accanita e ossessiva. Le mie capacità yogiche vanno a quel paese: vorrei alzarmi e gridare: “di cosa diavolo ho così tanta paura?”. Vorrei spaventarla, zittirla, spegnerla, ignorarla, deriderla, prenderla a calci o catapultarla nella stratosfera schiacciando un magico bottone. Ma ognuno di questi tentativi si rivela futile. Perché nonostante tutto, lei è con me, dovunque io vada, segue ogni mio passo, proprio come la mia ombra. Vorrei infilarmi a letto e nascondere la testa sotto le lenzuola. Ma improvvisamente mi ricordo che c’è qualcosa che può scuotere la mia paura… posso andare sul tappetino, praticare una posizione, e iniziare a respirare.

Uso il mio scheletro per disegnare un cerchio magico che definisce uno spazio interno, e uno spazio esterno. Dentro questo cerchio pratico Khecari Mudra; trasformo il mio palato in una caverna sacra e divento un Creatore dell’elemento Spazio. Quindi il mio corpo e la mia mente diventano un Sukhastan, un rifugio, un regno dove la paura non può entrare e dove la comunione sacra diventa possibile.

Il mio corpo in un asana diventa un’espressione di potenza, in cui assumo un atteggiamento di controllo rispetto alla paura. Può essere Utkatasana, un atteggiamento di ferocia. O Maha Mudra, un Sigillo Sacro di Forza Vitale. O Shavasana, che rappresenta l’indifferenza di un cadavere. In Sarvangasana, tutto il mio corpo mi sostiene. In Natarajasana, assumo le sembianze di un esperto danzatore che allontana la paura con i suoi aggraziati movimenti. In Vrkshasana, sono un Albero radicato al suolo, che si erge maestoso contro ogni tempesta. In Samasthiti, posso mantenere l’equilibro tra forze opposte. 

Creo uno sportello temporale, un intervallo di eternità. Sono completamente assorto. Posso respirare, muovermi, fermarmi, riflettere o creare, oppure semplicemente non fare nulla. E semplicemente, esistere. Dentro questo spazioso, vuoto e tranquillo stagno che è la mia mente, riesco ad osservare la verità profonda di questa nostra esistenza, che si dipana in un’unica, continua, eterna e sacra essenza”. (D. Garrigues)

Nello spazio eterno di un Asana, nel momento di completa concentrazione, la paura cessa di esistere.

Francesca d’Errico

David Garrigues

L’Illusione dei social media: il pensiero di Ty Landrum

foto di Marco Pantani

Nei giorni scorsi mi sono imbattuta in un bellissimo post sullo Yoga e sull’illusione dei social media, scritto da Ty Landrum. Ty è stato scelto dal leggendario Richard Freeman per sostituirlo alla direzione del suo celeberrimo centro in Colorado. La sua preparazione è davvero molto profonda, e i suoi scritti sempre molto interessanti. Il punto di vista di Ty, che esprime la relazione tra social media e narcisismo, e soprattutto la possibilità di guardare al lato oscuro della nostra umanità da una diversa prospettiva è espresso in modo così limpido e privo di giudizi da meritare di essere divulgato il più possibile. Gli ho quindi chiesto di poterlo tradurre per il mio blog e con il suo permesso, lo riporto per voi sulle mie pagine. Buona lettura e buona riflessione…

” I Social Media possono far pensare che lo yoga sia un’arte scenica. E non c’è dubbio che quanto appare sui social media sia esattamente questo. Quando una persona flessibile si fa fotografare in una posizione impegnativa, in un contesto spettacolare, si sta impegnando in una performance estetica iconoclastica e decisamente moderna. Le immagini che ne risultano ispirano ammirazione per il corpo umano e stupore per le sue capacità di contorcersi, sfidando gli standard di bellezza tradizionali, ma giocando sul nostro innato senso della linea, della simmetria, dell’equilibrio e della forma.

Inoltre, le immagini in questione contribuiscono alla conversazione di più ampia portata sul significato di “personificazione”, una conversazione in cui tutti siamo coinvolti, consciamente o no. Queste immagini – come le stesse posizioni yoga – sono simboli di qualcosa che desideriamo toccare, da cui siamo profondamente estraniati e che sogniamo di riscoprire ai confini del mondo. Ci ricordano che tutti personifichiamo questo enigmatico “qualcosa”, sebbene cerchiamo di raggiungerlo senza sosta.

Questa è una delle strane realtà della condizione umana: troviamo difficile toccare ciò che abbiamo vicino, anche se pulsa proprio sotto la superficie della nostra pelle.

Il lato oscuro di qualsiasi arte scenica è il narcisismo. E con l’ubiquità dei social media, le forze narcisistiche sono più che mai diffuse. I Social Media ci mettono in mano il potere di dare forma alla nostra immagine pubblica, attraverso parole e immagini attentamente selezionate. Con la diffusione massificata di questo potere, sperimentiamo un curioso slittamento della sede del nostro io. Mai come ora, ci vediamo come gli altri ci vedono. Ma ora abbiamo il potere di manipolare come gli altri ci vedono, grazie alle immagini della nostra esistenza che esponiamo solo dopo averle accuratamente modificate a nostro piacimento.

Questo slittamento ci coinvolge tutti, indipendentemente dal nostro livello di attività sui Social Media, perché crea una situazione in cui guardiamo i Social Media per farci un’idea l’uno dell’altro, e anche se resistiamo a questa forza, la non-partecipazione ha un significato che tiene comunque conto di quella impressione, suggerendo un’alleanza con l’innata mancanza di chiarezza della mente umana. I Social Media hanno assunto caratteristiche fortemente confessionali, che fanno inorridire e imbarazzano i più riservati.

Il carattere confessionale dei Social Media crea un’illusoria trasparenza che sembra far collassare la personalità su cui posa la psiche, sollevando ed esponendo cose che molti preferirebbero tenere nascoste, sia perché le considerano imbarazzanti, frivole o troppo sacre per il pubblico ludibrio.

I Social Media possono distorcere in modo negativo l’impressione che abbiamo l’uno dell’altro, creando un falso senso di trasparenza. Ma è al tempo stesso innegabile che i social media siano una finestra aperta sulla nostra coscienza collettiva. Ciò che passa attraverso questi media a volte sguaiati è un riflesso lucido e rivelatore delle forze nascoste che danno forma alla mente colletiva. Il narcisismo che troviamo sui social media è il nostro narcisismo. La vanità che vediamo è la nostra vanità. Tutto ciò che appare attraverso questa finestra ci espone, mostrandoci ciò che giace sul fondo del pozzo della psiche.

Ty Landrum by A. Sigismondi

E tutto dipende dalla nostra reazione. Se reagiamo con sdegno e risentimento alla vanità altrui, allora diventiamo noi stessi sdegno e risentimento. Nel momento in cui personifichiamo queste emozioni acute e spinose, lasciamo che esse ci definiscano, e diamo loro sempre maggior potere, riflettendo le immagini del nostro sdegno e risentimento all’interno del profondo pozzo della psiche collettiva; queste immagini brillano attraverso lo specchio dei social media. Le loro correnti quindi scorrono ancora più rapide sotto la superficie, acquistano forza e minacciano di trovare una fessura da cui erompere.

Se invece diamo a queste immagini un’attenzione amorevole, rilasciamo un po’ della tensione nascosta sotto le nostre tendenze reattive. Rilasciamo la pressione dell’ego, che tende alle reazioni sdegnate e risentite verso ciò che minaccia la santità e la solidità delle nostre identificazioni. Quando le immagini dello yoga appaiono sui social media, la minaccia può essere molto forte – specialmente per chi ha sviluppato disgusto nei confronti dell’esternazione dello yoga attraverso immagini di contorsionismo. L’ego che si identifica con “il vero yoga” è ansioso di separare il concetto che abbiamo di ciò che non è autentico, e si infiamma quando i social media sfumano le linee tra la pratica yoga contemplativa e l’arte scenica sociale.

Ma lo yoga autentico è sempre nel momento presente. E quando ci infiammiamo per ciò che vediamo come un’adulterazione o una perversione di qualcosa che ci è caro, e siamo conseguentemente pronti a reazioni di sdegno nei confronti di altri che sono sul nostro stesso cammino, ne perdiamo il filo. Non che lo yoga richieda di non avere discernimento – al contrario, il discernimento è uno dei veicoli della nostra evoluzione. Ma finché restiamo intrappolati in emozioni spinose, non possiamo raggiungere la chiarezza da cui questo discernimento dipende. Queste emozioni distorcono le nostre impressioni della realtà, e quindi non possiamo apprezzare la reale intelligenza e meraviglia di ciò che appare ai nostri occhi. All’ombra di queste emozioni, perdiamo le tracce del sublime che ci passa davanti. E queste tracce possono essere ovunque, anche sui social media.

In noi c’è sempre qualcosa che cerca naturalmente di venire alla luce. E sebbene possa essere oscurato dalle incessanti recite dell’ego, solo l’ego può liberarlo. L’ego è maya, il velo dell’illusione del mondo fenomenico. Questo mondo crea la falsa convinzione che siamo tutti isolati e separati. L’ego sostiene l’apparenza di questo mondo, imbevendo ognuno di noi di un falso senso di importanza individuale. E il narcisismo è solo uno dei modi per far fronte a questo senso di isolamento, coltivando l’ego agli estremi.

Quindi maya è l’illusione che ci isola, forzandoci ad identificarci troppo con il nostro ego. Ma maya è anche lo specchio in cui ci osserviamo, e diventa consapevole di ciò che siamo realmente. Come avviene per la forza della creazione, maya porta la nostra essenza sottile in una forma corporea. E’ il fulgore della natura che ci permette di diventare consapevoli di noi stessi, dandoci oggetti da esperire. Senza maya, non ci sarebbero pensieri, sensazioni o intimità. Non ci sarebbe altro che puro e abissale vuoto, da cui il mondo si spiega. Quindi maya non è solo il velo dell’llusione naturale, il velo che nasconde la nostra vera natura; maya è anche il potere della coscienza di apparire a se stessa, di diventare consapevole di se stessa,  come il vuoto che sostiene il mondo della forma.

Lo Yoga della relazione inizia quando riconosciamo la duplice natura di maya, il suo modo di nascondere e rivelare contemporaneamente. Comincia quando abbandoniamo i nostri impulsi reattivi nei confronti degli altri esseri umani, sospendiamo i nostri preconcetti su di loro, e lasciamo che ci invadano con i loro eccessi e le loro assurdità, specialmente quelle che sembrano minacciare il nostro senso di noi stessi, isolante e narcisistico. La pratica consiste nel far loro spazio, anche se offendono il nostro senso estetico e la nostra sensibilità filosofica, finché non percepiamo la rottura dei confini dei nostri giudizi sulla loro presunta superficialità, e lasciamo che si mostrino nella loro assoluta unicità.

La dignità inviolabile dell’essere umano dipende dal fatto che ognuno di noi rifrange in modo unico la luce della coscienza, e contribuisce con qualcosa di altrettanto unico al dispiego sublime della consapevolezza collettiva. Per quanto imperfetta possa essere la nostra ricerca, ognuno di noi è animato dallo stesso desiderio di sperimentare l’abbandono dei condizionamenti, il desiderio di superare il senso di isolamento, per godere dell’amorevole essenza della nostra umanità. Se guardiamo gli altri in questo modo, come esseri animati, anche se in modo imperfetto, dallo stesso desiderio di libertà, la chiarezza emerge spontaneamente.

Quando abbandoniamo le nostre difese, e rinunciamo all’impulso di protestare contro chi ci ricorda il nostro desiderio di limitare e sopprimere, le posture che troviamo sui social media, anche se altamente artistiche e raramente in grado di catturare un’autentica trasformazione spirituale, ci appaiono come una estensione di quello che quasi tutti consideriamo yoga “autentico” e “tradizionale”. Una goffa ritualizzazione del nostro desiderio di una lucida e amorevole connessione con tutti gli altri esseri umani. Le correnti di narcisismo e vanità continueranno a scorrere nei canali dei social media, semplicemente perché fanno parte della funzione mentale che compone la nostra umanità. Ma se osserviamo con occhi aperti, possiamo trovare qualcosa di più di narcisismo e vanità. Troviamo una straordinaria celebrazione del corpo, che lo onora come mezzo per l’illuminazione e che aspira con fremente passione a scoprirne i segreti, per toccarne intimamente l’essenza.

Quando arriviamo a vedere le cose in questo modo, ci accorgiamo che maya, attraverso i social media, è fortemente rivelatrice, e ciò che rivela è la bellezza dell’intricato lavorìo della mente umana. La vera illusione dei social media – la vera idea sbagliata – è tale perché a causa della nostra vanità e del nostro indomabile desiderio di riconoscimento,  l’ego impedisce alla luce della consapevolezza di emergere e di risplendere. Ma la luce della consapevolezza non può essere oscurata. Anche quando il narcisismo entra in scena, espone la profondità del nostro desiderio di connessione, e un raggio luminoso perfora lo schermo dei nostri computer.

Ty Landrum

Il motivo migliore per praticare: nessun motivo

David Garrigues

Questa mattina ho aperto la mia mail e come sempre ho trovato molti messaggi provenienti da insegnanti di Yoga di tutto il mondo. Mi sono iscritta alle loro newsletter perché mi piace ricevere ogni giorno uno spunto di riflessione, uno stimolo alla ricerca, un motivo in più per praticare.

Quindi la mail di David Garrigues, oggi, mi ha particolarmente stupito perché il titolo recitava proprio così: il miglior motivo per praticare è nessun motivo.

Ma come? Non cerchiamo ogni giorno una motivazione in più per metterci sul tappetino, anche quando abbiamo dormito male, mangiato troppo, ci siamo stressati e innervositi per ragioni ben poco yogiche? Non abbiamo sempre bisogno di ripeterci qualcosa che ci ricordi quanto la nostra pratica sia importante? Il messaggio di David, che attraverso le sue provocazioni stimola sempre un pensiero in più, sembrava suggerire tutto il contrario. Lo riporto in italiano, perché mi ha fatto riflettere, e alla fine… mi ha fatto dimenticare di riflettere, e venire voglia di mettere i piedi nudi sul tappetino, senza dovermi nemmeno chiedere perché. E accendendo di colpo la lampadina sulla famosa frase di Sri K. Pattabhi Jois: “Lo Yoga è 1% teoria, e 99% pratica”. Buona lettura!

” La pratica è importante perché ci porta oltre la teoria, dentro l’esperienza. Esperienza della conoscenza sacra ed esoterica del Sé. Sri K. Pattabhi Jois, il fondatore dell’Ashtanga Yoga, enfatizzava ripetutamente la differenza tra la conoscenza teorica e l’esperienza pratica della conoscenza.  

I praticanti di Ashtanga yoga sono rinomati per la serietà con cui affrontano la pratica. Seguiamo religiosamente la ricetta di due o più ore di pratica per sei giorni alla settimana. Alcuni di noi (parecchi in realtà) si alzano ad orari assurdi (intorno alle 3 del mattino) per ritagliarsi uno spazio di tranquilla solitudine in cui praticare. C’è da chiedersi da dove arrivi l’energia per sostenere un programma così estenuante… 

Praticate solo perché avete voglia di praticare. Punto. Non fatelo per un motivo particolare; non perché state seguendo una tradizione, non perché volete dimagrire, essere in forma, divertirvi, stare bene, crescere spiritualmente, realizzarvi, o mostrare devozione. No, nessuno di questi motivi.  

Bandite qualsiasi “motivo” vi venga in mente per avere la spinta necessaria a mettere piede sul tappetino. 

Capiamo di aver trovato qualcosa di importante per noi quando sentiamo la voglia di farlo, senza un motivo particolare: semplicemente, non abbiamo altra scelta. Riusciamo in qualche modo a trovare il tempo per praticare, leggere, studiare, ascoltare, contemplare, riflettere, o essere in qualche modo connessi con la materia che ci interessa. Se parliamo di Yoga, questo significa cercare un maestro e usare qualsiasi mezzo in nostro possesso per conoscere, poco a poco, sempre qualcosa in più. Siamo alla ricerca di qualcosa che ci permetta di penetrare in quello che Kabir definisce “il nostro corpo ignorante”.   

Pensate a quando eravate bambini. Facevate le cose senza motivo, spontaneamente, senza pensare a cosa avreste ottenuto da una qualsiasi azione, né a migliorare voi stessi. Non avevate bisogno di convincervi, vi capitava qualcosa di bello sotto mano, e cominciavate a giocarci. Non appesantite la vostra pratica con un motivo. 

Come dice Kabir:

“Chi spera in un motivo, fallirà. 

L’arroganza della ragione ci ha separato dall’amore. 

La parola stessa “ragione” ci allontana inesorabilmente.” 

Non avete bisogno di un guru, di profondità psicologiche, di rivelazioni penetranti o improvvise per rivoluzionare la vostra anima. E’ così semplice e facile semplicemente scegliere di vedere, è quasi un solletico difficile da afferrare. Come direbbe Alan Watts, “Non potete mordervi i denti”.   

Cercare un motivo in più, come se potesse renderci più forti, ci allontana dall’obiettivo ed è una vera tragedia, perché tutto ciò di cui abbiamo bisogno è un battito di ciglia, e un sorriso malizioso. 

– David Garrigues, maggio 2017

Traduzione e commenti Francesca d’Errico

Tradizione contro innovazione, o tradizione innovativa?

Andrew Eppler e Sri K. Pattabhi Jois. Tradizione e innovazione. Sono due concetti che si elidono a vicenda, e che produrranno sempre conflitti e dibattiti? O possono coesistere pacificamente? In questo post Andrew Eppler spiega come e perché questi due concetti possono collaborare in modo produttivo.

Tradizione e innovazione: due concetti in lotta, o una possibile armonia? Traduco oggi il post pubblicato da Andrew Eppler e Sabine Nunius di Ashtangayogainfo, non solo insegnanti di Yoga ma anime del progetto documentaristico Mysore Yoga Traditions, che si prefigge di fare luce sulla lunga tradizione yogica di Mysore, al di là della sola pratica fisica. Il loro articolo mi sembra di grande interesse proprio in un momento storico in cui molti praticanti si sentono confusi davanti alla pratica “tradizionale”. A volte sentiamo il bisogno di “rompere le righe”, ma abbiamo paura di sbagliare. Quando il cambiamento può essere positivo, e soprattutto, è giusto “innovare” la tradizione? Ancora una volta grazie ad Anthony Grim Hall per aver portato questo post alla mia (e vostra) attenzione.

Tradizione – la base della nostra pratica

Se affrontiamo la questione “tradizione vs innovazione” – o piuttosto, tradizione “e” innovazione – dobbiamo innanzi tutto parlare di tradizione. E questo ci porta, per quanto possa sembrare banale, alla domanda: “Cosa intendiamo per tradizione? E qual è la definizione di una ‘tradizione yogica’? Per tradizione, intendiamo solo una sequenza di posizioni, possibilmente databile nella notte dei tempi? E dobbiamo giudicare la validità di una tradizione semplicemente basandoci sull’età di questa particolare sequenza?

Personalmente ritengo che una tradizione yogica non si componga solo di posizioni. Molti di noi hanno iniziato a praticare grazie agli asana, quindi è normale che questo sia l’argomento che per primo cattura la nostra attenzione. Tutti noi tendiamo a interessarci alle cose che catturano la nostra attenzione, e che confermano ciò che già conosciamo. Ai miei occhi, questo è anche un fenomeno caratteristico delle culture occidentali: l’idea occidentale dello yoga tende a focalizzarsi sulle sequenze di posizioni e sulla loro origine temporale. Cerchiamo di stabilire cosa sia più autentico, determinandone l’età.

Per contro, c’è una tradizione yogica molto forte a Mysore e in molte altre parti dell’India, che differisce notevolmente dall’approccio occidentale. Questa tradizione non si concentra sulla pratica delle posizioni, come potremmo essere portati a credere. Tuttavia, è una tradizione bellissima e vivace.

Mi concentrerò sullo yoga che è arrivato a noi da Mysore. Le statistiche ci rivelano che la metà di tutti gli stili praticati oggi nel mondo sono stati influenzati direttamente da Sri Tirumalai Krishnamacharya e dai suoi discepoli. Gli anni più importanti per Sri Krishnamacharya furono i 25 anni che trascorse insegnando a Mysore, a cavallo tra gli anni ’30 e ’50. Quindi quale tradizione yogica appartiene a Mysore? Se guardiamo oltre gli asana, e entriamo in una gamma più vasta di pratiche e filosofie nella comunità di Mysore, notiamo che questa città vanta una tradizione yogica molto antica.

La tradizione di Mysore: oltre gli asana

Il Maharaja di Mysore, dal 1894 fino al 1940: Krishnaraja Wadiyar IV

Le tradizioni yogiche indiane non sono mai state legate solo agli asana. A Mysore possiamo trovare una cultura spirituale che copre esercizi respiratori, concentrazione, meditazione, canti, devozione: ed è una cultura almeno millenaria, tracciabile fino al tempo di Ramanuja. Quando il Re di Mysore convinse Krishnamacharya ad insegnare proprio nella sua città, il Sanskrit College era una realtà già molto conosciuta, con una biblioteca immensa dedicata alla filosofia indiana. Lo Yoga è una delle sei principali filosofie indiane, ed è sempre stata presente a Mysore.

Krishnamacharya apprese l’Ashtanga Vinyasa Yoga in Nepal, o come dicono alcuni in Tibet, e mise una forte enfasi sugli asana e sull’hatha yoga. Era un grande studioso, e le sue argomentazioni a favore della pratica degli asana convinsero la comunità intellettuale di Mysore. Sappiamo che Krishnamacharya portò con sé nuove tecniche e nuove idee, ma sappiamo anche che a Mysore lo yoga era già praticato, in senso più vasto, come filosofia.

Tutte le pratiche posturali dello yoga, prima di Krishnamacharya, erano solitamente un fatto molto privato, quasi segreto. Alcuni dei più anziani eruditi di Mysore affermano di avere appreso gli asana con il conteggio dei respiri, e i Saluti al Sole dalle loro famiglie, che praticavano yoga da generazioni, ben prima che si fossero mai sentiti i nomi di Krishnamacharya e del Vinyasa. Lo Yoga è una forma d’arte molto integrata e non è veramente possibile affermare quanto sia antica, o da dove provenga. Per come la vedo io, l’Ashtanga Vinyasa Yoga è un sistema coerente, ben costruito, che deriva da una tradizione culturale molto innovativa. L’innovazione fa parte della tradizione! E questo Yoga “Mysoriano” è fortemente radicato nella cultura e nella filosofia indiane. I nomi degli asana parlano di saggi, divinità, animali e icone culturali che fanno parte della filosofia della comunità di Mysore. Tutto questo sembra evidenziare l’esistenza di una cultura ricca, bella e antica.

Le radici dello Yoga – oltre 5000 anni fa

E’ vero che lo Yoga è stato “inventato” più di 5000 anni fa? Personalmente, penso che questa affermazione sia più o meno autentica. Dipende da cosa intendiamo per Yoga. Danny Paradise dice per esempio che lo yoga è connesso a tutte le tradizioni shamaniche e indigene, e che è nato insieme all’umanità stessa. Io sono d’accordo. Probabilmente, ogni civiltà che è andata oltre lo stadio primitivo può vantare pratiche fisiche e psichiche affini allo yoga. Se parliamo di Yoga indiano, possiamo dire datare la sua origine a 5000 anni fa, o 4500 anni fa se vogliamo esprimere una stima più conservativa. Quando parliamo invece degli asana che pratichiamo ancora oggi, i primi riferimenti testuali sono nelle Upanishad minori e nei testi del Tantra. L’Hatha Yoga Pradipika (databile al 1500 AD) entra in maggiori dettagli. Ma se vogliamo discutere le esatte sequenze Ashtanga Vinyasa Yoga, possiamo affermare che furono sviluppate da by Sri Krishnamacharya e Sri K. Pattabhi Jois. Parliamo quindi di un centinaio di anni, forse meno.

Sri K. Pattabhi Jois: l’Asthanga arriva in Occidente

Sri K. Pattabhi Jois fu certamente il maestro che trasmise l’Ashtanga Vinyasa Yoga all’Occidente. Con il suo inglese incerto, riuscì a creare enorme entusiasmo e devozione nei suoi discepoli. Lo ritengo un autentico genio creativo. Sistematizzò gli asana in modo da dar loro un senso, rendendoli memorizzabili e praticabili. Ad oggi, il suo modo di creare sequenze e il suo approccio hanno un’immensa influenza sulle forme di yoga praticate nel mondo. Il suo modo di insegnare ha fatto di alcuni praticanti delle autentiche icone, e ha realmente infuocato gli animi di intere folle. E con grande coerenza verso la sua cultura, come tutti i veri maestri indiani fanno Sri K. Pattabhi Jois ha dato il credito di tutti i suoi successi al suo insegnante e alla tradizione da cui derivava. Non ha mai fatto parola del suo personale contributo.

Ed è a questo punto che comincia la confusione. Pattabhi Jois insisteva nel dire che lo yoga è antico, che lui insegnava un buon metodo, e che i suoi studenti dovevano dedicarsi a quel metodo. Che c’è di male? Queste affermazioni esprimono umiltà e devozione, sono adorabili. Soprattutto sulla scena attuale dello yoga, dove tutti sembrano cercare in ogni modo di dare un tocco di novità. Appena qualcuno pensa di aver avuto una buona idea, immediatamente cerca il modo di brandizzarla, metterci il copyright e monetizzarla. Oggi abbiamo tutti i tipi di yoga possibili. Siamo così condizionati dall’aspetto materiale della pratica, che ci sta sfuggendo di vista il suo vero significato. Litighiamo sulle sequenze, che sono un aspetto molto moderno alla luce della storia dello yoga, e dimentichiamo di vedere la civiltà e la cultura che ce lo hanno consegnato.

Mai cambiato una virgola: perché gli insegnanti insistono così tanto sull’aver ricevuto una sequenza precisa dal loro maestro (e il loro maestro dal maestro precedente, e così via)?

Non lo fanno tutti gli insegnanti. Il mio maestro, Sri BNS Iyengar, che ha appena compiuto 90 anni, insegna una sequenza leggermente diversa dell’Ashtanga Vinyasa Yoga. Sa essere molto innovativo quando lavora con praticanti avanzati. Infatti, non esistono al mondo due insegnanti che trasmettano esattamente lo stesso metodo. Non importa quanto ci proviamo, è semplicemente impossibile. Penso che le sequenze fisse abbiano una buona ragione per esistere. Avere una struttura di base in comune è un’idea brillante, ed ha un impatto molto positivo sullo yoga, secondo me. Le sequenze fisse sono come le scale per un musicista. Chiunque abbia studiato le sequenze dell’Ashtanga con Sri K. Pattabhi Jois o Sri BNS Iyengar ha una grazia e una competenza che derivano dalla ripetizione dei movimenti. Penso che Sri K. Pattabhi Jois in questo abbia dato un contributo superiore a quello di qualunque altro maestro. Quando le sequenze sono fisse, la pratica diventa molto più concentrata, elevando esponenzialmente gli standard. Quindi secondo me, gli asana che pratichiamo derivano effettivamente da una lunga tradizione. E la comunità in cui sono nati è davvero molto antica. La loro “formattazione”, però, è un po’ più recente di quello che ci piacerebbe pensare. Lo Yoga esiste da sempre, e ha assunto nel tempo diverse forme.

L’approccio Indiano vs l’approccio Occidentale: amore per la tradizione vs opposizione alla vecchia scuola?

La mia opinione è che tra i due approcci esistano enormi differenze. Noi occidentali ci annoiamo in fretta. Ogni insegnante ha lo stesso problema. Come fare per mantenere vivo l’interesse dei nostri studenti, motivandoli a studiare Yoga in modo sincero? Non esistono metodi giusti o sbagliati. Tutti noi osserviamo le cose attraverso le lenti della nostra mente, e spesso trasferiamo le nostre idee nello yoga, come facciamo con qualsiasi altra cosa. Ecco qual è la differenza principale: un approccio più tradizionale presuppone il rinunciare ai nostri “perché?”, e limitarsi a praticare. Quando la mente si calma, riusciamo a vedere il significato profondo oltre la pratica. Come dice David Williams, “prima della pratica la teoria è inutile, dopo la pratica, la teoria è ovvia”.

“O mio Dio – la mia pratica non è così antica come credevo. E ora che faccio?”

Fate un bel respiro, e superate questo trauma! Noi insegnanti occidentali abbiamo la tendenza a dare valore alle cose in base alla loro antichità. Ci piace sentirci legati a tradizioni e lignaggi d’altri tempi. Storicamente, il Guru Parampara non si è mai basato semplicemente solo sul seguire una particolare sequenza di posizioni. Il contesto e la pratica degli asana sono relativamente moderni, ma la filosofia da cui sono scaturiti è molto antica. Dobbiamo solo identificare quali parti dello yoga siano realmente antiche. L’idea di poter ricavare stabilità emotiva e mentale attraverso la meditazione è molto antica. Gli asana sono un passo necessario alla preparazione della meditazione. L’idea di salutare la divinità del sole attraverso il movimento deriva dai Veda. Siamo in errore solo quando cerchiamo di dire che una particolare sequenza di asana sia antica. Non mi sembra che ci sia poi un grande problema!

Lo Yoga si è evoluto per migliaia di anni e continuerà ad evolversi. Ciò che è immutato nei tempi è il grande esperimento che lo Yoga compie sulla coscienza e sulla libertà dell’uomo. Lo Yoga è una scienza che ha come scopo il raggiungimento del più alto potenziale individuale. I metodi sono mutati molte volte nella storia, a seconda delle circostanze, ma le idee fondamentali sono sempre state coerenti. Gli esercizi fisici sono moderni, ma lo yoga è antico. Anche se lo yoga è diventato esercizio fisico, ancora mantiene parte delle sue antiche radici ed è in grado di creare uno stato mentale di calma e chiarezza, che porta alla meditazione e agli aspetti più interiori dello yoga, per chi decide di esplorarli.

Gli approcci alla tradizione nella comunità Ashtanga

C’è una differenza nell’approccio ai fatti descritti da parte delle scuole di Ashtanga che si sono sviluppate nel tempo, solitamente in relazione a uno specifico insegnante? Io non vedo grandi differenze. Possiamo attaccarci alle fantasie se ci fa piacere, ma i fatti relativi alle sequenze sono abbastanza chiari a questo punto.

Andrew Eppler

Penso sia interessante osservare il background filosofico e l’eredità di Sri  Krishnamacharya in merito agli asana. Per quanto riguarda la parte filosofica, Sri Krishnamacharya era un Iyengar. Apparteneva ai Vaishnavas e praticavano il Bhakti. Seguivano gli insegnamenti di Ramauja e Vishishta Advaita. In quella tradizione, lo Yoga era sempre stato una parte importante. Nell’era attuale, la questione è se un insegnante vuole concentrarsi principalmente sull’insegnamento dei soli asana, o se vuole insegnare filosofia yoga insieme agli asana.

Tutti i filosofi di Mysore si riferiscono ai Bhagavad Gita e agli Yoga Sutra di Patanjali, oltre ad altri testi. Sono testi che appartengono alla tradizione in tutta l’India. E’ importante comprendere che il dibattito filosofico fa parte della tradizione indiana, e che le discussioni filosofiche durano da migliaia di anni. Ma i principali testi a cui si riferiscono e i concetti di base sono gli stessi un po’ ovunque sul territorio.

Quanta innovazione è lecita, e chi decide quando un cambiamento è “buono” o “cattivo”?

I metodi classici e testati nel tempo sono sicuri ed efficaci se insegnati correttamente. Non tutte le nuove, folli e divertenti idee si rivelano utili. Penso che lo yoga si stia evolvendo in modo rapido a livello fisico in occidente, e che gli standard si stiano elevando progressivamente da questo punto di vista. Lo yoga fisico è persino diventato una scienza, sia in India che in Occidente, ed effettivamente può curare una serie di disturbi fisici. E’ diventato più facile da approcciare, e più facile da trovare. E questa è una cosa bellissima. Per costruire una pratica intensa, sostenuta, stabile nel tempo, continuo a pensare che l’Ashtanga Vinyasa sia un metodo imbattibile.

Sabine Nunius

Quindi chi decide quando un cambiamento è “buono”? Semplice: voi. Tutti noi. Ma la noia non è una buona ragione per cambiare cose che sono state messe insieme con cura e attenzione. Dobbiamo diventare tutti autonomi nella nostra pratica. L’intenzione è tutto. Quando andiamo da un insegnante, siamo “obbligati” a seguire il suo insegnamento. Quando siamo soli, facciamo quello che ci pare. Il risultato racconta la storia delle nostre intenzioni e ci rivela se il nostro approccio è corretto. Personalmente ritengo che i praticanti più seri siano attratti dalle sequenze fisse, che li portano più facilmente ad uno stato meditativo. Lo Yoga diventa sacro e devozionale attraverso la ripetizione.

L’Ashtanga Vinyasa Yoga è una pratica molto precisa. Possiamo alterarla, ma ciò che conta sono le ragioni che ci spingono a farlo. Lo facciamo a causa dei nostri limiti fisici? O semplicemente per renderla più accessibile e per guarire parti del corpo che, diversamente, potremmo danneggiare? O lo facciamo per renderla graficamente più bella, per attirare gli sguardi di chi ci osserva? Sono le intenzioni a fare la differenza. Quando gli asana sono troppo difficili per noi, ci affidiamo alla nostra saggezza e alla tecnica del nostro insegnante per affrontare la problematica. Senza un interesse sincero, non esiste lo yoga, ma non dobbiamo dimenticare il buon senso! Se crediamo in un metodo al punto da praticarlo ogni giorno per anni, allora probabilmente quel metodo contiene qualcosa di valido. Ma se siamo ossessionati dalla nostra apparenza e dall’approvazione degli altri, stiamo facendo una digressione, ed esprimiamo vanità e instabilità.

Direi che il Vinyasa Flow è oggi la forma di yoga più popolare al mondo. E’ molto più difficile insegnare yoga senza una struttura da seguire. Nelle mani di un insegnante capace, con una profonda conoscenza fisiologica e l’esperienza necessaria a mettere insieme le cose in modo intelligente e accessibile, può essere una pratica assolutamente eccezionale. Quando osservo le persone che praticano in una shala, sono evidenti i praticanti che hanno raffinato la tecnica fino ad integrarla alla perfezione con il funzionamento del sistema nervoso. Questo è il tratto distintivo della tecnica dell’Ashtanga Vinyasa. Quel livello di perfezione non può essere raggiunto solo giocando con gli asana, per quanto si sia in possesso di doti atletiche.

Il cambiamento oltre la sequenza degli asana. Perché non praticare con la musica?

In questo ambito non c’è giusto o sbagliato. La musica ha una connessione antica con lo yoga. Krishnamacharya vantava un legame con Nathamuni, che era un Nada Yogi. Nada è lo yoga del suono. Ho sperimentato lezioni di yoga in cui la musica selezionata era in grado di condurre alla concentrazione, oltre che essere in perfetta sincronia con il flusso di asana. Personalmente, preferisco interludi di silenzio che rendono l’intervento della musica più potente. D’altro canto, trovo che la musica pop sia un elemento di distrazione. E’ un genere musicale che preferisco ascoltare in altri momenti. Mi piace il suono del mio respiro. Non penso ci sia nulla di sbagliato nel praticare con la musica, dipende come sempre dalle intenzioni. Quando sono solo, preferisco il silenzio. Detto questo, ascoltare della musica leggera può essere un modo per entrare in contatto più facilmente con le sensazioni che lo yoga può produrre nel nostro corpo. Se invece preferiamo acquietare le nostre menti e sintonizzarci sul respiro, è meglio usare una sequenza fissa. E al momento non ho trovato una struttura migliore dell’Ashtanga Vinyasa Yoga. Se ne avessi trovata una, avrei già iniziato a praticarla!

La mia pratica personale: un esperimento libero, o un’esperienza radicata nella tradizione?

Siamo noi a decidere quanta libertà esercitare nel nostro spazio. Direi che chiunque pratichi qualsiasi tipo di yoga, animato da motivazioni mentali e/o emotive o dal desiderio di aumentare la propria capacità di concentrazione, sta praticando in modo autentico. Questo include anche motivazioni di benessere e salute, ma se essere in forma è il nostro unico obiettivo, allora stiamo solo facendo esercizio fisico.

E’ giusto innovare? Tuti noi siamo costretti all’innovazione all’interno delle sequenze, semplicemente perché gli asana sono difficili e spesso non riusciamo ad eseguirli. Le innovazioni che funzionano per una persona possono non funzionare per qualcun altro. Ed è qui che entra in campo la capacità di insegnare. Vedo le sequenze fisse come qualcosa di positivo. Creano un terreno comune e una base su cui lavorare.

I problemi nascono solo quando diventiamo ossessivi e superstiziosi in merito a queste sequenze. Nella mia personale opinione, pensare che queste sequenze di asana siano un’antica via per l’illuminazione, e che cambiarle significhi mancare di rispetto a qualcuno, è un pensiero folle. Queste sequenze non sono più antiche di Sri K. Pattabhi Jois, per quanto la mia ricerca abbia avuto modo di verificare. A Mysore mi è stato detto che le quattro serie originali tramandate a Sri K. Pattabhi Jois derivavano dal sillabario del suo corso quadriennale di Yoga al Sanskrit College del Maharaja. Provenivano da una tradizione innovativa e da un corpo di pratiche di asana molto più vasto. Le sequenze evolutive di asana hanno il nome di Vinyasa Krama. Le serie dell’Ashtanga sono molto dinamiche, e racchiudono una intensa esplorazione della pratica degli asana. Ecco il motivo per cui Sri K. Pattabhi Jois chiamò la sua scuola Ashtanga Yoga RESEARCH Institute!

Creare una pratica individuale

Ognuno di noi può fare – e farà – ciò che meglio crede. Penso che il consiglio migliore sia semplicemente trovare un insegnante che ci piace e con cui siamo in sintonia. Dobbiamo ascoltare il nostro corpo ed evitare azioni che possano provocare dolore, indipendentemente da qualsiasi cosa ci dicano. Dobbiamo sperimentare, osservare cosa ci fa stare bene e ci porta buoni risultati. Dobbiamo fidarci della nostra saggezza interiore e sviluppare una pratica personale. Disciplina, devozione e una pratica personale sono i requisiti necessari per l’esplorazione dello Yoga. Possiamo girarci intorno per un po’, ma alla fine dobbiamo trovare stabilità in un metodo e praticare seriamente se vogliamo ottenere qualcosa di autentico.

Alla fine, possiamo abitare la tradizione e innovare al suo interno, come hanno sempre fatto tutti gli insegnanti di Yoga. Non andiamo in confusione e soprattutto non accusiamoci l’un altro per piccoli cambiamenti o differenze nell’esecuzione degli asana. Non dimentichiamo quella ramo dello Yoga che ci invita ad essere delle brave persone. Non importa quale approccio scegliamo, solo il tempo ci dirà se abbiamo avuto ragione. Abbiamo bisogno di lavorare sodo e intelligentemente per arrivare alla nostra mèta. Chi s’innamora dello Yoga solitamente gli resta fedele. Ma è anche difficile amare qualcosa se ci fa del male… l’innovazione è inevitabile.

backstage dal documentario “Mysore Yoga Traditions”

Molte delle opinioni espresse in questo post, soprattutto quelle relative alla tradizione Yoga di Mysore, derivano da conversazioni dirette con studiosi, anziani, yogi e leader spirituali di Mysore. “Mysore Yoga Traditions” diventerà un documentario dedicato alla comunità intellettuale di Mysore. Ci stiamo lavorando con la massima velocità e speriamo di potervelo consegnare entro la primavera del 2017. Continuate a seguirci!

Andrew Eppler e Sabine Nunius

Traduzione e commenti di Francesca d’Errico

Gli Asana sono preghiere? La parola a David Garrigues

Mi interessa la recente evoluzione di David Garrigues e traduco volentieri i suoi articoli sempre molto interessanti sia per gli spunti tecnici di esecuzione degli asana, sia per gli approfondimenti spirituali sulla pratica. Come molti di voi sanno, David è un insegnante certificato da Guruji (Sri K. Pattabhi Jois) all’insegnamento dell’Ashtanga. E’ un prolifico autore e ci ha spesso regalato interessanti video sui diversi aspetti della pratica.
Il post di oggi affronta un aspetto spesso trascurato della pratica, ma che con grande piacere vedo negli ultimi mesi tornare in auge: quello spirituale. Tra l’altro proprio ieri leggevo un articolo che, con profonda ignoranza, associava la pratica dello yoga alle correnti di neospiritualismo che si sono affermate negli ultimi decenni, e con cui lo Yoga, pratica millenaria, non ha nulla a che fare quando praticato in modo autentico. Certo si può dire che con lo Yoga si “prega” con il corpo. Ma in qualsiasi fede, anticamente, il corpo aveva una funzione sacra che partecipava anche dei riti religiosi (e a questo proposito segnalo il nuovo progetto fotografico di Alessandro Sigismondi, The Sacred Body). Pregare anche attraverso il corpo non è una pratica “profana”, anzi al contrario, rivela una sacralità che trascende qualsiasi credo.
B.K.S. Iyengar affermava: “gli Asana sono le mie preghiere”. In che senso possiamo interpretare questa frase? E quali sono le radici spirituali della nostra pratica? David ci offre la sua visione, e ci presenta le difficoltà che spesso incontra il praticante occidentale. Buona lettura e, come sempre, attendo i vostri commenti!

D. Garrigues nella sua Shala

“Diciamo la verità: per molti di noi non è facile ammettere che, quando pratichiamo i Saluti al Sole, stiamo di fatto pregando Dio, proprio come fa un cristiano che si inginocchia in chiesa o un musulmano che si prostra in una moschea.
Per molti di noi non è facile descrivere la pratica come una preghiera, anche se è proprio attraverso la pratica che impariamo, giorno dopo giorno, ad abbandonare il nostro ego e i nostri desideri. E’ curioso notare come la nostra struttura culturale, impregnata di scetticismo e razionalità, ci renda difficile assegnare alla nostra pratica il suo valore più alto. In tanti si sentirebbero sciocchi ad ammettere che, quando ci muoviamo attraverso i Saluti al Sole, eseguiamo un atto di comunione con Surya, anticamente considerata una divinità solare, simbolo della luce della consapevolezza spirituale. Ma è importante ricordare le qualità mentali di intuizione associate a Surya, e il fatto che questo gesto simbolico, proprio all’inizio della nostra pratica, rappresenta un sostegno nell’allontanare la nostra attenzione dal regno fisico, avvicinandola a quello spirituale. Surya è inoltre associato alla guarigione, quindi nel praticare Surya Namaskara ci ricordiamo delle potenzialità curative della pratica quotidiana. Torniamo ogni giorno all’aspetto profondo della pratica, riconoscendo che ci aiuta ad avvicinarci a quella fonte spirituale, più grande di noi, che muove ogni cosa secondo un suo disegno, una forza più potente del nostro ego, la somma totale di tutti i nostri desideri, e di tutte le nostre volontà. Mi ricordo che il mio Maestro, Sri K. Pattabhi Jois, spesso diceva durante le sue conferenze che iniziare la pratica con Surya Namaskara era un atto di devozione, non un riscaldamento. Il nostro approccio ai Saluti al Sole non è lo stesso che avremmo facendo un giro di corsa per scaldarci prima di una partita di basket. E questo perché, a differenza del basket o di altri sport, il significato della pratica degli asana si estende al di là dell’attività fisica. E noi occidentali, che pratichiamo uno yoga fisico (Hatha), e che cresciamo associando qualsiasi attività fisica con lo sport, la competizione e la vittoria, dobbiamo imparare a dirigere lo sguardo con gentilezza e costanza al di là del materiale. E’ sorprendente ma vero affermare che dobbiamo compiere uno sforzo in più per dirigere la nostra consapevolezza verso la visione completa di ciò che può offrirci la pratica dello Yoga.

Naturalmente, quando praticata in modo adeguato e sicuro, la pratica degli asana ci darà anche benefici fisici, ma fermarci qui con il pensiero e l’intenzione ci porterebbe a non vedere i doni più grandi dello Yoga. In virtù dell’impostazione delle nostre vite, ci è più comodo restare fermi al tangibile mondo materiale. Questo ci fa sentire spesso a disagio con tutto ciò che è intangibile, sottile, invisibile e spirituale – concetti che sono alla base della pratica Yoga.
E per questo spesso – e inconsapevolmente – tentiamo di “divorziare” lo yoga dalla sua dimensione spirituale, mantenendo le nostre menti e la nostra pratica radicate nel mondo fisico, atletico e materiale. Sembriamo impegnati in una danza complessa, interminabile, a volte ridicola, altre volte triste e dolorosa, intorno al concetto di Dio, per evitare di ammettere che la pratica è profondamente immersa nella spiritualità e nella preghiera. Ci sforziamo di resistere alla realtà dei fatti, ovvero che lo Yoga tratta principalmente di concetti immateriali, che non sempre vanno d’accordo con il nostro mondo razionale, sicuro e ordinario. Cerchiamo addirittura di non pensare che l’obiettivo della pratica è costruire la nostra fede in una realtà non tangibile, invisibile. Ci sentiamo sciocchi e vulnerabili nell’ammettere che dedichiamo una gran quantità della nostra energia alla ricerca del sottile mondo della spiritualità. Proviamo sentimenti contrastanti rispetto agli aspetti iniziatici della pratica, che ci porta a conoscere questo mondo nuovo e segreto, più autentico della realtà visibile e tangibile, che siamo abituati a considerare l’unica degna di nota.

Ci spaventa riconoscere che la pratica rafforza la nostra fiducia nella connessione con una fonte caritatevole, intelligente, unificante, che va ben oltre la nostra capacità di controllare o comprendere ogni cosa con la ragione. Eppure, dovremmo spaventarci invece nel pensare che un tempo provare una simile fiducia ci era impossibile. Quando impariamo ad avere fiducia in questa fonte più alta, che sa vedere oltre la fallibilità del nostro credo egoriferito, compiamo un passo fondamentale verso la rinuncia alla sofferenza. Chiudiamo il cerchio e ci chiediamo: come facevamo a credere di essere tanto razionali, quando pensavamo che non ci fosse un significato più alto, un’intelligenza superiore, una connessione più autentica, un ordine e una trama per le nostre vite e per il mondo in cui viviamo? E’ triste ma vero affermare che oggi riconoscere la prospettiva più difficile da assumere sia quella che riconosce la vera natura dello yoga. Ogni tecnica yogica è progettata per connetterci consapevolmente alla fonte sacra e invisibile della vita”. – David Garrigues, 2017

Traduzione e commenti, Francesca d’Errico

Aprite quella porta: il Focus del Mese Jivamukti

David Life e Sharon Gannon

Oggi riflettevo sull’importanza che ha, al giorno d’oggi, capire davvero la distinzione tra semplice attività fisica e Asana Yoga. Cercavo un modo per spiegare come, attraverso la pratica, non ci limitiamo ad assumere complesse posizioni e come, addirittura, non sia necessario farlo per godere i benefici della pratica. Per quanto sia gradevole e di sicura soddisfazione riuscire ad entrare in Omkrasana, o bilanciarsi sulle mani, e per quanto sia vero che, se il nostro corpo è allenato e in salute, una pratica troppo semplice possa sembrare poco produttiva, lo Yoga va ben oltre il regno fisico. Poi mi sono ricordata che è il primo aprile, e che sicuramente David Life aveva pubblicato il Focus del Mese. E come spesso avviene per la meravigliosa sincronicità che caratterizza il mondo interiore di chi pratica, il suo scritto mi è sembrato il modo più bello per descrivere il concetto che stavo cercando di elaborare. Eccolo quindi a voi, tradotto in italiano. Buona lettura!

“Non sono le azioni a mettere in moto la Natura (Prakti). Esse si limitano a rimuovere gli ostacoli, come un contadino rimuove le barriere che impediscono all’acqua di fluire nei campi. Quando rimuoviamo gli ostacoli con l’azione, la Natura penetra liberamente”.“Nimittam aprayojakam prakrtinam varana-bedhas tu tatah ksetrikavat” – YS IV.3

Molti pensano che praticare Yoga significhi acquisire qualcosa, come la capacità di eseguire un asana. Ciò che facciamo praticando, in realtà, è semplicemente rimuovere l’ostacolo che ci impedisce di arrivare all’obiettivo. Ci liberiamo da tutti gli eccessi. Ad impedire il flusso dell’energia o prana, è il pensiero restrittivo, che limita le nostre possibilità. Dobbiamo invece aprire le porte del pensiero. Lo Yogi si interroga dunque sul perché queste porte sono state chiuse.

Molto spesso la pratica degli asana è associata al corpo fisico, che in sanscrito si chiama Anamaya Kosha, il corpo del nutrimento. Kosha significa strato o copertura. Ma cosa muove il corpo? Potremmo pensare “beh, sono io a muoverlo”. In realtà, è la nostra vitalità a farlo. Pranamaya Kosha è il corpo vitale in cui fluisce il prana, attraverso canali energetici chiamati nadi. Non sono visibili, ma esistono e possono essere percepiti. Ci accorgiamo infatti di quando siamo pieni di energia, e quando invece ne siamo privi. I Kosha sono strati che coprono la nostra vera essenza. Chiamiamola come ci pare – spirito, creazione divina, apparenza magica, libera, felice, senza limiti. E’ questa la nostra vera natura.

Siamo dotati di cinque Kosha, o corpi. Anch’essi possono essere invisibili agli occhi, eppure interagiscono tra loro. Nella pratica degli asana, possiamo avvertire emozioni, pensieri, sensazioni piacevoli e sicuramente sensazioni fisiche. Ma alla fine, stiamo cercando attraverso queste posture di influenzare la nostra vitalità, il nostro flusso energetico. Vogliamo rimuovere le barriere che impediscono all’energia di muoversi dentro di noi in modo benefico.

Ksetrika significa contadino in sanscrito. In India, il riso viene coltivato nelle risaie. Funziona così: il contadino costruisce un piccolo cumulo di terra attorno alla risaia per proteggerla dall’acqua corrente. Un contadino esperto sa esattamente quando rimuovere il cumulo per consentire all’acqua di inondare la risaia al momento giusto. Sa per quanto tempo la risaia debba restare piena d’acqua, e quando è necessario fermare il flusso. Il solo fatto di avere un buon terreno, dei buoni semi e acqua a disposizione, non significa che riusciremo ad ottenere un buon raccolto. E’ necessario applicare l’intelligenza per capire di cosa ha bisogno il riso per crescere. Occorre la saggezza per scegliere il momento giusto della stagione, e così via. Tutti questi elementi lavorano insieme per sostenere la crescita. E’ di questo che parla Patanjali negli Yoga Sutra.

Ciò che acquisiamo attraverso la pratica Yoga è una speciale intelligenza che ci permette di aprire la porta e lasciare che il prana fluisca laddove è necessario. Questa intelligenza arriva quando sentiamo i nostri limiti e cerchiamo di articolare il corpo fisico attraverso la nostra energia. Vogliamo eseguire un asana, ma per qualche ragione non riusciamo a portare l’energia di cui abbiamo bisogno, ad esempio, lungo la nostra gamba. Le ginocchia tremano e i piedi non sono stabili. Ma con la pratica e la costanza, gradualmente impariamo a dirigere l’energia in modo che fluisca liberamente dove è necessario. Impariamo ad aprire e chiudere le porte, come il buon contadino.

Più che assumere una posizione fisica, il nostro compito è sentirci liberi all’interno di essa. Se studiamo il linguaggio del corpo, possiamo riconoscere nei nostri gesti l’arroganza, la diffidenza o la paura. Siamo preoccupati per noi stessi e i nostri asana? Ci siamo dimenticati perché li stiamo praticando? Una bassa autostima si esprime nell’incapacità del corpo di muoversi liberamente, con gioia. E’ il risultato dei pensieri che abbiamo verso noi stessi e verso gli altri, delle azioni egoistiche commesse in passato. E’ questo a chiudere le porte al prana che promuove la nostra crescita. Se le azioni prive di compassione chiudono le porte della nostra esistenza, dobbiamo cercare di compierne altre, compassionevoli e virtuose.

Non abbiamo niente da perdere se decidiamo di regalare agli altri la nostra gentilezza. Anzi, farlo ci riempirà di vitalità. A tutti è capitato di sentirsi privi di energia, di sentire di non avere più nulla da dare, eppure proprio in quell momento qualcuno a noi vicino chiede la nostra comprensione: ha davvero bisogno del nostro supporto, e noi lo amiamo così tanto che la nostra stanchezza scompare. Siamo lì per lui, ci identifichiamo in lui, lo amiamo. Vogliamo quella libertà completa che, dovunque siamo, ci fa sentire vivi: una libertà che nella sua estrema semplicità sorprende gli altri.

–        David Life, 2017

Spunti per l’insegnamento:

  • Spiegate come il pranayama sia in grado di limitare e/o liberare la forza vitale.
  • Descrivete le differenze del flusso energetico percepibili quando manteniamo un asana, e quando ne usciamo.
  • Il modello dei Kosha aiuta lo yogi a comprendere la connessione tra cuore e mente, energia e pensiero, pensiero e movimento, tristezza e malattia, e viceversa.
  • Spiegate come sia possibile controllare il flusso del prana attraverso i bandha o con la respirazione sama vritti a narici alternate.

Traduzione e commenti – Francesca d’Errico

Yoga Korunta, la leggenda rivelata

Da alcuni giorni su facebook gira un articolo che dipinge l’Ashtanga Yoga come una semplice forma di “ginnastica”. Per mettere le cose nella giusta prospettiva, traduco qui di seguito un post molto interessante, scritto da James Russel nel 2015, che potete trovare nella sua versione originale cliccando qui.
Nel mondo dell’Ashtanga Yoga gira una leggenda. Forse molti di voi l’hanno sentita:
“A metà degli anni ’20, il grande maestro Sri T. Krishnamacharya, accompagnato dal suo giovane studente Sri K. Pattabhi Jois, si recò alla biblioteca di Calcutta. Erano in cerca di un oscuro testo yogico perduto, il “Korunta”. Trovarono questo testo, autografato da un saggio di nome Vamana Rishi, inciso su foglie di banano e di palma (cosa abbastanza comune negli antichi testi yogici). I segni sulle foglie descrivevano in dettaglio un metodo di Hatha Yoga vigoroso e dinamico.
Il metodo era caratterizzato da diverse sequenze (krama) di asana (posture), collegate tra loro da movimenti, respirazione, bandha e drishti. Questo modo di collegare il movimento al respiro è noto come vinyasa. Vinyasa significa “posizionare in modo speciale” ed è un termine che viene utilizzato anche nelle arti indiane classiche come la musica e la danza.
Si dice che le foglie del Korunta fossero rilegate insieme ad una antica edizione degli Yoga Sutra di Patanjali (un trattato sulla tecnica psicologica dello yoga, antico di ben 2000 anni). Questo sistema è noto come Ashtanga Yoga (lo Yoga degli otto rami). Secondo Gregor Maehle i due metodi andavano quindi appresi e studiati insieme. Da questo nacque il nome di “Ashtanga Vinyasa”.
Krishanamacharya decifrò il testo e insegnò il metodo a Pattabhi Jois. La parte finale della storia narra che il manoscritto del Korunta si disintegrò o fu mangiato dagli insetti (cosa abbastanza plausibile dato il clima indiano), e non fu mai più visto da nessuno se non da Krishnamacharya e Pattabhi Jois. Si dice che fosse in copia unica.”
Pattabhi Jois dedicò la sua vita alla diffusione dell’Ashtanga Vinyasa e nel 1970 trasmise questo metodo ai primi studenti occidentali: David Williams, Nancy Gilgoff e David Swenson. La pratica prese piede in occidente, dove divenne popolare anche tra le celebrità, come Madonna, Gwyneth Paltrow e Sting. Oggi l’Ashtanga Vinyasa è uno dei metodi di yoga più famosi al mondo.
E’ sulla base del Korunta che l’Ashtanga Vinyasa viene tramandato come una pratica antica, che trova le sue origini millenni fa. Molti praticanti citano anche l’antico sistema di Patanjali – Ashtanga, appunto – come fonte che legittima e aggiunge credibilità all’autorevolezza di questa pratica: “Al cuore dell’Ashtanga si trova il Vinyasa. L’essenza del Vinyasa è il sincronismo tra respiro e movimento “. (John Scott, DVD, 2002)
Tuttavia, nel testo di Patanjali non troviamo menzione di Vinyasa, ed un solo verso è dedicato agli asana: “sthirra, sukhasanam – una postura comoda e salda” (PYS, 1:2). L’Ashtanga Yoga di Patanjali è essenzialmente meditativo, è un metodo che ci consente progressivamente di controllare la mente, ed è chiaramente molto diverso da moderno metodo dell’Ashtanga Vinyasa Yoga.
James Russell, autore dell’articolo

Alla ricerca del Korunta

Fin dall’inizio, la leggenda del Korunta mi ha affascinato. Rendeva le serie dell’Ashtanga misteriose, e impregnate di un’autorevolezza antica. Avevo letto molto sulla storia del Korunta, e mi chiedevo se vi fosse prova della sua autenticità. Molti studenti di Krishnamacharya lo nominavano, ma era impossibile trovarne una pubblicazione, né riuscivo a trovare nulla su Vamana Rishi. Secondo la mitologia Induista, Vamana è il nome del quinto avatar di Vishnu ed è un nome indiano piuttosto comuno. Il titolo di Rishi viene solitamente dato ai saggi, e deriva dalla radice “Drsh”, che significa “vedere” (proprio come in Drishti).
La metodologia Vinyasa e gli asana descritti da Krishnamacharya nel libro “Yoga Makaranda” (1934) assomigliano moltissimo alla prima serie dell’Ashtanga VInyasa e sembrano formare un sistema più vasto, che alcuni dei suoi studenti chiamarono “Vinyasa Krama”. Tuttavia, l’estesa bibliografia del Makaranda non include il Korunta.
Nel libro di Pattabhi Jois “Yoga Mala” (1962), primo libro dedicato all’Ashtanga Vinyasa, non si parla di Korunta. Tuttavia, Jois ci offre una citazione forse tratta proprio da questo antico testo e autografata Vamana Rishi: “Vina vinyasa yogena asanadin na karayet – Oh Yogi, non praticare asana senza vinyasa”.
A parte questa citazione, non trovavo altri testi tratti dal Korunta. Né riuscivo a trovare nulla di precedente al 1934 simile allo stile praticato e insegnato da Krishnamacharya e da Pattabhi Jois. Infatti, molti degli asana delle serie di Ashtanga VInyasa non sono reperibili nei testi tradizionali dell’Hatha Yoga. Il Korunta e le origini dell’Ashtanga Vinyasa sembravano restare avvolte nel mistero.
 
La svolta
Poi, nel 2011, studiando gli Hatha Yoga Pradipika (testo del 14esimo secolo sull’Hatha Yoga), un nome balzò alla mia attenzione. Nel primo capitolo dei Pradipika, l’autore, Svatmarama, elenca la tradizione degli yogi (HYP 1:5.9). Il 13esimo nome della lista è:
“Kuarantaka: conosciuto anche come Karandaka, purantaka e Kurantaka”
Kurantaka – Kuranta – Kurunta
Un nome vagamente simile a Korunta. Interessante, certo, ma non molto significativo. Tuttavia, poche settimane dopo, ricevetti dall’India una traduzione di una versione più lunga dei Pradipika, fino ad allora non disponibile (Hathapradipika 10 Chapters, del 2006). Il testo si dilungava maggiormente sulla tradizione dell’Hatha Yoga e di nuovo menzionava Kurantaka. Appresi con stupore che uno yogi di nome Kuarantaka aveva scritto un testo dal nome: “Kapala Kuarantaka Yogabhyasasa Paddathi”, che può essere tradotto più o meno come “Il metodo Yoga di Kurantaka Kapala” (Kapala significa teschio o coppa a forma di teschio, e immagino fosse un titolo dato allo Yogi Kuruntaka per indicare la sua affiliazione ai Kapilika, una setta dello Shivaismo che indossa i teschi).
Si diceva che il testo contenesse 112 posture: questo catturò il mio interesse, poiché il numero era molto vicino agli asana della prima e della seconda serie (in totale 106, come nel libro di David Swenson del 1999). E’ significativo che i testi più antichi relativi allo yoga descrivano solo una manciata di asana. Che un manoscritto precedente al 18esimo secolo ne riportasse così tante era davvero senza precedenti.
Il titolo completo del testo era difficile: soprattutto per gli occidentali. Questo rendeva logica l’abbreviazione di Krishnamacharya e Jois: Kuaranta o Korunta.
In seguito a ulteriori ricerche, la mia teoria trovò conferma nella biografia di Krishnamacharaya realizzata da A.G. Mohan, che cita: “Krishnamacharya nominò lo Yoga Kuranta in diverse occasioni durante i miei studi. Tale Yoga Kuranta era stato scritto da uno yogi di nome Korantaka, nominato negli Hatha Yoga Pradipika (1.6)” (A.G. Mohan, 2010).
Contattai il Lonavla Institute in India, che si era occupato della traduzione e della pubblicazione della versione più lunga degli Hatha Yoga Pradipika, e chiesi informazioni sul testo realizzato da Kurantaka. La risposta degli esperti mi affascinò: “Abbiamo copiato il manoscritto Kapala Kurantaka dalla biblioteca Bharat Itihas Samshodhan Mandal di Pune. E’ un testo di Hatha Yoga molto diverso dagli altri, perché descrive pratiche vigorose e rigorose. E’ possibile che questa tradizione provenga dall’India meridionale”.
Quindi, un testo firmato da Yogi Kurantaka esisteva, ed era noto a studiosi di sanscrito indiani. Appresi in seguito che veniva chiamato solitamente Kapala Kurantaka.
“Pratiche vigorose e rigorose” ben si addice alla natura dell’Ashtanga Vinyasa. Krishnamacharya era nato proprio nell’India meridionale. Si trattava forse dello stesso testo descritto nella leggenda del Korunta?
Spiegai la mia teoria al Dr. Gharote, presidente del Lonavla Institute, ed egli rispose: “E’ possibile dire che il testo noto come “Korunta” sia in realtà il “Kapala Kuaranta Hathabhyasa Paddhati”, perché fino ad ora non abbiamo trovato altri testi che riportano il termine “Kurantaka”. Quindi fino a prova contraria, dobbiamo accettare che il “Korunta” sia di fatto il “Kapala Kuaranta Hathabhyasa Paddhati”.
Sebbene queste affermazioni non fossero conclusive, erano certamente incoraggianti e aperte all’esistenza del Korunta, sebbene con un titolo diverso e composto da un altro autore.
Riuscii ad ottenere una lista dei nomi in sanscrito di tutti gli asana contenuti nel Kapala Kuarantaka, e utilizzando l'”Enciclopedia degli Asana Tradizionali” del Lonavla Institute (2006) insieme al manuale di David Swenson, individuai oltre 51 asana molto simili se non identiche alle posture della prima e della seconda serie dell’Ashtanga Vinyasa. Forse ne esistono molte altre ma non sono in grado di identificarle, perché la nomenclatura dell’India meridionale di oggi è molto diversa. In più, ho trovato almeno due asana che appartengono alla 3a e alla 4a serie dell’Ashtanga Vinyasa. Molto significativa è anche l’identificazione dell’86esimo asana della lista:
 
Dehallyunllaghen – “Mantenere le mani sul pavimento e saltare avanti e indietro attraverso le braccia” (KKH – 86)
 
La pratica di far passare le gambe attraverso le braccia è una componente importante dell’Ashtanga Vinyasa, è la tecnica che collega gli asana tra loro. E’ simile alla pratica di Tolasana, in cui si sollevano le gambe, nota anche come Pluthi. La pratica di far passare le gambe attraverso le braccia con un salto è praticamente una caratteristica unica dell’Ashtanga Vinyasa, ed è raramente presente in altre tradizioni.
Il Dr Gharote ritiene che il Kapala Koruntaka sia quanto meno precedente al 14esimo secolo. E’ un aspetto molto significativo, perché sono pochissimi i testi così antichi che enumerano così tanti asana. Il Lonavla Institute intende pubblicare in futuro questo testo: tuttavia le limitazioni sono molte, poiché al momento esiste una sola copia del manoscritto: per pubblicare un’edizione critica avrebbero bisogno di almeno 3 manoscritti per paragonarli tra loro. Inoltre, il manoscritto di cui sono in possesso non è completo. Alcuni asana sono descritti nell’esecuzione, ma privi di nome.
Il Dr Gharote, tuttavia, è ottimista sulla possibilità di recuperare altre copie di questo manoscritto, per poterlo pubblicare in futuro. Speriamo che questo testo a lungo cercato venga tradotto e pubblicato in inglese, per consentire a tutti noi di studiarlo.
Conclusione
E’ ben più che probabile che l’Ashtanga Vinyasa derivi in qualche modo dagli insegnamenti riportati nel testo universalmente noto come Korunta. Sono convinto che questo testo esista, e che sia conosciuto a studiosi indiani sotto il nome di “Kapala Kurantaka”. Il testo è firmato da Yogi Kuruntaka, ed è stato composto in era antecedente al 14esimo secolo. Il suo nome completo è “Kapala Kurantaka Yogabhyasasa Paddathi”.
Krishnamacharya era un forbito studioso di sanscrito, e K.V. Iyer, nell’introduzione al suo Yoga Makaranda del 1934, cita la visita che Krishnamacharya e i suoi allievi fecero al Lonavla Institute. E’ quindi altamente probabile che egli conoscesse il Kapala Kurantaka.
Detto questo, penso che vi siano delle differenze di esecuzione tra il Kapala Kurantaka e l’Ashtanga Vinyasa conosciuto oggi, e completo di Vinyasa, Bandha, Drishti etc. Le posizioni nell’antico testo non sembrano elencate in un ordine particolare. Alcuni asana sono simili o identici, ma sono presenti anche pratiche che hanno poco in comune con quelle odierne. Ad esempio, nel testo si parla di posizione eseguite appesi ad una corda (ed è curioso notare che la parola Korunta può essere tradotta in “marionetta”, quindi “appeso ad un filo”). Può essere che in questo testo si trovi anche l’origine del metodo di B.K.S. Iyengar, che si sviluppò con l’uso di corde e altri attrezzi.
L’approccio agli asana attraverso il vinyasa di cui Krishnamacharya scrisse nel 1934, e che insegnò ai suoi studenti, fu sicuramente influenzato dal Kapala Kurantaka e da altre tradizioni, pratiche e testi dei maestri di Krishnamacharya, come Ramamohana. Non sappiamo se Pattabhi Jois abbia visitato la biblioteca di Calcutta insieme a Krishnamacharya, ed abbia letto il testo in prima persona, ma è evidente che il metodo dei vinyasa fu una parte integrante dei suoi insegnamenti, che in seguito presero il nome di Ashtanga Vinyasa.
Devo ammettere che le mie conclusioni mi sorprendono. Ero scettico sull’esistenza del Korunta, e pensavo fosse una leggenda della comunità Ashtangi: devo ricredermi, anche se non è davvero fondamentale che questo testo esista, per dare ancora maggiore credibilità ad una tradizione che si è dimostrata efficace sotto mille aspetti. Tuttavia, spero che gli studi condotti finora possano servire come spunto per l’approfondimento di una ricerca che può portare benefici a tutta la comunità yogica.”
© James Russell 2015Per maggiori informazioni sul Lonlava Institute:
www.lonavalayoga.org

Pratyahara, come praticare il ramo dell’introspezione

Molti di voi, dopo aver letto la mia traduzione del post di David Frowley dedicato a Pratyahara, mi hanno chiesto alcuni esempi pratici per integrare questo ramo nella propria pratica. Di seguito alcuni spunti che fanno parte della mia pratica quotidiana, e che forse possono essere di aiuto a chi sta muovendo i primi passi in questo ramo dello Yoga. Si tratta di pratiche molto facili e di semplice esecuzione.

A livello di pratica fisica (asana), qualsiasi posizione (anche la più semplice) può fornirci spunti per esaminare l’interazione tra corpo, mente e sensi. Non solo attraverso il controllo e la direzione del respiro all’interno della postura, ma anche affinando la consapevolezza di ogni parte del corpo, concentrandosi sui punti di contatto con il terreno, e dirigendo il focus del nostro sguardo (drishti). Tutti elementi che, praticati contemporaneamente, contribuiscono a spostare la nostra attenzione verso l’interno, favorendo la calma mentale. Per questo motivo è importante, quando pratichiamo, scegliere un ambiente tranquillo, un momento della giornata in cui sappiamo di poter “spegnere” il contatto con l’esterno. Non solo: è importante anche imparare a praticare gli asana non tanto pensando al raggiungimento un obiettivo estetico, che per definizione è frutto di un paragone con qualcosa di esterno, quanto concentrandoci su cosa “sentiamo” quando entriamo, manteniamo ed usciamo da una posizione.
Pratyahara come abbiamo visto ha diverse forme, e una di queste (karma-pratyahara) riguarda il nostro modo di agire. Attraverso semplici gesti e osservanze, possiamo integrare Pratyahara non solo nella pratica fisica (asana), ma anche nel quotidiano.
Alcuni esempi pratici (e semplici) possono essere un breve digiuno, la rinuncia ad un pasto o ad un alimento che ci è particolarmente gradito; l’osservanza del silenzio per un periodo di qualche ora ogni giorno o su base regolare; il contenimento dei nostri impulsi passionali; evitare di cadere costantemente nel giudizio negativo o nel pettegolezzo, e quindi prediligere parole, azioni e pensieri positivi ed empatici; la scelta di allontanarsi per qualche ora al giorno dal nostro computer, dalla televisione o dallo smartphone – e naturalmente dai social networks.

La pratica della meditazione seduta, inoltre, può essere un efficace metodo per raggiungere Pratyahara, perché in una posizione mantenuta a lungo possiamo più facilmente passare in rassegna diversi aspetti (fisici e ambientali), fino a rivolgerci con maggiore decisione verso l’interno. Possiamo concentrarci, in sequenza, sui suoni che percepiamo, su ciò che vediamo, sulle sensazioni fisiche della posizione che abbiamo scelto, fino a guidare gradualmente la nostra mente verso l’interno, eliminando consapevolmente ad uno ad uno gli stimoli esterni – capacità piuttosto elusiva durante il nostro normale stato di veglia.

Infine, una sessione di Yoga Nidra guidata può consentirci di praticare Pratyahara in Shavasana (la posizione del cadavere), con immediati benefici di rilassamento fisico e mentale. A chi di voi non avesse la possibilità di partecipare ad una classe di Yoga Nidra, insieme ad un maestro, suggerisco di provare con “Guided Meditation” e “Guided Relaxation” di Jivamukti Yoga, scaricabili dal sito Jivamukti Yoga e realizzati magistralmente da Sharon Gannon e David Life.
Altre dieci interessanti pratiche per sviluppare Pratyahara si trovano sul blog di Anthony Grim Hall, Krishnamacharya Original Ashtanga Vinyasa Krama Yoga.
Buona pratica a tutti!
Pic by Alessandro Sigismondi

Pratyahara, il ramo dimenticato dello Yoga

Da tempo non trovavo un articolo interessante da tradurre a beneficio della comunità yogica italiana. Si sprecano ovunque i post dedicati agli asana e alla parte fisica della nostra pratica, ma negli ultimi anni è difficile trovare approfondimenti interessanti sui rami più spirituali dello Yoga. Questo ramo, in particolare, è il mio preferito. A cavallo tra i rami “esterni” e quelli “interni” della pratica, Pratyahara è la “porta” da oltrepassare per cogliere i benefici più profondi dello Yoga. Questo post, di David Frowley (uno tra i più importanti studiosi contemporanei dei testi Vedici), è disponibile nella versione in lingua originale sul suo blog “Sanskriti”. Buona lettura e buona pratica!
Francesca d’Errico by Alessandro Sigismondi
“Lo yoga è un immenso sistema di pratiche spirituali dedicate alla crescita interiore. A questo scopo, lo yoga classico incorpora otto rami: di questi, forse il meno conosciuto è Pratyahara. Quanti praticanti o insegnanti sono in grado di dare una definizione di Pratyahara? Qualcuno di voi ha mai fatto un corso o letto un libro di Pratyahara? Siete in grado di elencare qualche pratica di Pratyahara? Il Pratyahara fa parte della vostra pratica? Eppure, se non comprendiamo questo ramo, rischiamo di perdere un tassello importante senza il quale la nostra intera pratica perde in completezza.
Pratyahara è il quinto ramo, la sua posizione è dunque centrale, tra i rami più esterni e quelli più interni, tant’è che alcuni yogi lo incorporano tra questi. Entrambe le classificazioni sono corrette, poiché Pratyahara è la chiave che apre la porta agli aspetti più interiorizzati della pratica.
Non è possibile passare automaticamente dagli asana alla meditazione: per farlo, dovremmo saltare dal corpo alla mente, dimenticando tutti ciò che si frappone tra loro. Per effettuare questo passaggio dobbiamo imparare a controllare e sviluppare il respiro e i sensi, che collegano il corpo alla mente. E’ proprio qui che entrano in gioco Pranayama e Pratyahara. Con il primo impariamo a controllare e dirigere l’energia vitale, con il secondo impariamo a controllare e dirigere i nostri sensi; entrambi requisiti fondamentali ad una buona pratica di meditazione.
Come possiamo definire Pratyahara? Il termine si compone di due parole sanscrite, Prati e Ahara. Prati è una preposizione che significa “contro” o “lontano”. Ahara è un sostantivo che significa “nutrimento”, o meglio “ciò che portiamo dentro di noi”. Pratyahara significa quindi “controllo di ahara”, ovvero “conquista sulle influenze esterne”. E’ paragonabile ad una tartaruga che ritira le sue membra nel suo guscio, dove il guscio rappresenta la mente, e le membra rappresentano i nostri sensi. Il termine viene comunemente tradotto come “ritiro dai sensi”, ma implica molto più di questo.
Nel pensiero yogico esistono tre livelli di “ahara”, o nutrimento. Il primo è il nutrimento fisico che ci consente di ingerire i cinque elementi fondamentali per il nostro corpo. Il secondo sono le impressioni, che portano in noi le sostanze sottili necessarie al nutrimento della mente, ovvero le sensazioni che percepiamo attraverso vista, udito, tatto, olfatto, gusto. Il terzo sono le nostre associazioni, coloro che sul piano del cuore nutrono la nostra anima e ci influenzano attraverso i guna, sattva, rajas e tamas. Pratyahara è a doppio senso: da un lato ci porta ad evitare cibo, impressioni, sensazioni ed associazioni sbagliate, e dall’altro ci invita ad aprirci a cibo, impressioni, sensazioni ed associazioni positive. Non possiamo controllare la nostra mente senza una dieta e relazioni appropriate, ma soprattutto, Pratyahara ci invita a controllare le impressioni sensoriali che rendono la mente libera di rivolgersi all’interno. Distogliendo la nostra attenzione dalle impressioni negative, Pratyahara rafforza il “sistema immunitario” della nostra mente. Proprio come un corpo sano è in grado di difendersi dagli agenti patogeni che potrebbero minare la sua salute, una mente sana è in grado di allontanare da sé le influenze negative che potrebbero danneggiarla. Se i rumori e l’agitazione del quotidiano vi provocano disagio, praticare Pratyahara vi aiuterà; senza questa pratica vi sarà impossibile arrivare alla meditazione.
Pratyahara si manifesta in quattro forme: indriya-pratyahara (controllo dei sensi), prana-pratyahara (controllo del prana), karma-pratyahara (controllo delle azioni) e mano-pratyahara (ritiro della mente dai sensi). A ciascuna forma corrisponde un metodo.
Indriya-pratyahara, il controllo dei sensi, è la forma più importante di Pratyahara, e sicuramente quella più difficile da affinare considerato il bombardamento mediatico che ci invita costantemente a fare il contrario. La maggior parte di noi soffre di sovraccarichi sensoriali, risultato dei costanti bombardamenti mediatici (attraverso televisione, internet, radio, giornali, libri, notiziari, etc.). Alla base del funzionamento della nostra società commerciale sta la stimolazione del nostro interesse attraverso i nostri sensi. Veniamo esposti continuamente a colori vividi, situazioni emotivamente forti, rumori di ogni genere. Veniamo cresciuti nell’indulgenza sensoriale, che rappresenta la forma primaria di intrattenimento nella nostra società. Ma i sensi, come bambini non educati, hanno una loro volontà, che è primariamente istintiva. Sono loro a dire alla mente cosa fare: se non li educhiamo, ci domineranno con le loro continue richieste. Siamo talmente abituati alla continua attività sensoriale, che non siamo in grado di acquietare la nostra mente. Siamo ostaggio del mondo sensoriale e delle sue fascinazioni. Ci affanniamo a rincorrere la soddisfazione dei sensi dimenticando gli scopi esistenziali più elevati. Per questa ragione, Pratyahara è oggi forse il ramo dello yoga di cui abbiamo maggiore necessità.
Il vecchio proverbio “lo spirito è forte ma la carne è debole” ben si adatta a chi non sa controllare i propri sensi. Indriya-pratyahara ci dà gli strumenti di cui abbiamo bisogno per rafforzare il nostro spirito e ridurre la sua dipendenza dal corpo. Per controllo, non intendiamo la soppressione dei sensi (che porterebbe a sua volta alla rivolta) ma la loro appropriata motivazione e coordinazione”.
Traduzione di Francesca d’Errico

Diventare Animali: Iain Grysak e l’intelligenza organica

Sono molto grata a Iain Grysak sia per aver scritto questo interessantissimo articolo (qui il link alla versione originale), che per avermi dato l’opportunità di tradurlo per i praticanti italiani. Iain Grysak è fondatore di Spacious Yoga a Bali, e pratica Ashtanga Yoga da 16 anni. La sua esperienza, arricchita dalla meditazione Vipassana, è davvero utilissima a tutti noi praticanti. Non nego che la lettura di questo saggio mi ha letteralmente ipnotizzata: trovo che le idee di Iain in tema di spiritualità siano quanto mai importanti nel momento storico che la nostra umanità sta vivendo. Solo tornando Animali possiamo sopravvivere a Kali Yuga.
Iain Grysak
“Diventare animali: Ashtanga Yoga e Meditazione per lo sviluppo dell’Intelligenza Organica”
“Uno dei praticanti del mio programma Mysore mi ha chiesto recentemente: “Se una postura è più facile da un lato rispetto all’altro, devo trattenere lo sforzo dal lato più aperto per compensare il lato più chiuso?”
La mia risposta nasce da quello che considero uno degli aspetti più belli della pratica Ashtanga. Il testo che segue è una versione più ampia della mia risposta a questa domanda:
“Non cercare di indirizzare coscientemente l’intelligenza organica del corpo. La sequenza in sé ed i vinyasa contengono una profonda intelligenza. Sono stati progettati per ricostruire il corpo attraverso molti anni di pratica quotidiana. Il corpo ha, inoltre, una sua innata intelligenza organica. L’intelligenza del corpo interagisce con l’intelligenza della pratica in un modo sottile, che nemmeno il massimo esperto di anatomia può vedere chiaramente.
I modelli di tensegrità che stabilizzano il corpo esistono all’interno di una vasta e complessa rete che ha una propria intelligenza intrinseca. Ciò che osserviamo in superficie può talvolta apparire illogico – come un lato del corpo che si apre di più rispetto all’altro, o alcuni tipi di dolore transitorio. Ma, se potessimo vedere ciò che sta accadendo sotto la superficie, nella miriade di complesse interazioni organiche che non possiamo percepire direttamente, ciò che sta accadendo ha un suo perfetto senso. L’espressione esterna del corpo è semplicemente un fenomeno passeggero, il sottoprodotto di un più vasto processo interno. L’intelligenza organica e istintiva del corpo sa molto bene ciò che sta facendo. Spesso è meglio non imporre le idee coscienti sui processi corporei in atto, perché le nostre idee coscienti si basano su informazioni molto limitate – l’espressione esterna che si vede in superficie.
Dobbiamo fidarci dell’intelligenza innata del corpo che dirige questo profondo processo interiore nel miglior modo possibile. In questo modo rilassarsi è più facile: si cede a qualcosa che in realtà non richiede manipolazione cosciente. Eseguite tutte le posture e i vinyasa della vostra pratica ogni giorno, in ordine, con sensibilità e consapevolezza. Qualunque parte del corpo si apra in quel particolare giorno, lasciate che accada. Non trattenetela. Qualunque parte del corpo resista in quel particolare giorno, non forzatela. Rispettate questa resistenza, non contrastatela ma piuttosto incontratene i limiti. In questo modo, la pratica fluisce spontaneamente e riusciamo ad osservare la sua magia dispiegarsi interiormente, cambiando quotidianamente i campi di tensione e rilassamento nel corpo. Un viaggio meraviglioso che cambia e si evolve nel tempo”. 
Ho una pratica quotidiana delle prime 4 serie dell’Ashtanga Yoga, senza alcuna alterazione alla sequenza, da 13 anni. Quanto scritto sopra descrive, in base alla mia personale esperienza e all’osservazione di centinaia di praticanti che ho seguito, la mia percezione su come questo sistema funziona al meglio e in modo sano sul corpo umano. Il concetto di “resa” ad un’intelligenza superiore è la chiave di questa esperienza.
Credo che la “resa” sia una proprietà intrinseca di una mente umana sana. La mente umana ha una forte tendenza alla concettualizzazione, nel tentativo di controllare sia ciò che è dentro che ciò che è “fuori”. Si tratta di una capacità meravigliosa da usare quando è opportuno. E’ però anche importante capire che senza resa, o rinuncia al controllo, non esiste rilassamento. Se cerchiamo continuamente di controllare e manipolare noi stessi e ciò che ci circonda, saremo in costante stato di stress: una condizione patologica. Lo stress è malsano per qualsiasi organismo. Una certa tensione è necessaria perché la vita si concretizzi, e un certo grado di manipolazione e concettualizzazione cosciente aumenta la nostra qualità della vita, ma un equilibrio dinamico tra uno stato di tensione (o stress) e relax (o resa) è probabilmente più funzionale e sano. Questo equilibrio è un’altra forma di bandha.
Nei sistemi spirituali e religiosi il concetto di “resa” è un ingrediente essenziale nel percorso di liberazione. In altri articoli, ho discusso di come questa resa spesso si trasformi nel cedere il proprio potere personale – a un dio, a un guru, al dharma, ad un concetto, ad un ideale immaginato e irraggiungibile, ecc. In questi contesti, per molti la resa diventa una sottile ma potente forma di controllo e sudditanza, che esprime una mancanza di autostima. Le religioni moderne e la spiritualità si sono radicate culturalmente capitalizzando sulla necessità intrinseca e caratteristica della mente umana di “cedere”, alimentandola con concetti astratti nobili cui arrendersi, come gli dei, i guru, i cieli e gli ideali di liberazione.
Non è un caso che le moderne forme di religione e di spiritualità si siano sviluppate circa 10.000 anni fa, insieme all’agricoltura, e al percorso di espansione e crescita incontrollata dell’umanità. La necessità di organizzare un maggior numero di persone in reti sempre più cooperative, basate su sempre più innaturali mansioni specializzate richiedevano una ideologia, un mito, una storia condivisa comune su cui concordare e a cui vincolarsi. La religione e la spiritualità si sono evolute per svolgere questo ruolo fondamentale per le società, organizzate sul lavoro.
I concetti religiosi e spirituali che pretendono di essere di origine divina, sono quindi essenzialmente insindacabili per noi mortali e imperfetti per svolgere questo ruolo. I primi uomini moderni, al fine di ottenere la libertà, il cielo, la salvezza, o la pace eterna, dovevano arrendersi alle richieste delle potenze superiori – gli dèi, i guru, i concetti, gli ideali di liberazione – che governavano l’universo. Un metodo che si è rivelato molto efficace e ha permesso alle popolazioni di continuare a cooperare ed espandersi, fino al punto che abbiamo raggiunto ai giorni nostri, che hanno ben poco a che fare con il nostro sé organico, con le radici animali che ci connettono alla rete delle specie presenti sul pianeta terra.
Questo sistema era funzionale all’incremento numerico della nostra specie nelle prime fasi della rivoluzione agricola. Tuttavia, superate alcune delle leggi dell’evoluzione biologica della nostra specie, siamo arrivati ​​a un punto di crisi profonda, e la nostra stessa sopravvivenza è ormai in gioco, a meno che non riusciamo a spostare radicalmente la nostra visione del mondo e della realtà.
Se la resa è una caratteristica intrinseca di una mente umana sana, allora doveva già essere presente prima della nascita dell’agricoltura, della religione e della spiritualità moderne, 10.000 anni fa. E ‘probabile che i nuovi concetti religiosi astratti a cui gli esseri umani hanno imparato ad arrendersi, abbiano sovvertito le modalità di resa che appartenevano da milioni di anni agli esseri umani.
Penso che nell’era dei cacciatori/raccoglitori, precedente a quella degli agricoltori, la resa della mente fosse quella spontanea, appartenente all’intelligenza biologica innata del nostro organismo. Sebbene sia impossibile definire lo stato di coscienza degli esseri umani pre-agricoli, possiamo ipotizzare sulla base di osservazioni antropologiche che poche società di cacciatori/raccoglitori siano sopravvissute nel mondo moderno.
Nelle ere pre-agricole, gli esseri umani trascorrevano probabilmente gran parte della loro esistenza in uno stato animale, nell’incarnazione dell’intelligenza organica. Una eccezionale forma di auto-consapevolezza e di comprensione di sé, che poneva grande fiducia nelle capacità istintive dell’uomo. Uno stato di coscienza e consapevolezza di sé è molto diverso rispetto a quello della nostra mente attuale, dominata dal razionalismo e dall’analisi.
Per sopravvivere nella foresta, senza la rete di sostegno di una società umana moderna, i sistemi sensoriali e percettivi di questi esseri umani dovevano essere estremamente elevati. Chi non possedeva queste qualità non poteva sopravvivere. La coscienza restava nel quadro organico, e questo probabilmente portava ad un profondo senso di fiducia – o capacità di resa – all’intelligenza biologica innata. Immagino fosse una modalità esistenziale completa, e probabilmente le le crisi e sentimenti di disconnessione esistenziale così forti nel mondo moderno erano sconosciute. Probabilmente non erano necessarie elevate aspirazioni spirituali, perché una vita che percepisce il suo posto all’interno di una rete di diverse specie viventi era probabilmente piena e completa sotto ogni profilo.
Gli esseri umani moderni si trovano a fronteggiare una grave crisi come specie: stiamo letteralmente avvelenando il pianeta di cui facciamo parte e a cui affidiamo la nostra sopravvivenza. E ‘del tutto possibile che in un futuro non troppo lontano, il pianeta terra potrebbe non essere più in grado di ospitare la vita, e che l’homo sapiens si estingua. Credo che la ragione fondamentale per cui stiamo permettendo che questo accada è che negli ultimi 10 000 anni, siamo passati da una realtà e una consapevolezza di sé che si basa sull’intelligenza intuitiva, istintiva e organica ad una realtà ed esistenza che sono solo un’astrazione della mente umana. Il nostro senso di sé e la consapevolezza si basano oggi sulle idee e i suggerimenti di concetti costruiti artificialmente, invece che sulla realtà fisica e organica dei nostri corpi e del pianeta di cui facciamo parte.
Yuval Harari dà una descrizione molto lucida della differenza  tra la realtà fisica e la realtà fittizia e immaginaria che gli esseri umani hanno creato e in cui esistono oggi. L’obiettiva realtà fisica di alberi, fiumi, vento, rocce, animali, così come la nostra intelligenza intuitiva sono la nostra eredità biologica. È la realtà in cui vivevamo gli esseri umani per milioni di anni prima della rivoluzione agricola. Nel corso degli ultimi 10.000 anni e soprattutto in tempi molto recenti, la realtà fisica e obiettiva è stato quasi completamente sostituita da una realtà immaginaria creata dalla mente umana. Denaro, paesi, culture, le società, le leggi, religioni, cieli, inferni e déi non hanno alcun fondamento nella realtà fisica. Eppure basiamo quasi tutte le nostre abitudini di vita, i comportamenti e le decisioni su queste entità fittizie create dalla mente umana. Come dice Yuval Harari nel suo discorso, queste entità immaginate ora sono le forze più potenti del mondo, anche se non sono reali. Non è un caso che il potere di queste creazioni dell’immaginazione umana aumenti proprio quando la realtà oggettiva di laghi, fiumi, alberi e animali viene maltrattata, ignorata e distrutta.
Ma non è solo la realtà oggettiva di queste entità fisiche ad essere dimenticata e trascurata: anche la realtà della nostra intelligenza istintiva e organica è stata progressivamente abbandonata. Quanti sono oggi in grado di percepire davvero cosa accade dentro di loro, quali sono le conseguenze fisiche delle loro decisioni, dei loro comportamenti, delle loro azioni? Credo siano davvero in pochi a vivere così. La maggior parte delle decisioni, delle azioni e dei comportamenti si basano su ideologie prefabbricate e su aspettative sociali, culturali, familiari, lavorative, religiose.
Da dove viene la capacità di resa dell’essere umano moderno? E’ un concetto astratto, o fa parte dell’intelligenza organica intuitiva dei nostri corpi? Penso che rispondere a questa domanda riassuma ciò che è sbagliato nel mondo di oggi, sia in termini di benessere intrapersonale che dei nostri problemi collettivi di specie.
Se cerchiamo una soluzione rivolgendoci a pratiche spirituali, allora dobbiamo sincerarsi di non usarle per perpetuare il problema. Come già esposto, ritengo che spiritualità e religioni moderne siano parte di questo processo di astrazione, della produzione di una realtà fittizia. Qualsiasi pratica spirituale che ci chieda di dare il nostro potere ad una fantasia, non ci aiuta nella crisi che stiamo affrontando. Quasi tutte le religioni e le pratiche spirituali rientrano in questa categoria.
Ciò che può aiutarci sono invece le pratiche che ci aiutano a riscoprire e approfondire il nostro rapporto con noi stessi coltivando, e infine arrendendosi, all’intelligenza intuitiva e organica del nostro essere. Tali pratiche contribuiscono ad accrescere la fiducia in noi stessi dandoci un senso di interezza. Dobbiamo smettere di prestare fede e fiducia in idee e ideali, e iniziare a coltivare la nostra intelligenza organica. Dobbiamo smettere di cedere ai capricci degli déi, del lavoro, dei paesi, della cultura e del denaro, e iniziare ad arrenderci al potere e all’intelligenza che si esistono nei nervi e nella carne di questo nostro animale corpo umano. Ricollegandoci al rispetto e allo sviluppo della natura fisica, diverrà naturale riconettersi al rispetto della realtà oggettiva di alberi, fiumi, rocce e animali. Il percorso del ritorno a casa verso la natura inizia attraverso i nostri corpi.
Torno quindi alla descrizione del processo della pratica Ashtanga con cui ho iniziato questo saggio. Da 16 anni pratico quotidianamente due tra le più potenti tecniche di auto-realizzazione a nostra disposizione – l’Ashtanga Yoga e la Meditazione Vipassana. Entrambe queste tecniche sono collegabili a dogmi e ideologie prodotti dalla mente umana. Con questo non voglio dire che la filosofia che circonda queste tecniche sia inutile. Certo, alcune delle idee e dei concetti mentali che abbiamo creato sono positivi e utili.
Eppure, dopo 16 anni di pratica con mentalità aperta e spirito di sperimentazione, ritengo che il motivo per cui queste tecniche funzionano non si collega a ideologie e concetti, ma al loro utilizzo come modalità di incarnazione della coscienza e di sviluppo della mia intelligenza organica.
Che io sia seduto in meditazione a sperimentare il flusso sottile di sensazioni in ogni parte del mio corpo e del mio essere, che io esegua con il mio corpo e con il respiro una faticosa sequenza di asana e vinyasa, l’essenza di ciò che faccio è la stessa. Quando pratico una di queste tecniche, pratico la resa della mia mente razionale e analitica, abbandono il dominio delle idee, e mi arrendo all’intelligenza organica e alla realtà fisica del mio corpo umano, delle sue sensazioni e dei suoi sentimenti. Molti considerano gli asana come un modo per allenare il corpo e la meditazione come un modo per formare la mente. Per me, sono solo le due facce di una stessa moneta. Sono entrambe pratiche somatiche estremamente efficaci per coltivare e approfondire la sensibilità della nostra intelligenza intuitiva e istintiva.
In entrambe queste tecniche, ci sono stadi di apprendimento che richiedono una comprensione razionale e analitica. Nella meditazione Vipassana, dobbiamo imparare ad esempio a scansionare e mettere a fuoco le diverse parti del nostro corpo. Nell’Ashtanga Yoga, dobbiamo imparare a muovere il respiro all’interno del corpo, apprendere la sequenza di asana e vinyasa, allineare correttamente il corpo, ecc. Eppure, questi sono solo aspetti molto superficiali di queste discipline. Sono solo una porta che si apre su una esperienza molto più profonda di incarnazione, su uno stato di coscienza intuitiva e istintiva.
In una matura pratica di meditazione Vipassana, una volta compreso come muovere la consapevolezza attraverso il corpo, la mente cosciente può fare un passo indietro e lasciare che prendano il sopravvento gli aspetti intuitivi del processo. In molte delle mie sedute di meditazione, entro in uno stato onirico in cui continuo ad eseguire la scansione del corpo, mentre la mente cosciente resta sospesa e l’esperienza dominante è quella di immagini e visioni del subconscio. Una percezione organica del sé molto profonda –  gli strati più sottili della dei tessuti somatici si fondono con le immagini mentali corrispondenti, senza sovrapposizione di ideali coscienti o ideologie. Si entra in uno stato di profonda guarigione. I percorsi a volte dannosi della psiche vengono interrotti e riconfigurati. In queste sedute, si riduce sensibilmente il bisogno di sonno e del sogno.
Anche in una matura pratica Ashtanga la direzione cosciente dovrebbe essere ridotta al minimo. Una volta imparata correttamente la sequenza vinyasa, i principi di respirazione e di allineamento, tutto ciò che resta da fare è chiudere la mente analitica e fluire attraverso la pratica istintivamente e intuitivamente. E’ qui che avviene la vera magia. Quando la mente fluisce semplicemente con il respiro e il movimento – e soprattutto con i più sottili movimenti interni collegati ai bandha – sentiamo che l’intelligenza dinamica del corpo organico prende il sopravvento. Il corpo capisce intuitivamente come muoversi o non muoversi. Capisce dove espandere e rallentare il respiro, come scivolare più in profondità in una posizione, e quando ritrarsi e non forzare una eventuale resistenza. Alcuni professionisti maturi dicono di raggiungere uno stato in cui “un’altra forza” muove il loro corpo e il loro respiro attraverso la pratica. Questa forza è certamente collegata ai bandha, ma la sua essenza è l’intelligenza organica, intuitiva, animale. Arrendersi a questa intelligenza ci porta un profondo benessere. Quando la mente analitica consapevole sovrappone le sue idee e i suoi ideali alla pratica e sovverte l’intelligenza organica, arrivano i problemi: mancanza di fiducia in se stessi, calo di autostima e auto-accettazione. Entriamo in un terreno fertile per eventuali lesioni.
Un’analisi consapevole e oggettiva delle tecniche di respirazione o di allineamento è utile e necessaria soprattutto nelle fasi iniziali della pratica. Ma, in una pratica matura che diventa tecnica di auto-realizzazione e campo per coltivare la nostra intelligenza biologica, questa analisi cosciente dovrebbe costituire solo una piccola percentuale della nostra energia e attenzione. Una pratica analitica e oggettivante è molto più superficiale di una pratica che scaturisce da uno stato puramente intuitivo e istintivo dell’essere.
Quando si è in grado di praticare in modo intuitivo, l’auto-pratica in isolamento diventa spesso preferibile alla pratica in gruppo guidata da un maestro. Mi si chiede spesso se preferisco praticare da solo per la maggior parte dell’anno, senza la guida di un insegnante, o approfondire la mia pratica e progredire con un insegnante. La verità è che quasi tutte le mie pratiche più belle e profonde si verificano nell’intimità della mia solitudine, nelle prime ore del mattino. È più facile scivolare in uno stato di pura incarnazione quando non si è preoccupati di essere osservati da altri, o di seguire istruzioni altrui. Quando siamo soli, e al buio, siamo costretti a sentirci di più.
E ‘bene seguire un insegnante di tanto in tanto, e se si ha la fortuna di vivere vicino a un buon insegnante, va benissimo praticare per la maggior parte del tempo nella shala dell’insegnante. Tuttavia, tutti i praticanti davvero avanzati dovrebbero sforzarsi di essere il più possibile indipendenti nella loro pratica. Affidarsi ad un insegnante per andare “più in profondità” significa cedere il proprio potere, affidare potere al maestro, e minare la capacità di arrendersi e sviluppare fiducia nella propria intelligenza organica intuitiva.
Un buon insegnante ne è ben consapevole. Un buon insegnante sa quando un praticante è in grado di accedere alla propria intelligenza organica, e quindi richiede poca direzione esterna nella sua pratica. Un aggiustamento non necessario interromperà il processo interno dello studente. Come insegnante, maturando pongo sempre maggiore enfasi sulle capacità dei praticanti di progredire autonomamente all’interno del contenitore della Shala, con il minimo input da parte mia. I momenti migliori in insegnamento per me sono quando posso fare un passo indietro ed eseguire la scansione di una stanza con 20 e più praticanti, sentire che nessuno di loro ha bisogno della mia partecipazione. L’unico suono è quello del respiro di tutti, e tutti sono immersi nel loro viaggio interiore. Questa è la magia della pratica di gruppo: quando tutti praticano nello stato animale della coscienza organica e intuitiva.
Se uno studente ha bisogno di assistenza per raggiungere un asana particolarmente difficile, o se è bloccato, io lo aiuto. Anche ogni giorno per settimane o mesi alla volta. Ma, non appena ho la sensazione che questa persona abbia la capacità di trovare la propria strada, allora lascio la presa. E ‘affascinante vedere l’intelligenza animale prendere il comando. Ognuno ha il suo modo unico e personale di trovare la strada giusta. Questo è anche il motivo per cui ritengo che sia importante non imporre ideali rigidi di allineamento. Per me, i momenti più appaganti come insegnante non sono quando aiuto fisicamente o verbalmente qualcuno a raggiungere una posizione, ma quando guardo questa persona imparare ad arrivarci da sola, senza il mio aiuto.
Non è solo attraverso lo yoga e la meditazione fisico che abbiamo accesso all’intelligenza organica del corpo umano e del nostro sistema nervoso. I nostri antenati cacciatori/raccoglitori probabilmente vivevano costantemente in questo stato. La loro vita e il loro rapporto sensoriale con il mondo e con animali, fiumi, vento, rocce e alberi erano completamente inseparabili. Facevano parte di questa insieme, vivevano in uno stato di totale incarnazione.
Qualsiasi attività che ci impone di essere sia fisicamente attivi e sensibili ci può aiutare a coltivare e approfondire la nostra fiducia nell’intelligenza organica. L’escursionismo è uno dei miei modi preferiti. Molto prima di scoprire lo yoga o la meditazione, facevo spesso trekking con un buon amico. Ci piaceva vagare per la foresta a tarda notte, camminare lungo i sentieri dei boschi, senza luci. Volevamo utilizzare altre abilità per sentire e attraversare la foresta senza inciampare o cadere. Sono abilità che si sviluppano molto facilmente e rapidamente, quando ci si arrende alle capacità innate del corpo umano. A volte uno di noi si lanciava in una corsa spontanea, e l’altro cercava di tenere il passo: decisioni improvvise per evitare rocce o alberi avvenivano in modo naturale e spontaneo. Le cose avvenivano troppo in fretta per dar modo alla mente cosciente e analitica di prendere decisioni. Era solo l’intelligenza organica a farci strada.
Mi sono ricordato di questa meravigliosa esperienza un paio di settimane fa, mentre scendevo attraverso un sentiero nel bosco dopo aver scalato Gunung Abang qui a Bali. La pista è stretta e ripida, e piena di grandi rocce, radici di alberi e fossi creati dalle erosioni. Camminavo verso valle piuttosto lentamente, scrutando con attenzione il terreno e facendo attenzione a dove mettevo i piedi. Dopo aver raggiunto un tratto particolarmente ripido, lo stress di continuare a muoversi lentamente e con attenzione era troppo, così mi sono lanciato in una corsa. Ho preso velocità e improvvisamente il mio corpo volava lungo il sentiero: era tornata l’esperienza familiare di prendere decisioni fulminee ad ogni ogni roccia, albero, fosso o curva imprevista. Ho provato un grande senso di libertà nell’abbandonare lo stress di calcolare ogni movimento, e nell’arrendermi alle reazioni organiche e istintive del corpo per giungere velocemente a valle. Anche se ogni mossa sbagliata a quella velocità avrebbe potuto provocare seri incidenti, la fiducia nella mia intelligenza organica del mio corpo mi dava la certezza che ce l’avrei fatta, sano e salvo. (…)
Come esseri umani , abbiamo trascurato o dimenticato queste capacità per troppo tempo. Eppure possiamo ancora svilupparle e perfezionarle. Osservare un praticante avanzato di Ashtanga ricorda il movimento aggraziato e organico di un animale nel suo ambiente. La qualità è la stessa, perché entrambi si muovono in base all’intelligenza organica, priva di manipolazione cosciente. Se le attività fisiche o sensoriali come il trekking (o qualsiasi tipo di sport) o la musica ci possono aiutare ad accedere all’intelligenza organica con facilità, credo che lo yoga e la meditazione spicchino come discipline particolarmente efficaci per coltivare in modo elevato questo strato della nostra natura umana .
Nell’Ashtanga Yoga, la tecnica di movimento del corpo e del respiro attraverso i Vinyasa ci permette di accedere allo strato più profondo e sottile del corpo, i bandha. I bandha non sono facilmente accessibili in altre forme di attività come il trekking, lo sport, la musica, ecc. I bandha ci accompagnano in un luogo ancora più profondo di incarnazione dell’intelligenza organica, risvegliando strati forse ancora non sfruttati del potenziale umano in questo ambito. Molti ritengono che queste tecniche portino verso stati alterati di coscienza. Preferisco pensare che ci conducano verso stati molto più profondi di incarnazione e verso un efficace approfondimento della nostra intelligenza organica.
Ma questo non avviene automaticamente. Deve esserci intenzione. Chi pratica yoga e / o meditazione affidandosi ai dogmi, imponendo ideologie alla loro pratica, finirà per oggettivare e deprimere il corpo fisico e l’intelligenza organica. Chi vede il corpo come qualcosa di “inferiore” o come un “ostacolo” da superare attraverso la pratica rigorosa certamente non diventerà più sensibili attraverso la pratica. Questo tipo di praticante di solito finisce per creare una maggiore dissonanza nel rapporto con il proprio corpo, finendo per provare sfiducia se non disprezzo per la sua intelligenza organica. Questo tipo di persona spesso mostra una mancanza di fiducia e di amore per se stessa, e l’assenza di una vera comprensione di sé. Quando parla della sua pratica, ne parla in termini di dogma e di sforzo, e non di esperienza personale. Vedo molti praticanti devoti di yoga e meditazione, che doverosamente e devotamente recitano mantra e preghiere, prima e dopo la pratica; ma osservandoli, non vedo sensibilità, fiducia o fede in se stessi, nel loro corpo, o nella disciplina che stanno praticando. La pratica diventa un ulteriore modo per diffidare del corpo e per cedere il proprio potere a un’idea. Sono persone che mostrano una scarsa sensibilità anche nel quotidiano. Invece di utilizzare le pratiche per aumentare sensibilità e consapevolezza somatica, le utilizzano per prendere le distanze dalla propria esperienza organica, sovrapponendo ad essa dogmi ed idee.
Ritengo che sia importantissimo avvicinarsi a queste pratiche con l’intenzione di arrendersi all’intelligenza organica istintiva che vive all’interno dei tessuti corporei. Questa modalità ci conduce alla fiducia in noi stessi, all’amore verso noi stessi, e ci consente di accedere all’intelligenza animale biologica che fa parte del nostro patrimonio umano. Se queste pratiche devono contribuire a farci sentire parte del “tutto”, allora dobbiamo riportare questo aspetto così a lungo trascurato e dimenticato nel nostro modo di essere. Se impariamo ad amarci e a credere in noi stessi e nella nostra “animalità”, possiamo imparare di nuovo ad amare e rispettare il resto del pianeta terra, di cui siamo parte indissolubilmente, e possiamo tornare a contare su noi stessi per la nostra sopravvivenza e la longevità come specie.
Tornare totalmente ad un’esistenza da cacciatore/raccoglitore è, ovviamente, impossibile. Abbiamo abbandonato le nostre radici molto tempo fa, e non si può tornare indietro. E sono moltissime le idee meravigliose che abbiamo sviluppato negli ultimi 10.000 anni, idee che non possiamo e non dobbiamo abbandonare. Ritengo che il problema che ora dobbiamo affrontare è che ci siamo allontanati troppo dalle nostre radici, al punto che l’integrità e la longevità della nostra specie è diventata impossibile nelle condizioni attuali. E’ necessario quindi un radicale cambiamento di percezione, che deve coinvolgere la re-introduzione della nostra intelligenza animale nel nostro modo di vivere e di essere. L’Ashtanga Yoga e la Meditazione Vipassana sono ottimi strumenti in questo processo, se scegliamo di usarli in questo modo.”

Iain Grysak

 Traduzione di Francesca d’Errico