C’è ancora Yoga in Occidente?

Simon Borg-Olivier

Yoga e Occidente: due mondi senza possibilità di incontro, o due universi che possono intrecciarsi e arricchirsi vicendevolmente?

Quasi ovunque sul web troviamo video e post in cui l’atteggiamento degli Yogi occidentali viene criticato, quasi avessimo violato, con la nostra mente “materialista”, la natura di questa disciplina, trasformandola in un business senz’anima. Ma è proprio così? E soprattutto, non è forse vero che in India più che mai i maestri, da sempre, si fanno pagare per i loro insegnamenti? Forse il nostro background cristiano tende a voler associare i guru ai santi, che rinunciavano ai beni terreni quasi fossero motivo di vergogna per chi voleva perseguire un cammino spirituale. In India non è esattamente così, e ben lo rappresenta il Buddha, che ad estremo ascetismo o eccessivo materialismo scelse ed insegnò “la via di mezzo”.

Credo però che al di là di considerazioni meramente legate a considerazioni materiali, lo “snaturamento” dello Yoga in occidente sia da ascriversi ad altre ragioni. Cercando risposte interessanti a questa domanda mi sono imbattuta nel post di Simon Borg-Olivier, uno tra i più noti insegnanti di Yoga contemporanei, e desidero condividere con voi il suo pensiero, che traduco oggi sul mio blog.

“Oggi mi hanno chiesto: ‘Lo Yoga ha perso la sua Anima in Occidente?’. Questa è la mia risposta…

Ritengo che la maggior parte degli insegnanti di yoga “moderni” abbiano buone intenzioni, e in parte ciò che insegnano può dare dei benefici, nel breve termine. Tuttavia non penso che ciò che oggi viene trasmesso con il nome di “Yoga” sia yoga autentico, ma per lo più una forma di esercizio fisico simile all’aerobica popolare negli anni ’80.

Yoga significa unione, e a livello globale ciò implica il riconoscere che le coscienze individuali siano collegate tra loro, in modo amorevole, proprio come una madre dedica amorevoli cure ad un neonato, con spirito di servizio, ricambiata a sua volta dall’amore del bimbo, che a lei si rivolge per sentirsi sicuro e amato. Se questa connessione fosse attiva tra tutti gli esseri viventi, oggi, potremmo dire che tutto il mondo vive in uno stato di Yoga. Ma prima che ciò avvenga, dobbiamo cercare di arrivarci a livello personale.

Ogni cellula è dotata di coscienza, e ritengo che la perfetta salute e lo stato di Yoga all’interno di un corpo umano composto da circa 50 trilioni di cellule possa manifestarsi quando ogni singola cellula tratta l’altra con spirito materno, e si sente a sua volta trattata come un neonato tra le braccia della madre. In altre parole possiamo dire che la perfetta salute e lo stato di Yoga sono presenti nel corpo quando al suo interno l’energia e l’informazione circolano liberamente. In termini scientifici questo avviene quando il sangue circola agevolmente nel corpo, senza che il cuore sia sottoposto a stress eccessivo, e quando il sistema nervoso parasimpatico (preposto al rilassamento e ai processi anti-invecchiamento) predomina sul sistema nervoso simpatico (preposto alla reazione primitiva “attacco o fuga”).

Tuttavia, nello Yoga contemporaneo come in molti altri tipi di attività fisica, quando il corpo avverte un aumento del battito cardiaco, un aumento della ventilazione respiratoria al minuto, un aumento della tensione o dell’allungamento muscolare, entriamo automaticamente sotto il controllo del sistema nervoso simpatico. La risposta inconscia del corpo a questo tipo di attività è pensare che ci sia qualcosa di sbagliato, che dobbiamo cambiare registro e che non stiamo per niente bene. Il corpo tende quindi a ridurre, se non addirittura chiudere, le funzioni del sistema digestivo, del sistema immunitario e degli organi di riproduzione.  La capacità di assorbire i nutrienti e di eliminare le scorie viene ridotta drasticamente, così come la capacità di riprendersi da un infortunio o da una malattia. E le cellule non possono riprodursi o crescere, poiché anche le funzioni ormonali sono ridotte quando il nostro sistema riproduttivo si blocca.  In una simile situazione il sistema simpatico aumenta la sua attività, stimolato dall’iper-estensione o dall’iper-contrazione muscolare. Con il respiro affannoso e il battito cardiaco elevato, le emozioni dominanti, a livello inconscio, sono paura, rabbia, aggressività, competitività e assenza di sicurezza. Niente di tutto questo mi ricorda, neanche lontanamente, lo Yoga descritto negli Yama e Niyama degli Yoga Sutra di Patanjali.  

Penso che se stiamo praticando uno yoga autentico, dovremmo provare sensazioni di amore, felicità e sicurezza durante tutta la pratica, e non solo durante il rilassamento. Credo che la pratica debba migliorare e non ridurre le funzioni digestive, la risposta immunitaria e la funzionalità ormonale; e che è questo a creare la possibilità di ottenere salute, felicità e longevità.  La nostra pratica Yoga dovrebbe favorire l’aumento della circolazione sanguigna senza il bisogno di accelerare il battito cardiaco, come avviene quando uno yogi riesce a meditare, nudo, nella neve senza sentire freddo. Ottenere questo stato di Yoga è possibile, ed è il modo in cui una persona sana sceglie di approcciare l’autentica pratica dello Yoga. Esistono infatti 11 diversi modi per aumentare la circolazione sanguigna senza alterare il battito cardiaco. Ma per arrivarci, non è possibile imparare e diventare insegnanti di yoga in un mese. E soprattutto nessuno può apprendere lo yoga autentico da un insegnante che ha al suo attivo un corso per insegnanti di un mese, o una pratica di pochi anni. Mi sembra che il problema maggiore nello yoga moderno sia proprio questo, che viene diffuso e insegnato da persone che non conoscono l’essenza dello yoga autentico e a cui manca la preparazione tradizionale e il background scientifico richiesti per trasformare gli insegnamenti più antichi in uno strumento adatto al corpo moderno, che è così radicalmente influenzato da uno stile di vita sedentario in un ambiente estremamente stressante. 

Molte tra le persone che frequentano oggi i corsi di yoga hanno problemi muscolo-scheletrici, situazioni fisiche diagnosticate o no, o addirittura problemi psichici importanti. Gli insegnanti di yoga moderni spesso non si rendono neanche conto di questi problemi. Altri insegnanti, spesso dotati di qualifiche minime, addirittura proclamano di poter curare questi disturbi come farebbe un fisioterapista, un medico o uno psicologo. Mi piacerebbe venisse applicata una formazione più severa per chi insegna Yoga, simile a quella attiva per medici, fisioterapisti e psicologi. A molti la mia visione potrà sembrare estrema; ma se aveste un serio problema di salute, fisico, fisiologico o psicologico, come vi sentireste se foste in cura da un medico che ha studiato solo un mese? Ve la sentireste di affidargli la vostra salute?” 

Francesca d’Errico

Simon Borg-Olivier è uno degli insegnanti di Yoga più noti e preparati al mondo. I suoi corsi, estremamente dettagliati grazie alla sua formazione medica, sono disponibili anche online, sul suo sito Yoga Sinergy.

Il mio libro “Tracce di Yoga” è disponibile in tutte le librerie, su Amazon e sul sito dell’Editore Tracce per la Meta. Per chi fosse interessato a conoscere la mia visione dello Yoga, ne parlo a Tempo di Libri 2018 a questo link.

Tracce di Yoga: tra Asana e meditazione

Che cos’è “Tracce di Yoga”? E perché ho scelto di dare questo titolo al mio libro?

Da tempo volevo mettere nero su bianco la mia esperienza con la pratica che mi ha cambiato la vita. Ho iniziato il cammino nello Yoga ormai vent’anni fa, e come ho spesso ripetuto su queste pagine, mi sono sempre sentita molto “piccola” e umile di fronte all’immensità di questa disciplina che spazia tra filosofia, spiritualità, terapia per il corpo e per la mente. Di tutto e di più è stato scritto in materia: testi che ne hanno spiegato i benefici fisici, trattati di anatomia e yoga, libri su come costruire le sequenze e altri su come approcciare ogni singolo Asana, senza contare i testi “sacri” di questa disciplina, primo fra tutti gli Yoga Sutra di Patanjali. Chiunque abbia fatto un corso per insegnanti, e chiunque abbia sviluppato da semplice praticante un interesse più profondo per lo Yoga ha una libreria ben fornita dove spiccano nomi altisonanti, ben più importanti del mio.

E’ innegabile che negli ultimi anni l’attenzione si sia però sempre più spostata verso la pura fisicità della pratica, con effetti a volte controversi e spesso fonte di dibattito tra “vecchie” e “nuove” scuole. La mia intenzione nello scrivere questo libro era di fornire a chi pratica e a chi desidera avvicinarsi allo Yoga una visione un po’ diversa, una prospettiva spirituale che tuttavia non trascurasse il veicolo attraverso cui accediamo agli aspetti più profondi di questa disciplina: il corpo. E soprattutto, volevo offrire a tutti noi praticanti occidentali, alle prese con le mille sfide del quotidiano, un testo agile, da poter leggere nei ritagli di tempo, per praticare lo Yoga fondendo il suo aspetto più fisico alle sue enormi potenzialità spirituali – trasformando ogni gesto in una piccola meditazione, e stimolando il lettore ad andare oltre, a cercare ancora.

Volevo scrivere un libro che potesse diventare un compagno di viaggio, con cui confrontarsi lungo il cammino. Un libro che diventa un amico, e ci spiega in modo semplice perché eseguire un Asana, raccontandone il segreto.

Grazie a Marco Pantani, fotografo innamorato della Natura, ho potuto accompagnare al testo immagini che raffigurano il significato del termine Asana: stabilire un contatto con la Terra. Grazie a Paola Surano e Laura Dalzini, di Tracce per la Meta, ho potuto trasformare il mio progetto in un libro. Rileggendolo, mi sono accorta di come lo Yoga abbia parlato attraverso di me in tutti questi anni. Ci sono tante persone a cui vorrei dedicare le pagine che spero leggerete. Persone che mi sono state accanto in questo cammino, dandomi fiducia. Altre che avrei voluto portare con me, ma che ancora non erano pronte. Ecco, questo libro è anche per loro. Magari un giorno aprendolo a caso, si riconosceranno in una posizione e cominceranno a riscrivere la loro storia attraverso lo Yoga.

Ci sono poi tanti maestri che voglio ringraziare, da Sharon Gannon a Saraswathi Jois, Hamish Hendry, John Scott, Louise Ellis, Greg Nardi, Gingi Lee, Anurag Vassallo. Persone meravigliose che mi hanno introdotta, guidata, ricondotta (quando pensavo di aver perso il filo) e accompagnata per mano in questa meravigliosa storia d’amore con lo Yoga.

“Tracce di Yoga” è diventato il mio piccolo omaggio alla pratica che mi ha reso ciò che sono oggi. Una persona (che cerca di essere) libera.

Il libro uscirà nelle librerie e su Amazon a dicembre. Ma potete pre-ordinare la vostra copia online al prezzo speciale “early bird” sul sito dell’editore Tracce per la Meta, cliccando su questo link: Tracce di Yoga per riceverlo prima di tutti. Non dimenticate, una volta effettuato l’ordine, di inviare una mail a info@tracceperlameta.org con il vostro indirizzo.

Ci vediamo sul tappetino, e tra le pagine di Tracce di Yoga.

Tradizione contro innovazione, o tradizione innovativa?

Andrew Eppler e Sri K. Pattabhi Jois. Tradizione e innovazione. Sono due concetti che si elidono a vicenda, e che produrranno sempre conflitti e dibattiti? O possono coesistere pacificamente? In questo post Andrew Eppler spiega come e perché questi due concetti possono collaborare in modo produttivo.

Tradizione e innovazione: due concetti in lotta, o una possibile armonia? Traduco oggi il post pubblicato da Andrew Eppler e Sabine Nunius di Ashtangayogainfo, non solo insegnanti di Yoga ma anime del progetto documentaristico Mysore Yoga Traditions, che si prefigge di fare luce sulla lunga tradizione yogica di Mysore, al di là della sola pratica fisica. Il loro articolo mi sembra di grande interesse proprio in un momento storico in cui molti praticanti si sentono confusi davanti alla pratica “tradizionale”. A volte sentiamo il bisogno di “rompere le righe”, ma abbiamo paura di sbagliare. Quando il cambiamento può essere positivo, e soprattutto, è giusto “innovare” la tradizione? Ancora una volta grazie ad Anthony Grim Hall per aver portato questo post alla mia (e vostra) attenzione.

Tradizione – la base della nostra pratica

Se affrontiamo la questione “tradizione vs innovazione” – o piuttosto, tradizione “e” innovazione – dobbiamo innanzi tutto parlare di tradizione. E questo ci porta, per quanto possa sembrare banale, alla domanda: “Cosa intendiamo per tradizione? E qual è la definizione di una ‘tradizione yogica’? Per tradizione, intendiamo solo una sequenza di posizioni, possibilmente databile nella notte dei tempi? E dobbiamo giudicare la validità di una tradizione semplicemente basandoci sull’età di questa particolare sequenza?

Personalmente ritengo che una tradizione yogica non si componga solo di posizioni. Molti di noi hanno iniziato a praticare grazie agli asana, quindi è normale che questo sia l’argomento che per primo cattura la nostra attenzione. Tutti noi tendiamo a interessarci alle cose che catturano la nostra attenzione, e che confermano ciò che già conosciamo. Ai miei occhi, questo è anche un fenomeno caratteristico delle culture occidentali: l’idea occidentale dello yoga tende a focalizzarsi sulle sequenze di posizioni e sulla loro origine temporale. Cerchiamo di stabilire cosa sia più autentico, determinandone l’età.

Per contro, c’è una tradizione yogica molto forte a Mysore e in molte altre parti dell’India, che differisce notevolmente dall’approccio occidentale. Questa tradizione non si concentra sulla pratica delle posizioni, come potremmo essere portati a credere. Tuttavia, è una tradizione bellissima e vivace.

Mi concentrerò sullo yoga che è arrivato a noi da Mysore. Le statistiche ci rivelano che la metà di tutti gli stili praticati oggi nel mondo sono stati influenzati direttamente da Sri Tirumalai Krishnamacharya e dai suoi discepoli. Gli anni più importanti per Sri Krishnamacharya furono i 25 anni che trascorse insegnando a Mysore, a cavallo tra gli anni ’30 e ’50. Quindi quale tradizione yogica appartiene a Mysore? Se guardiamo oltre gli asana, e entriamo in una gamma più vasta di pratiche e filosofie nella comunità di Mysore, notiamo che questa città vanta una tradizione yogica molto antica.

La tradizione di Mysore: oltre gli asana

Il Maharaja di Mysore, dal 1894 fino al 1940: Krishnaraja Wadiyar IV

Le tradizioni yogiche indiane non sono mai state legate solo agli asana. A Mysore possiamo trovare una cultura spirituale che copre esercizi respiratori, concentrazione, meditazione, canti, devozione: ed è una cultura almeno millenaria, tracciabile fino al tempo di Ramanuja. Quando il Re di Mysore convinse Krishnamacharya ad insegnare proprio nella sua città, il Sanskrit College era una realtà già molto conosciuta, con una biblioteca immensa dedicata alla filosofia indiana. Lo Yoga è una delle sei principali filosofie indiane, ed è sempre stata presente a Mysore.

Krishnamacharya apprese l’Ashtanga Vinyasa Yoga in Nepal, o come dicono alcuni in Tibet, e mise una forte enfasi sugli asana e sull’hatha yoga. Era un grande studioso, e le sue argomentazioni a favore della pratica degli asana convinsero la comunità intellettuale di Mysore. Sappiamo che Krishnamacharya portò con sé nuove tecniche e nuove idee, ma sappiamo anche che a Mysore lo yoga era già praticato, in senso più vasto, come filosofia.

Tutte le pratiche posturali dello yoga, prima di Krishnamacharya, erano solitamente un fatto molto privato, quasi segreto. Alcuni dei più anziani eruditi di Mysore affermano di avere appreso gli asana con il conteggio dei respiri, e i Saluti al Sole dalle loro famiglie, che praticavano yoga da generazioni, ben prima che si fossero mai sentiti i nomi di Krishnamacharya e del Vinyasa. Lo Yoga è una forma d’arte molto integrata e non è veramente possibile affermare quanto sia antica, o da dove provenga. Per come la vedo io, l’Ashtanga Vinyasa Yoga è un sistema coerente, ben costruito, che deriva da una tradizione culturale molto innovativa. L’innovazione fa parte della tradizione! E questo Yoga “Mysoriano” è fortemente radicato nella cultura e nella filosofia indiane. I nomi degli asana parlano di saggi, divinità, animali e icone culturali che fanno parte della filosofia della comunità di Mysore. Tutto questo sembra evidenziare l’esistenza di una cultura ricca, bella e antica.

Le radici dello Yoga – oltre 5000 anni fa

E’ vero che lo Yoga è stato “inventato” più di 5000 anni fa? Personalmente, penso che questa affermazione sia più o meno autentica. Dipende da cosa intendiamo per Yoga. Danny Paradise dice per esempio che lo yoga è connesso a tutte le tradizioni shamaniche e indigene, e che è nato insieme all’umanità stessa. Io sono d’accordo. Probabilmente, ogni civiltà che è andata oltre lo stadio primitivo può vantare pratiche fisiche e psichiche affini allo yoga. Se parliamo di Yoga indiano, possiamo dire datare la sua origine a 5000 anni fa, o 4500 anni fa se vogliamo esprimere una stima più conservativa. Quando parliamo invece degli asana che pratichiamo ancora oggi, i primi riferimenti testuali sono nelle Upanishad minori e nei testi del Tantra. L’Hatha Yoga Pradipika (databile al 1500 AD) entra in maggiori dettagli. Ma se vogliamo discutere le esatte sequenze Ashtanga Vinyasa Yoga, possiamo affermare che furono sviluppate da by Sri Krishnamacharya e Sri K. Pattabhi Jois. Parliamo quindi di un centinaio di anni, forse meno.

Sri K. Pattabhi Jois: l’Asthanga arriva in Occidente

Sri K. Pattabhi Jois fu certamente il maestro che trasmise l’Ashtanga Vinyasa Yoga all’Occidente. Con il suo inglese incerto, riuscì a creare enorme entusiasmo e devozione nei suoi discepoli. Lo ritengo un autentico genio creativo. Sistematizzò gli asana in modo da dar loro un senso, rendendoli memorizzabili e praticabili. Ad oggi, il suo modo di creare sequenze e il suo approccio hanno un’immensa influenza sulle forme di yoga praticate nel mondo. Il suo modo di insegnare ha fatto di alcuni praticanti delle autentiche icone, e ha realmente infuocato gli animi di intere folle. E con grande coerenza verso la sua cultura, come tutti i veri maestri indiani fanno Sri K. Pattabhi Jois ha dato il credito di tutti i suoi successi al suo insegnante e alla tradizione da cui derivava. Non ha mai fatto parola del suo personale contributo.

Ed è a questo punto che comincia la confusione. Pattabhi Jois insisteva nel dire che lo yoga è antico, che lui insegnava un buon metodo, e che i suoi studenti dovevano dedicarsi a quel metodo. Che c’è di male? Queste affermazioni esprimono umiltà e devozione, sono adorabili. Soprattutto sulla scena attuale dello yoga, dove tutti sembrano cercare in ogni modo di dare un tocco di novità. Appena qualcuno pensa di aver avuto una buona idea, immediatamente cerca il modo di brandizzarla, metterci il copyright e monetizzarla. Oggi abbiamo tutti i tipi di yoga possibili. Siamo così condizionati dall’aspetto materiale della pratica, che ci sta sfuggendo di vista il suo vero significato. Litighiamo sulle sequenze, che sono un aspetto molto moderno alla luce della storia dello yoga, e dimentichiamo di vedere la civiltà e la cultura che ce lo hanno consegnato.

Mai cambiato una virgola: perché gli insegnanti insistono così tanto sull’aver ricevuto una sequenza precisa dal loro maestro (e il loro maestro dal maestro precedente, e così via)?

Non lo fanno tutti gli insegnanti. Il mio maestro, Sri BNS Iyengar, che ha appena compiuto 90 anni, insegna una sequenza leggermente diversa dell’Ashtanga Vinyasa Yoga. Sa essere molto innovativo quando lavora con praticanti avanzati. Infatti, non esistono al mondo due insegnanti che trasmettano esattamente lo stesso metodo. Non importa quanto ci proviamo, è semplicemente impossibile. Penso che le sequenze fisse abbiano una buona ragione per esistere. Avere una struttura di base in comune è un’idea brillante, ed ha un impatto molto positivo sullo yoga, secondo me. Le sequenze fisse sono come le scale per un musicista. Chiunque abbia studiato le sequenze dell’Ashtanga con Sri K. Pattabhi Jois o Sri BNS Iyengar ha una grazia e una competenza che derivano dalla ripetizione dei movimenti. Penso che Sri K. Pattabhi Jois in questo abbia dato un contributo superiore a quello di qualunque altro maestro. Quando le sequenze sono fisse, la pratica diventa molto più concentrata, elevando esponenzialmente gli standard. Quindi secondo me, gli asana che pratichiamo derivano effettivamente da una lunga tradizione. E la comunità in cui sono nati è davvero molto antica. La loro “formattazione”, però, è un po’ più recente di quello che ci piacerebbe pensare. Lo Yoga esiste da sempre, e ha assunto nel tempo diverse forme.

L’approccio Indiano vs l’approccio Occidentale: amore per la tradizione vs opposizione alla vecchia scuola?

La mia opinione è che tra i due approcci esistano enormi differenze. Noi occidentali ci annoiamo in fretta. Ogni insegnante ha lo stesso problema. Come fare per mantenere vivo l’interesse dei nostri studenti, motivandoli a studiare Yoga in modo sincero? Non esistono metodi giusti o sbagliati. Tutti noi osserviamo le cose attraverso le lenti della nostra mente, e spesso trasferiamo le nostre idee nello yoga, come facciamo con qualsiasi altra cosa. Ecco qual è la differenza principale: un approccio più tradizionale presuppone il rinunciare ai nostri “perché?”, e limitarsi a praticare. Quando la mente si calma, riusciamo a vedere il significato profondo oltre la pratica. Come dice David Williams, “prima della pratica la teoria è inutile, dopo la pratica, la teoria è ovvia”.

“O mio Dio – la mia pratica non è così antica come credevo. E ora che faccio?”

Fate un bel respiro, e superate questo trauma! Noi insegnanti occidentali abbiamo la tendenza a dare valore alle cose in base alla loro antichità. Ci piace sentirci legati a tradizioni e lignaggi d’altri tempi. Storicamente, il Guru Parampara non si è mai basato semplicemente solo sul seguire una particolare sequenza di posizioni. Il contesto e la pratica degli asana sono relativamente moderni, ma la filosofia da cui sono scaturiti è molto antica. Dobbiamo solo identificare quali parti dello yoga siano realmente antiche. L’idea di poter ricavare stabilità emotiva e mentale attraverso la meditazione è molto antica. Gli asana sono un passo necessario alla preparazione della meditazione. L’idea di salutare la divinità del sole attraverso il movimento deriva dai Veda. Siamo in errore solo quando cerchiamo di dire che una particolare sequenza di asana sia antica. Non mi sembra che ci sia poi un grande problema!

Lo Yoga si è evoluto per migliaia di anni e continuerà ad evolversi. Ciò che è immutato nei tempi è il grande esperimento che lo Yoga compie sulla coscienza e sulla libertà dell’uomo. Lo Yoga è una scienza che ha come scopo il raggiungimento del più alto potenziale individuale. I metodi sono mutati molte volte nella storia, a seconda delle circostanze, ma le idee fondamentali sono sempre state coerenti. Gli esercizi fisici sono moderni, ma lo yoga è antico. Anche se lo yoga è diventato esercizio fisico, ancora mantiene parte delle sue antiche radici ed è in grado di creare uno stato mentale di calma e chiarezza, che porta alla meditazione e agli aspetti più interiori dello yoga, per chi decide di esplorarli.

Gli approcci alla tradizione nella comunità Ashtanga

C’è una differenza nell’approccio ai fatti descritti da parte delle scuole di Ashtanga che si sono sviluppate nel tempo, solitamente in relazione a uno specifico insegnante? Io non vedo grandi differenze. Possiamo attaccarci alle fantasie se ci fa piacere, ma i fatti relativi alle sequenze sono abbastanza chiari a questo punto.

Andrew Eppler

Penso sia interessante osservare il background filosofico e l’eredità di Sri  Krishnamacharya in merito agli asana. Per quanto riguarda la parte filosofica, Sri Krishnamacharya era un Iyengar. Apparteneva ai Vaishnavas e praticavano il Bhakti. Seguivano gli insegnamenti di Ramauja e Vishishta Advaita. In quella tradizione, lo Yoga era sempre stato una parte importante. Nell’era attuale, la questione è se un insegnante vuole concentrarsi principalmente sull’insegnamento dei soli asana, o se vuole insegnare filosofia yoga insieme agli asana.

Tutti i filosofi di Mysore si riferiscono ai Bhagavad Gita e agli Yoga Sutra di Patanjali, oltre ad altri testi. Sono testi che appartengono alla tradizione in tutta l’India. E’ importante comprendere che il dibattito filosofico fa parte della tradizione indiana, e che le discussioni filosofiche durano da migliaia di anni. Ma i principali testi a cui si riferiscono e i concetti di base sono gli stessi un po’ ovunque sul territorio.

Quanta innovazione è lecita, e chi decide quando un cambiamento è “buono” o “cattivo”?

I metodi classici e testati nel tempo sono sicuri ed efficaci se insegnati correttamente. Non tutte le nuove, folli e divertenti idee si rivelano utili. Penso che lo yoga si stia evolvendo in modo rapido a livello fisico in occidente, e che gli standard si stiano elevando progressivamente da questo punto di vista. Lo yoga fisico è persino diventato una scienza, sia in India che in Occidente, ed effettivamente può curare una serie di disturbi fisici. E’ diventato più facile da approcciare, e più facile da trovare. E questa è una cosa bellissima. Per costruire una pratica intensa, sostenuta, stabile nel tempo, continuo a pensare che l’Ashtanga Vinyasa sia un metodo imbattibile.

Sabine Nunius

Quindi chi decide quando un cambiamento è “buono”? Semplice: voi. Tutti noi. Ma la noia non è una buona ragione per cambiare cose che sono state messe insieme con cura e attenzione. Dobbiamo diventare tutti autonomi nella nostra pratica. L’intenzione è tutto. Quando andiamo da un insegnante, siamo “obbligati” a seguire il suo insegnamento. Quando siamo soli, facciamo quello che ci pare. Il risultato racconta la storia delle nostre intenzioni e ci rivela se il nostro approccio è corretto. Personalmente ritengo che i praticanti più seri siano attratti dalle sequenze fisse, che li portano più facilmente ad uno stato meditativo. Lo Yoga diventa sacro e devozionale attraverso la ripetizione.

L’Ashtanga Vinyasa Yoga è una pratica molto precisa. Possiamo alterarla, ma ciò che conta sono le ragioni che ci spingono a farlo. Lo facciamo a causa dei nostri limiti fisici? O semplicemente per renderla più accessibile e per guarire parti del corpo che, diversamente, potremmo danneggiare? O lo facciamo per renderla graficamente più bella, per attirare gli sguardi di chi ci osserva? Sono le intenzioni a fare la differenza. Quando gli asana sono troppo difficili per noi, ci affidiamo alla nostra saggezza e alla tecnica del nostro insegnante per affrontare la problematica. Senza un interesse sincero, non esiste lo yoga, ma non dobbiamo dimenticare il buon senso! Se crediamo in un metodo al punto da praticarlo ogni giorno per anni, allora probabilmente quel metodo contiene qualcosa di valido. Ma se siamo ossessionati dalla nostra apparenza e dall’approvazione degli altri, stiamo facendo una digressione, ed esprimiamo vanità e instabilità.

Direi che il Vinyasa Flow è oggi la forma di yoga più popolare al mondo. E’ molto più difficile insegnare yoga senza una struttura da seguire. Nelle mani di un insegnante capace, con una profonda conoscenza fisiologica e l’esperienza necessaria a mettere insieme le cose in modo intelligente e accessibile, può essere una pratica assolutamente eccezionale. Quando osservo le persone che praticano in una shala, sono evidenti i praticanti che hanno raffinato la tecnica fino ad integrarla alla perfezione con il funzionamento del sistema nervoso. Questo è il tratto distintivo della tecnica dell’Ashtanga Vinyasa. Quel livello di perfezione non può essere raggiunto solo giocando con gli asana, per quanto si sia in possesso di doti atletiche.

Il cambiamento oltre la sequenza degli asana. Perché non praticare con la musica?

In questo ambito non c’è giusto o sbagliato. La musica ha una connessione antica con lo yoga. Krishnamacharya vantava un legame con Nathamuni, che era un Nada Yogi. Nada è lo yoga del suono. Ho sperimentato lezioni di yoga in cui la musica selezionata era in grado di condurre alla concentrazione, oltre che essere in perfetta sincronia con il flusso di asana. Personalmente, preferisco interludi di silenzio che rendono l’intervento della musica più potente. D’altro canto, trovo che la musica pop sia un elemento di distrazione. E’ un genere musicale che preferisco ascoltare in altri momenti. Mi piace il suono del mio respiro. Non penso ci sia nulla di sbagliato nel praticare con la musica, dipende come sempre dalle intenzioni. Quando sono solo, preferisco il silenzio. Detto questo, ascoltare della musica leggera può essere un modo per entrare in contatto più facilmente con le sensazioni che lo yoga può produrre nel nostro corpo. Se invece preferiamo acquietare le nostre menti e sintonizzarci sul respiro, è meglio usare una sequenza fissa. E al momento non ho trovato una struttura migliore dell’Ashtanga Vinyasa Yoga. Se ne avessi trovata una, avrei già iniziato a praticarla!

La mia pratica personale: un esperimento libero, o un’esperienza radicata nella tradizione?

Siamo noi a decidere quanta libertà esercitare nel nostro spazio. Direi che chiunque pratichi qualsiasi tipo di yoga, animato da motivazioni mentali e/o emotive o dal desiderio di aumentare la propria capacità di concentrazione, sta praticando in modo autentico. Questo include anche motivazioni di benessere e salute, ma se essere in forma è il nostro unico obiettivo, allora stiamo solo facendo esercizio fisico.

E’ giusto innovare? Tuti noi siamo costretti all’innovazione all’interno delle sequenze, semplicemente perché gli asana sono difficili e spesso non riusciamo ad eseguirli. Le innovazioni che funzionano per una persona possono non funzionare per qualcun altro. Ed è qui che entra in campo la capacità di insegnare. Vedo le sequenze fisse come qualcosa di positivo. Creano un terreno comune e una base su cui lavorare.

I problemi nascono solo quando diventiamo ossessivi e superstiziosi in merito a queste sequenze. Nella mia personale opinione, pensare che queste sequenze di asana siano un’antica via per l’illuminazione, e che cambiarle significhi mancare di rispetto a qualcuno, è un pensiero folle. Queste sequenze non sono più antiche di Sri K. Pattabhi Jois, per quanto la mia ricerca abbia avuto modo di verificare. A Mysore mi è stato detto che le quattro serie originali tramandate a Sri K. Pattabhi Jois derivavano dal sillabario del suo corso quadriennale di Yoga al Sanskrit College del Maharaja. Provenivano da una tradizione innovativa e da un corpo di pratiche di asana molto più vasto. Le sequenze evolutive di asana hanno il nome di Vinyasa Krama. Le serie dell’Ashtanga sono molto dinamiche, e racchiudono una intensa esplorazione della pratica degli asana. Ecco il motivo per cui Sri K. Pattabhi Jois chiamò la sua scuola Ashtanga Yoga RESEARCH Institute!

Creare una pratica individuale

Ognuno di noi può fare – e farà – ciò che meglio crede. Penso che il consiglio migliore sia semplicemente trovare un insegnante che ci piace e con cui siamo in sintonia. Dobbiamo ascoltare il nostro corpo ed evitare azioni che possano provocare dolore, indipendentemente da qualsiasi cosa ci dicano. Dobbiamo sperimentare, osservare cosa ci fa stare bene e ci porta buoni risultati. Dobbiamo fidarci della nostra saggezza interiore e sviluppare una pratica personale. Disciplina, devozione e una pratica personale sono i requisiti necessari per l’esplorazione dello Yoga. Possiamo girarci intorno per un po’, ma alla fine dobbiamo trovare stabilità in un metodo e praticare seriamente se vogliamo ottenere qualcosa di autentico.

Alla fine, possiamo abitare la tradizione e innovare al suo interno, come hanno sempre fatto tutti gli insegnanti di Yoga. Non andiamo in confusione e soprattutto non accusiamoci l’un altro per piccoli cambiamenti o differenze nell’esecuzione degli asana. Non dimentichiamo quella ramo dello Yoga che ci invita ad essere delle brave persone. Non importa quale approccio scegliamo, solo il tempo ci dirà se abbiamo avuto ragione. Abbiamo bisogno di lavorare sodo e intelligentemente per arrivare alla nostra mèta. Chi s’innamora dello Yoga solitamente gli resta fedele. Ma è anche difficile amare qualcosa se ci fa del male… l’innovazione è inevitabile.

backstage dal documentario “Mysore Yoga Traditions”

Molte delle opinioni espresse in questo post, soprattutto quelle relative alla tradizione Yoga di Mysore, derivano da conversazioni dirette con studiosi, anziani, yogi e leader spirituali di Mysore. “Mysore Yoga Traditions” diventerà un documentario dedicato alla comunità intellettuale di Mysore. Ci stiamo lavorando con la massima velocità e speriamo di potervelo consegnare entro la primavera del 2017. Continuate a seguirci!

Andrew Eppler e Sabine Nunius

Traduzione e commenti di Francesca d’Errico

Gli Asana sono preghiere? La parola a David Garrigues

Mi interessa la recente evoluzione di David Garrigues e traduco volentieri i suoi articoli sempre molto interessanti sia per gli spunti tecnici di esecuzione degli asana, sia per gli approfondimenti spirituali sulla pratica. Come molti di voi sanno, David è un insegnante certificato da Guruji (Sri K. Pattabhi Jois) all’insegnamento dell’Ashtanga. E’ un prolifico autore e ci ha spesso regalato interessanti video sui diversi aspetti della pratica.
Il post di oggi affronta un aspetto spesso trascurato della pratica, ma che con grande piacere vedo negli ultimi mesi tornare in auge: quello spirituale. Tra l’altro proprio ieri leggevo un articolo che, con profonda ignoranza, associava la pratica dello yoga alle correnti di neospiritualismo che si sono affermate negli ultimi decenni, e con cui lo Yoga, pratica millenaria, non ha nulla a che fare quando praticato in modo autentico. Certo si può dire che con lo Yoga si “prega” con il corpo. Ma in qualsiasi fede, anticamente, il corpo aveva una funzione sacra che partecipava anche dei riti religiosi (e a questo proposito segnalo il nuovo progetto fotografico di Alessandro Sigismondi, The Sacred Body). Pregare anche attraverso il corpo non è una pratica “profana”, anzi al contrario, rivela una sacralità che trascende qualsiasi credo.
B.K.S. Iyengar affermava: “gli Asana sono le mie preghiere”. In che senso possiamo interpretare questa frase? E quali sono le radici spirituali della nostra pratica? David ci offre la sua visione, e ci presenta le difficoltà che spesso incontra il praticante occidentale. Buona lettura e, come sempre, attendo i vostri commenti!

D. Garrigues nella sua Shala

“Diciamo la verità: per molti di noi non è facile ammettere che, quando pratichiamo i Saluti al Sole, stiamo di fatto pregando Dio, proprio come fa un cristiano che si inginocchia in chiesa o un musulmano che si prostra in una moschea.
Per molti di noi non è facile descrivere la pratica come una preghiera, anche se è proprio attraverso la pratica che impariamo, giorno dopo giorno, ad abbandonare il nostro ego e i nostri desideri. E’ curioso notare come la nostra struttura culturale, impregnata di scetticismo e razionalità, ci renda difficile assegnare alla nostra pratica il suo valore più alto. In tanti si sentirebbero sciocchi ad ammettere che, quando ci muoviamo attraverso i Saluti al Sole, eseguiamo un atto di comunione con Surya, anticamente considerata una divinità solare, simbolo della luce della consapevolezza spirituale. Ma è importante ricordare le qualità mentali di intuizione associate a Surya, e il fatto che questo gesto simbolico, proprio all’inizio della nostra pratica, rappresenta un sostegno nell’allontanare la nostra attenzione dal regno fisico, avvicinandola a quello spirituale. Surya è inoltre associato alla guarigione, quindi nel praticare Surya Namaskara ci ricordiamo delle potenzialità curative della pratica quotidiana. Torniamo ogni giorno all’aspetto profondo della pratica, riconoscendo che ci aiuta ad avvicinarci a quella fonte spirituale, più grande di noi, che muove ogni cosa secondo un suo disegno, una forza più potente del nostro ego, la somma totale di tutti i nostri desideri, e di tutte le nostre volontà. Mi ricordo che il mio Maestro, Sri K. Pattabhi Jois, spesso diceva durante le sue conferenze che iniziare la pratica con Surya Namaskara era un atto di devozione, non un riscaldamento. Il nostro approccio ai Saluti al Sole non è lo stesso che avremmo facendo un giro di corsa per scaldarci prima di una partita di basket. E questo perché, a differenza del basket o di altri sport, il significato della pratica degli asana si estende al di là dell’attività fisica. E noi occidentali, che pratichiamo uno yoga fisico (Hatha), e che cresciamo associando qualsiasi attività fisica con lo sport, la competizione e la vittoria, dobbiamo imparare a dirigere lo sguardo con gentilezza e costanza al di là del materiale. E’ sorprendente ma vero affermare che dobbiamo compiere uno sforzo in più per dirigere la nostra consapevolezza verso la visione completa di ciò che può offrirci la pratica dello Yoga.

Naturalmente, quando praticata in modo adeguato e sicuro, la pratica degli asana ci darà anche benefici fisici, ma fermarci qui con il pensiero e l’intenzione ci porterebbe a non vedere i doni più grandi dello Yoga. In virtù dell’impostazione delle nostre vite, ci è più comodo restare fermi al tangibile mondo materiale. Questo ci fa sentire spesso a disagio con tutto ciò che è intangibile, sottile, invisibile e spirituale – concetti che sono alla base della pratica Yoga.
E per questo spesso – e inconsapevolmente – tentiamo di “divorziare” lo yoga dalla sua dimensione spirituale, mantenendo le nostre menti e la nostra pratica radicate nel mondo fisico, atletico e materiale. Sembriamo impegnati in una danza complessa, interminabile, a volte ridicola, altre volte triste e dolorosa, intorno al concetto di Dio, per evitare di ammettere che la pratica è profondamente immersa nella spiritualità e nella preghiera. Ci sforziamo di resistere alla realtà dei fatti, ovvero che lo Yoga tratta principalmente di concetti immateriali, che non sempre vanno d’accordo con il nostro mondo razionale, sicuro e ordinario. Cerchiamo addirittura di non pensare che l’obiettivo della pratica è costruire la nostra fede in una realtà non tangibile, invisibile. Ci sentiamo sciocchi e vulnerabili nell’ammettere che dedichiamo una gran quantità della nostra energia alla ricerca del sottile mondo della spiritualità. Proviamo sentimenti contrastanti rispetto agli aspetti iniziatici della pratica, che ci porta a conoscere questo mondo nuovo e segreto, più autentico della realtà visibile e tangibile, che siamo abituati a considerare l’unica degna di nota.

Ci spaventa riconoscere che la pratica rafforza la nostra fiducia nella connessione con una fonte caritatevole, intelligente, unificante, che va ben oltre la nostra capacità di controllare o comprendere ogni cosa con la ragione. Eppure, dovremmo spaventarci invece nel pensare che un tempo provare una simile fiducia ci era impossibile. Quando impariamo ad avere fiducia in questa fonte più alta, che sa vedere oltre la fallibilità del nostro credo egoriferito, compiamo un passo fondamentale verso la rinuncia alla sofferenza. Chiudiamo il cerchio e ci chiediamo: come facevamo a credere di essere tanto razionali, quando pensavamo che non ci fosse un significato più alto, un’intelligenza superiore, una connessione più autentica, un ordine e una trama per le nostre vite e per il mondo in cui viviamo? E’ triste ma vero affermare che oggi riconoscere la prospettiva più difficile da assumere sia quella che riconosce la vera natura dello yoga. Ogni tecnica yogica è progettata per connetterci consapevolmente alla fonte sacra e invisibile della vita”. – David Garrigues, 2017

Traduzione e commenti, Francesca d’Errico

Pranayama, emisferi cerebrali e sistema nervoso

Un argomento di enorme importanza ma di cui sento sempre parlare troppo poco o in termini troppo complessi è il Pranayama. Eppure le sue applicazioni per migliorare la nostra quotidianità sono tantissime, e alcune davvero di semplice esecuzione.

Oltre ad essere una componente essenziale della pratica, la respirazione è la chiave di accesso alla salute fisica e mentale. Sono ormai numerosi gli studi scientifici che provano questa affermazione. Certo il Pranayama non è una materia da approcciare con improvvisazione, e ritengo sia importante mettere in luce non solo come eseguirla, ma anche in che modo l’ambiente possa condizionarne l’esito, e quali effetti possa avere la sua pratica corretta. Ricordiamoci sempre che i grandi maestri introducono al Pranayama vero e proprio solo i discepoli più preparati.
Per capirne di più, traduco un bellissimo articolo di Gregor Maehle, già protagonista di queste pagine in varie occasioni, che nel suo splendido libro “Pranayama The Breath of Yoga” fa luce su moltissimi aspetti, scientifici, mitologici e pratici, delle tecniche di respirazione dello Yoga. E senza proporre esercizi complicati, ci spiega come trarre beneficio in modo semplice di questo vero e proprio elisir di lunga vita, e di salute fisica e mentale.

Gregor è stato contattato recentemente dal nuovo Center for Consciousness Science, parte della facoltà di

Un ritratto di Gregor Maehle

Medicina della Michigan University. Il dipartimento stava conducendo un progetto sul cervello e sulle dinamiche psicologiche associate alle tecniche respiratorie dello Yoga: il Pranayama, appunto. Oltre a rispondere alle domande degli esperti, Gregor ha identificato le principali circostanze che renderebbero i test sul pranayama difficili se non impossibili da eseguire nel nostro mondo “civilizzato”. Tali circostanze, infatti, renderebbero impervia la raccolta di dati oggettivi, per la loro influenza negativa sul praticante. Esse sono:

– le luci al neon, che sembrano respingere il prana. Secondo Maehle, la ripetizione di un set dikumbhaka è più difficile sotto le luci al neon, rispetto a quanto accadrebbe con la luce naturale.
– smartphones, telefoni cellulari e radiazioni elettromagnetiche in generale respingono il prana. Durante il pranayama è necessario spegnere per quanto possibile impianti wi-fi, bluetooth e altre fonti di radiazioni a microonde. Meglio tornare al vecchio mouse e alla tastiera del PC, evitare di aprire e chiudere porte elettriche, impianti stereo, frigoriferi ed altro oltre al telefono cellulare, etc.
– viaggi in aereo. Ad ogni viaggio, Maehle ha notato che il recupero di un pranayama di qualità avveniva dopo qualche giorno. Per effettuare una valida ricerca sugli effetti del pranayama è necessario isolare la pratica dalle influenze sopra citate per un periodo di tempo sufficiente a neutralizzarle.
Ma veniamo ora alla sezione del libro “Pranayama The Breath of Yoga” su uno dei più importanti benefici del pranayama, ovvero la riequilibrazione degli emisferi cerebrali e delle funzioni ad essi associate:
“Immaginate come sarebbe bello avere un interruttore che, una volta messo in funzione, ci consentisse di scegliere consapevolmente tra emisfero destro e sinistro, intelligenza intuitiva e analitica, sistema nervoso simpatico e parasimpatico, e tra gli aspetti della nostra psiche maschile e femminile, solare e lunare. Come sarebbe bello, su richiesta, scegliere se essere compassionevoli o determinati. O passare dal sentirsi carichi di energia a completamente rilassati, nel giro di pochi minuti. O dall’essere estroversi (presenti fisicamente, espressivi e aperti) a introversi (riflessivi e ricettivi) in breve tempo. Questo interruttore, in realtà, esiste e non è assolutamente nascosto. E’ quell’orifizio olfattivo che orna il nostro viso: il nostro naso.
Come è possibile? Vi chiederete. Cominciamo dall’inizio. Prima del Big Bang e prima dell’avvento del tempo e dello spazio, dei cieli e della terra, della mente e della materia, esisteva solo l’infinita coscienza. Nello yoga la chiamiamo Brahman, realtà profonda. Poiché essa forma gli strati più profondi della realtà, non può essere ridotta ulteriormente in particelle elementari. E’ la realtà stessa. Nel Purusha Sukta del Rig Veda si dice: ‘Al principio vi era solo oscurità. In questa oscurità l’Uno respirava silenziosamente’. Ciò significa che il primo segno dell’esistenza di Dio era il suo respiro. Dio dunque, per creare l’universo, divenne antitetico. La coscienza infinita (Brahman) si cristallizzò nei poli maschile e femminile, secondo molte scuole Yogiche conosciuti come Shiva e Shakti.
E proprio qui troviamo la fondamentale verità del Pranayama. I due poli della creazione, il polo maschile e quello femminile del cosmo, sono rappresentati negli emisferi del corpo e del cervello umani, e sono associati rispettivamente con la narice destra e quella sinistra (Shiva Svarodaya, stanza 52). Nello Yoga sono chiamate narice solare o Pingala (destra) e narice lunare o Ida (sinistra).
 
GLI EMISFERI CEREBRALI: DESTRA E SINISTRA
 
Ardhanavishvara
L’emisfero cerebrale destro, più intuitivo ed olistico, è attivato dalla narice sinistra. L’emisfero cerebrale sinistro, che è più analitico e distintivo, è attivato dalla respirazione attraverso la narice destra. Provate voi stessi: applicatevi ad una materia accademica difficile, come legge, medicina o fisica e notate fin dove riuscite ad arrivare respirando attraverso la narice sinistra. Per memorizzare e analizzare materie difficili è meglio respirare attraverso la narice destra (Shiva Svarodaya, stanza 114). Ovviamente, se studiate troppo rischiate un disequilibrio, poiché mantenete attivo lo stesso emisfero cerebrale e la stessa nadi per un periodo troppo lungo.
Ora fate un altro esperimento, e cercate di essere empatici e compassionevoli nei confronti delle preoccupazioni di un altro essere umano respirando attraverso la narice maschile, la destra. Non ci riuscirete. Come un computer, analizzerete cosa sta facendo di sbagliato e comincerete a suggerire metodi per migliorare la sua attuale strategia. Ma non è ciò di cui ha bisogno in questo momento: la persona in questione ha bisogno della vostra capacità di ascolto, della comprensione e dell’empatia per guarire e sentire il vostro lato umano, che viene attivato dalla narice sinistra.
Provate a cercare di comprendere un poema complesso, un brano musicale o un dipinto. Avete bisogno di sentire in modo olografico tutte le diverse dimensione che l’autore stesso ha provato, per apprezzare un’opera d’arte. Sentite come questo ‘sentire’ diventa improvvisamente accessibile appena iniziate ad usare la narice sinistra, che vi consente di sedervi, rilassarvi, uscire da una visione limitata e ricevere connessioni complesse, più vaste del vostro io.
Un essere umano completo e integrato non è solo maschile o solo femminile ma, a seconda delle circostanze, è capace di attivare i circuiti maschili o femminili della sua psiche, e conseguentemente le loro capacità. L’immagine indiana di Ardhanarishvara rispecchia questo concetto. E’ una deità androgina che ha la forma di Shiva e del suo lato femminile, Devi Parvati (Shakti), il dio metà uomo e metà donna.
 
SISTEMA NERVOSO SIMPATICO E PARASIMPATICO 
Dedichiamoci ora alla seconda coppia dualistica, i due rami del sistema nervoso: simpatico e parasimpatico.
Il sistema nervoso simpatico governa il riflesso attacco/fuga. Si attiva tramite lo stress ed emettendo adrenalina, mobilizza le nostre risorse energetiche, e attraverso la narice destra, solare e maschile. Quando respiriamo attraverso la narice destra riusciamo a portare a termine sforzi fisici estenuanti, come combattere per la nostra vita contro un nemico, correre lontano da un pericolo alla massima velocità, o sollevare immense pietre per costruire una piramide (Shiva Svarodaya, stanza 115).
Se funziona così bene, come mai non respiriamo attraverso la narice destra? Perché l’eccessiva enfasi sul sistema nervoso simpatico ci porterebbe all’esaurimento. Può andar bene per brevi scariche di energia ma, se dovessimo utilizzarlo troppo, diventeremmo irosi, soffriremmo di insonnia e tenderemmo a sviluppare una personalità di tipo A. Senza parlare del fatto che svilupperemmo solo il 50% delle capacità di un essere umano completo e integrato.
Il sistema nervoso parasimpatico ci consente di ricaricarci, riposare e dormire, e provare piacere. Viene attivato dalla respirazione attraverso la narice sinistra. Trarrete il meglio dalle vostre pause lavorative respirando attraverso questa narice. Sarete in grado di godere appieno del tempo trascorso con amici e familiari, delle passeggiate sulla spiaggia o immersi nella natura. Prendersi cura di vostro figlio sarà più naturale. Provate voi stessi.
Se dobbiamo fare un discorso in pubblico, riusciremo meglio nell’impresa respirando attraverso la narice destra. La narice destra governa i nostri impulsi nervosi efferenti (diretti verso l’esterno) come quelli preposti all’uso della parola, al lavoro manuale, alla corsa, all’evacuazione, e all’essere il partner attivo in un accoppiamento sessuale. Tuttavia, respirare troppo attraverso questa narice può dare alle persone la sensazione che siate un po’ troppo innamorati del suono della vostra voce, o che siate troppo fisici o ancora che non siate in grado di lasciar andare quando è necessario. E’ difficile mettere a fuoco i propri errori e i propri limiti quando si respira dalla narice destra.
 
CORRENTI NERVOSE AFFERENTI ED EFFERENTI
La narice sinistra governa gli impulsi nervosi afferenti (quindi quelli in arrivo). Quando abbiamo bisogno di ascoltare, vedere, sentire, odorare o gustare, usiamo la narice sinistra. Usiamo questa narice anche quando riflettiamo su noi stessi e cerchiamo di fare autocritica. Afferente significa inoltre essere ricettivo. Al momento del concepimento è essenziale che almeno la donna respiri attraverso la narice sinistra, perché sta ricevendo lo spirito del bambino nel suo grembo. Alcune culture vanno oltre: secondo le tribù aborigene australiane e alcune popolazioni africane, l’uomo lascia il villaggio per ricevere il figlio in sogno. Una funzione tipicamente lunare, tipicamente legata alla narice sinistra, che mostra la maturità della cultura di appartenenza, attraverso la capacità, da parte di uomo integrato e realizzato, di entrare nel regno del femminile per ricevere ed abbracciare una nuova vita.
La corrente nervosa afferente, tuttavia, può anche essere troppo dominante. Una funzione iperattiva si esprimerà in persone esageratamente introverse, troppo miti, non sufficientemente espressive, forse depresse, incapaci di difendersi. Per porre rimedio efficacemente a questi problemi è possibile attivare la corrente efferente (in uscita), inalando attraverso la narice solare, la destra.
 
FUNZIONE ANABOLICA E CATABOLICA
 
Il catabolismo è la decomposizione metabolica delle molecole complesse in molecole semplici. Avviene durante la digestione del cibo. Quando mangiamo e decomponiamo il cibo nello stomaco, respiriamo attraverso la narice destra. In modo simile all’attivazione di una mente solare, analitica e distintiva, usiamo la narice destra per attivare la decomposizione del cibo nel tratto digerente. L’anabolismo è la sintesi metabolica delle molecole semplici in molecole complesse. E’ la funzione che chiamiamo colloquialmente convalescenza, riposo, nutrimento. Si attiva durante il sonno e il rilassamento, ed è collegata alla narice lunare, la sinistra. E’ più semplice assimilare gli elementi decomposti durante la digestione, respirando attraverso la narice sinistra. E’ per questa ragione che, circa 90 minuti dopo l’ingestione di un pasto, il flusso respiratorio della narice (svara) dovrebbe passare da sinistra.
E’ a causa del carattere anabolico/nutriente della narice lunare e del carattere catabolico/disgregante della narice solare, che Raghuvira recita nel suo Kumbhaka Paddhati che il movimento del prana in Ida (narice sinistra) si chiama nettare, mentre quello che avviene in Pingala (narice sinistra) viene chiamato veleno (Kumbhaka Paddhati di Raghuvira, stanza 14). Con gli strumenti che ora avete a vostra disposizione, siete in grado di comprendere questa affermazione che diversamente sarebbe sorprendente. Sarete inoltre in grado di comprendere l’affermazione di Sundaradeva: la narice destra brucia le morbosità attraverso il calore (la decomposizione catabolica) (Hatha Tatva Kaumundi di Sundaradeva XXXVI.27).
E’ da notare inoltre che la funzione metabolica/fisica di ogni narice si collega ad una funzione mentale. Potremmo chiamare mente lunare anabolica la parte accogliente, ricettiva e sintetizzante. La mente solare è catabolica nella sua capacità di decomporre e sezionare argomenti e strutture analitiche, riducendole agli elementi che le costituiscono. Mentre la mente solare è in grado di mettere a fuoco e sezionare in piccoli dettagli un dipinto, la mente lunare può sintetizzare i contesti mancanti e ampliare la visione finché l’intero quadro diventa percepibile. Scegliete quale narice utilizzare, a seconda della funzione richiesta dalle circostanze.
 
CORPO E MENTE
Potete scegliere quale svara (flusso respiratorio della narice) attivare a seconda che vogliate utilizzare il vostro corpo o la vostra mente. Sundaradeva afferma nel suo Hatha Tatva Kaumudiche il prana, la forza vitale (e quindi il corpo) risiedono nella narice sinistra, mentre manas (la mente) risiede nella nostra narice sinistra. Egli chiama questa rivelazione ‘il grande segreto’(Hatha Tatva Kaumudi di Sundaradeva XXIII.38). Ma questo non è più un segreto se consideriamo il paragrafo precedente relativo alle correnti nervose afferenti ed efferenti. Quando la narice sinistra è predominante, le correnti afferenti sono al comando – sono le correnti che portano le sensazioni verso la mente, dove verranno analizzate. In altre parole, la narice sinistra attiva la mente. Quando il flusso respiratorio passa dalla narice destra, le correnti efferenti (dirette verso l’esterno) sono predominanti. Questo presuppone che la mente sia arrivata ad una conclusione, e i nervi ora trasportano i segnali della mente verso l’esterno, attivando una risposta fisica. Questo significa che la narice destra attiva il corpo. Per questa ragione le shastras (scritture) affermano che durante l’attività fisica intensa è necessario attivare la narice destra.
 
ATTIVITA’ COLLEGATE ALLA PREPONDERANZA DI UNA NARICE
Si dice che se respiriamo attraverso la narice corretta quando eseguiamo una particolare attività, siamo destinati ad avere successo. Il Vasishta Samhita dice che durante il rapporto sessuale (l’uomo) deve respirare attraverso la narice destra. Dobbiamo respirare attraverso la narice destra anche quando mangiamo, accumuliamo ricchezze e partecipiamo ad attività marziali (Vasishta Samhita V.46). Notate la natura penetrante, divorante e aggressiva di tutte queste attività. Il testo più autorevole in materia è lo Shiva Svarodaya, e chiunque sia seriamente interessato al pranayama dovrebbe studiarlo approfonditamente. Questo testo afferma che nutrirsi (Shiva Svarodaya stanza 104), nascere e morire, tenere al sicuro le proprietà sono attività da compiere respirando attraverso la narice sinistra. Notate il carattere nutritivo e arrendevole di queste attività. Altre attività da narice destra sono, secondo lo Shiva Svarodaya, il ricercare cose difficili da comprendere (come la scienza, che è un’attività maschile e analitica), studiare le scritture (ancora un’attività tipica dell’intelligenza analitica), eseguire gli shatkarmas (che distruggono le impurità), insegnare o influenzare gli altri (attività penetranti) ed eseguire attività commerciali.
Secondo lo Shiva Svarodaya, lo Yoga dovrebbe essere praticato durante lo svara – flusso respiratorio della narice sinistra (attraverso Ida). Lo Yoga è l’azione che ci permette di nutrire la nostra relazione con il Divino, con il nostro sé autentico. Ci porta al successo se lo pratichiamo durante lo svara sinistro, e di cattivo auspicio se praticato durante lo svara destro. Questa visione è sostenuta da Sundaradeva, quando dice che tutte le pratiche di Pranayama devono iniziare con la narice sinistra, e che sono inutili se iniziate attraverso la narice destra, che produce tossine e calore (Hatha Tatva Kaumudi di Sundaradeva XXXVII.4). Egli afferma inoltre che uno yogi che pratichi sempre attraverso la narice lunare (sinistra), che controlla amrita, riesce ad ottenere l’elusivo nettare dell’immortalità (Hatha Tatva Kaumudi di Sundaradeva XLI V.47).
 
In sintesi, quando studiamo le scritture ed analizziamo tecniche yogiche, come ad esempio leggendo questo articolo, abbiamo bisogno di respirare attraverso la narice destra, perché la nostra mente deve attivare le sue funzioni analitche e cataboliche. Ma una volta digerito il contenuto astratto di questo post, passiamo alla narice sinistra e attiviamo la nostra psiche femminile. Questo ci aiuterà ad allargare la visione, mettere insieme i pezzi del puzzle e assimilare l’insieme. Quando pratichiamo tecniche yogiche la nostra mente deve sintetizzare, mettere insieme e funzionare anabolicamente, quindi respiriamo attraverso la narice sinistra.”
Gregor Maehle, 2016
Ricordate che questo articolo non è che una piccola sezione di un libro di ben 340 pagine. Molte delle tematiche affrontate in questo post sono ampiamente dettagliate nel libro di Gregor Maehle Pranayama The Breath of Yoga. 
Traduzione e commenti – Francesca d’Errico, 2017

Psoas, vero e falso sul muscolo più famoso del momento

Da alcuni mesi su internet e conseguentemente sui social impazzano articoli sul binomio che coinvolge un muscolo, lo psoas, e la nostra anima (ahimé alcuni tradotti malissimo, probabilmente con il traduttore automatico: attenzione, soprattutto quando trattiamo di anatomia, alle traduzioni sommarie). Sembra che questo muscolo sia diventato improvvisamente la causa di tutti i mali, e che per risolvere la gran parte dei nostri mal di schiena sia sufficiente manipolarlo e rilassarlo. Non solo, pare che rilassando e allungando lo psoas, la nostra anima trarrà immensi benefici, compiendo un impressionante passo verso illuminazione e liberazione. Con lo scetticismo che mi contraddistingue, e con la mia passione per lo studio dell’anatomia (di cui non sappiamo mai abbastanza, vorrei sottolineare), mi sono posta parecchi interrogativi in merito. E ho approfondito la mia ricerca. Finché lo sguardo non si è posato su un interessante articolo pubblicato poco tempo fa su Elephant Journal, da sempre autorevole fonte per chi pratica yoga. Non voglio cancellare con un colpo di spugna la ricerca fatta da chi sostiene a spada tratta l’allungamento estremo dello psoas come ricetta magica, tuttavia penso che sia interessante verificare anche fonti autorevoli che fanno chiarezza rimettendo tutto in prospettiva. A ognuno di voi, e alla vostra esperienza personale, lascio riflessioni e considerazioni. Con la solita raccomandazione di evitare i “fai da te” fisioterapici a meno che non si possieda una solida preparazione in questo ambito… Autore del post è Jory Serota, terapeuta esperto in neuro-cinetica, per anni responsabile di una clinica dedicata alla riabilitazione post-traumatica, insegnante di Yoga e fondatore del metodo Applied Yoga Integration. Ecco le sue riflessioni.

Jory Serota, esperto in neuro-cinetica

“Da anni leggo su articoli, libri e volantini che lo psoas è il muscolo della nostra anima. Si dice che lo psoas sia la fonte di tutti i nostri dolori alla schiena e alle anche, e che le tecniche di rilassamento di questo muscolo possano curare compressioni discali e sciatica. 

Secondo alcuni di questi autori, nello psoas vivono tutti le nostre problematiche emotive; lo psoas è la casa della nostra paura, delle nostre ansie e dei nostri stati depressivi, e per risolverli non dobbiamo far altro che allungarlo. Con queste tecniche, tutti i nostri problemi spariranno magicamente. Se avete un problema con il vostro partner, la causa è uno psoas iper-contratto. Non avete abbastanza soldi? Allungate lo psoas, e il vostro conto in banca andrà allegramente in attivo. E se avete la gotta, allungate lo psoas, guarirete di colpo”. Non posso dirvi quante volte, nel mio studio, un cliente è entrato con un forte mal di schiena che altri hanno cercato di curare allungando il suo psoas. Manovre eseguite per settimane, e senza alcun risultato.  Come terapeuta esperto in neuro-cinetica, il mio lavoro è verificare la funzionalità motoria dei miei clienti. Quando qualcuno arriva con un bel mal di schiena, lo psoas è uno dei cinque gruppi muscolari che verifico immediatamente. Oltre la metà di questi pazienti presenta uno psoas eccessivamente debole o neurologicamente inibito, e ciò che dovrebbero fare per migliorare il loro stato non è allungarlo, bensì rinforzarlo. Lo psoas si dirama dai processi trasversi delle vertebre T12 – L5 (ai lati della colonna in zona lombare) e si inserisce in una piccola protuberanza ossea sulla parte alta e interna della vostra coscia, chiamata trocantere. Innanzi tutto, in virtù di queste inserzioni, lo psoas ha la funzione di stabilizzare la colonna. Quando è debole, sono chiamati in causa altri muscoli erettori della colonna a compensare la funzione stabilizzatrice. Alcuni di questi devono effettivamente compiere questo lavoro, ma altri cercano semplicemente di compensare questa mancanza. Ciò è alla base del processo di compensazione. 

La seconda azione dello psoas è quella di agire come forte flessore dell’anca. E’ coinvolto nella corsa e nella camminata, nella propulsione, e ci consente di sollevare la gamba in aria e di portare il ginocchio al petto. Se qualcuno di voi ha gli ischiocrurali contratti nonostante gli sforzi fatti per allungarli, lo psoas può effettivamente essere parte della risposta che cercate. Ma non come pensate. Come ho detto, lo psoas è spesso soggetto a debolezze e inibizioni. Se volete verificarlo di persona, sdraiatevi sulla schiena e sollevate la gamba in aria (se non riuscite a portare le gambe a 90 gradi rispetto alle anche, mantenete le ginocchia leggermente flesse e alzatele al massimo della vostra capacità). Dovreste essere in grado di mantenerle in questa posizione per almeno un minuto senza fatica. Se questa azione vi è molto difficile, molto probabilmente non avete bisogno di allungare lo psoas, ma di rinforzarlo.

Recentemente, ho ricevuto una paziente che si era fatta male alla schiena praticando un allungamento durante una lezione di yoga. Aveva un forte dolore di origine nervosa lungo la gamba, da quando il suo fisioterapista le aveva fatto praticare esercizi di allungamento allo psoas nel tentativo di alleviare il problema. Non funzionava. E certo! Un allungamento dello psoas sopra l’allungamento che era stata la causa del suo infortunio! Aveva subito una compressione del nervo proprio durante quell’esercizio, iper-allungato lo psoas, e faticava a trovare stabilità nel movimento. Mi ci è voluta una sola sessione per aiutarla. Con una manovra ho eliminato la compressione, riportato lo psoas alla sua funzionalità, e rimesso la schiena in grado di trovare la stabilità che aveva perso. Alla fine della sessione era in lacrime dalla felicità perché finalmente il dolore era passato, e dopo una settimana mi chiamò per dirmi che non aveva più avuto problemi. Immaginate se avesse continuato ad allungare lo psoas, sentendosi dire che il suo dolore aveva origini emotive. 

Il nostro corpo e la nostra mente sono connessi. In pochi ormai negherebbero questo fatto assodato. Quando dirigiamo la nostra intelligenza verso un’area in cui la nostra consapevolezza non era mai stata sollecitata, aumentiamo la qualità della nostra vita, sia in termini di mobilità che più in generale di salute. Tuttavia, affermare che un muscolo, e in particolare lo psoas, sia il fulcro del nostro stress emotivo e delle nostre sofferenze fisiche è semplicemente scorretto. E dichiarare che il suo allungamento sia la porta magica per renderlo efficiente e funzionale, è semplicemente dimostrazione di ignoranza. Tutti i nostri muscoli sono i muscoli della nostra anima. Quando ne risvegliamo la consapevolezza, risvegliamo noi stessi. – Jory Serota, 2017

Come sempre, suggerisco a chiunque abbia subito un infortunio o ritenga di avere problemi legati allo psoas di rivolgersi ad un fisioterapista attento e, possibilmente, con esperienze con altri praticanti di Yoga. Personalmente, mi sento particolarmente coinvolta perché da mesi ho un problema che coinvolge i legamenti dell’area sacro-iliaca, e a lungo mi è stato suggerito che allungando lo psoas avrei risolto tutto. Ho provato invece recentemente, dietro la supervisione del mio fisioterapista, a praticare esercizi volti a rinforzarlo; i problemi sono in via di risoluzione e la mia pratica ne ha immensamente giovato. La nostra anima, decisamente, non abita solamente in un muscolo…

– Francesca d’Errico, 2017

Yoga & Injuries part 1: intervista a John Bultman (ITA/ENG)

John Bultman, KPJAYI Authorized Teacher

Inizia con questo post un progetto che accarezzo da tempo: ovvero portare agli studenti il punto di vista di insegnanti qualificati e famosi sul rapporto tra Yoga e infortuni. L’obiettivo di queste interviste, che pubblicherò in italiano e in inglese, è proprio quello di offrire a chi affronta un incidente, una riabilitazione post-traumatica o un infortunio da usura, il consiglio di chi ha anni di seria esperienza sul tappetino. Il primo degli insegnanti che ho intervistato è John Bultman, insegnante di Ashtanga KPJAYI Level 2, protagonista lo scorso anno di un grave incidente motociclistico a Mysore. La sua bellissima storia sul recupero della pratica è stata raccontata da Alessandro Sigismondi in uno splendido videoracconto.

Francesca d’Errico: La storia del tuo incidente è diventata subito pubblica, un passo davvero coraggioso e di grande aiuto per la comunità Yogica. Nello Yoga, si tende sempre a tenere nascosto l’aspetto degli infortuni, forse per paura di danneggiare l’immagine di questa disciplina. Inoltre molti praticanti si rivolgono allo Yoga come se fosse la panacea per tutti i mali. Qual è il tuo pensiero a questo proposito?

 

John Bultman: E’ vero, noi praticanti a volte tendiamo a nascondere i nostri infortuni. In questo caso, non era possibile farlo, ero circondato da amici quando è successo e per quanto volessi scappare, non potevo farlo. Alessandro (Sigismondi, n.d.t.) mi ha chiesto di farne un video, e ho pensato che fosse una bella idea condividere la mia storia, perché può aiutare gli altri ad affrontare un infortunio non come  se fosse un ostacolo, ma come un’opportunità per imparare qualcosa di più su noi stessi. Gli infortuni “da tappetino” sono un po’ diversi e molti di noi pensano che sia meglio tenerli nascosti, o semplicemente dimenticano di parlarne. Per quanto riguarda il concetto di Yoga come “panacea di tutti i mali”, dopo questo infortunio sono molto grato alla fisioterapista che mi ha aiutato giorno dopo giorno. Ho mantenuto una mente aperta durante la terapia, tuttavia, segretamente, speravo che una volta tornato sul tappetino tutto sarebbe tornato come prima. Dopo 4 mesi le cose andavano abbastanza bene, ma le pose di equilibrio su una gamba sola erano ancora tentennanti; inoltre, facevo fatica a salire le scale e ad allungare il passo. Mi sono rivolto di nuovo alla fisioterapista al mio rientro a casa (negli Stati Uniti), e mi ha aiutato sia con la trigger point therapy che attraverso esercizi specifici. Avrei potuto forse incorporare questi esercizi nella mia pratica fin dall’inizio, ma finché non ho avuto una prospettiva diversa, ho inavvertitamente evitato le parti in cui la mia pratica era meno sicura.

Spesso penso che la pratica serva a massimizzare la nostra salute e rafforzare la nostra mente, ma se non accendiamo le luci in tutte le stanze, spesso è troppo buio per trovare l’interruttore giusto e un insegnante può aiutarci a trovarlo. La pratica contiene molti segreti per farci sentire meglio, ma spesso siamo proprio noi a non vedere (o a non voler vedere) proprio gli aspetti che ci servono.

Mi piace pensare in grande, e mi piace credere che la pratica rappresenti un’ora e mezza in cui riusciamo ad accumulare potere, salute, forza e flessibilità, e in cui forse possiamo imparare a diventare esseri umani più resilienti. Addirittura, mi piace credere che possiamo in questa vita diventare liberi dalla sofferenza, proprio grazie alla pratica. Ma questo pensiero comprende una pratica quotidiana intensa e in grado di muovere l’infinitamente piccolo… se abbiamo la fortuna di avere dalla nostra energie più “alte”.

Francesca d’Errico: quali infortuni hai affrontato nella tua esperienza di yogi, a livello personale e con i tuoi allievi? E quali sono le cause principali?

John Bultman: gli infortuni possono durare un attimo, giorni, anni e addirittura una vita intera. Sono proprio queste dolorose esperienze a lungo termine, quelle in grado di metterci alla prova e di risvegliare la pratica più autentica. Lo Yoga “avviene” quando guardiamo dentro queste circostanze senza fuggire e senza arrabbiarci. E’ importante prendersi cura di questo dolore, come faremmo con un bambino: assisterlo ed ascoltarlo, continuando a praticare con pazienza. E’ anche divertente notare in quale parte del corpo si localizzino gli infortuni. Cambiano area in momenti, giorni o anni diversi? E se non sono “fissi”, forse c’è qualcosa che possiamo fare per migliorarci o per prevenire il dolore in futuro (Yoga Sutra II, 16 e II, 35). Quando ripenso agli infortuni che ho subito praticando (stiramento ischio-crurale, alluce fratturato, costole incrinate, dolore al ginocchio e al collo, alla schiena o al polso), mi sembra che per la maggior parte derivino da incidenti precedenti o da abitudini posturali che avevo prima di cominciare a praticare. Ad esempio, quando ho iniziato a praticare Yoga, ho notato come la maggior parte dei miei dolori e la loro localizzazione nella parte destra del corpo derivassero dalla mia passione per lo skateboard, un’attività fortemente asimmetrica che ho praticato per 20 anni, e che ha sbilanciato il mio corpo in modo importante. Forse, se ho praticato così a lungo uno sport come lo skateboard è stato proprio per un mio atteggiamento mentale. Penso che molte attività sportive e stili di yoga tendano a sviluppare asimmetrie nel corpo e nella mente (ad esempio: se l’equilibrio sulle braccia è il vostro forte, come sono i vostri inarcamenti? E viceversa). Con l’Ashtanga, nel momento in cui mi compiaccio dei miei inarcamenti, devo passare ad una posizione di equilibrio sulle braccia o a una profonda flessione in avanti. Il mio attuale livello di pratica dell’Ashtanga Yoga, secondo l’insegnamento dei miei maestri, non provoca asimmetrie e i miei insegnanti hanno la pazienza e l’esperienza di sapere quando è il momento giusto di farmi avanzare nella pratica. Gliene sono molto grato.

Francesca d’Errico: Con l’età, il nostro corpo cambia, anche se pratichiamo ogni giorno. Come è cambiato il tuo rapporto con l’Ashtanga, negli anni? E l’invecchiamento ci rende più esposti agli infortuni? Se sì, cosa consigli ai praticanti che festeggiano 50, 60 anni o più?

John Bultman: Oh wow. Voglio sperare di essere cambiato, di essere più attento e paziente, ma devo ammettere di essere ancora un bel casino! I miei studenti hanno tra i 19 e gli 89 anni. Ho iniziato a praticare a 19 anni e all’epoca ero davvero immaturo. Penso che l’età sicuramente ci renda meno elastici fisicamente e mentalmente.  E’ più facile modellare i rami giovani di una pianta, perché quelli più vecchi tendono a spezzarsi più facilmente. Ciò nonostante, c’è sempre spazio per il cambiamento, anche se forse richiede tempi più lunghi rispetto a quando si è più giovani. E poi dobbiamo naturalmente pensare al motivo per cui pratichiamo, che dal mio punto di vista non è quello di diventare più flessibili (basta un contorsionista per far impallidire anche lo yogi più esperto). Penso che imparare a reagire allo stress sul tappetino sia un insegnamento da portare nella vita di tutti i giorni, e può forse aiutarci ad affrontare in modo positivo la nostra morte. Gli studenti più anziani che continuano a praticare quotidianamente sembrano cogliere meglio questo aspetto. La loro esperienza di vita li rende più ricettivi agli insegnamenti più sottili della pratica (come il pranayama, i mudra, etc) e meno interessati agli asana o agli aspetti esteriori. Da questo punto di vista, diventare maturi è l’opportunità per praticare il distacco dagli asana, e guadagnare una conoscenza più profonda dei meccanismi della mente e del respiro.

Francesca d’Errico: Come reagisci agli infortuni? Che consiglio daresti ad uno studente che si trova ad affrontare un infortunio?

John Bultman: Spesso dico che gli infortuni sono come le persone. Qualcuno ti piace subito, altri ti lasciano indifferente, altri ancora proprio non ti piacciono. Senza una pratica costante e a lungo termine, è impossibile accorgersi, ad esempio, che l’inarcamento che odiavamo tanto ora è quello che preferiamo. Vorrei poter dire che sono paziente e gentile nei confronti dei miei infortuni, ma in realtà spesso sono impaziente e agitato. A chi sta affrontando un infortunio, e stranamente questo gruppo comprende la maggior parte delle persone che conosco, voglio dare questi consigli:

1- Muovetevi lentamente e localizzate i bandha.

2- Ricominciate a praticare in stile Mysore. Se volete una guidata, provate prima a casa e vedete come va.

3- Lavorate sempre con il respiro sul lato dell’infortunio, tenendo la posizione un po’ più a lungo (10 respiri o più) ed esplorando il vostro limite.

4- Siate diligenti nel rafforzare le parti del corpo non interessate dall’infortunio. Vi aiuterà.

5- Siate felici di voi stessi, gioite per gli altri, e proponetevi di essere di aiuto.

6- Inerzia – continuate a muovervi: la mente tende a fissarsi sulle parti del corpo doloranti.

7- Studiate

8- Ricordate come vi sentivate prima, e pensate a come state ora; coltivate una memoria tattile soprattutto negli asana in cui il tatto è coinvolto (il ricordo delle dita che toccano una parte del corpo, del piede che tocca la testa etc.)

9- Siamo esseri in continuo cambiamento; gli infortuni non sono eterni, cercate di dimenticare intenzionalmente le abitudini posturali che hanno provocato l’infortunio.

10- Praticate sentendovi super flessibili, ma senza preoccuparvi di come apparite (io, ad esempio, penso ai miei amici più flessibili e nei giorni migliori cerco di coltivare questa sensazione nella mia pratica).

Francesca d’Errico: Gli infortuni da usura, in tutte le attività fisiche, derivano dalla continua ripetizione degli stessi movimenti. Ti sembra che questo concetto sia in contraddizione con la pratica tradizionale dell’Ashtanga Yoga, in cui la maggior parte degli studenti è ferma per anni alla prima serie? Che consiglio daresti a questi praticanti? 

John Bultman: Si tratta di infortuni che possono accadere in qualsiasi attività, e direi che questa pratica è una tra le più complete attività fisiche. Detto questo, è anche uno strumento molto potente, e se usato in modo errato può sicuramente fare danni al corpo e alla mente. Le sequenze della seconda serie e delle serie più avanzate si radicano profondamente nella prima serie; quando pensiamo di avere “bisogno” degli asana delle serie avanzate, dobbiamo tornare agli asana della prima serie e studiarli con più attenzione. Nel tempo, ogni volta che ho pensato di aver capito qualcosa della prima serie (addirittura dei saluti al sole), studiando con più profondità e con insegnanti preparati ne ho scoperto aspetti sconosciuti. Il mio consiglio è di approfondire sempre, alla scoperta degli aspetti più sottili. C’è sempre qualcosa che non ci è stato ancora rivelato.

ENGLISH VERSION:
This is the first interview of a series dedicated to Yoga and injuries, a project I had in mind for a long time. Through the experience of famous and qualified teachers, we can learn how to maximize recovery and learn the profound lesson of injuries on and off the mat. 
John had a very serious bike accident in Mysore last year, and Alessandro Sigismondi filmed his story. Here, he tells us how he dealt with his recovery, and gives us his advice.

FDE: You went very public with your accident and recovery story, and I personally think this is a very brave step, extremely helpful to the community. There is always this feeling that injuries should be kept hidden, because they could damage the image of Yoga. People tend to think yoga is a “cure all” therapy/discipline. What is your view on this concept?

JB: Yes, we practitioners sometimes we do keep injuries hidden. This particular injury was public from the beginning and I would not say I made too much effort to make it public as there were so many friends around when it happened that luckily I could not escape as much of me wanted to. Alessandro asked me to do a video and I thought it would be a nice idea to share the story so others hopefully feel like their injuries won’t necessarily hold them back but that they may be opportunities to learn a bit deeper aspect of ourselves. Injuries that happen on the mat are a bit different and many of us do I think feel we need to keep them hidden more or perhaps merely just forget to mention them. Regarding the ‘cure all’ aspects, After this injury I was grateful to have a very kind physical therapist teacher come and help me every day. I was open to the process and she was helpful, however, secretly I did think that once I could get back on the mat everything would come back and would take care of everything. After 4 months things were going well, but some leg balancing poses were still weak and I was having a hard time climbing stairs and taking big steps. I went again to a physical therapist (PT) back home (US) and they helped me both with trigger point therapy as well as by giving me exercises. These exercises I could have perhaps incorporated into my practice from the beginning but until I had another perspective I was skipping over weaker portions of my practice unintentionally.

I think often the practice can serve to maximize our health and mind however, if we don’t have all the lights turned on in all the rooms it is often too dark to find the light switch and so a teacher (which I did not have back home) can help us find it. The practice holds many of the secrets to get better but we often don’t/don’t want to see certain parts.

I do like to think big and I like to believe The practice could be the most powerful 1.5 hours we spend if we are masters of efficiency, that we could gain so much health, strength and flexibility, and could perhaps we could become kinder more resilient human beings. That we could even perhaps in one lifetime get liberated from suffering. But this big thinking involves a bigger scale that involves a daily practice that may move microns…if we are lucky enough to have the bigger forces on our side.

FDE: What are the injuries you faced in your yogic experience, both personally and with students? And what are the main causes?

JB: Injuries may last seconds, days, years, or perhaps lifetimes. It is these longer term painful experiences that really challenge us and are often where the yoga practice may happen. Yoga happens when we look into these patterns and don’t run from or get angry at them. It is important to care for these injuries as we would a child, nurture and listen to them, but still to practice and have patience with them.

It is also kind of fun to look a bit deeper particularly at the longer sustained injuries into the ‘cause’ of the injury which seems to stem from some mental patterning. It is also fun to trace the location of the injury through time. Does it move moment to moment, day to day, year to year? Then to ponder if they aren’t fixed things is there possibly something I may do to expedite their movement or help prevent (Yoga Sutras II 16) future pain (Yoga Suturas II 35).

When I look a bit deeper into injuries that may have happened while I was practicing on my mat (i.e. hamstring tear, broken toe, popped out rib, knee pain, neck pain, pinched back, wrists….etc, etc.) it seems Most of my injuries on the mat were from previous accidents or habituated patterning of thought that was in in place before yoga and resurfaced on the mat. For example, when I first started yoga practice I realized many of my maladies and perhaps the reason my right side was so different was because I spent 20 years wrecking my body skateboarding in an asymmetrical activity that inherently off centered my body. Another thought though is that perhaps part of the reason I chose skateboarding for so long with a particular stance was because of previous patterning of thought.  It is my thinking that most activities/sports and even perhaps some ‘yoga’ styles (i.e. if you are good at arm balances how is your backbend and vice versa?) develop asymmetries in the body and mind. The minute I think my backbends are going well I have to do an arm balance or deep forward fold. Where I am at now it Ashtanga vinyasa yoga as taught by my teachers, seems less likely to foster these asymmetries and my teachers have been patient enough to know when is the right time for me to move deeper and for that I am grateful.

FDE: With age, our body change, even if we practice every day. Has your approach to Ashtanga changed in any way through the years? And do you think that aging makes us more prone to yoga injuries? If yes, what would you suggest to the experienced practitioners who are now entering their 50s and 60s?

JB: Oh wow. I would like to think I have changed and am more careful and patient but I am still a mess honestly. My yoga students range in age from 19-89. I went to my first yoga class when I was 19 and was in a completely different somewhat immature headspace. I think aging certainly makes the suppleness of mind and body a bit more difficult. As Espalier or spalliera(training trees to grow up walls or in patterns) is likely done with young saplings as older limbs might tend to be more brittle. I think the axioms and dendrites are a little less malleable when one ages but potential for change is still there, it just may take a bit longer than when you are younger.

Then of course we need to reconcile that with why we are practicing which in my view is not to be more bendy (there are contortionists that will likely be able to out posture anyone). I think how we learn to address stressful situations on the mat is an opportunity for how we behave off the mat and perhaps even one day how we might react for our very own death. In this way older practitioners that practice regularly and stick to it for a few years seem to get this (abhyasa vairagya) a bit better than younger students. Older students because they have experienced a bit more of life are also better equipped to understand the subtle parts of the practice (pranaayama, mudra, etc) and are less focused on only what can be seen. In this way we can look forward to our aging as we drop our attachment to asana and gain insight into the subtle underpinnings of how the mind works and linking with the breath.

FDE: How do you react to injury in your practice? What would be your advice to a student that is facing an injury?

JB: I often say postures or injuries are like people in the world. Some of them you like right from the start, some you are indifferent towards and some you don’t like. Without practice for a long time one may never get to see that the backbend they hated for years they now love. I would like to say that I am kind and patient with my injuries in my practice, but I still get impatient and agitated. For those that have an injury which strangely enough seems to be most people that I know here are a few things that may help:

  • Move slowly to and find bandhas
  • Start in mysore (self-practice) setting if you want a counted led class try to do at home first and see how it goes
  • Work with the breath on injured parts holding perhaps a little longer (~10 breaths) to explore limits
  • Be diligent about strengthening non injured parts they will help out
  • Rejoice in self and others and set intention to help
  • Inertia – keep moving something as a stuck mind will tend to fixate on the hurt parts
  • Study
  • Remember the way it felt before as well as how it feels now and cultivate some tactile sweet memory (i.e. the feeling of fingers to toes or feet to head…etc) particularly where touching is involved
  • As you are a changing thing the injuries may not be fixed forever so try to Intentionally forget those injured patterns of movement
  • Practice to feel like the bendier folk but not necessarily look like them (i.e. I always think of the way my friend looks in backbends and on a good day try to cultivate that feeling in my practice)

FDE: Wear-and-tear injuries in any physical activity come from continuous repetition of the same moves. Do you feel this is in contradiction with the traditional Ashtanga practice, where only few students can practice more than one sequence? The majority are stuck in Primary for many years. What would be your advice to them?

JB: Wear-and-tear injuries can happen in any activity and I would argue that this yoga practice as I said before is a more comprehensive body technique most other activities. That said, in some ways it is like a power tool and if used incorrectly or in the wrong hands may damage the body and mind.

Intermediate and Advanced postures have their roots in primary series and so anything that someone feels they may ‘need’ from another series is mostly in primary series if primary is investigated more thoroughly. Time and time again when I think I ‘had’ or understood something in primary series (or even sun salutations) deeper insight continues to be elucidated from a good teacher or through my own investigations.

My advise is to always look deeper and keep digging more and more subtle. There could be something we are missing.

Francesca d’Errico

Pratyahara, il ramo dimenticato dello Yoga

Da tempo non trovavo un articolo interessante da tradurre a beneficio della comunità yogica italiana. Si sprecano ovunque i post dedicati agli asana e alla parte fisica della nostra pratica, ma negli ultimi anni è difficile trovare approfondimenti interessanti sui rami più spirituali dello Yoga. Questo ramo, in particolare, è il mio preferito. A cavallo tra i rami “esterni” e quelli “interni” della pratica, Pratyahara è la “porta” da oltrepassare per cogliere i benefici più profondi dello Yoga. Questo post, di David Frowley (uno tra i più importanti studiosi contemporanei dei testi Vedici), è disponibile nella versione in lingua originale sul suo blog “Sanskriti”. Buona lettura e buona pratica!
Francesca d’Errico by Alessandro Sigismondi
“Lo yoga è un immenso sistema di pratiche spirituali dedicate alla crescita interiore. A questo scopo, lo yoga classico incorpora otto rami: di questi, forse il meno conosciuto è Pratyahara. Quanti praticanti o insegnanti sono in grado di dare una definizione di Pratyahara? Qualcuno di voi ha mai fatto un corso o letto un libro di Pratyahara? Siete in grado di elencare qualche pratica di Pratyahara? Il Pratyahara fa parte della vostra pratica? Eppure, se non comprendiamo questo ramo, rischiamo di perdere un tassello importante senza il quale la nostra intera pratica perde in completezza.
Pratyahara è il quinto ramo, la sua posizione è dunque centrale, tra i rami più esterni e quelli più interni, tant’è che alcuni yogi lo incorporano tra questi. Entrambe le classificazioni sono corrette, poiché Pratyahara è la chiave che apre la porta agli aspetti più interiorizzati della pratica.
Non è possibile passare automaticamente dagli asana alla meditazione: per farlo, dovremmo saltare dal corpo alla mente, dimenticando tutti ciò che si frappone tra loro. Per effettuare questo passaggio dobbiamo imparare a controllare e sviluppare il respiro e i sensi, che collegano il corpo alla mente. E’ proprio qui che entrano in gioco Pranayama e Pratyahara. Con il primo impariamo a controllare e dirigere l’energia vitale, con il secondo impariamo a controllare e dirigere i nostri sensi; entrambi requisiti fondamentali ad una buona pratica di meditazione.
Come possiamo definire Pratyahara? Il termine si compone di due parole sanscrite, Prati e Ahara. Prati è una preposizione che significa “contro” o “lontano”. Ahara è un sostantivo che significa “nutrimento”, o meglio “ciò che portiamo dentro di noi”. Pratyahara significa quindi “controllo di ahara”, ovvero “conquista sulle influenze esterne”. E’ paragonabile ad una tartaruga che ritira le sue membra nel suo guscio, dove il guscio rappresenta la mente, e le membra rappresentano i nostri sensi. Il termine viene comunemente tradotto come “ritiro dai sensi”, ma implica molto più di questo.
Nel pensiero yogico esistono tre livelli di “ahara”, o nutrimento. Il primo è il nutrimento fisico che ci consente di ingerire i cinque elementi fondamentali per il nostro corpo. Il secondo sono le impressioni, che portano in noi le sostanze sottili necessarie al nutrimento della mente, ovvero le sensazioni che percepiamo attraverso vista, udito, tatto, olfatto, gusto. Il terzo sono le nostre associazioni, coloro che sul piano del cuore nutrono la nostra anima e ci influenzano attraverso i guna, sattva, rajas e tamas. Pratyahara è a doppio senso: da un lato ci porta ad evitare cibo, impressioni, sensazioni ed associazioni sbagliate, e dall’altro ci invita ad aprirci a cibo, impressioni, sensazioni ed associazioni positive. Non possiamo controllare la nostra mente senza una dieta e relazioni appropriate, ma soprattutto, Pratyahara ci invita a controllare le impressioni sensoriali che rendono la mente libera di rivolgersi all’interno. Distogliendo la nostra attenzione dalle impressioni negative, Pratyahara rafforza il “sistema immunitario” della nostra mente. Proprio come un corpo sano è in grado di difendersi dagli agenti patogeni che potrebbero minare la sua salute, una mente sana è in grado di allontanare da sé le influenze negative che potrebbero danneggiarla. Se i rumori e l’agitazione del quotidiano vi provocano disagio, praticare Pratyahara vi aiuterà; senza questa pratica vi sarà impossibile arrivare alla meditazione.
Pratyahara si manifesta in quattro forme: indriya-pratyahara (controllo dei sensi), prana-pratyahara (controllo del prana), karma-pratyahara (controllo delle azioni) e mano-pratyahara (ritiro della mente dai sensi). A ciascuna forma corrisponde un metodo.
Indriya-pratyahara, il controllo dei sensi, è la forma più importante di Pratyahara, e sicuramente quella più difficile da affinare considerato il bombardamento mediatico che ci invita costantemente a fare il contrario. La maggior parte di noi soffre di sovraccarichi sensoriali, risultato dei costanti bombardamenti mediatici (attraverso televisione, internet, radio, giornali, libri, notiziari, etc.). Alla base del funzionamento della nostra società commerciale sta la stimolazione del nostro interesse attraverso i nostri sensi. Veniamo esposti continuamente a colori vividi, situazioni emotivamente forti, rumori di ogni genere. Veniamo cresciuti nell’indulgenza sensoriale, che rappresenta la forma primaria di intrattenimento nella nostra società. Ma i sensi, come bambini non educati, hanno una loro volontà, che è primariamente istintiva. Sono loro a dire alla mente cosa fare: se non li educhiamo, ci domineranno con le loro continue richieste. Siamo talmente abituati alla continua attività sensoriale, che non siamo in grado di acquietare la nostra mente. Siamo ostaggio del mondo sensoriale e delle sue fascinazioni. Ci affanniamo a rincorrere la soddisfazione dei sensi dimenticando gli scopi esistenziali più elevati. Per questa ragione, Pratyahara è oggi forse il ramo dello yoga di cui abbiamo maggiore necessità.
Il vecchio proverbio “lo spirito è forte ma la carne è debole” ben si adatta a chi non sa controllare i propri sensi. Indriya-pratyahara ci dà gli strumenti di cui abbiamo bisogno per rafforzare il nostro spirito e ridurre la sua dipendenza dal corpo. Per controllo, non intendiamo la soppressione dei sensi (che porterebbe a sua volta alla rivolta) ma la loro appropriata motivazione e coordinazione”.
Traduzione di Francesca d’Errico

Yoga e Social Media, part 2: Matthew Sweeney

Matthew Sweeney

Continua la serie di post dedicati al delicato rapporto tra Yoga e Social Media, questa volta con una riflessione di Matthew Sweeney, uno tra i più noti e apprezzati insegnanti di Ashtanga Yoga al mondo. Trovo il suo post, visibile in versione originale sulla sua pagina facebook, estremamente utile perché denso di suggerimenti pratici per tutti, insegnanti e praticanti. E soprattutto perché viene da un Maestro che, pur facendo un uso assolutamente limitato della comunicazione in generale e dei social in particolare, è famosissimo per la sua serietà e preparazione. Buona lettura!

Yoga and Social Media, di Matthew Sweeney (28 ottobre 2016)
“Ai giorni nostri, i social media stanno assumendo un ruolo fondamentale nel mantenimento dell’integrità delle pratiche spirituali come lo Yoga. Se accettiamo la premessa che lo Yoga, a qualsiasi livello, riguardi il benessere fisico, psicologico o spirituale dell’individuo, la mia domanda è: quando i social media cominciano ad ottenere l’effetto opposto? Sebbene il marketing e i social possano essere un utile strumento di promozione, se usati oltre misura possono produrre un impatto negativo.
Ad esempio, qual è l’effetto del guadagnare followers su Instagram, o nuovi amici e likes su Facebook? Cosa indicano questi risultati in termini di status e professionalità? Senza dubbio possono aiutarci ad aumentare il nostro business, ma la domanda a questo punto è: cosa aumenta, in realtà? Se il fine dello Yoga è il benessere (e il benessere può solo essere la liberazione dalla sofferenza, ma per il momento, chiamiamolo semplicemente benessere…), avere più followers rappresenta davvero una forma di benessere? Forse, rappresenta il benessere del nostro profilo social… o il benessere delle nostre dipendenze. Quindi la domanda non è se i social media sono di sostegno alla nostra attività professionale, ma se contribuiscono all’aumento delle nostre forme di attaccamento, invece che aiutarci a liberarcene.
Il benessere che ricerchiamo è tangibile, reale, non immaginato. Il fine primario dello Yoga è qualcosa di chiaro e dimostrabile. La linea evolutiva di chi pratica Asana è schematica: 1) salute fisica, 2) salute psicologica e 3) liberazione dalle forme di attaccamento.
Il primo punto che desidero argomentare è che il 3) non dipende dal 1). Non è necessaria la salute fisica per essere liberi da ogni forma di attaccamento. Può aiutare: ma non è necessaria.
In secondo luogo, esistono aspetti dell’uso dei social che manifestano l’opposto del benessere, e quindi l’opposto dello Yoga. Ad esempio, una dipendenza dall’ottenimento di “likes”, la competizione tra colleghi nel guadagnare più followers, il mettere la propria attività professionale nelle mani di un mezzo che è capriccioso e separato dalla realtà, o semplicemente pavoneggiarsi in Asana particolarmente difficili.
Attenzione: non sto dicendo di non usare i social media. Sto esprimendo il mio parere sul come farlo.
Non c’è nulla di male nei social media. Come molte altre cose nella vita, non è tanto ciò che questo mezzo fa, ma come lo si usa. Vorrei mettere in luce tre particolari punti:
1. Yoga > Asana > Identità corporea > Social Media = NON Yoga
2. L’insegnante di Yoga è un Educatore, non una star cinematografica
3. L’importanza della meditazione.
1. Social Media
Asana e Meditazione spesso sembrano in conflitto per chi insegna e/o pratica Asana. La domanda qui riguarda l’importanza del corpo. E’ davvero così importante? In senso generale, no. In senso personale, si. Quindi, identificandoci con il corpo e con la personalità, non siamo sulla strada che porta a livelli elevati di consapevolezza. Non sto dicendo di abbandonare il corpo, ma di inserire la mente e il corpo nel giusto contesto.
Se diamo troppa importanza al corpo, la mente e l’ego ne guadagnano altrettanta. All’opposto, una volta che mente ed ego vengono messi al servizio del sé, e della coscienza e spiritualità dell”osservatore”, allora il corpo diventa un veicolo volontario piuttosto che un ostacolo. Comunque sia, se qualcosa rappresenta per noi un ostacolo, secondo lo yoga dobbiamo trattarlo con rispetto ma senza indulgervi troppo.
Perciò… tornando ai social media: sono pronto ad essere nessuno? Se stiamo cercando di essere qualcuno… stiamo mancando l’obiettivo.
Se consideriamo la direzione della linea evolutiva sopra esposta (Yoga > Asana > Identità corporea > Social Media = NON Yoga), per la maggior parte dei praticanti l’iniziale atteggiamento di approccio alla pratica può essere corretto ma se ci si concentra solo sugli Asana, si finisce con il concentrasi solo sul corpo. Più ci si identifica con il corpo, più si sviluppa una forma di attaccamento. Questa linea evolutiva è riduzionista, non espansionista. Uno dei risultati può essere una dipendenza dai social media; il loro uso eccessivo e una eccessiva indulgenza ad ottenere likes, amici, popolarità e successo superficiale. Qualcosa che ci allontana dal cammino dello Yoga in modo radicale. Non lasciamoci travolgere.
Continuiamo a postare foto in posizioni difficili, verticali sulle mani, asana in bikini o shorts, o centinaia di hashtag per ottenere consensi e followers? Se è così, stiamo probabilmente sviluppando una dipendenza nei confronti del nostro ego e del nostro corpo, ben lontana dal concetto più volte ripetuto nello Yoga di “lasciar andare”. La sofferenza nasce dall’attaccamento, e l’attaccamento deriva dall’identificazione mente-corpo. Solo quando riusciamo sinceramente ad abbandonare i nostri condizionamenti, il nostro corpo e la nostra personalità, possiamo dire di praticare veramente Yoga.
Non voglio dire che chi NON usa i social ha una coscienza più elevata di chi lo fa. Certo, chi non li usa ha forse una maggiore opportunità di arrivarci rispetto a chi è dipendente dai social. Perciò imploro studenti e insegnanti, di smettere di dare così tanta importanza a ciò che è esteriore, apparente e visivo. Smettete di usare in modo eccessivo i social media, e non incoraggiate chi è dipendente dai social a perpetrare questo atteggiamento dannoso.
Recentemente ho letto un post interessante scritto da un insegnante di Yoga proprio in merito all’abuso dei social. Tuttavia, questa insegnante ospitava proprio in quei giorni un altro maestro, che invece è esageratamente esposto su questi mezzi di comunicazione, e che rappresenta ben poco l’essenza dello Yoga. Un simile atteggiamento è quanto meno ambiguo: se decidete di prendere una posizione, fatelo in modo chiaro, a parole e attraverso le vostre azioni.
Di seguito espongo la lista dei miei personali suggerimenti sull’uso dei social media. Chi decide di utilizzarli, a mio parere dovrebbe cercare di postare:
1. Pochi Asana di elevata difficoltà. Non dico di non farlo del tutto. ma di attenersi ad una media ragionevole, 1 post su 10, per esempio. Ogni tanto è giusto far vedere di cosa si è capaci, ma dobbiamo ricordarci che farlo non aiuta nessuno. Se davvero vogliamo aiutare qualcuno, mostriamo una posizione adatta a tutti e spieghiamo come praticarla in modo sicuro.
2. Basta con le verticali sulle mani (sinceramente sono arrivato alla totale insofferenza rispetto ai post di verticali praticate in ogni modo possibile). Se continuate a postare verticali, il messaggio che date è che vi limitate a pavoneggiarvi, e che siete piuttosto fermi nel vostro sviluppo spirituale. Smettetela di fare verticali per un anno, e cominciate a meditare.
3. Riducete il numero di foto in bikini o costume da bagno. Ritengo davvero che sia inutile postare se stessi seminudi, e pubblicizzare in questo modo il proprio corpo. E’ inoltre una tendenza alla sessualizzazione dello Yoga, e visto ciò che accade ultimamente nel mondo, non mi sembra il modo ideale per promuovere lo Yoga. E soprattutto, indica ancora una volta il nostro attaccamento al corpo, alla costruzione di una relazione tra ego e corpo che contrasta l’evoluzione spirituale che ci vuole capaci di distaccarci dal materiale. Non è necessario essere orgogliosi né vergognarsi del proprio corpo. Semplicemente, disidentificatevi dal corpo.
4. Confini individuali. Siate cauti rispetto alle informazioni personali che diffondete nei vostri post, soprattutto se siete insegnanti e quindi persone in un ruolo di responsabilità. Quando vi relazionate ad uno studente, sia in persona che attraverso i social media, dovreste mantenere dei confini, una linea etica che non deve essere attraversata. Siate morigerati nella vostra professionalità. Parlare della propria vita privata nella speranza di ottenere sostegno da amici virtuali, dice molto di voi: soprattutto, dice che non siete in grado di sostenervi da soli. Se avete bisogno di sostegno, rivolgetevi ad un terapeuta, o parlate con un amico in carne e ossa, di persona o al telefono.
5. Smettetela di postare più volte al giorno per solleticare l’attenzione dei vostri followers. La dipendenza da social media è un fenomeno dei nostri giorni, e crea stati di debilitazione [sono molte le ricerche scientifiche e mediche a favore di questa tesi, N.d.T.] La necessità di ottenere più amici, likes e followers indica l’assenza di Yoga nella vostra vita, non la sua abbondanza. Rivela insicurezza, attaccamento e certo non libertà e serenità mentale.
2. Diventate Educatori di valore
Recentemente ho parlato pubblicamente dell’importanza, per un insegnante di Yoga, di essere un Educatore e non una star cinematografica. Un Educatore può fare uso di Facebook per pubblicare articoli utili, o di YouTube per proporre discussioni filosofiche etc. I social media possono essere utilizzati in modo proficuo per educare, illuminare ed aiutare gli altri. Sfortunatamente, possono anche essere usati per accrescere il proprio ego, commercializzare il proprio corpo e ottenere una superficiale popolarità. La popolarità non dovrebbe, secondo lo Yoga, essere l’obiettivo di chi insegna questa disciplina. Essere un buon educatore, invece, è l’obiettivo che più si avvicina al fine dello Yoga. La popolarità dovrebbe derivare dalle nostre capacità di educare, mentre oggi sembra che sia prima di tutto importante essere famosi, mentre esperienza e capacità di insegnamento passano in secondo piano.
Per uscire da questo calderone, dobbiamo riportare la nostra attenzione su ciò che conta veramente: il contatto personale e le capacità di insegnamento. Non è possibile insegnare Yoga in modo corretto attraverso il web. Lo Yoga richiede un contatto diretto con il corpo e, per un insegnante, il contatto diretto con esseri umani reali e indipendenti. Esseri umani che possono essere d’accordo con voi, o no, in un ambiente reale e tangibile.
Concentratevi sullo studio e sull’esperienza. Siate dei buoni educatori, non delle star. Se non avete insegnato costantemente negli ultimi dieci anni, astenetevi dal condurre dei corsi per insegnanti. Fatevi un’esperienza autentica, prima. Se non siete davvero ferrati in anatomia e fisiologia, non siate in imbarazzo, prendete coscienza di questo limite e frequentate corsi che colmino le vostre lacune. Se non avete esperienza nella meditazione, non perdete altro tempo. Iniziate oggi stesso.
Se siete pronti ad imparare, diventerete grandi insegnanti. Se vi interessa solo fare business, probabilmente non lo sarete mai. I social media possono aiutarvi a costruire un’attività, ma ricordate che vengono DOPO lo studio e la disciplina personale.
3. Meditazione
Un punto interessante quando diamo un’occhiata alle posizioni dello Yoga, è la predominanza data alla flessibilità delle anche rispetto ad ogni altra area del nostro corpo.
Ho preso un campione del mio libro Vinyasa Krama. Contiene una libreria di Asana di oltre 100 gruppi di posizioni e 400 singole posture. Le ho divise in quattro gruppi – asana che influenzano principalmente anche e gambe, asana che coinvolgono spalle e braccia, asana che coinvolgono entrambi ed altre in cui queste articolazioni non sono interessate.
Campione totale: 154 gruppi di asana
1. Anche e gambe: 92 su 154 = 60%
2. Spalle e braccia: 34 su 154 = 22%
3. Entrambe: 18 su 154 = 12%
4. Nessuna: 10 su 154 = 6%
Trovo interessante che le posizioni che influenzano le anche sono la maggioranza. Oltre il 70% degli asana influenzano la flessibilità più che la forza, ed oltre il 60% degli asana che coinvolgono braccia e spalle richiedono più forza che flessibilità. Questa tendenza si trova in tutte le tradizioni dello Yoga. In ogni tradizione, in pratica, l’enfasi data alla flessibilità della parte inferiore del corpo è superiore rispetto alla forza della parte superiore.
Arrivo al punto: perché in tutte le tradizioni Yogiche si da’ maggior enfasi alla flessibilità delle anche, rispetto ad altri aspetti corporei?
Semplicemente perché l’obiettivo principale della pratica di Asana è prepararci fisicamente e psicologicamente alla meditazione. Non importa se questo è il vostro personale obiettivo: è il motivo per cui esistono gli Asana. Siete liberi di usare la pratica fisica dello Yoga solo per migliorare la vostra salute corporea ma questo NON è l’obiettivo dello Yoga. Il suo fine è la salute psicologica e la liberazione spirituale.
Perciò, se professate di insegnare Yoga ma non meditate con regolarità, sarebbe meglio dire che siete insegnanti di Asana. Non c’è niente di male: sicuramente sarete di aiuto ai vostri studenti e alla comunità yogica. Ma ritengo che, quando parliamo di Yoga, sia importante essere precisi.
Per quanto riguarda me, non considero la pratica dei soli Asana particolarmente spirituale. Lo stesso vale per i social media: più una persona si dimostra centrata sul proprio corpo, più tenderà ad auto-intrappolarsi su mezzi di comunicazione che evidenziano il corpo. E viceversa.
Faccio un altro esempio: vi capita spesso di vedere foto di noti insegnanti di meditazione mezzi nudi sulla spiaggia? Direi di no. La conclusione per me è che chi fa un uso eccessivo dei social media, entra automaticamente nella lista degli insegnanti che mi interessano di meno.
D’altro canto, se vedo un post interessante, educativo e informativo, sono ben felice di mettere il mio like, di mostrare il mio sostegno e di condividerlo con altri. E’ bello essere positivi e sostenere praticanti e insegnanti genuini nel loro intento di educare senza essere eccessivamente autoindulgenti. Utilizzare i social media può essere utile: ciò che importa è evitare di abusarne.
Om Shantih
Matthew Sweeney”
Traduzione di Francesca d’Errico

Yoga e Social Media, part 1

Era da un po’ che non trovavo l’ispirazione a postare una riflessione sul mio blog. Il motivo? Diciamo che nell’era della sovraesposizione mediatica, in cui chiunque può diventare famoso, troppo famoso, semplicemente perché posta continuamente foto/immagini/post, non volevo pubblicare un articolo fine a se stesso, considerazioni vuote e di nessuna utilità per chi pratica o si avvicina alla pratica.
In fondo, il mio blog è nato per essere una sorta di “servizio” per i vagabondi del dharma, un luogo dove i post di insegnanti e autori internazionali vengono tradotti a beneficio del pubblico italiano, che con l’inglese a volte è un po’ pigro.
Oggi finalmente l’occhio è caduto su un post molto interessante, pubblicato sul blog di The Yoga Space . Il titolo, tradotto, suona più o meno così: “Quest’anno, ho considerato seriamente di non insegnare più Yoga”. Beh, devo dire che quest’anno, ho considerato anche io seriamente di smettere. E proprio per le stesse ragioni esposte in questo articolo… social media overdose. Premessa obbligatoria: riconosco la mia buona dose di vanità, e sono una regular su facebook e instagram. A mia discolpa, cerco di fare poco circo, di postare me stessa più che i miei “asana achievements”, e di rispettare la spiritualità della disciplina che ho scelto. Trovo inoltre che ci siano, là fuori, insegnanti che genuinamente cercano, attraverso i social, di dare un contributo autentico a chi pratica, attraverso consigli tecnici spesso utilissimi. Nonché fotografi e videomakers che hanno saputo toccare la poesia della pratica con il loro meraviglioso lavoro. Eppure sempre più mi accorgo che postare sta diventando una sorta di “obbligo” per dimostrare di esistere su quello che, da pratica spirituale, sta diventando un vero e proprio “mercato”.
Ma leggiamo cosa scrive questa insegnante australiana. Come sempre lasciando a voi ogni considerazione.
“Quest’anno, ho considerato seriamente di non insegnare più Yoga.
Non perché non ami il nutrimento che ricevo dalla mia pratica, o il privilegio di insegnarla ad altri. Ma per ciò che lo yoga è diventato oggi, per l’atteggiamento di molti insegnanti, e per come lo yoga viene “commercializzato”. Soffro, insomma, di “burn out” yogico.
Pratico da 21 anni, e insegno da molto tempo. A 19 anni, lo yoga mi sembrava qualcosa di profondo, di reale: un rifugio, una pratica spirituale. E’ sempre stato così per me, lo yoga è una pratica meditativa attraverso la quale torno a casa, dentro me stessa. Il mio credo e le miei idee si sono evolute nel tempo, ma l’essenza dello yoga, per me, è coltivare l’amore ed entrare in una profonda relazione con se stessi e con il mondo che ci circonda.
Ma qualcosa è cambiato nella percezione e nella visione dello yoga.
E credo che abbia molto a che fare con l’avvento dei social media. I social media hanno contribuito alla trasformazione di una pratica spirituale in un settore di mercato. Si applaude la prodezza fisica, si incoraggiano le “sfide a colpi di asana”, prolifera il product placement, e l’eccessiva presenza di donne bianche, benestanti e senza figli, con una bassa percentuale di grasso corporeo è chiaramente imperante nell’arena del web.
Lo yoga è diventato principalmente un fatto corporeo. O quantomeno, questo è quello che vogliono farci credere attraverso i social media molti tra gli insegnanti più famosi. O forse dovrei dire che per molti lo yoga è sempre stato solo un fatto corporeo, e i social media, semplicemente, ce lo stanno facendo notare? In un mondo basato sull’apparenza fisica e su ciò che indossiamo, rischiamo di perdere l’esperienza di intere generazioni di insegnanti, perché non possono competere e non fanno parte della nuova yoga #tribe o #community in cui l’artificio è indissolubilmente legato all’età, al colore della pelle, al peso e all’abilità fisica.
Lo Yoga è oggi il circo che, nelle speranze di Pattabhi Jois, non avrebbe mai dovuto diventare. Non solo metaforicamente ma proprio letteralmente – gli insta yogis si rivolgono nella vita reale ad allenatori circensi per raffinare i loro asana (non fraintendetemi: se avessi soldi e tempo, mi divertirei anche io ad assumere un allenatore circense ma… non lo definerei yoga).
I social media hanno inoltre dato voce alla “falsa” comunità che si accompagna allo yoga. Lo yoga è una pratica emotiva, profondamente personale e idiosincratica. Può creare uno zelo nei praticanti che rende difficile vedere ciò che è esterno alla loro comprensione della pratica, dell’insegnamento ricevuto, della tradizione seguita. Le persone diventano iper protettive nei confronti della loro scuola, dei “loro” studenti, del loro “brand”. Spesso, nella loro inesperienza come insegnanti novelli, questi “maestri” non capiscono che gli studenti vanno e vengono, le scuole si evolvono e cambiano nel tempo, e che essenzialmente, nello yoga, ognuno è il proprio “brand” – ed è per questo che l’etica personale (yama e niyama) è così importante. Le comunità basate sullo zelo eccessivo alla fine crollano, si consumano, perché le crisi di potere e gli scontri egoici, in cui diventa impossibile piegarsi all’umile compromesso, sono inevitabili.
Esistono ovviamente comunità genuine, ma sembra che il pettegolezzo e le pugnalate alla schiena non siano assenti nel mondo dello yoga, proprio come avviene in ogni sport competitivo. Quest’anno, dopo aver letto il mio nome accanto alla definizione “narcisista yogica”, più che ferita mi sono sentita scioccata per la volgarità e la totale mancanza di gentilezza del commento. Per me, questo episodio riassume ciò che lo yoga è diventato per alcuni: un luogo privo di etica e in cui il contenimento e l’introspezione non esistono. Ultimamente, tutto sembra essere concesso nello yoga, nel parlare di yoga o nel parlare di chi fa yoga. Un atteggiamento che francamente non mi piace.
Nel riconsiderare il mio rapporto con l’essere una “insegnante di Yoga”, ho pensato di limitare l’uso del mio profilo facebook. Principalmente perché non voglio parlare di Yoga o ascoltare le opinioni altrui sullo Yoga. Perché?
Perché lo yoga è privato.
Per me lo yoga è sempre stato un rituale privato, una pratica quotidiana di igiene e reset mentale. E’ ciò che mi aiuta ad essere me stessa in modo più autentico: ad essere più aperta, più amorevole, meno preoccupata. Sembra un paradosso ma essenzialmente, l’intensità dell’impegno di una pratica quotidiana mi ha dato maggiore libertà.
Al tempo stesso, sento la presa dell’attuale rappresentazione dello Yoga. Ogni tanto, mentre mi arrabatto tra gli impegni del quotidiano, la stanchezza e gli infortuni fisici, sento il mio giudice interno redarguirmi su come dovrebbe “apparire” la mia pratica. Nonostante ventun anni di pratica, non sono ancora immune dall’impatto delle (errate) rappresentazioni dello yoga di oggi.
E’ strano, perché questo sguardo esterno non ha fatto parte della mia pratica nei primi dieci anni sul tappetino. Ma ora, superati abbondantemente i 40 anni, non tanto spesso, ma pur sempre a volte, avverto i semi del dubbio spuntare nella mia mente, mentre cerco di accettare i cambiamenti del mio corpo. Pratico da molti anni, forse da più anni di tante “yogalebrity”, ma il mio corpo risponde in modo diverso. Gli asana non conoscono la meritocrazia, e saremmo sciocchi a pensarla diversamente.
Mi solleva constatare che questi pensieri non sono costanti, e che questo sguardo esterno non si è interiorizzato. Mi sento spesso felice e in pace, durante la mia pratica. Al di là delle sofferenze personali che l’internalizzazione di un simile sguardo potrebbe creare, mi si spezzerebbe il cuore se i miei insegnamenti perpetuassero una versione così limitata e corporea dello Yoga. Ciò che ho capito nel considerare di abbandonare l’insegnamento, è che insegnare yoga è qualcosa che AMO.
In realtà, io VOGLIO insegnare yoga. Non voglio insegnare lo yoga che vediamo sui social, non sono una insegnante incattivita, che vuole far mostra delle sue conoscenze anatomiche e raffinare severamente le tecniche di jump back dei suoi studenti (ma sono felice di aiutarli se me lo chiedono). Nella mia mente, lo yoga per molti versi non può essere insegnato: possiamo solo offrire il contesto e gli strumenti perché i praticanti lo scoprano da soli. Sembra un luogo comune ma lo yoga è un viaggio, e come insegnante desidero solo condividere questo cammino con gli altri, essere testimone dei loro cambiamenti, e aiutarli ad abbracciarli. Lo Yoga, per me, è entrare in una relazione d’amore e gentilezza che inizia da se stessi e arriva al mondo intero. E’ essenziale che questa relazione non sia mediata da internet o da altri. E’ di scarso aiuto riempirsi la testa delle idee altrui sullo yoga. Per molti anni ho fatto io stessa i conti con la voce di un insegnante troppo severo, che mi diceva cosa dovevo fare e cosa no – facendomi sentire, di fatto, inadeguata.
Oggi nella mia testa mentre pratico non c’è nessuno, a parte la presenza cosmica di Guruji Sharath e Saraswathi, un calore e un sostegno che non mi mettono con le spalle al muro né mi spingono a fare/dare sempre di più. Oggi so che essere sul tappetino è già abbastanza. La mia pratica è già abbastanza; il mio modo di insegnare è già abbastanza. E se non è abbastanza per qualcuno, troveranno un insegnante che darà loro ciò di cui hanno bisogno in questo momento della loro esistenza.
Nel contemplare la possibilità di smettere di insegnare, ho capito che, oltre ad essere qualcosa che amo, il mio modo di insegnare può essere una alternativa a ciò che ci viene propinato dai social. Voglio che altri insegnanti con decenni di esperienza restino attivi, e per questo motivo continuo a comunicare l’esistenza della mia scuola. La mia speranza è che finché mi sarà possibile navigare le acque della rappresentazione moderna dello yoga con la mia esperienza, potrò contribuire a mantenere viva la tradizione di una Mysore room in cui ci sia spazio per la rivelazione e la guarigione.”
 
Firmato: Una Insegnante, The Yoga Space
Traduzione di Francesca d’Errico