Essere insegnante: l’esperienza di Elena Bortolazzi

Laureata in Scienze Motorie, insegnante esperta di Ashtanga Yoga e titolare del centro di eccellenza Yoga&Movimento: Elena si racconta a The Yoga Blog

Essere un bravo insegnante di Yoga oggi è tutt’altro che semplice. Trovarne uno, è impresa assai ardua, davanti ad un’offerta che si allarga sempre più, e in cui il neofita tende a perdersi, incappando spesso in persone improvvisate o impreparate.

Ho conosciuto Elena Bortolazzi circa un anno e mezzo fa, anche se da tempo seguivo la sua incredibile pratica sui social. Ci siamo incontrate ad un seminario della Scholarship Twindharma, tenuto da Martina e Chiara Cova, a mio parere tra le migliori insegnanti in Italia. Elena era presente con il suo team di colleghe, e sono rimasta affascinata dalla pulizia e dall’altissimo livello della sua pratica, oltre che dalla sua incredibile modestia (qualità sempre più rara, ultimamente), aspetti che per me sono fondamentali in un autentico insegnante. Durante il lockdown, Elena è stata insieme a Martina la persona che ha maggiormente contribuito a migliorarmi nella pratica, e poiché tra gli scopi di questo mio blog c’è anche e soprattutto quello di dare indicazioni su chi seguire per lavorare in modo serio e sicuro sulla propria pratica, da tempo coltivavo l’idea di intervistarla per voi.

Elena Bortolazzi in handstand

Trovo molto interessante il suo percorso, soprattutto oggi, momento storico in cui pare bastino 15 giorni per diventare insegnante di Ashtanga Yoga (una pratica che richiede una vita per essere appresa nelle sue mille sfumature), e spero possa essere di ispirazione a chi desidera non solo “dire” di insegnare yoga, ma “essere” realmente insegnante di Yoga.

Francesca: Elena, la tua pratica fisica è di altissimo livello. Quando hai iniziato, e chi consideri tuo maestro? Quali percorsi di formazione Yoga ritieni validi in Italia?

Elena esegue la transizione di Eka Pada Sirsasana

Elena: Ho iniziato a praticare circa 12 anni fa.
Ho iniziato con Roberto Bocchi e con il suo power yoga method. A lui devo veramente tanto, per tutto ciò che mi ha insegnato, e lo ritengo il  mio iniziatore.
Sono sempre stata insegnante di fitness, e durante la prima lezione di power yoga mi sono sentita, per la prima volta, un pesce fuor d’acqua. Ero così convinta delle mie abilità motorie, che il mio sentirmi così a disagio mi ha fatto ripartire da zero.
Mi sono detta: bene “ ricomincio da qui”, e mi sono innamorata perdutamente di questa pratica. Il classico amore a prima vista.
Ho poi iniziato a praticare Ashtanga yoga nel 2012 e solo nel 2015 sono andata a Miami a cercare Day1yoga, che allora insegnava al Miami life center; ho quindi cominciato a seguirla ovunque, ogni volta che potevo correvo da lei.
Durante un workshop a Bali ho poi conosciuto Martina e Chiara Cova, che continuo a seguire tutt’ora.

F: La tua preparazione include una laurea in scienze motorie. Quanto incide il tuo excursus universitario sulla tua pratica Yoga?

E: La mia laurea in scienze motorie e il mio percorso di studio, che ritengo non avrà mai fine, incidono soprattutto nel mio modo di insegnare più che nella mia pratica personale. Anche se la sete e la fame di comprendere l’anatomia ed i segreti infiniti di corpi diversi in movimento, rimane per me un affascinante mondo da scoprire e da trasmettere ai miei allievi.

F: quale aspetto spirituale dello Yoga pensi ti abbia aiutato di più nell’affrontare le difficoltà del quotidiano?

E: Per quanto riguarda l’aspetto spirituale dello yoga, direi che mi ha aiutato a sviluppare quella che oggi si definisce modernamente resilienza, la pazienza e l’amore verso se stessi.

F: qual è la tua raccomandazione per chi desiderasse oggi insegnare yoga?

E: Credo non sia semplice oggi insegnare seriamente e rispettosamente Yoga. Sono necessari tanta passione, tanto sudore  e tanta pratica personale in primis, poi tanto studio. Affidarsi ad un buon maestro è secondo me un aspetto fondamentale. Per essere un bravo insegnante devi essere prima un bravo allievo.

Un ritratto di Elena Bortolazzi

F: Sappiamo che, al di là del mondo ideale dei social, i praticanti hanno spesso una vita complessa, tra lavoro e famiglia il tempo per la pratica spesso è molto difficile da trovare. Qual è il tuo consiglio in merito alla frequenza e alla durata della pratica? E quali risultati può aspettarsi una persona “comune”?

E: Credo che la pratica per un allievo vada di pari passo con la pazienza, abbiamo così tante aspettative nei confronti di noi stessi che ritengo dovrebbe essere considerata come una dolce medicina, capace di metterci in contatto con noi stessi. La pratica deve aiutarci a ritagliare un’ora di assoluta alienazione dallo stress e dal vivere frenetico e senza ascolto che accompagna le nostre giornate.

F: Parliamo di Yoga & Movimento, una realtà molto frequentata e attiva, a Sassuolo. Forse in Italia una tra le community più forti. Come è nato questo progetto? Chi ti affianca nell’insegnamento? Come avete reagito al Covid? E come sta andando la ripresa?

E: Yoga&movimento é la mia grande casa, la mia grande famiglia, ho sempre desiderato creare una comunità capace di dare benessere.
Mi ritengo molto fortunata ad avere uno staff di bravi insegnanti ed allievi e devo tantissimo alle mie compagne di banco Francesca Casoni, Roberta Girardi ed Antonella Marino che sin dall’inizio hanno creduto ed appoggiato questo mio progetto, senza di loro non sarei qui.
Ormai siamo quasi in 10 insegnanti e spero la scuola cresca ancora.

Durante la pandemia, stringendo i denti abbiamo continuato a lavorare  online con entusiasmo grazie anche ad allievi molto disciplinati che non hanno mollato la presa.

La ripresa? Un’ emozione unica tornare in presenza, meno affluenza e tanto lavoro da fare per riparare i danni fatti dal Covid, il vantaggio e svantaggio di lezioni che continuano in presenza ed online, ma che dire, tutto insegna ed ancora una volta mi dico “ripartiamo da qui”!

Elena Bortolazzi e il suo team sono a Sassuolo, in Piazza Jan Palach 10. Questa estate, inoltre, terrà un seminario residenziale presso la famosa e bellissima struttura di Yoga in Salento (Zollino). Io non vedo l’ora di andare a praticare con lei, e voi?

Francesca d’Errico

Gli articoli tradotti e quelli autografati sono protetti da copyright. Per la riproduzione, scrivere a fmderrico@gmail.com. The Yoga Blog è un sito che offre gratuitamente una selezione di articoli, interviste, traduzioni di grande rilievo per la comunità yogica italiana. Ogni vostra donazione mi aiuta a portare avanti questo progetto, libero da qualsiasi influenza commerciale. Donate usando il pulsante PayPal che trovate in testa ad ogni articolo. Grazie.

Gli Yama e i Niyama: dal medioevo a oggi

Parte I – di Jason Birch e Jaqueline Hargreaves, The Luminescent

Traduzione e commento di Francesca d’Errico

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Tra i primi concetti che ci vengono trasmessi quando iniziamo a praticare Yoga, troviamo gli Yama e Niyama, i cosiddetti “codici di comportamento” dello Yogi nei confronti di se stesso e degli altri. Ma cosa è cambiato nell’interpretazione di questi precetti morali dalla loro prima apparizione ad oggi? E sono veramente presenti in tutti i testi che trattano di Yoga? Per scoprirlo, mi sono rivolta come sempre ai ricercatori della SOAS University, ideatori e realizzatori del famoso Hatha Yoga Project di cui ultimamente sto traducendo per voi una selezione di articoli. Così, sfogliando tra i tanti, interessantissimi documenti a disposizione, ho trovato questo articolo, pubblicato dallo Yoga Scotland Magazine e in seguito online su The Luminescent, in cui Jason Birch e Jacqueline Hargreaves cercano di mettere un po’ di ordine in un percorso non sempre ovvio e lineare. Ho diviso per praticità il post. La seconda parte, nei prossimi giorni, affronterà i principali Yama e Niyama in dettaglio. Ma ora dedichiamoci all’introduzione storica, che riserva come sempre molte sorprese…

Yama e Niyama – la visione medievale (immagine di The Luminescent)

In questo articolo esamineremo come gli Yama e i Niyama siano stati interpretati in testi di diverse tradizioni medievali e moderne. In alcuni casi, queste linee guida comportamentali sono state adattate in base al pubblico a cui erano dirette e, in altri casi, sono state reinterpretate a seconda delle visioni dottrinali di una determinata tradizione. Dovremo inoltre considerare per quale motivo alcuni metodi, come il Ṣaḍaṅgayoga dello Śaivism, e le prime tipologie di Haṭhayoga, abbiano omesso gli Yama e i Niyama. Infine, discuteremo della continua influenza dei Pātañjalayogaśāstra nell’India medievale ed esamineremo (nella seconda parte di prossima pubblicazione, n.d.T.) come sono stati reinterpretati i concetti di Ahiṃsā, Brahmacarya e Tapas.

La diversa numerazione di Yama e Niyama

Nel periodo medievale indiano (tra il sesto e il diciottesimo secolo), i principali sistemi di Aṣṭāṅgayoga contenevano più dei dieci Yama e Niyama dei Pātañjalayogaśāstra. Molti ne presentavano venti, e alcuni addirittura trenta. Un esempio tipico si trova nel Śāradātilaka, del dodicesimo secolo, un Tantra di Orissa, che contiene un capitolo sullo yoga alquanto eclettico:

I dieci Yama sono non violenza, sincerità, non rubare, celibato, gentilezza (kṛpā), sincerità (ārjava), pazienza (kṣamā), serenità (dhṛti), alimentazione moderata (mitā- hāra) e pulizia (śauca). I dieci Niyama, insegnati da chi conosce le scritture dello yoga, sono ascetismo, contentezza, fede [nell’esistenza di un mondo superiore] (āstikya), [donazioni religiose] (dāna), adorazione di Dio (devasya pūjana), ascolto degli insegnamenti dottrinali (siddhāntaśra- vaṇa), compunzione (hrī), contemplazione (mati), ripetizione di un mantra (japa) e presentazione di offerte (huta).

Molti, se non tutti, gli Yama e i Niyama di Patañjali furono mantenuti nelle tradizioni successive. Tuttavia, in alcuni casi, fu abbandonata la visione di Yama e Niyama come rami di sostegno. Troviamo un buon esempio in un testo Advaitavedānta precedente al 14esimo secolo, l’Aparokṣānubhūti, che trasmette un sistema di Rājayoga con quindici rami (aṅga). In questo testo, gli Yama e i Niyama sono definiti così:

Con la consapevolezza che ‘Tutto è Brahma’, si ha la moderazione di tutti i sensi. Questo è chiamato Yama e dovrebbe essere praticato costantemente. Niyama è un corso di azione susseguente, coerente con questa consapevolezza e con il rifiuto delle azioni che ad essa non si confanno. Il saggio genera supreme benedizioni grazie al Niyama.

Altri testi riconoscono implicitamente l’esistenza di altri Yama e Niyama, ma insegnano selettivamente solo quelli che considerano più importanti. Lo si vede ad esempio nell’Aṣṭāṅgayoga del Netratantra Aṣṭāṅgayoga (750-850 CE), che li considera come uno dei tre metodi per eludere la morte (kāla- vañcana):

Lo Yama migliore è l’astensione costante (virati) dalla vita mondana (saṃsāra), ed il miglior Niyama è la meditazione costante (bhāvanā) sul più elevato livello di realtà (tattva).

Il Netratantra fa parte di una minoranza dei Tantra di Śaiva che adottavano la formula a otto rami dell’Aṣṭāṅgayoga nel loro sistema Yogico. Nello Shivaismo tantrico era prevalente la formula a sei rami (ṣaḍaṅga) che ometteva Yama e Niyama. Sebbene sia molto difficile parlare di Tantra in termini generici a causa delle grandi diversità delle sue tradizioni e dei corrispondenti insegnamenti, sarebbe un errore concludere che l’omissione degli Yama e dei Niyama nel Ṣaḍaṅgayoga voglia indicare l’abbandono di una condotta morale. Al contrario, molti Tantra contengono passaggi relativi alla condotta morale degli iniziati, e se consideriamo questo aspetto accompagnandolo alla lettura del Ṣaḍaṅgayoga, gli Yama e i Niyama diventano in questo contesto quasi superflui.

L’omissione di Yama e Niyama
Nath yogi

Molte tradizioni primitive di Haṭha e Rājayoga (12esimo-15esimo secolo) omettevano gli Yama e i Niyama dai loro insegnamenti. Un esempio lampante è nell’Haṭhapradīpikā, del 15esimo secolo, il cui manoscritto non contiene versi relativi alle linee guida comportamentali. La loro omissione impone una domanda: quali erano i codici morali dei primi praticanti di Haṭha e Rājayoga? Una risposta possibile è che questi praticanti seguissero i codici morali della loro tradizione religiosa. Alcuni testi indicano che l’Haṭha e il Rājayoga erano conosciuti da una pletora di praticanti. Ad esempio, nella sezione dedicata all’Haṭhayoga, Dattātreyayogaśāstra del 12esimo secolo cita:

Che sia un Brahmmino, un asceta, un Buddista, un Jainista, un portatore di teschi (kāpālika) o un materialista; il saggio che ha fiducia [negli insegnamenti dell’Haṭha e del Rājayoga] ed è devoto alla pratica dello yoga, otterrà il successo in qualsiasi impresa.

In una simile situazione, sembra plausibile pensare che i Brahmini seguissero il codice di condotta Brahminico, i Buddisti il loro, e così via. Si potrebbe pensare che i portatori di teschi, i Kāpālika, che di notte sul suolo delle cremazioni adoravano una terrificante versione di Śiva chiamato Rudra, avessero poco a che fare con linee guida comportamentali di qualsiasi tipo. Godevano di una dubbia reputazione, con i loro riti trasgressivi che comprendevano anche il consumo di carne umana. Alcune delle loro scritture sono sopravvissute, ma un commento agli Pāśupātasūtra di Kauṇḍinya (quinto-sesto secolo CE) contiene una discussione piuttosto vasta sugli Yama e i Niyama di questi asceti. Kauṇḍinya li elenca:

Non violenza, celibato, sincerità, astensione dal commercio e non rubare sono gli Yama. Non cedere alla rabbia, ascoltare il guru, essere lindi, cibarsi con moderazione ed essere vigili sono i Niyama.

In termini generali, questi spaventosi asceti di Śaiva seguivano strette interpretazioni dei loro Yama e Niyama. Ad esempio, il commento rivela che dovevano mangiare solo cibo preparato da altri, per non incorrere nel peccato di Hiṃsā (violenza) inerente alla preparazione del cibo, come accendere un fuoco (azione che poteva causare la morte di creature minuscole).

Poiché i testi di Rāja e Haṭhayoga non menzionano la necessità, per i praticanti, di sottostare a riti di iniziazione (dīkṣā), probabilmente queste tipologie di yoga erano praticate da persone che continuavano a seguire le regole comportamentali della tradizione di appartenenza. In questo senso, l’Haṭha e il Rājayoga possono essere considerati moralmente neutri, perché si basano sui codici morali di altre tradizioni.

In quasi tutte le versioni stampate dell’Haṭhapradīpikā sono inseriti versi sugli Yama e i Niyama, spesso presi a prestito dai commenti di Brahmānanda, intitolati Jyotsnā, e scritti nel 19esimo secolo. La struttura originale del manoscritto dello yoga dell’Haṭhapradīpikā è solo a quattro rami (ovvero Āsana, Prāṇāyāma, Mudrā e Samādhi). L’inclusione degli Yama e dei Niyama nelle sue edizioni stampate è forse un tentativo degli editori di rendere più comprensibile questo testo. Questi editori erano probabilmente influenzati dal sistema dell’Aṣṭāṅgayoga, probabilmente a causa della popolarità degli Yogasūtra di Patañjali in seguito all’enorme successo internazionale del libro Raja Yoga di Swami Vivekananda (pubblicato nel 1896).

La continua influenza dei Pātañjalayogaśāstra
Patanjali,
effige medievale

Sebbene i Pātañjalayogaśāstra avessero poca influenza sui metodi primitivi di Haṭha e Rājayoga, restavano comunque un’importante opera sullo yoga per Brahmini eruditi e filosofi dell’India medievale, come è largamente dimostrato dagli autori medievali che composero i loro commenti a quest’opera: da Śaṅkara, Vācaspatimiśra, a Vijñānabhikṣu, ma anche ai meno conosciuti Bhāvagaṇeśa, Bhavadevamiśra, Nārāyaṇatīrtha e così via.

Tutti questi autori erano filosofi colti, e nelle loro spesso scarne biografie si nota la loro affiliazione ad altre tradizioni filosofiche dell’epoca, come l’Advaitavedānta. In altre parole, questi commenti non erano frutto di un lignaggio filosofico che si identificava nei Sāṅkhyans o negli yogin.

Infatti, l’influenza di Patañjali nel periodo medievale si evince con più facilità nella letteratura Brahminica. E’ come se molti eruditi Brahmini avessero i Pātañjalayogaśāstra nella loro collezione di manoscritti, e li estraessero dai loro scaffali quando avevano bisogno di riferimenti in materia di yoga. Ad esempio, quando il commentatore Kashmiro Rājānaka Alaka, vissuto poco dopo il 12esimo secolo, si trova a commentare il termine amanaskayoga (letteralmente, ‘lo yoga senza mente’) in un capitolo dell’inno a Śiva Haravijaya, ci si aspetterebbe un riferimento ad un altro testa Śaiva su questo argomento, come l’Amanaska del 12esimo secolo. Ma sembra che Rājānaka Alaka avesse più familiarità con lo yoga di Patañjali che con l’Amanaska, che insegnava un sistema yogico noto come Rājayoga per il raggiungimento dello ‘stato di Yoga senza mente’ (amanaska). Egli spiega quindi amanaskayoga con i termini che Patañjali usa per definire il più alto livello di Samādhi, l’Asaṃprajñātasamādhi:

[Questo] stato di yoga (yogadaśā) è privo di mente (amanaskā), [ovvero, è una] forma di Asaṃprajñātasamādhi, [che è] priva dell’attività della mente, [la cui] natura è il pensiero discorsivo.

Fu solo dopo il sedicesimo secolo che gli accademici eruditi iniziarono a interessarsi seriamente ai testi di Haṭha e Rājayoga .

Un ulteriore esempio di Brahmino erudito, la cui visione sullo yoga fu largamente influenzata dai Pātañjalayogaśāstra, è Godāvaramiśra. Fu il precettore (rājaguru) del sedicesimo Re di Orissa, Pratāparudradeva. Il suo compendio sullo Yoga, lo Yogacintāmaṇi, si fonda principalmente su passaggi selezionati dei Pātañjalayogaśāstra, sui commenti di Vācaspatimiśra e di Bhojadeva e sui passaggi relativi allo yoga di altri testi yogici considerati accettabili dai Brahmini ortodossi, come i Purāṇa e i Dharmaśāstra.

-continua

L’Haṭhābhyāsapaddhati di Kapālakuruṇṭaka

Ricostruzione della sequenza di Āsana
Riflessioni di Philippa Asher

Traduzione di Francesca d’Errico

NdT: In questi ultimi giorni avete trovato sul mio blog alcune traduzioni tratte da The Luminescent, il sito di Jacqueline Hargreaves dedicato all’Hatha Yoga Project della Oxford University. La descrizione degli asana e le istruzioni sulla loro esecuzione vi saranno senz’altro sembrate molto diverse da quelle che incontriamo in una classe di Yoga contemporanea. Anche se alcuni tra noi praticano Ashtanga, una tradizione considerata abbastanza solida, il sadhana del 18esimo secolo sicuramente mostracaratteristiche ben diverse rispetto a quelle a cui siamo abituati. Ma cosa si prova a ricostruire praticamente una delle sequenze tratte da questi testi così antichi? Ci ha mai provato qualcuno? Ebbene la risposta è sì. Lo ha fatto Philippa Asher, insegnante di Ashtanga Yoga certificata da Sri K. Pattabhi Jois e Sharath Jois, una delle praticanti più avanzate nella pratica di questo metodo, che ha lavorato insieme a Jason Birch e Jaqueline Hargreaves alla ricostruzione di una sequenza di asana tratta da quello che molti pensano possa essere il famoso Yoga Kurunta, il testo segreto studiato da Krishnamacharya e da lui trasmesso al suo discepolo Pattabhi Jois. Il risultato è in un film, ma anche in questo articolo scritto da Philippa, che traduco per voi. Vi lascio in compagnia di Philippa e della sua incredibile esperienza.

L’immagine a lato raffigura tāṇḍavāsana (la posizione della danza di Śiva) ed è tratta dal film ‘Haṭhābhyāsapaddhati: A Precursor of Modern Yoga
Praticante: Philippa Asher Regia: Jacqueline Hargreaves © 2018

“ekena pādena sthātavyam utthātavyaṃ tāṇḍavāsanaṃ bhavati”
[Lo yogi] sarà in equilibrio su una gamba, e solleverà [l’altra. Questa] è Tāṇḍava, la posizione della danza [di Śiva’s].

Haṭhābhyāsapaddhati , descrizione dell’āsana numero 80
(traduzione di Jason Birch del 2013), pubblicata in ‘The Proliferation of Āsana-s in Late Mediaeval Yoga Texts’ (2018)

L’ Haṭhābhyāsapaddhati è uno dei dieci testi in Sanscrito studiati e tradotti nell’ambito dell’ Haṭha Yoga Project presso SOAS, University of London. Guidato dal Dr Jim Mallinson, con Dr Mark Singleton, Dr Jason Birch (e altri) tra il 2015 e il 2020, l’ Haṭha Yoga Project mappa la storia della pratica fisica dello yoga, utilizzando la filologia e l’etnografia.

E’ stato un grande onore essere coinvolta nella ricostruzione e nelle riprese cinematografiche degli āsanas tratti dall’ Haṭhābhyāsapaddhati, che (oltre a fornire istruzioni sugli altri aspetti della pratica dell’haṭha yoga) descrive 112 posture divise in sei gruppi, forse da intendersi come sequenze:

Supine (da 1 a 22)
esercizi di cultura fisica e yoga āsana in cui petto, fianchi, spalle o volto sono generalmente rivolti verso l’alto, e spesso con parte della schiena appoggiata al suolo

Prone (da 23 a 47)
movimenti e posizioni che richiamano la natura, in cui i fianchi, l’addome e lo sguardo sono generalmente rivolti verso il basso

Statiche (da 48 a 74)
Asana familiari e ricercate (molte delle quali piuttosto complicate) solitamente tenute sul posto

Erette (da 75 a 93)
movimenti danzati, oscuri gesti di cultura fisica e āsana complessi generalmente eseguiti in posizione eretta

Posizioni con le corde (da 94 a 103)
Metodi elaborati per arrampicarsi, salire e mantenere l’equilibrio su una corda

Posture che Trafiggono il Sole e la Luna (da 104 a 112)
yoga āsana avanzati e riconoscibili nella pratica moderna dello Yoga posturale.


L’esperienza della pratica delle posture dell’ Haṭhābhyāsapddhati
Praticare una selezione di āsana così atipica e muoversi in un modo completamente nuovo, è stato molto divertente oltre che una vera sfida: avevo solo otto settimane per studiare e sperimentare oltre cento posizioni, tratte dalla traslitterazione e dalla successiva traduzione di un manoscritto Sanscrito del 18esimo secolo. Considerate che la mia pratica quotidiana (che eseguo fin dai tardi anni ’90) è il metodo dell’Ashtanga vinyāsa. Mi ci sono voluti 15 anni per apprendere e perfezionare la Prima, la Seconda e le Serie Advanced A e B, che ho appreso direttamente dai miei maestri in India (parliamo di circa 200 āsana). Ho perfezionato ogni postura prima di apprendere la successiva – quindi il processo di apprendimento in questo caso era completamente diverso. Va anche detto che lo specifico nome in sanscrito degli āsana non rappresenta necessariamente le stesse posture in tutte le tradizioni di haṭha yoga. Nomenclatura e āsana possono variare considerevolmente.

Ovviamente, in assenza di una pratica di āsana quotidiana e stabile, e anni di esperienza con tali posizioni a livello profondo, sarebbe complicato esplorare gli āsana dell’Haṭhābhyāsapaddhati, figuriamoci eseguirle. Alcune sono molto complesse, altre sono semplicemente movimenti che non ho mai avuto bisogno di eseguire precedentemente, e alcune sono influenzate dalla cultura fisica, dalla ginnastica, dalle arti marziali e dalla danza. Avere una comprensione più sofisticata degli āsana, di come eseguirli ed esprimerli in sequenze logiche serve a rendere più accurato e credibile il lavoro intellettuale di ricostruzione da una pagina.

Sperimentare la varietà di posizioni descritte nel testo e osservare somiglianze e differenze tra ciò che consideriamo essere oggi un āsana, è un lavoro affascinante. Alcune delle posture dell’Haṭhābhyāsapaddhati si concentrano sulla forza, altre sulla flessibilità o sull’equilibrio, e infine se ne incontrano altre, piuttosto oscure, come la posizione del chiurlo (103) che io ho interpretato in questo modo: in squat, tenere un peso di pietra con i denti, passare le braccia intorno ai polpacci e stringere la parte esterna delle tibie con gli avambracci, sistemare una corda in ogni pugno e quindi arrampicarsi su queste corde. La posizione della stella polare (89), nella sequenza delle posture erette, potrebbe ben inserirsi in una performance parigina di can-can del 1830. E’ stato incoraggiante scoprire che molte delle posizioni descritte nel testo si sono evolute nelle posture che fanno parte delle sequenze dell’Ashtanga odierno, sia della Prima serie, che della Seconda, e infine delle serie Advanced A, B e C (e probabilmente di altre scuole di yoga posturale).

Ho studiato antropologia della danza, storia e arti dello spettacolo all’Università, e ho trovato intrigante l’elemento eclettico delle sequenze. Poiché alcune descrizioni suggeriscono movimenti che non sembrano affatto āsana, si pone la domanda: quando un movimento diventa un āsana? Per me, questo avviene quando c’è sincronia perfetta tra respiro, movimento e sguardo, quando l’allineamento è agevole (e consente al prāṇā di fluire liberamente), e la mente è quieta. Con questa idea in mente, e avendo incontrato molti adolescenti agili in India che avrebbero potuto dimostrare con facilità le forme descritte nell’Haṭhābhyāsapaddhati , mi sono chiesta se eseguire una postura quando la concentrazione, il respiro, la tecnica e lo stato mentale sono meno stabili possa ancora essere considerato haṭhā yoga, piuttosto che un esercizio.

Approccio all’apprendimento delle posture dell’Haṭhābhyāsapddhati
Ho trascorso molto tempo a studiare le traduzioni scritte delle descrizioni degli āsana, quindi ho pensato a come potessero essere trasferite al corpo fisico. Ho cercato di non farmi influenzare dalle illustrazioni del Śrītattvanidhi, poiché in questi disegni ci sono molte licenze artistiche (che hanno forse operato delle mutazioni per aderire a riquadri con parti del corpo assai sproporzionate). Alcune raffigurazioni sfidano le leggi di gravità e dislocano le articolazioni, e nessuna delle illustrazioni mostra dove si trovi il pavimento. Non sono certa che siano di grande aiuto, ma dal punto di vista artistico sono meravigliosamente avvincenti.

Mi sono messa all’opera con ciascun āsana per ogni sezione (uno alla volta) e quindi li ho eseguiti in forma di sequenza dinamica. Dopo aver lavorato su tutte le sezioni, le ho praticate dall’inizio alla fine (come descritto nel testo): supine, prone, statiche, erette (non dispongo di una fune), e quelle che trafiggono il sole e la luna.

Eseguire tutte le sequenze consecutivamente è stato molto impegnativo (principalmente perché stavo lavorando in modo nuovo, e avevo solo otto settimane prima delle riprese). Nel sistema Ashtanga, si perfeziona ogni āsana prima di apprendere il successivo, e solo quando questo è in sincronia con il tristhāna, il vinyāsa e un allineamento fisico sicuro. In questo modo si arriva ad una pratica che diventa una meditazione in movimento. Ci vogliono decenni per arrivare a questa esperienza. Per questa ragione ho ritenuto fondamentale apprendere, memorizzare e praticare tutte le sequenze dell’Haṭhābhyāsapaddhati molte volte, in ordine, per sentire la progressione e il fluire di ogni sezione (e anche per sperimentare le contro-posizioni e capire come le posizioni lavorano dinamicamente ed energeticamente sul corpo, sulla mente e sul respiro). Sfortunatamente senza avere una fune appesa al soffito a portata di mano, non ho potuto sperimentare la sequenza con la fune, e ho riprodotto le posture al suolo. Sospetto che queste derivino dai movimenti di uno sport Indiano, il Mallakhamba, e possano essere stati utili per arrampicarsi sugli alberi (o scalare le mura durante la colonizzazione Britannica).

L’intero processo è stato per me come creare una coreografia da un foglio musicale Benesh (un pentagramma con barre, su cui si annota ogni movimento) … ma senza il coreografo, quindi con molto spazio per l’interpretazione personale. Penso che se le descrizioni degli āsana dell’Haṭhābhyāsapaddhati a sei diversi praticanti esperti, vedremmo sei diverse espressioni di ogni posizione.

Prendiamo ad esempio Matsyendrapīṭhaṁ (105); la traduzione dal Sascrito è curiosa, poiché dice che il tallone sinistro è all’ombelico, mentre il piede destro è sulla coscia sinistra. Ma il piede destro dovrebbe anche essere sotto il ginocchio sinistro (!), e si dovrebbe afferrare il ginocchio destro con la mano sinistra e tenere le dita del piede sinistro:

“Con il tallone sinistro all’ombelico [e] l’altro piede sulla coscia [opposta], si afferri l’esterno del ginocchio destro con la mano sinistra e si tengano le dita del [piede destro, che si trovano] sotto il ginocchio sinistro. [Lo Yogi] deve restare in [questa posizione. Questa] è la posizione di Matsyendra.”

Trovo più sensato: “Con il tallone sinistro all’ombelico [e] l’altro piede all’esterno della coscia [opposta], si afferri la parte esterna del ginocchio destro e con la mano sinistra si tengano le dita del [piede destro, che si trovano] sotto il ginocchio sinistro. [Lo Yogi] deve restare in [questa posizione. Questa] è la posizione di Matsyendra.”

Ho eseguito pūrṇa matsyendrāsana come nella Serie Advanced A dell’Ashtanga, con il piede sinistro all’ombelico, il piede destro a terra all’esterno della gamba sinistra, la mia mano sinistra che tiene il piede destro, e la mano destra sulla coscia sinistra. Jason l’ha ottimizzata, così la mia mano destra era a terra dietro di me (come nella illustrazione del Śrītattvanidhi ).

Un altro esempio è tānāsana (112), che io ho interpretato come samakonāsana (la spaccata laterale nella Serie Advanced B dell’Ashtanga), ma Jason ha ritenuto che fosse semplicemente un allungamento delle gambe (come quando ci si sveglia) dalla posizione precedente (śavāsana). L’interpretazione di Jason ha senso se la postura segue direttamente śavāsana, ma la frase ‘dopo aver aperto entrambe le gambe’ a me fa pensare ad altro. In ogni caso, se questa fosse la versione corretta, perché dovrebbe far seguito a śavāsana? Non potrebbe essere che ‘la posa delle gambe divaricate’ venga prima di śukyāsanaṁ (110) ‘posa dell’ostrica’? Da praticante che esegue con continuità la ‘posa dell’ostrica’, o kandapīḍāsana come è nota nella Serie Advanced C dell’Ashtanga, posso condividere che le anche devono essere incredibilmente aperte (cosa che si conquista quando si padroneggiano le spaccate laterali). Nel sistema di āsana dell’Ashtanga, samakonāsana viene praticata due āsanas prima di kandapīḍāsana.

Solo una delle tante domande che sono sorte da questa ricostruzione…

Sfide e differenze con la mia pratica quotidiana di āsana
Dal punto di vista pratico, sono una donna occidentale che ha superato i 40 anni, e che cerca di trovare un senso alla traslitterazione e traduzione di un testo, probabilmente realizzato da un uomo indiano circa duecento anni fa, in un contesto e in una cultura molto diversi dai miei. Ho inoltre avuto modo di notare, nei vent’anni di vita che ho trascorso nel sud dell’India apprendendo lo yoga dai guru del posto, che il loro modo di esprimersi nel loro linguaggio è molto diverso dal mio. Quindi nell’estrarre un āsana da un testo indiano, mi sento di dire che prendere ogni parola in senso letterale e tradurla esattamente per ciò che è, potrebbe non rappresentare l’intenzione che l’autore/insegnante/praticante cerca di trasmettere. Forse ci sono sfide particolari nell’utilizzare il vocabolario sanscrito per descrivere il movimento? Un ulteriore esempio è la descrizione/traduzione di krauñcāsana (103): ‘dopo aver passato i pugni attraverso le cosce e le ginocchia’ – è chiaramente impossibile seguire alla lettera queste istruzioni.

Il testo offre informazioni molto limitate sulle posture, che sollevano (almeno per me) le seguenti domande:
* Il testo è veramente stato scritto dal precursore delle sequenze, o da un esperto praticante āsana?
* La numerazione all’interno delle sequenze/l’ordine degli āsanas sono affidabili?
* Le descrizioni su come eseguire ogni singolo āsana sono accurate?
* Una cosa è essere in grado di dimostrare perfettamente un āsana, ma essere in grado di riassumerla e spiegare come eseguirla, usando i vocaboli adatti, è tutt’altro talento.
* Perché non ci sono indicazioni sul dṛṣṭi?
* Per quanto tempo vanno tenute le posture?
* Alcuni degli āsanas vanno eseguiti da entrambi i lati?
* E’ necessario padroneggiare una postura prima di passare a quella successiva?
* Modalità della pratica: una sessione separata ogni giorno per sei giorni, l’intera opera quotidianamente, o le sezioni sono destinate a praticanti diversi? Sei si, per chi e perché?
* Le donne eseguivano queste posture? Avevano accesso all’insegnante?
* Il praticante doveva continuare con queste sequenze nelle diverse fasi della sua vita, o erano usate in modo personalizzato, a seconda della sua età?
* Come può una postura ‘trafiggere il sole e la luna’? A cosa ci si riferisce?
* Si trattava di una pratica solitaria?

La mia esperienza nella pratica della sequenza di āsana dell’Haṭhābhyāsapddhati
La pratica delle sequenze nella loro interezza è divertente, e collettivamente invitano a livelli equilibrati di forza, flessibilità, equilibrio, stamina e concentrazione. Tuttavia non sono così raffinate ed eleganti come quelle del sistema di āsana dell’Ashtanga che pratico quotidianamente (e che Pattabhi Jois impiegò 50 anni a perfezionare). Avrei bisogno di praticare le sequenze dell’Haṭhābhyāsapaddhati per lungo tempo per capire se hanno lo stesso effetto mentale, fisico ed energetico dell’Ashtanga; per vedere se anche in questo caso è possibile raggiungere il risultato di una meditazione in movimento. Inoltre, senza poter andare indietro nel tempo per sperimentare di prima mano come venivano insegnate e apprese le sequenze dell’Haṭhābhyāsapaddhati, non potremo davvero sapere come venivano praticate.

Naturalmente è una esperienza meravigliosa avere accesso ad un testo storico che descrive una vastità di āsana in una sequenza potenzialmente dinamica, che include molte delle posture che appaiono nel libro di Krishnamacharya Yoga Makaranda (Il Nettare dello Yoga, Astrolabio, NdT) così come molte altre che ora fanno parte del sistema dell’Ashtanga sviluppato da Pattabhi Jois (e presenti in altre scuole di haṭha yoga contemporaneo).

E’ verosimile pensare che se Krishnamacharya ha avuto la possibilità di consultare l’Haṭhābhyāsapaddhati, il Śrītattvanidhi ed altre opere sul movimento, ne sia stato ispirato. Queste opere così affascinanti avrebbero, in questo caso, dato forma a molte delle pratiche di yoga posturale contemporaneo.

© 2020 Philippa Asher

Philippa Asher è una delle poche donne al mondo (e l’unica in UK) Certificate all’insegnamento dell’Ashtanga Yoga secondo il metodo trasmesso da Sri K. Pattabhi Jois e Sharath Jois. E’ una delle praticanti più avanzate al mondo, avendo completato la Prima, la Seconda e le Serie Advanced A e B di questo metodo. Trasmette questo metodo insegnando in India, dove vive da vent’anni, e all’estero nei suoi apprezzatissimi workshops.

Philippa Asher in Ganda Bherundasana

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Cercando miracoli

Da –The Luminescent

Di Jason Birch e Jacqueline Hargreaves

Paścimatānāsana secondo lo Jogapradīpyakā (18esimo secolo)

Oggi, chiunque frequenti una lezione di Yoga in qualsiasi città al mondo, si troverà davanti ad una posizione chiamata Paścimottānāsana (o Paścimatānāsana nell’ Haṭhapradīpikā): una flessione in avanti da seduti, in cui entrambe le gambe sono allungate a terra, e la testa scende verso le ginocchia. Le tipiche istruzioni dell’insegnante saranno rivolte ad evitare disagio nella zona lombare o negli ischiocrurali, e comprenderanno il suggerimento di tenere la posizione per 5 o 10 respiri, enfatizzando la durata e la qualità sottile di ciascuna espirazione. E già questo, per molti sarà una sfida!
Ora immaginate di trovarvi nel 18esimo secolo, in India. I muri del vostro eremo yogico odorano di sterco di vacca. Il guru vi dice che l’obiettivo della vostra pratica è di mirare ad eseguire questa posizione per 84 giorni consecutivi, per 24 ore al giorno, eseguendo contemporaneamente degli esercizi di respirazione. Se vi sentite stanchi, avete l’opzione di riposarvi e sorseggiare un brodo speziato per alimentare la vostra resistenza.
Questa è la modalità suggerita per la pratica di Paścimatānāsana secondo un testo chiamato Jogapradīpyakā (18esimo secolo).

NdT: Trovo affascinante notare come la pratica contemporanea degli asana abbia assunto nel tempo connotazioni completamente diverse. La maggior parte dei praticanti approccia gli asana, certo, pensando anche ai benefici psicofisici, ma pochi hanno davvero la consapevolezza di come questi venissero utilizzati o per pratiche puramente ascetiche, o come vere e proprie terapie. Non solo: anticamente, la pratica di un solo asana poteva costituire tutto il sadhana di un praticante, per giorni se non per mesi. La lettura di questo testo sicuramente ci porta in epoche lontane, ma, almeno personalmente, solleva qualche curiosità. E sicuramente la ricetta del brodo del 18esimo secolo entrerà a far parte della mia cucina.

Foto di J. Hargreaves, affresco del 18esimo secolo a Mahamandir, Jodhpur

L’importanza storica della descrizione di Paścimatānāsana in questo testo è che dimostra come la pratica degli āsana sia diventata progressivamente più sofisticata nei secoli successivi all’ Haṭhapradīpikā (15esimo secolo). Paścimatānāsana costituisce la base di una pratica completa (sādhana) per un periodo di tempo stabilito. Mantenere una posizione per intervalli così lunghi evoca le pratiche ascetiche (tapas) dell’India antica.
Lo Jogapradīpyakā contiene la descrizione di 84 āsanas, molte delle quali sono fisicamente molto impegnative. Vi si trovano inoltre tecniche di meditazione e di controllo del respiro (prāṇāyāma) da abbinare ad alcuni āsana. Molte delle descrizioni specificano la direzione dello sguardo, e indicano i benefici terapeutici.
Di seguito, trovate la traduzione completa di Paścimatānāsana come appare nello Jogapradīpyakā (70 – 78) .
E qui ecco un breve riassunto della pratica di Paścimatānāsana:

Primo livello

1. Sedete [rivolti a Nord] con le gambe distese e lo sguardo tra le sopracciglia (trikuṭī).

2. Inspirate contando fino a 12 (si assume con entrambe le narici).

3. Trattenete il respiro contando fino a 12. (kumbhaka).

4. Espirate attraverso la narice destra (piṅgalā nārī) contando fino a 12. Tenete il piede destro con la mano destra, e utilizzate la sinistra per eseguire il prāṇāyāma.

Ripetete quotidianamente per 12 giorni.

Secondo Livello

Una volta conquistato il Primo livello, eseguite Paścimatānāsana con prāṇāyāma in base alle vostre capacità, a intervalli di 3 ore, una volta o due al giorno, per 72 giorni.

Terzo Livello

Dopo aver preparato e bevuto lentamente un semplice brodo realizzato con riso, dal e zenzero, si ripeta la pratica di Paścimatānāsana sopra esposta, inisieme al prāṇāyāma, riposando e sorseggiando il brodo quando se ne sente la necessità. Questo ciclo va praticato continuamente per 84 giorni. Viene fornita anche la ricetta per il brodo:

  • Mettere a bagno 120 grammi di riso Sāṭhī 1
  • Separatamente, mettere a bagno circa 72 grammi di mung dal
  • Macinare separatamente gli ingredienti, e realizzare il brodo mettendoli insieme in acqua senza sale
  • Aggiungete mescolando circa 22.5 grammi di zenzero verde

In totale, il Paścimatānāsana sādhana richiede 168 giorni per essere completato. E’ un’impresa ambiziosa. Il premio per un sādhana così intenso, però, non delude. Lo Jogapradīpyakā afferma che conferisce molti allettanti benefici:

Distrugge tutte le malattie, inclusa la tubercolosi. Rende capaci di udire e vedere a distanza di migliaia di miglia. Quando si riesce a completarla, il praticante

è in grado di vedere miracoli.

Vale la pena sottolineare che l’immagine qui riprodotta, un affresco del 18esimo-19esimo secolo esposto al Mahāmandir a Jodhpur, presenta una rappresentazione vicina ma non esatta della pratica di Paścimatānāsana descritta nello Jogapradīpyakā. Quest’opera infatti specifica che il piede destro va afferrato con la mano destra, e la mano sinistra viene utilizzata per la manipolazione delle narici.
NOTE:
1 Il riso Sāṭhī è una varietà particolare che viene raccolta entro 60 giorni (sāṭhī significa letteralmente ’60’). Viene solitamente chiamato ‘riso rosso’, ma in India ha ancora il nome di Sāṭhī. Negli anni più recenti, produzione del Sāṭhī è stata scoraggiata perché richiede grandi quantità di acqua nelle fasi di coltivazione.

Jogapradīpyakā 70-78

Traduzione inglese di JASON BIRCH **, traduzione italiana di Francesca d’Errico

“Ora, [le istruzioni per] Paścimatānāsana: 

Ci si sieda rivolti a Nord e si estendano a terra entrambe le gambe. Quindi, si pratichi prāṇāyāma e si riempia il canale Suṣumnā di prāṇa. (70)

Si respiri per un conto di 12, si trattanga il kumbhaka ancora per un conto di 12, e si espiri contando fino a 12 attraverso la narice destra (piṅgalā nārī). Si rivolga lo sguardo meditativo al trikuṭī (ovvero., lo spazio tra le sopracciglia). (71)

Si pratichi [prāṇāyāma] con la mano sinistra, e si tenga il piede destro con la mano destra. Si pratichi in questo modo per 12 giorni. Una volta padroneggiato [questo livello, quindi] si passi alla seguente [pratica]. (72) 

Si porti il controllo al respiro secondo la propria capacità, e si pratichi per tre ore, una o due volte [al giorno], per 72 giorni. Molto gradualmente, si supereranno tutti gli ostacoli. (73)

Quindi, si assuma [il seguente] pasto. Chi lo farà, perfezionerà questo āsana. Si metta a bagno il riso Sāṭhī, prendendo non più di 72 taṅkas (ovvero circa 120 grammi). (74)

Quindi, ci si procuri e si metta a bagno 16 taṅkas (ovvero 72 grammi) di mung dal. Lo si tenga separato [dal riso Sāṭhī]. Li si macini separatamente e si cucini un brodo mettendoli [insiem] in acqua. (75)

Lo si prepari senza sale, e si aggiunga zenzero verde. Si mescolino 5 taṅkas (ovvero 22.5 grammi) [di zenzero] nel brodo. Lo si beva molto lentamente e si pratichi immediatamente questo āsana. (76)

Inizialmente, si dovrebbe praticarlo †una volta†, riposare e praticare nuovamente. In questo modo, si apprenderà [come praticarlo] costantemente, e lo si farà per 24 ore, per 84 giorni. Distruggerà qualsiasi malattia inclusa la tubercolosi. Si potrà udire e vedere a distanza di migliaia di miglia. [Quando] ci si riuscirà, si vedranno miracoli. Questo è Pachimatāṇa āsana. E’ [anche] chiamato  Ārambha āsana. (77-78)”

 atha pachimatāṇa āsana |
uttara sanamukha baiṭhaka dhārai | dou caraṇa lāṃbā jū pasārai ||
bahorau prāṇāyāma jū karai | suṣamana māraga vāī bharai ||70||
dvādasa mātrā pūraka karai | dvādasa hī puni kuṃbhaka dharai ||
recai dvādasa piṃgalā nārī | rākhai trikuṭī driṣṭi vicārī ||71||
vāmahasta soṃ āraṃbha karai | dachana kara dachana paga dharai ||
dvādasa dina aaise vidha karaī | bahura sādhi āgai anusaraī ||72||
jathā sakti vāya vasi ānai | prahara eka doya āraṃbha ṭhānai ||
divasa bahattara aise karai | sanai sanai vighna saba ṭarai ||73||
bahuri ogarau aiso gahai | jā kari yo āsana sidha lahai ||
sāṭhī cāvala ko puni bhevai | ṭaṅkaṃ satāisa adhika na levai ||74||
solaha ṭaṃka mūṅga puni ānai | bhevai tāhi bhinna hī ṭhānai ||
bhinnabhinna kara bāṇṭe doū | karai palevau jala meṃ soū ||75||
karai alūṇau adraka lyāvai | ṭaṃka paṃca tā madhihi milāvai ||
sanai sanai so pībai aaise | turatahī yo āsana kara baise ||76||
†bāra yeka pathi† pahale sādhai | kari visarāma bahuri ārādhe ||
aisī bhāṃti dinarāta ju jānai | āṭha pahara ko āraṃbha ṭhānai ||77||
dina caurāsī āraṃbha karaī | rājaroga ādika saba haraī ||
sahasra kosa kī sunairu dekheṃ | lahai sidhi aciraja puni pekhe ||78||
iti pachimatāṇa āsana | yāhī ko āraṃbha āsana kahiye ||

** Si ringrazia James Mallinson per il suo commento a questa traduzione.

NdA: The Yoga Blog è un magazine online indipendente e libero da sponsor commerciali. Tutte le traduzioni (approvate dagli autori), gli articoli autografati e le recensioni sono prive di partnership commerciali. L’unico scopo di questo sito è la crescita della community Yoga italiana. Le vostre donazioni mi aiutano a portare avanti questo progetto. Se volete sostenere The Yoga Blog, utilizzate il pulsante in testa ad ogni articolo!

Dhanurasana: le due forme dell’Arco

da –The Luminescent di JACQUELINE HARGREAVES e JASON BIRCH

Traduzione di Francesca d’Errico

In collaborazione con J. Hargreaves e Jason Birch

Siamo proprio certi di eseguire correttamente gli asana? E da dove nascono gli asana dello Yoga contemporaneo? Sono felice di iniziare oggi una bellissima collaborazione con gli studiosi Jason Birch e Jacqueline Hargreaves, autori di uno dei blog più autorevoli a livello mondiale sullo Yoga. Jason mi ha autorizzata a tradurre in Italiano i suoi articoli e i post di The Luminescent, fonte di scoperte continue su filosofia, pratica e storia dello Yoga. Mi auguro che queste traduzioni contribuiscano alla crescita dei tanti praticanti italiani, che al di là degli asana cercano le radici di questa meravigliosa disciplina. E cominciamo quindi con una postura che, forse, abbiamo frainteso per secoli… o che forse possiamo praticare in due modi molto diversi, con due intenzioni diverse: come oggetto (l’arco) o come soggetto (l’arciere). Vediamo come.

Fig. 1: Appu Sahib Patumkar in jogh [āsana]
India (19esimo secolo). Dipinto su carta
Wellcome Library no. 574888i

Questo colorato affresco indiano del 19esimo secolo si trova presso la Collezione della Wellcome Library, ed è attualmente esposto nella mostra Ayurvedic Man: Encounters with Indian medicine. Raffigura un uomo intento in una postura yoga (āsana) all’aperto, su una pelle di antilope. Il catalogo riporta un commento piuttosto criptico, che si trova probabilmente sul retro del dipinto:

Appu [?] Sahib Patumkar [?] pratica jogh, in attasa dell’ispirazione che lo predisporrà a diventare un devoto.

La forma della postura si accorda alla descrizione di un asana senza nome (n. 51) nella sezione figurata di un testo intitolato Haṭhābhyāsapaddhati. L’asana è descritto come segue:

Haṭhābhyāsapaddhati51

 hastadvayena pādadvayāgre gṛhītvā ekaikaṃ pādāṅguṣṭhaṃ karṇayoḥ spṛśet || 51 || 

Afferrando le dita dei piedi con entrambe le mani, lo yogin dovrebbe toccare le orecchie con gli alluci, uno alla volta. Sebbene lo Haṭhābhyāsapaddhati non fornisca un nome per questo asana, gli artisti del Mysore Palace, che illustrarono magnificamente il capitolo dedicato agli asana nel Śrītattvanidhi (19esimo secolo), presero a prestito la descrizione dello Haṭhābhyāsapaddhati (fig. 2) e lo chiamarono “la posizione dell’arco” (dhanurāsana).

Fig. 2: Dhanurāsana nel Śrītattvanidhi
Sjoman 1999: 84, pl. 18

Un altro esempio di dhanurāsana nello stesso periodo è visibile nel Gheraṇḍasaṃhitā (18esimo secolo). La postura è descritta come segue:

Gheraṇḍasaṃhitā 2.18
prasārya pādau bhuvi daṇḍarūpau karauca pṛṣṭhaṃ dhṛtapādayugmam |kṛtvā dhanustulyavivartitāṅgaṃ nigadyate vai dhanurāsanaṃ tat || 

Distendendo le gambe e le braccia al suolo come bastoni, si trattengono entrambi i piedi da dietro, e si muove il corpo come un arco. Questa posizione è chiamata posizione dell’arco.

Osservando entrambe le gambe inizialmente diritte e distese al suolo, la descrizione potrebbe riferirsi ad una posizione dalla forma simile all’illustrazione del Śrītattvanidhi e al dipinto di Wellcome. Una bellissima illustrazione di dhanurāsana in un manoscritto del Gheraṇḍasaṃhitā (fig. 3) pubblicato da Fakire und Fakirtum im Alten und Modernen Indian (Schmidt 1908: 34, pl. 12) supporta questa interpretazione.

Fig. 3: Dhanurāsana nel Gheraṇḍasaṃhitā
Schmidt 1908: 34, pl. 12

Ci si chiede tuttavia se la parola pṛṣṭha (‘da dietro’) nella descrizione del Gheraṇḍasaṃhitā indichi che entrambi i piedi siano afferrati dietro il corpo. Se questo fosse il caso, bisognerebbe assumere che lo yogin inizialmente estendesse entrambe le braccia e le gambe in posizione prona, tenendo i piedi da dietro (pṛṣṭha) e muovesse il corpo come un arco tirando i piedi verso le orecchie. Questa interpretazione fu adottata da Yogi Ghamande nel suo libro intitolato Yogasopāna-Pūrvacatuṣka (pubblicato nel 1905). Egli cita il verso relativo a dhanurāsana nel Gheraṇḍasaṃhitā e fornisce la seguente illustrazione (fig. 4).

Fig. 4: Dhanurāsana nel Yogasopāna-Purvacatuka Ghamande
1905: 64 (Āsana 34)

Questa forma di dhanurāsana, che è un inarcamento, è praticata in quasi tutte le tradizioni Yoga contemporanee. (fig. 5). E’ stata resa popolare da un libro largamente diffuso, Yogāsanas di Swāmī Śivānanda, pubblicato per la prima volta nel 1934.

Fig. 5: Dhanurāsana nella tradizione Śivānanda Yoga
Dal sito International Sivananda Yoga Vedanta Centres.

E’ interessante notare che i primi cenni a dhanurāsana sono nell’Haṭhapradīpikā. del 15esimo secolo:

Haṭhapradīpikā 1.27
pādāṅguṣṭhau tu pāṇibhyāṃ gṛhītvā śravaṇāvadhi |dhanurākarṣaṇaṃ kuryād dhanurāsanam ucyate || 

Tenendo gli alluci di entrambi i piedi con entrambe le mani, il praticante li tira verso le orecchie come un arco. Questa è la posizione dell’arco.

Il Sanscrito è sufficientemente ambiguo da contenere entrambe le versioni di questa postura. Nel suo commento all’ Haṭhapradīpikā intitolato Jyotsnā, Brahmānanda (a circa metà del 19esimo secolo) dava la seguente interpretazione:

 gṛhītāṅguṣṭham ekaṃ pāṇiṃ prasāritaṃ kṛtvā gṛhītāṅguṣṭham itaraṃ pāṇiṃ karṇaparyantam ākuñcitaṃ kuryād ity arthaḥ ||

Il significato [di dhanurāsana è il seguente:] Estendendo la mano che trattiene l’alluce, il praticante tira fino all’orecchio l’altra mano, che trattiene l’altro alluce.

L’interpretazione di Brahmānanda sostiene la versione descritta nello Haṭhābhyāsapaddhati e illustrata sia nel Śrītattvanidhi che nel dipinto di Wellcome. Yogi Ghamande (1905: 30) include questa come un’altra versione di dhanurāsana e cita il verso sopra menzionato dell’Haṭhapradīpikā (fig. 6). L’illustrazione ritrae una ulteriore variante, in cui un alluce tocca l’orecchio opposto.

Sia il Gheraṇḍasaṃhitā che l’Haṭhapradīpikā sono state fonti importanti per il revival dello yoga posturale nell’India del ventesimo secolo. E’ perciò possibile che le ambiguità delle descrizioni in Sanscrito di dhanurāsana siano responsabili per la popolare interpretazione (corretta o meno) di questo āsana come un inarcamento, nello Yoga contemporaneo.

Fig. 6: Una ulteriore versione di Dhanurāsana nel Yogasopāna-Purvacatuṣka –Ghamande 1905: 30 (Āsana 8)

Ringraziamo Mark Singleton per le immagini tratte dal Yogasopāna-Pūrvacatuṣka.

PS — tutto il lavoro di traduzione e naturalmente tutti gli articoli autografati sono realizzati senza alcun compenso proveniente da associazioni, istituzioni o enti privati. Questo blog è un mio impegno personale, portato avanti per la crescita della comunità Yoga in Italia. Le vostre donazioni mi aiutano a continuare questo progetto, e sono benvenute. Se volete contribuire e sostenere The Yoga Blog, usate il pulsante che trovate sopra ogni articolo. Grazie.

Referenze

Ghamande, Yogi. 1905. Yogasopāna-Pūrvacatuṣka. Bombay: Janardan Mahadev Gurjar, Niranayasagar Press.

Śivānanda, Swāmī. 1993. Yoga Asanas. Sivanandanagar, India: Devine Life Society.

Schmidt, Richard. 1908. Fakire und Fakirtum im alten und modernen Indian: Yoga-Lehre und Yoga-Praxis nach den indischen Originalquellen dargestellt. Berlin: Hermann Barsdorf.

Sjoman, Norman E. and Kṛṣṇarāja Vaḍeyara. 1999. The Yoga tradition of the Mysore Palace. New Delhi: Abhinav Publications.

C’è ancora Yoga in Occidente?

Simon Borg-Olivier

Yoga e Occidente: due mondi senza possibilità di incontro, o due universi che possono intrecciarsi e arricchirsi vicendevolmente?

Quasi ovunque sul web troviamo video e post in cui l’atteggiamento degli Yogi occidentali viene criticato, quasi avessimo violato, con la nostra mente “materialista”, la natura di questa disciplina, trasformandola in un business senz’anima. Ma è proprio così? E soprattutto, non è forse vero che in India più che mai i maestri, da sempre, si fanno pagare per i loro insegnamenti? Forse il nostro background cristiano tende a voler associare i guru ai santi, che rinunciavano ai beni terreni quasi fossero motivo di vergogna per chi voleva perseguire un cammino spirituale. In India non è esattamente così, e ben lo rappresenta il Buddha, che ad estremo ascetismo o eccessivo materialismo scelse ed insegnò “la via di mezzo”.

Credo però che al di là di considerazioni meramente legate a considerazioni materiali, lo “snaturamento” dello Yoga in occidente sia da ascriversi ad altre ragioni. Cercando risposte interessanti a questa domanda mi sono imbattuta nel post di Simon Borg-Olivier, uno tra i più noti insegnanti di Yoga contemporanei, e desidero condividere con voi il suo pensiero, che traduco oggi sul mio blog.

“Oggi mi hanno chiesto: ‘Lo Yoga ha perso la sua Anima in Occidente?’. Questa è la mia risposta…

Ritengo che la maggior parte degli insegnanti di yoga “moderni” abbiano buone intenzioni, e in parte ciò che insegnano può dare dei benefici, nel breve termine. Tuttavia non penso che ciò che oggi viene trasmesso con il nome di “Yoga” sia yoga autentico, ma per lo più una forma di esercizio fisico simile all’aerobica popolare negli anni ’80.

Yoga significa unione, e a livello globale ciò implica il riconoscere che le coscienze individuali siano collegate tra loro, in modo amorevole, proprio come una madre dedica amorevoli cure ad un neonato, con spirito di servizio, ricambiata a sua volta dall’amore del bimbo, che a lei si rivolge per sentirsi sicuro e amato. Se questa connessione fosse attiva tra tutti gli esseri viventi, oggi, potremmo dire che tutto il mondo vive in uno stato di Yoga. Ma prima che ciò avvenga, dobbiamo cercare di arrivarci a livello personale.

Ogni cellula è dotata di coscienza, e ritengo che la perfetta salute e lo stato di Yoga all’interno di un corpo umano composto da circa 50 trilioni di cellule possa manifestarsi quando ogni singola cellula tratta l’altra con spirito materno, e si sente a sua volta trattata come un neonato tra le braccia della madre. In altre parole possiamo dire che la perfetta salute e lo stato di Yoga sono presenti nel corpo quando al suo interno l’energia e l’informazione circolano liberamente. In termini scientifici questo avviene quando il sangue circola agevolmente nel corpo, senza che il cuore sia sottoposto a stress eccessivo, e quando il sistema nervoso parasimpatico (preposto al rilassamento e ai processi anti-invecchiamento) predomina sul sistema nervoso simpatico (preposto alla reazione primitiva “attacco o fuga”).

Tuttavia, nello Yoga contemporaneo come in molti altri tipi di attività fisica, quando il corpo avverte un aumento del battito cardiaco, un aumento della ventilazione respiratoria al minuto, un aumento della tensione o dell’allungamento muscolare, entriamo automaticamente sotto il controllo del sistema nervoso simpatico. La risposta inconscia del corpo a questo tipo di attività è pensare che ci sia qualcosa di sbagliato, che dobbiamo cambiare registro e che non stiamo per niente bene. Il corpo tende quindi a ridurre, se non addirittura chiudere, le funzioni del sistema digestivo, del sistema immunitario e degli organi di riproduzione.  La capacità di assorbire i nutrienti e di eliminare le scorie viene ridotta drasticamente, così come la capacità di riprendersi da un infortunio o da una malattia. E le cellule non possono riprodursi o crescere, poiché anche le funzioni ormonali sono ridotte quando il nostro sistema riproduttivo si blocca.  In una simile situazione il sistema simpatico aumenta la sua attività, stimolato dall’iper-estensione o dall’iper-contrazione muscolare. Con il respiro affannoso e il battito cardiaco elevato, le emozioni dominanti, a livello inconscio, sono paura, rabbia, aggressività, competitività e assenza di sicurezza. Niente di tutto questo mi ricorda, neanche lontanamente, lo Yoga descritto negli Yama e Niyama degli Yoga Sutra di Patanjali.  

Penso che se stiamo praticando uno yoga autentico, dovremmo provare sensazioni di amore, felicità e sicurezza durante tutta la pratica, e non solo durante il rilassamento. Credo che la pratica debba migliorare e non ridurre le funzioni digestive, la risposta immunitaria e la funzionalità ormonale; e che è questo a creare la possibilità di ottenere salute, felicità e longevità.  La nostra pratica Yoga dovrebbe favorire l’aumento della circolazione sanguigna senza il bisogno di accelerare il battito cardiaco, come avviene quando uno yogi riesce a meditare, nudo, nella neve senza sentire freddo. Ottenere questo stato di Yoga è possibile, ed è il modo in cui una persona sana sceglie di approcciare l’autentica pratica dello Yoga. Esistono infatti 11 diversi modi per aumentare la circolazione sanguigna senza alterare il battito cardiaco. Ma per arrivarci, non è possibile imparare e diventare insegnanti di yoga in un mese. E soprattutto nessuno può apprendere lo yoga autentico da un insegnante che ha al suo attivo un corso per insegnanti di un mese, o una pratica di pochi anni. Mi sembra che il problema maggiore nello yoga moderno sia proprio questo, che viene diffuso e insegnato da persone che non conoscono l’essenza dello yoga autentico e a cui manca la preparazione tradizionale e il background scientifico richiesti per trasformare gli insegnamenti più antichi in uno strumento adatto al corpo moderno, che è così radicalmente influenzato da uno stile di vita sedentario in un ambiente estremamente stressante. 

Molte tra le persone che frequentano oggi i corsi di yoga hanno problemi muscolo-scheletrici, situazioni fisiche diagnosticate o no, o addirittura problemi psichici importanti. Gli insegnanti di yoga moderni spesso non si rendono neanche conto di questi problemi. Altri insegnanti, spesso dotati di qualifiche minime, addirittura proclamano di poter curare questi disturbi come farebbe un fisioterapista, un medico o uno psicologo. Mi piacerebbe venisse applicata una formazione più severa per chi insegna Yoga, simile a quella attiva per medici, fisioterapisti e psicologi. A molti la mia visione potrà sembrare estrema; ma se aveste un serio problema di salute, fisico, fisiologico o psicologico, come vi sentireste se foste in cura da un medico che ha studiato solo un mese? Ve la sentireste di affidargli la vostra salute?” 

Francesca d’Errico

Simon Borg-Olivier è uno degli insegnanti di Yoga più noti e preparati al mondo. I suoi corsi, estremamente dettagliati grazie alla sua formazione medica, sono disponibili anche online, sul suo sito Yoga Sinergy.

Il mio libro “Tracce di Yoga” è disponibile in tutte le librerie, su Amazon e sul sito dell’Editore Tracce per la Meta. Per chi fosse interessato a conoscere la mia visione dello Yoga, ne parlo a Tempo di Libri 2018 a questo link.

Tracce di Yoga: tra Asana e meditazione

Che cos’è “Tracce di Yoga”? E perché ho scelto di dare questo titolo al mio libro?

Da tempo volevo mettere nero su bianco la mia esperienza con la pratica che mi ha cambiato la vita. Ho iniziato il cammino nello Yoga ormai vent’anni fa, e come ho spesso ripetuto su queste pagine, mi sono sempre sentita molto “piccola” e umile di fronte all’immensità di questa disciplina che spazia tra filosofia, spiritualità, terapia per il corpo e per la mente. Di tutto e di più è stato scritto in materia: testi che ne hanno spiegato i benefici fisici, trattati di anatomia e yoga, libri su come costruire le sequenze e altri su come approcciare ogni singolo Asana, senza contare i testi “sacri” di questa disciplina, primo fra tutti gli Yoga Sutra di Patanjali. Chiunque abbia fatto un corso per insegnanti, e chiunque abbia sviluppato da semplice praticante un interesse più profondo per lo Yoga ha una libreria ben fornita dove spiccano nomi altisonanti, ben più importanti del mio.

E’ innegabile che negli ultimi anni l’attenzione si sia però sempre più spostata verso la pura fisicità della pratica, con effetti a volte controversi e spesso fonte di dibattito tra “vecchie” e “nuove” scuole. La mia intenzione nello scrivere questo libro era di fornire a chi pratica e a chi desidera avvicinarsi allo Yoga una visione un po’ diversa, una prospettiva spirituale che tuttavia non trascurasse il veicolo attraverso cui accediamo agli aspetti più profondi di questa disciplina: il corpo. E soprattutto, volevo offrire a tutti noi praticanti occidentali, alle prese con le mille sfide del quotidiano, un testo agile, da poter leggere nei ritagli di tempo, per praticare lo Yoga fondendo il suo aspetto più fisico alle sue enormi potenzialità spirituali – trasformando ogni gesto in una piccola meditazione, e stimolando il lettore ad andare oltre, a cercare ancora.

Volevo scrivere un libro che potesse diventare un compagno di viaggio, con cui confrontarsi lungo il cammino. Un libro che diventa un amico, e ci spiega in modo semplice perché eseguire un Asana, raccontandone il segreto.

Grazie a Marco Pantani, fotografo innamorato della Natura, ho potuto accompagnare al testo immagini che raffigurano il significato del termine Asana: stabilire un contatto con la Terra. Grazie a Paola Surano e Laura Dalzini, di Tracce per la Meta, ho potuto trasformare il mio progetto in un libro. Rileggendolo, mi sono accorta di come lo Yoga abbia parlato attraverso di me in tutti questi anni. Ci sono tante persone a cui vorrei dedicare le pagine che spero leggerete. Persone che mi sono state accanto in questo cammino, dandomi fiducia. Altre che avrei voluto portare con me, ma che ancora non erano pronte. Ecco, questo libro è anche per loro. Magari un giorno aprendolo a caso, si riconosceranno in una posizione e cominceranno a riscrivere la loro storia attraverso lo Yoga.

Ci sono poi tanti maestri che voglio ringraziare, da Sharon Gannon a Saraswathi Jois, Hamish Hendry, John Scott, Louise Ellis, Greg Nardi, Gingi Lee, Anurag Vassallo. Persone meravigliose che mi hanno introdotta, guidata, ricondotta (quando pensavo di aver perso il filo) e accompagnata per mano in questa meravigliosa storia d’amore con lo Yoga.

“Tracce di Yoga” è diventato il mio piccolo omaggio alla pratica che mi ha reso ciò che sono oggi. Una persona (che cerca di essere) libera.

Il libro uscirà nelle librerie e su Amazon a dicembre. Ma potete pre-ordinare la vostra copia online al prezzo speciale “early bird” sul sito dell’editore Tracce per la Meta, cliccando su questo link: Tracce di Yoga per riceverlo prima di tutti. Non dimenticate, una volta effettuato l’ordine, di inviare una mail a info@tracceperlameta.org con il vostro indirizzo.

Ci vediamo sul tappetino, e tra le pagine di Tracce di Yoga.

Tradizione contro innovazione, o tradizione innovativa?

Andrew Eppler e Sri K. Pattabhi Jois. Tradizione e innovazione. Sono due concetti che si elidono a vicenda, e che produrranno sempre conflitti e dibattiti? O possono coesistere pacificamente? In questo post Andrew Eppler spiega come e perché questi due concetti possono collaborare in modo produttivo.

Tradizione e innovazione: due concetti in lotta, o una possibile armonia? Traduco oggi il post pubblicato da Andrew Eppler e Sabine Nunius di Ashtangayogainfo, non solo insegnanti di Yoga ma anime del progetto documentaristico Mysore Yoga Traditions, che si prefigge di fare luce sulla lunga tradizione yogica di Mysore, al di là della sola pratica fisica. Il loro articolo mi sembra di grande interesse proprio in un momento storico in cui molti praticanti si sentono confusi davanti alla pratica “tradizionale”. A volte sentiamo il bisogno di “rompere le righe”, ma abbiamo paura di sbagliare. Quando il cambiamento può essere positivo, e soprattutto, è giusto “innovare” la tradizione? Ancora una volta grazie ad Anthony Grim Hall per aver portato questo post alla mia (e vostra) attenzione.

Tradizione – la base della nostra pratica

Se affrontiamo la questione “tradizione vs innovazione” – o piuttosto, tradizione “e” innovazione – dobbiamo innanzi tutto parlare di tradizione. E questo ci porta, per quanto possa sembrare banale, alla domanda: “Cosa intendiamo per tradizione? E qual è la definizione di una ‘tradizione yogica’? Per tradizione, intendiamo solo una sequenza di posizioni, possibilmente databile nella notte dei tempi? E dobbiamo giudicare la validità di una tradizione semplicemente basandoci sull’età di questa particolare sequenza?

Personalmente ritengo che una tradizione yogica non si componga solo di posizioni. Molti di noi hanno iniziato a praticare grazie agli asana, quindi è normale che questo sia l’argomento che per primo cattura la nostra attenzione. Tutti noi tendiamo a interessarci alle cose che catturano la nostra attenzione, e che confermano ciò che già conosciamo. Ai miei occhi, questo è anche un fenomeno caratteristico delle culture occidentali: l’idea occidentale dello yoga tende a focalizzarsi sulle sequenze di posizioni e sulla loro origine temporale. Cerchiamo di stabilire cosa sia più autentico, determinandone l’età.

Per contro, c’è una tradizione yogica molto forte a Mysore e in molte altre parti dell’India, che differisce notevolmente dall’approccio occidentale. Questa tradizione non si concentra sulla pratica delle posizioni, come potremmo essere portati a credere. Tuttavia, è una tradizione bellissima e vivace.

Mi concentrerò sullo yoga che è arrivato a noi da Mysore. Le statistiche ci rivelano che la metà di tutti gli stili praticati oggi nel mondo sono stati influenzati direttamente da Sri Tirumalai Krishnamacharya e dai suoi discepoli. Gli anni più importanti per Sri Krishnamacharya furono i 25 anni che trascorse insegnando a Mysore, a cavallo tra gli anni ’30 e ’50. Quindi quale tradizione yogica appartiene a Mysore? Se guardiamo oltre gli asana, e entriamo in una gamma più vasta di pratiche e filosofie nella comunità di Mysore, notiamo che questa città vanta una tradizione yogica molto antica.

La tradizione di Mysore: oltre gli asana

Il Maharaja di Mysore, dal 1894 fino al 1940: Krishnaraja Wadiyar IV

Le tradizioni yogiche indiane non sono mai state legate solo agli asana. A Mysore possiamo trovare una cultura spirituale che copre esercizi respiratori, concentrazione, meditazione, canti, devozione: ed è una cultura almeno millenaria, tracciabile fino al tempo di Ramanuja. Quando il Re di Mysore convinse Krishnamacharya ad insegnare proprio nella sua città, il Sanskrit College era una realtà già molto conosciuta, con una biblioteca immensa dedicata alla filosofia indiana. Lo Yoga è una delle sei principali filosofie indiane, ed è sempre stata presente a Mysore.

Krishnamacharya apprese l’Ashtanga Vinyasa Yoga in Nepal, o come dicono alcuni in Tibet, e mise una forte enfasi sugli asana e sull’hatha yoga. Era un grande studioso, e le sue argomentazioni a favore della pratica degli asana convinsero la comunità intellettuale di Mysore. Sappiamo che Krishnamacharya portò con sé nuove tecniche e nuove idee, ma sappiamo anche che a Mysore lo yoga era già praticato, in senso più vasto, come filosofia.

Tutte le pratiche posturali dello yoga, prima di Krishnamacharya, erano solitamente un fatto molto privato, quasi segreto. Alcuni dei più anziani eruditi di Mysore affermano di avere appreso gli asana con il conteggio dei respiri, e i Saluti al Sole dalle loro famiglie, che praticavano yoga da generazioni, ben prima che si fossero mai sentiti i nomi di Krishnamacharya e del Vinyasa. Lo Yoga è una forma d’arte molto integrata e non è veramente possibile affermare quanto sia antica, o da dove provenga. Per come la vedo io, l’Ashtanga Vinyasa Yoga è un sistema coerente, ben costruito, che deriva da una tradizione culturale molto innovativa. L’innovazione fa parte della tradizione! E questo Yoga “Mysoriano” è fortemente radicato nella cultura e nella filosofia indiane. I nomi degli asana parlano di saggi, divinità, animali e icone culturali che fanno parte della filosofia della comunità di Mysore. Tutto questo sembra evidenziare l’esistenza di una cultura ricca, bella e antica.

Le radici dello Yoga – oltre 5000 anni fa

E’ vero che lo Yoga è stato “inventato” più di 5000 anni fa? Personalmente, penso che questa affermazione sia più o meno autentica. Dipende da cosa intendiamo per Yoga. Danny Paradise dice per esempio che lo yoga è connesso a tutte le tradizioni shamaniche e indigene, e che è nato insieme all’umanità stessa. Io sono d’accordo. Probabilmente, ogni civiltà che è andata oltre lo stadio primitivo può vantare pratiche fisiche e psichiche affini allo yoga. Se parliamo di Yoga indiano, possiamo dire datare la sua origine a 5000 anni fa, o 4500 anni fa se vogliamo esprimere una stima più conservativa. Quando parliamo invece degli asana che pratichiamo ancora oggi, i primi riferimenti testuali sono nelle Upanishad minori e nei testi del Tantra. L’Hatha Yoga Pradipika (databile al 1500 AD) entra in maggiori dettagli. Ma se vogliamo discutere le esatte sequenze Ashtanga Vinyasa Yoga, possiamo affermare che furono sviluppate da by Sri Krishnamacharya e Sri K. Pattabhi Jois. Parliamo quindi di un centinaio di anni, forse meno.

Sri K. Pattabhi Jois: l’Asthanga arriva in Occidente

Sri K. Pattabhi Jois fu certamente il maestro che trasmise l’Ashtanga Vinyasa Yoga all’Occidente. Con il suo inglese incerto, riuscì a creare enorme entusiasmo e devozione nei suoi discepoli. Lo ritengo un autentico genio creativo. Sistematizzò gli asana in modo da dar loro un senso, rendendoli memorizzabili e praticabili. Ad oggi, il suo modo di creare sequenze e il suo approccio hanno un’immensa influenza sulle forme di yoga praticate nel mondo. Il suo modo di insegnare ha fatto di alcuni praticanti delle autentiche icone, e ha realmente infuocato gli animi di intere folle. E con grande coerenza verso la sua cultura, come tutti i veri maestri indiani fanno Sri K. Pattabhi Jois ha dato il credito di tutti i suoi successi al suo insegnante e alla tradizione da cui derivava. Non ha mai fatto parola del suo personale contributo.

Ed è a questo punto che comincia la confusione. Pattabhi Jois insisteva nel dire che lo yoga è antico, che lui insegnava un buon metodo, e che i suoi studenti dovevano dedicarsi a quel metodo. Che c’è di male? Queste affermazioni esprimono umiltà e devozione, sono adorabili. Soprattutto sulla scena attuale dello yoga, dove tutti sembrano cercare in ogni modo di dare un tocco di novità. Appena qualcuno pensa di aver avuto una buona idea, immediatamente cerca il modo di brandizzarla, metterci il copyright e monetizzarla. Oggi abbiamo tutti i tipi di yoga possibili. Siamo così condizionati dall’aspetto materiale della pratica, che ci sta sfuggendo di vista il suo vero significato. Litighiamo sulle sequenze, che sono un aspetto molto moderno alla luce della storia dello yoga, e dimentichiamo di vedere la civiltà e la cultura che ce lo hanno consegnato.

Mai cambiato una virgola: perché gli insegnanti insistono così tanto sull’aver ricevuto una sequenza precisa dal loro maestro (e il loro maestro dal maestro precedente, e così via)?

Non lo fanno tutti gli insegnanti. Il mio maestro, Sri BNS Iyengar, che ha appena compiuto 90 anni, insegna una sequenza leggermente diversa dell’Ashtanga Vinyasa Yoga. Sa essere molto innovativo quando lavora con praticanti avanzati. Infatti, non esistono al mondo due insegnanti che trasmettano esattamente lo stesso metodo. Non importa quanto ci proviamo, è semplicemente impossibile. Penso che le sequenze fisse abbiano una buona ragione per esistere. Avere una struttura di base in comune è un’idea brillante, ed ha un impatto molto positivo sullo yoga, secondo me. Le sequenze fisse sono come le scale per un musicista. Chiunque abbia studiato le sequenze dell’Ashtanga con Sri K. Pattabhi Jois o Sri BNS Iyengar ha una grazia e una competenza che derivano dalla ripetizione dei movimenti. Penso che Sri K. Pattabhi Jois in questo abbia dato un contributo superiore a quello di qualunque altro maestro. Quando le sequenze sono fisse, la pratica diventa molto più concentrata, elevando esponenzialmente gli standard. Quindi secondo me, gli asana che pratichiamo derivano effettivamente da una lunga tradizione. E la comunità in cui sono nati è davvero molto antica. La loro “formattazione”, però, è un po’ più recente di quello che ci piacerebbe pensare. Lo Yoga esiste da sempre, e ha assunto nel tempo diverse forme.

L’approccio Indiano vs l’approccio Occidentale: amore per la tradizione vs opposizione alla vecchia scuola?

La mia opinione è che tra i due approcci esistano enormi differenze. Noi occidentali ci annoiamo in fretta. Ogni insegnante ha lo stesso problema. Come fare per mantenere vivo l’interesse dei nostri studenti, motivandoli a studiare Yoga in modo sincero? Non esistono metodi giusti o sbagliati. Tutti noi osserviamo le cose attraverso le lenti della nostra mente, e spesso trasferiamo le nostre idee nello yoga, come facciamo con qualsiasi altra cosa. Ecco qual è la differenza principale: un approccio più tradizionale presuppone il rinunciare ai nostri “perché?”, e limitarsi a praticare. Quando la mente si calma, riusciamo a vedere il significato profondo oltre la pratica. Come dice David Williams, “prima della pratica la teoria è inutile, dopo la pratica, la teoria è ovvia”.

“O mio Dio – la mia pratica non è così antica come credevo. E ora che faccio?”

Fate un bel respiro, e superate questo trauma! Noi insegnanti occidentali abbiamo la tendenza a dare valore alle cose in base alla loro antichità. Ci piace sentirci legati a tradizioni e lignaggi d’altri tempi. Storicamente, il Guru Parampara non si è mai basato semplicemente solo sul seguire una particolare sequenza di posizioni. Il contesto e la pratica degli asana sono relativamente moderni, ma la filosofia da cui sono scaturiti è molto antica. Dobbiamo solo identificare quali parti dello yoga siano realmente antiche. L’idea di poter ricavare stabilità emotiva e mentale attraverso la meditazione è molto antica. Gli asana sono un passo necessario alla preparazione della meditazione. L’idea di salutare la divinità del sole attraverso il movimento deriva dai Veda. Siamo in errore solo quando cerchiamo di dire che una particolare sequenza di asana sia antica. Non mi sembra che ci sia poi un grande problema!

Lo Yoga si è evoluto per migliaia di anni e continuerà ad evolversi. Ciò che è immutato nei tempi è il grande esperimento che lo Yoga compie sulla coscienza e sulla libertà dell’uomo. Lo Yoga è una scienza che ha come scopo il raggiungimento del più alto potenziale individuale. I metodi sono mutati molte volte nella storia, a seconda delle circostanze, ma le idee fondamentali sono sempre state coerenti. Gli esercizi fisici sono moderni, ma lo yoga è antico. Anche se lo yoga è diventato esercizio fisico, ancora mantiene parte delle sue antiche radici ed è in grado di creare uno stato mentale di calma e chiarezza, che porta alla meditazione e agli aspetti più interiori dello yoga, per chi decide di esplorarli.

Gli approcci alla tradizione nella comunità Ashtanga

C’è una differenza nell’approccio ai fatti descritti da parte delle scuole di Ashtanga che si sono sviluppate nel tempo, solitamente in relazione a uno specifico insegnante? Io non vedo grandi differenze. Possiamo attaccarci alle fantasie se ci fa piacere, ma i fatti relativi alle sequenze sono abbastanza chiari a questo punto.

Andrew Eppler

Penso sia interessante osservare il background filosofico e l’eredità di Sri  Krishnamacharya in merito agli asana. Per quanto riguarda la parte filosofica, Sri Krishnamacharya era un Iyengar. Apparteneva ai Vaishnavas e praticavano il Bhakti. Seguivano gli insegnamenti di Ramauja e Vishishta Advaita. In quella tradizione, lo Yoga era sempre stato una parte importante. Nell’era attuale, la questione è se un insegnante vuole concentrarsi principalmente sull’insegnamento dei soli asana, o se vuole insegnare filosofia yoga insieme agli asana.

Tutti i filosofi di Mysore si riferiscono ai Bhagavad Gita e agli Yoga Sutra di Patanjali, oltre ad altri testi. Sono testi che appartengono alla tradizione in tutta l’India. E’ importante comprendere che il dibattito filosofico fa parte della tradizione indiana, e che le discussioni filosofiche durano da migliaia di anni. Ma i principali testi a cui si riferiscono e i concetti di base sono gli stessi un po’ ovunque sul territorio.

Quanta innovazione è lecita, e chi decide quando un cambiamento è “buono” o “cattivo”?

I metodi classici e testati nel tempo sono sicuri ed efficaci se insegnati correttamente. Non tutte le nuove, folli e divertenti idee si rivelano utili. Penso che lo yoga si stia evolvendo in modo rapido a livello fisico in occidente, e che gli standard si stiano elevando progressivamente da questo punto di vista. Lo yoga fisico è persino diventato una scienza, sia in India che in Occidente, ed effettivamente può curare una serie di disturbi fisici. E’ diventato più facile da approcciare, e più facile da trovare. E questa è una cosa bellissima. Per costruire una pratica intensa, sostenuta, stabile nel tempo, continuo a pensare che l’Ashtanga Vinyasa sia un metodo imbattibile.

Sabine Nunius

Quindi chi decide quando un cambiamento è “buono”? Semplice: voi. Tutti noi. Ma la noia non è una buona ragione per cambiare cose che sono state messe insieme con cura e attenzione. Dobbiamo diventare tutti autonomi nella nostra pratica. L’intenzione è tutto. Quando andiamo da un insegnante, siamo “obbligati” a seguire il suo insegnamento. Quando siamo soli, facciamo quello che ci pare. Il risultato racconta la storia delle nostre intenzioni e ci rivela se il nostro approccio è corretto. Personalmente ritengo che i praticanti più seri siano attratti dalle sequenze fisse, che li portano più facilmente ad uno stato meditativo. Lo Yoga diventa sacro e devozionale attraverso la ripetizione.

L’Ashtanga Vinyasa Yoga è una pratica molto precisa. Possiamo alterarla, ma ciò che conta sono le ragioni che ci spingono a farlo. Lo facciamo a causa dei nostri limiti fisici? O semplicemente per renderla più accessibile e per guarire parti del corpo che, diversamente, potremmo danneggiare? O lo facciamo per renderla graficamente più bella, per attirare gli sguardi di chi ci osserva? Sono le intenzioni a fare la differenza. Quando gli asana sono troppo difficili per noi, ci affidiamo alla nostra saggezza e alla tecnica del nostro insegnante per affrontare la problematica. Senza un interesse sincero, non esiste lo yoga, ma non dobbiamo dimenticare il buon senso! Se crediamo in un metodo al punto da praticarlo ogni giorno per anni, allora probabilmente quel metodo contiene qualcosa di valido. Ma se siamo ossessionati dalla nostra apparenza e dall’approvazione degli altri, stiamo facendo una digressione, ed esprimiamo vanità e instabilità.

Direi che il Vinyasa Flow è oggi la forma di yoga più popolare al mondo. E’ molto più difficile insegnare yoga senza una struttura da seguire. Nelle mani di un insegnante capace, con una profonda conoscenza fisiologica e l’esperienza necessaria a mettere insieme le cose in modo intelligente e accessibile, può essere una pratica assolutamente eccezionale. Quando osservo le persone che praticano in una shala, sono evidenti i praticanti che hanno raffinato la tecnica fino ad integrarla alla perfezione con il funzionamento del sistema nervoso. Questo è il tratto distintivo della tecnica dell’Ashtanga Vinyasa. Quel livello di perfezione non può essere raggiunto solo giocando con gli asana, per quanto si sia in possesso di doti atletiche.

Il cambiamento oltre la sequenza degli asana. Perché non praticare con la musica?

In questo ambito non c’è giusto o sbagliato. La musica ha una connessione antica con lo yoga. Krishnamacharya vantava un legame con Nathamuni, che era un Nada Yogi. Nada è lo yoga del suono. Ho sperimentato lezioni di yoga in cui la musica selezionata era in grado di condurre alla concentrazione, oltre che essere in perfetta sincronia con il flusso di asana. Personalmente, preferisco interludi di silenzio che rendono l’intervento della musica più potente. D’altro canto, trovo che la musica pop sia un elemento di distrazione. E’ un genere musicale che preferisco ascoltare in altri momenti. Mi piace il suono del mio respiro. Non penso ci sia nulla di sbagliato nel praticare con la musica, dipende come sempre dalle intenzioni. Quando sono solo, preferisco il silenzio. Detto questo, ascoltare della musica leggera può essere un modo per entrare in contatto più facilmente con le sensazioni che lo yoga può produrre nel nostro corpo. Se invece preferiamo acquietare le nostre menti e sintonizzarci sul respiro, è meglio usare una sequenza fissa. E al momento non ho trovato una struttura migliore dell’Ashtanga Vinyasa Yoga. Se ne avessi trovata una, avrei già iniziato a praticarla!

La mia pratica personale: un esperimento libero, o un’esperienza radicata nella tradizione?

Siamo noi a decidere quanta libertà esercitare nel nostro spazio. Direi che chiunque pratichi qualsiasi tipo di yoga, animato da motivazioni mentali e/o emotive o dal desiderio di aumentare la propria capacità di concentrazione, sta praticando in modo autentico. Questo include anche motivazioni di benessere e salute, ma se essere in forma è il nostro unico obiettivo, allora stiamo solo facendo esercizio fisico.

E’ giusto innovare? Tuti noi siamo costretti all’innovazione all’interno delle sequenze, semplicemente perché gli asana sono difficili e spesso non riusciamo ad eseguirli. Le innovazioni che funzionano per una persona possono non funzionare per qualcun altro. Ed è qui che entra in campo la capacità di insegnare. Vedo le sequenze fisse come qualcosa di positivo. Creano un terreno comune e una base su cui lavorare.

I problemi nascono solo quando diventiamo ossessivi e superstiziosi in merito a queste sequenze. Nella mia personale opinione, pensare che queste sequenze di asana siano un’antica via per l’illuminazione, e che cambiarle significhi mancare di rispetto a qualcuno, è un pensiero folle. Queste sequenze non sono più antiche di Sri K. Pattabhi Jois, per quanto la mia ricerca abbia avuto modo di verificare. A Mysore mi è stato detto che le quattro serie originali tramandate a Sri K. Pattabhi Jois derivavano dal sillabario del suo corso quadriennale di Yoga al Sanskrit College del Maharaja. Provenivano da una tradizione innovativa e da un corpo di pratiche di asana molto più vasto. Le sequenze evolutive di asana hanno il nome di Vinyasa Krama. Le serie dell’Ashtanga sono molto dinamiche, e racchiudono una intensa esplorazione della pratica degli asana. Ecco il motivo per cui Sri K. Pattabhi Jois chiamò la sua scuola Ashtanga Yoga RESEARCH Institute!

Creare una pratica individuale

Ognuno di noi può fare – e farà – ciò che meglio crede. Penso che il consiglio migliore sia semplicemente trovare un insegnante che ci piace e con cui siamo in sintonia. Dobbiamo ascoltare il nostro corpo ed evitare azioni che possano provocare dolore, indipendentemente da qualsiasi cosa ci dicano. Dobbiamo sperimentare, osservare cosa ci fa stare bene e ci porta buoni risultati. Dobbiamo fidarci della nostra saggezza interiore e sviluppare una pratica personale. Disciplina, devozione e una pratica personale sono i requisiti necessari per l’esplorazione dello Yoga. Possiamo girarci intorno per un po’, ma alla fine dobbiamo trovare stabilità in un metodo e praticare seriamente se vogliamo ottenere qualcosa di autentico.

Alla fine, possiamo abitare la tradizione e innovare al suo interno, come hanno sempre fatto tutti gli insegnanti di Yoga. Non andiamo in confusione e soprattutto non accusiamoci l’un altro per piccoli cambiamenti o differenze nell’esecuzione degli asana. Non dimentichiamo quella ramo dello Yoga che ci invita ad essere delle brave persone. Non importa quale approccio scegliamo, solo il tempo ci dirà se abbiamo avuto ragione. Abbiamo bisogno di lavorare sodo e intelligentemente per arrivare alla nostra mèta. Chi s’innamora dello Yoga solitamente gli resta fedele. Ma è anche difficile amare qualcosa se ci fa del male… l’innovazione è inevitabile.

backstage dal documentario “Mysore Yoga Traditions”

Molte delle opinioni espresse in questo post, soprattutto quelle relative alla tradizione Yoga di Mysore, derivano da conversazioni dirette con studiosi, anziani, yogi e leader spirituali di Mysore. “Mysore Yoga Traditions” diventerà un documentario dedicato alla comunità intellettuale di Mysore. Ci stiamo lavorando con la massima velocità e speriamo di potervelo consegnare entro la primavera del 2017. Continuate a seguirci!

Andrew Eppler e Sabine Nunius

Traduzione e commenti di Francesca d’Errico

Gli Asana sono preghiere? La parola a David Garrigues

Mi interessa la recente evoluzione di David Garrigues e traduco volentieri i suoi articoli sempre molto interessanti sia per gli spunti tecnici di esecuzione degli asana, sia per gli approfondimenti spirituali sulla pratica. Come molti di voi sanno, David è un insegnante certificato da Guruji (Sri K. Pattabhi Jois) all’insegnamento dell’Ashtanga. E’ un prolifico autore e ci ha spesso regalato interessanti video sui diversi aspetti della pratica.
Il post di oggi affronta un aspetto spesso trascurato della pratica, ma che con grande piacere vedo negli ultimi mesi tornare in auge: quello spirituale. Tra l’altro proprio ieri leggevo un articolo che, con profonda ignoranza, associava la pratica dello yoga alle correnti di neospiritualismo che si sono affermate negli ultimi decenni, e con cui lo Yoga, pratica millenaria, non ha nulla a che fare quando praticato in modo autentico. Certo si può dire che con lo Yoga si “prega” con il corpo. Ma in qualsiasi fede, anticamente, il corpo aveva una funzione sacra che partecipava anche dei riti religiosi (e a questo proposito segnalo il nuovo progetto fotografico di Alessandro Sigismondi, The Sacred Body). Pregare anche attraverso il corpo non è una pratica “profana”, anzi al contrario, rivela una sacralità che trascende qualsiasi credo.
B.K.S. Iyengar affermava: “gli Asana sono le mie preghiere”. In che senso possiamo interpretare questa frase? E quali sono le radici spirituali della nostra pratica? David ci offre la sua visione, e ci presenta le difficoltà che spesso incontra il praticante occidentale. Buona lettura e, come sempre, attendo i vostri commenti!

D. Garrigues nella sua Shala

“Diciamo la verità: per molti di noi non è facile ammettere che, quando pratichiamo i Saluti al Sole, stiamo di fatto pregando Dio, proprio come fa un cristiano che si inginocchia in chiesa o un musulmano che si prostra in una moschea.
Per molti di noi non è facile descrivere la pratica come una preghiera, anche se è proprio attraverso la pratica che impariamo, giorno dopo giorno, ad abbandonare il nostro ego e i nostri desideri. E’ curioso notare come la nostra struttura culturale, impregnata di scetticismo e razionalità, ci renda difficile assegnare alla nostra pratica il suo valore più alto. In tanti si sentirebbero sciocchi ad ammettere che, quando ci muoviamo attraverso i Saluti al Sole, eseguiamo un atto di comunione con Surya, anticamente considerata una divinità solare, simbolo della luce della consapevolezza spirituale. Ma è importante ricordare le qualità mentali di intuizione associate a Surya, e il fatto che questo gesto simbolico, proprio all’inizio della nostra pratica, rappresenta un sostegno nell’allontanare la nostra attenzione dal regno fisico, avvicinandola a quello spirituale. Surya è inoltre associato alla guarigione, quindi nel praticare Surya Namaskara ci ricordiamo delle potenzialità curative della pratica quotidiana. Torniamo ogni giorno all’aspetto profondo della pratica, riconoscendo che ci aiuta ad avvicinarci a quella fonte spirituale, più grande di noi, che muove ogni cosa secondo un suo disegno, una forza più potente del nostro ego, la somma totale di tutti i nostri desideri, e di tutte le nostre volontà. Mi ricordo che il mio Maestro, Sri K. Pattabhi Jois, spesso diceva durante le sue conferenze che iniziare la pratica con Surya Namaskara era un atto di devozione, non un riscaldamento. Il nostro approccio ai Saluti al Sole non è lo stesso che avremmo facendo un giro di corsa per scaldarci prima di una partita di basket. E questo perché, a differenza del basket o di altri sport, il significato della pratica degli asana si estende al di là dell’attività fisica. E noi occidentali, che pratichiamo uno yoga fisico (Hatha), e che cresciamo associando qualsiasi attività fisica con lo sport, la competizione e la vittoria, dobbiamo imparare a dirigere lo sguardo con gentilezza e costanza al di là del materiale. E’ sorprendente ma vero affermare che dobbiamo compiere uno sforzo in più per dirigere la nostra consapevolezza verso la visione completa di ciò che può offrirci la pratica dello Yoga.

Naturalmente, quando praticata in modo adeguato e sicuro, la pratica degli asana ci darà anche benefici fisici, ma fermarci qui con il pensiero e l’intenzione ci porterebbe a non vedere i doni più grandi dello Yoga. In virtù dell’impostazione delle nostre vite, ci è più comodo restare fermi al tangibile mondo materiale. Questo ci fa sentire spesso a disagio con tutto ciò che è intangibile, sottile, invisibile e spirituale – concetti che sono alla base della pratica Yoga.
E per questo spesso – e inconsapevolmente – tentiamo di “divorziare” lo yoga dalla sua dimensione spirituale, mantenendo le nostre menti e la nostra pratica radicate nel mondo fisico, atletico e materiale. Sembriamo impegnati in una danza complessa, interminabile, a volte ridicola, altre volte triste e dolorosa, intorno al concetto di Dio, per evitare di ammettere che la pratica è profondamente immersa nella spiritualità e nella preghiera. Ci sforziamo di resistere alla realtà dei fatti, ovvero che lo Yoga tratta principalmente di concetti immateriali, che non sempre vanno d’accordo con il nostro mondo razionale, sicuro e ordinario. Cerchiamo addirittura di non pensare che l’obiettivo della pratica è costruire la nostra fede in una realtà non tangibile, invisibile. Ci sentiamo sciocchi e vulnerabili nell’ammettere che dedichiamo una gran quantità della nostra energia alla ricerca del sottile mondo della spiritualità. Proviamo sentimenti contrastanti rispetto agli aspetti iniziatici della pratica, che ci porta a conoscere questo mondo nuovo e segreto, più autentico della realtà visibile e tangibile, che siamo abituati a considerare l’unica degna di nota.

Ci spaventa riconoscere che la pratica rafforza la nostra fiducia nella connessione con una fonte caritatevole, intelligente, unificante, che va ben oltre la nostra capacità di controllare o comprendere ogni cosa con la ragione. Eppure, dovremmo spaventarci invece nel pensare che un tempo provare una simile fiducia ci era impossibile. Quando impariamo ad avere fiducia in questa fonte più alta, che sa vedere oltre la fallibilità del nostro credo egoriferito, compiamo un passo fondamentale verso la rinuncia alla sofferenza. Chiudiamo il cerchio e ci chiediamo: come facevamo a credere di essere tanto razionali, quando pensavamo che non ci fosse un significato più alto, un’intelligenza superiore, una connessione più autentica, un ordine e una trama per le nostre vite e per il mondo in cui viviamo? E’ triste ma vero affermare che oggi riconoscere la prospettiva più difficile da assumere sia quella che riconosce la vera natura dello yoga. Ogni tecnica yogica è progettata per connetterci consapevolmente alla fonte sacra e invisibile della vita”. – David Garrigues, 2017

Traduzione e commenti, Francesca d’Errico

Pranayama, emisferi cerebrali e sistema nervoso

Un argomento di enorme importanza ma di cui sento sempre parlare troppo poco o in termini troppo complessi è il Pranayama. Eppure le sue applicazioni per migliorare la nostra quotidianità sono tantissime, e alcune davvero di semplice esecuzione.

Oltre ad essere una componente essenziale della pratica, la respirazione è la chiave di accesso alla salute fisica e mentale. Sono ormai numerosi gli studi scientifici che provano questa affermazione. Certo il Pranayama non è una materia da approcciare con improvvisazione, e ritengo sia importante mettere in luce non solo come eseguirla, ma anche in che modo l’ambiente possa condizionarne l’esito, e quali effetti possa avere la sua pratica corretta. Ricordiamoci sempre che i grandi maestri introducono al Pranayama vero e proprio solo i discepoli più preparati.
Per capirne di più, traduco un bellissimo articolo di Gregor Maehle, già protagonista di queste pagine in varie occasioni, che nel suo splendido libro “Pranayama The Breath of Yoga” fa luce su moltissimi aspetti, scientifici, mitologici e pratici, delle tecniche di respirazione dello Yoga. E senza proporre esercizi complicati, ci spiega come trarre beneficio in modo semplice di questo vero e proprio elisir di lunga vita, e di salute fisica e mentale.

Gregor è stato contattato recentemente dal nuovo Center for Consciousness Science, parte della facoltà di

Un ritratto di Gregor Maehle

Medicina della Michigan University. Il dipartimento stava conducendo un progetto sul cervello e sulle dinamiche psicologiche associate alle tecniche respiratorie dello Yoga: il Pranayama, appunto. Oltre a rispondere alle domande degli esperti, Gregor ha identificato le principali circostanze che renderebbero i test sul pranayama difficili se non impossibili da eseguire nel nostro mondo “civilizzato”. Tali circostanze, infatti, renderebbero impervia la raccolta di dati oggettivi, per la loro influenza negativa sul praticante. Esse sono:

– le luci al neon, che sembrano respingere il prana. Secondo Maehle, la ripetizione di un set dikumbhaka è più difficile sotto le luci al neon, rispetto a quanto accadrebbe con la luce naturale.
– smartphones, telefoni cellulari e radiazioni elettromagnetiche in generale respingono il prana. Durante il pranayama è necessario spegnere per quanto possibile impianti wi-fi, bluetooth e altre fonti di radiazioni a microonde. Meglio tornare al vecchio mouse e alla tastiera del PC, evitare di aprire e chiudere porte elettriche, impianti stereo, frigoriferi ed altro oltre al telefono cellulare, etc.
– viaggi in aereo. Ad ogni viaggio, Maehle ha notato che il recupero di un pranayama di qualità avveniva dopo qualche giorno. Per effettuare una valida ricerca sugli effetti del pranayama è necessario isolare la pratica dalle influenze sopra citate per un periodo di tempo sufficiente a neutralizzarle.
Ma veniamo ora alla sezione del libro “Pranayama The Breath of Yoga” su uno dei più importanti benefici del pranayama, ovvero la riequilibrazione degli emisferi cerebrali e delle funzioni ad essi associate:
“Immaginate come sarebbe bello avere un interruttore che, una volta messo in funzione, ci consentisse di scegliere consapevolmente tra emisfero destro e sinistro, intelligenza intuitiva e analitica, sistema nervoso simpatico e parasimpatico, e tra gli aspetti della nostra psiche maschile e femminile, solare e lunare. Come sarebbe bello, su richiesta, scegliere se essere compassionevoli o determinati. O passare dal sentirsi carichi di energia a completamente rilassati, nel giro di pochi minuti. O dall’essere estroversi (presenti fisicamente, espressivi e aperti) a introversi (riflessivi e ricettivi) in breve tempo. Questo interruttore, in realtà, esiste e non è assolutamente nascosto. E’ quell’orifizio olfattivo che orna il nostro viso: il nostro naso.
Come è possibile? Vi chiederete. Cominciamo dall’inizio. Prima del Big Bang e prima dell’avvento del tempo e dello spazio, dei cieli e della terra, della mente e della materia, esisteva solo l’infinita coscienza. Nello yoga la chiamiamo Brahman, realtà profonda. Poiché essa forma gli strati più profondi della realtà, non può essere ridotta ulteriormente in particelle elementari. E’ la realtà stessa. Nel Purusha Sukta del Rig Veda si dice: ‘Al principio vi era solo oscurità. In questa oscurità l’Uno respirava silenziosamente’. Ciò significa che il primo segno dell’esistenza di Dio era il suo respiro. Dio dunque, per creare l’universo, divenne antitetico. La coscienza infinita (Brahman) si cristallizzò nei poli maschile e femminile, secondo molte scuole Yogiche conosciuti come Shiva e Shakti.
E proprio qui troviamo la fondamentale verità del Pranayama. I due poli della creazione, il polo maschile e quello femminile del cosmo, sono rappresentati negli emisferi del corpo e del cervello umani, e sono associati rispettivamente con la narice destra e quella sinistra (Shiva Svarodaya, stanza 52). Nello Yoga sono chiamate narice solare o Pingala (destra) e narice lunare o Ida (sinistra).
 
GLI EMISFERI CEREBRALI: DESTRA E SINISTRA
 
Ardhanavishvara
L’emisfero cerebrale destro, più intuitivo ed olistico, è attivato dalla narice sinistra. L’emisfero cerebrale sinistro, che è più analitico e distintivo, è attivato dalla respirazione attraverso la narice destra. Provate voi stessi: applicatevi ad una materia accademica difficile, come legge, medicina o fisica e notate fin dove riuscite ad arrivare respirando attraverso la narice sinistra. Per memorizzare e analizzare materie difficili è meglio respirare attraverso la narice destra (Shiva Svarodaya, stanza 114). Ovviamente, se studiate troppo rischiate un disequilibrio, poiché mantenete attivo lo stesso emisfero cerebrale e la stessa nadi per un periodo troppo lungo.
Ora fate un altro esperimento, e cercate di essere empatici e compassionevoli nei confronti delle preoccupazioni di un altro essere umano respirando attraverso la narice maschile, la destra. Non ci riuscirete. Come un computer, analizzerete cosa sta facendo di sbagliato e comincerete a suggerire metodi per migliorare la sua attuale strategia. Ma non è ciò di cui ha bisogno in questo momento: la persona in questione ha bisogno della vostra capacità di ascolto, della comprensione e dell’empatia per guarire e sentire il vostro lato umano, che viene attivato dalla narice sinistra.
Provate a cercare di comprendere un poema complesso, un brano musicale o un dipinto. Avete bisogno di sentire in modo olografico tutte le diverse dimensione che l’autore stesso ha provato, per apprezzare un’opera d’arte. Sentite come questo ‘sentire’ diventa improvvisamente accessibile appena iniziate ad usare la narice sinistra, che vi consente di sedervi, rilassarvi, uscire da una visione limitata e ricevere connessioni complesse, più vaste del vostro io.
Un essere umano completo e integrato non è solo maschile o solo femminile ma, a seconda delle circostanze, è capace di attivare i circuiti maschili o femminili della sua psiche, e conseguentemente le loro capacità. L’immagine indiana di Ardhanarishvara rispecchia questo concetto. E’ una deità androgina che ha la forma di Shiva e del suo lato femminile, Devi Parvati (Shakti), il dio metà uomo e metà donna.
 
SISTEMA NERVOSO SIMPATICO E PARASIMPATICO 
Dedichiamoci ora alla seconda coppia dualistica, i due rami del sistema nervoso: simpatico e parasimpatico.
Il sistema nervoso simpatico governa il riflesso attacco/fuga. Si attiva tramite lo stress ed emettendo adrenalina, mobilizza le nostre risorse energetiche, e attraverso la narice destra, solare e maschile. Quando respiriamo attraverso la narice destra riusciamo a portare a termine sforzi fisici estenuanti, come combattere per la nostra vita contro un nemico, correre lontano da un pericolo alla massima velocità, o sollevare immense pietre per costruire una piramide (Shiva Svarodaya, stanza 115).
Se funziona così bene, come mai non respiriamo attraverso la narice destra? Perché l’eccessiva enfasi sul sistema nervoso simpatico ci porterebbe all’esaurimento. Può andar bene per brevi scariche di energia ma, se dovessimo utilizzarlo troppo, diventeremmo irosi, soffriremmo di insonnia e tenderemmo a sviluppare una personalità di tipo A. Senza parlare del fatto che svilupperemmo solo il 50% delle capacità di un essere umano completo e integrato.
Il sistema nervoso parasimpatico ci consente di ricaricarci, riposare e dormire, e provare piacere. Viene attivato dalla respirazione attraverso la narice sinistra. Trarrete il meglio dalle vostre pause lavorative respirando attraverso questa narice. Sarete in grado di godere appieno del tempo trascorso con amici e familiari, delle passeggiate sulla spiaggia o immersi nella natura. Prendersi cura di vostro figlio sarà più naturale. Provate voi stessi.
Se dobbiamo fare un discorso in pubblico, riusciremo meglio nell’impresa respirando attraverso la narice destra. La narice destra governa i nostri impulsi nervosi efferenti (diretti verso l’esterno) come quelli preposti all’uso della parola, al lavoro manuale, alla corsa, all’evacuazione, e all’essere il partner attivo in un accoppiamento sessuale. Tuttavia, respirare troppo attraverso questa narice può dare alle persone la sensazione che siate un po’ troppo innamorati del suono della vostra voce, o che siate troppo fisici o ancora che non siate in grado di lasciar andare quando è necessario. E’ difficile mettere a fuoco i propri errori e i propri limiti quando si respira dalla narice destra.
 
CORRENTI NERVOSE AFFERENTI ED EFFERENTI
La narice sinistra governa gli impulsi nervosi afferenti (quindi quelli in arrivo). Quando abbiamo bisogno di ascoltare, vedere, sentire, odorare o gustare, usiamo la narice sinistra. Usiamo questa narice anche quando riflettiamo su noi stessi e cerchiamo di fare autocritica. Afferente significa inoltre essere ricettivo. Al momento del concepimento è essenziale che almeno la donna respiri attraverso la narice sinistra, perché sta ricevendo lo spirito del bambino nel suo grembo. Alcune culture vanno oltre: secondo le tribù aborigene australiane e alcune popolazioni africane, l’uomo lascia il villaggio per ricevere il figlio in sogno. Una funzione tipicamente lunare, tipicamente legata alla narice sinistra, che mostra la maturità della cultura di appartenenza, attraverso la capacità, da parte di uomo integrato e realizzato, di entrare nel regno del femminile per ricevere ed abbracciare una nuova vita.
La corrente nervosa afferente, tuttavia, può anche essere troppo dominante. Una funzione iperattiva si esprimerà in persone esageratamente introverse, troppo miti, non sufficientemente espressive, forse depresse, incapaci di difendersi. Per porre rimedio efficacemente a questi problemi è possibile attivare la corrente efferente (in uscita), inalando attraverso la narice solare, la destra.
 
FUNZIONE ANABOLICA E CATABOLICA
 
Il catabolismo è la decomposizione metabolica delle molecole complesse in molecole semplici. Avviene durante la digestione del cibo. Quando mangiamo e decomponiamo il cibo nello stomaco, respiriamo attraverso la narice destra. In modo simile all’attivazione di una mente solare, analitica e distintiva, usiamo la narice destra per attivare la decomposizione del cibo nel tratto digerente. L’anabolismo è la sintesi metabolica delle molecole semplici in molecole complesse. E’ la funzione che chiamiamo colloquialmente convalescenza, riposo, nutrimento. Si attiva durante il sonno e il rilassamento, ed è collegata alla narice lunare, la sinistra. E’ più semplice assimilare gli elementi decomposti durante la digestione, respirando attraverso la narice sinistra. E’ per questa ragione che, circa 90 minuti dopo l’ingestione di un pasto, il flusso respiratorio della narice (svara) dovrebbe passare da sinistra.
E’ a causa del carattere anabolico/nutriente della narice lunare e del carattere catabolico/disgregante della narice solare, che Raghuvira recita nel suo Kumbhaka Paddhati che il movimento del prana in Ida (narice sinistra) si chiama nettare, mentre quello che avviene in Pingala (narice sinistra) viene chiamato veleno (Kumbhaka Paddhati di Raghuvira, stanza 14). Con gli strumenti che ora avete a vostra disposizione, siete in grado di comprendere questa affermazione che diversamente sarebbe sorprendente. Sarete inoltre in grado di comprendere l’affermazione di Sundaradeva: la narice destra brucia le morbosità attraverso il calore (la decomposizione catabolica) (Hatha Tatva Kaumundi di Sundaradeva XXXVI.27).
E’ da notare inoltre che la funzione metabolica/fisica di ogni narice si collega ad una funzione mentale. Potremmo chiamare mente lunare anabolica la parte accogliente, ricettiva e sintetizzante. La mente solare è catabolica nella sua capacità di decomporre e sezionare argomenti e strutture analitiche, riducendole agli elementi che le costituiscono. Mentre la mente solare è in grado di mettere a fuoco e sezionare in piccoli dettagli un dipinto, la mente lunare può sintetizzare i contesti mancanti e ampliare la visione finché l’intero quadro diventa percepibile. Scegliete quale narice utilizzare, a seconda della funzione richiesta dalle circostanze.
 
CORPO E MENTE
Potete scegliere quale svara (flusso respiratorio della narice) attivare a seconda che vogliate utilizzare il vostro corpo o la vostra mente. Sundaradeva afferma nel suo Hatha Tatva Kaumudiche il prana, la forza vitale (e quindi il corpo) risiedono nella narice sinistra, mentre manas (la mente) risiede nella nostra narice sinistra. Egli chiama questa rivelazione ‘il grande segreto’(Hatha Tatva Kaumudi di Sundaradeva XXIII.38). Ma questo non è più un segreto se consideriamo il paragrafo precedente relativo alle correnti nervose afferenti ed efferenti. Quando la narice sinistra è predominante, le correnti afferenti sono al comando – sono le correnti che portano le sensazioni verso la mente, dove verranno analizzate. In altre parole, la narice sinistra attiva la mente. Quando il flusso respiratorio passa dalla narice destra, le correnti efferenti (dirette verso l’esterno) sono predominanti. Questo presuppone che la mente sia arrivata ad una conclusione, e i nervi ora trasportano i segnali della mente verso l’esterno, attivando una risposta fisica. Questo significa che la narice destra attiva il corpo. Per questa ragione le shastras (scritture) affermano che durante l’attività fisica intensa è necessario attivare la narice destra.
 
ATTIVITA’ COLLEGATE ALLA PREPONDERANZA DI UNA NARICE
Si dice che se respiriamo attraverso la narice corretta quando eseguiamo una particolare attività, siamo destinati ad avere successo. Il Vasishta Samhita dice che durante il rapporto sessuale (l’uomo) deve respirare attraverso la narice destra. Dobbiamo respirare attraverso la narice destra anche quando mangiamo, accumuliamo ricchezze e partecipiamo ad attività marziali (Vasishta Samhita V.46). Notate la natura penetrante, divorante e aggressiva di tutte queste attività. Il testo più autorevole in materia è lo Shiva Svarodaya, e chiunque sia seriamente interessato al pranayama dovrebbe studiarlo approfonditamente. Questo testo afferma che nutrirsi (Shiva Svarodaya stanza 104), nascere e morire, tenere al sicuro le proprietà sono attività da compiere respirando attraverso la narice sinistra. Notate il carattere nutritivo e arrendevole di queste attività. Altre attività da narice destra sono, secondo lo Shiva Svarodaya, il ricercare cose difficili da comprendere (come la scienza, che è un’attività maschile e analitica), studiare le scritture (ancora un’attività tipica dell’intelligenza analitica), eseguire gli shatkarmas (che distruggono le impurità), insegnare o influenzare gli altri (attività penetranti) ed eseguire attività commerciali.
Secondo lo Shiva Svarodaya, lo Yoga dovrebbe essere praticato durante lo svara – flusso respiratorio della narice sinistra (attraverso Ida). Lo Yoga è l’azione che ci permette di nutrire la nostra relazione con il Divino, con il nostro sé autentico. Ci porta al successo se lo pratichiamo durante lo svara sinistro, e di cattivo auspicio se praticato durante lo svara destro. Questa visione è sostenuta da Sundaradeva, quando dice che tutte le pratiche di Pranayama devono iniziare con la narice sinistra, e che sono inutili se iniziate attraverso la narice destra, che produce tossine e calore (Hatha Tatva Kaumudi di Sundaradeva XXXVII.4). Egli afferma inoltre che uno yogi che pratichi sempre attraverso la narice lunare (sinistra), che controlla amrita, riesce ad ottenere l’elusivo nettare dell’immortalità (Hatha Tatva Kaumudi di Sundaradeva XLI V.47).
 
In sintesi, quando studiamo le scritture ed analizziamo tecniche yogiche, come ad esempio leggendo questo articolo, abbiamo bisogno di respirare attraverso la narice destra, perché la nostra mente deve attivare le sue funzioni analitche e cataboliche. Ma una volta digerito il contenuto astratto di questo post, passiamo alla narice sinistra e attiviamo la nostra psiche femminile. Questo ci aiuterà ad allargare la visione, mettere insieme i pezzi del puzzle e assimilare l’insieme. Quando pratichiamo tecniche yogiche la nostra mente deve sintetizzare, mettere insieme e funzionare anabolicamente, quindi respiriamo attraverso la narice sinistra.”
Gregor Maehle, 2016
Ricordate che questo articolo non è che una piccola sezione di un libro di ben 340 pagine. Molte delle tematiche affrontate in questo post sono ampiamente dettagliate nel libro di Gregor Maehle Pranayama The Breath of Yoga. 
Traduzione e commenti – Francesca d’Errico, 2017