Il respiro durante la pratica – Simon Borg-Olivier, part 2

Simon Borg-Olivier by A. Sigismondi

Sono davvero felice di continuare il lavoro di traduzione degli interessantissimi post di Simon Borg-Olivier sul respiro durante la pratica. Più passano gli anni, più mi rendo conto di come il respiro sia probabilmente l’aspetto più importante della nostra pratica, l’elemento che ci consente non solo di affrontare in sicurezza le posizioni più complesse, ma anche e soprattutto di esercitare un controllo sulle fluttuazioni della mente, rendendo gli asana una vera e propria meditazione in movimento. Come sempre, il pensiero di Simon attira moltissimi lettori e i suoi approfondimenti sono davvero un tesoro di grande valore per chi pratica. Ecco quindi i suggerimenti di Simon per l’esecuzione di una corretta respirazione yogica anche in italiano.
“Mi è stato chiesto consiglio su come eseguire correttamente una lenta respirazione yogica completa. Ecco la mia risposta.
*** La respirazione yogica completa ha molti benefici fisici e fisiologici, se eseguita correttamente. Fisicamente aiuta a mobilizzare la colonna e le costole e a massaggiare gli organi interni. Fisiologicamente può calmare il sistema nervoso, aumentare la temperatura corporea e la circolazione sanguigna, ridurre l’appetito e migliorare drammaticamente i livelli di energia individuali. Tuttavia, non è cosa semplice da eseguire e se effettuata in modo errato può invece provocare giramenti di testa, catarsi emotive, eccessiva tensione della colonna vertebrale, perdita di energia e fame eccessiva.

*** Nella sua forma più semplice, un respiro yogico completo ci fa ‘sentire’ di aver immesso aria sia nella parte inferiore del tronco (compresi addome e zona lombare) che nella sua parte superiore (inclusi torace e parte superiore della colonna). Tre semplici opzioni per i diversi tipi di respiro completo sono:
(i) riempire prima la porzione inferiore del tronco e poi quella superiore;
(ii) riempire prima la porzione superiore del tronco e poi quella inferiore;
(iii) riempire in modo organico sia la parte superiore che quella inferiore del tronco.

*** Per diverse ragioni è solitamente meglio imparare prima a (i) riempire la porzione inferiore del tronco e poi quella superiore. Per molti, la sfida è riuscire ad espandere la parte superiore del tronco (spalle e torace) dopo aver riempito addome e zona lombare senza perderne l’espansione e senza inibire il diaframma. Inizialmente è più semplice praticare questo tipo di respirazione completa sdraiati sulla schiena, magari con un supporto sotto il corpo. Con la pratica possiamo poi anche eseguirla da seduti, mantenendo la schiena eretta e il tronco rilassato, ma dovendo in questo caso lavorare contro la forza di gravità, la posizione seduta è solitamente più difficile per molti.

*** Circa il 90% delle cause di stress e di altri problemi fisiologici negli individui adulti è da attribuirsi ad una incapacità di respirare, che porta a riempire il torace dopo aver attivato i muscoli obliqui addominali in modo tale da inibire il diaframma. Inoltre, se il ciclo respiratorio è persistentemente superiore ad un respiro pieno al minuto a riposo, possiamo parlare di iperventilazione, un problema che può provocare effetti negativi a lungo termine, come stress eccessivo, catarsi emotiva e riduzione del livello di energia.

*** Il respiro completo consiste inizialmente di una semplice inspirazione ed espirazione. Con la pratica e il tempo, le apnee successive ad inspirazione ed espirazione possono essere introdotte gradualmente. All’inizio è consigliabile praticare sia una lenta e profonda inspirazione o una lenta e profonda espirazione, ma non entrambe contemporaneamente. E’ inoltre utile, durante le fasi di apprendimento, eseguire qualche breve respiro naturale tra i cicli di respirazione profonda.

INSPIRAZIONE:
*** E’ consigliabile imparare dapprima ad inspirare lentamente e profondamente. Per apprendere una inspirazione completa è bene consentire al respiro di entrare nel pavimento pelvico e nell’addome (respirazione diaframmatica), piuttosto che nel torace (respirazione toracica). Ecco il significato di un respiro profondo: il respiro profondo viene ‘sentito’ profondamente nel corpo (ad esempio, nel pavimento pelvico). Eseguire un respiro profondo non significa semplicemente introdurre una maggiore quantità di aria, o espandere di più il torace. Con il tempo possiamo ovviamente anche introdurre più aria e riempire il torace, purché l’addome resti completamente rilassato e con la sensazione di essere ‘pieno’ d’aria. Una inspirazione completa dovrebbe farci sentire il riempimento dei polmoni (quindi la sensazione di riempire il tronco), esattamente come riempiamo un bicchiere di acqua, dalla base verso l’alto, con calma, e in modo rilassato. Per ottenere i migliori effetti fisiologici, l’inspirazione dovrebbe durare tra i 30 e i 60 secondi e oltre, cosa difficile da ottenere senza stress, soprattutto all’inizio. E’ necessario un allenamento costante e dedicato per raggiungere questo obiettivo.

ESPIRAZIONE:
*** Inizialmente, è utile lasciare che l’espirazione sia passiva (rilassata), piuttosto che mettere in azione i muscoli pettorali o addominali. E spesso imparare ad espirare lentamente è una vera sfida per molti. La chiave di volta è il focus sul rilassamento. L’espirazione passiva è, di solito, un’espirazione incompleta, ma questo non rappresenta un problema durante le fasi di apprendimento del respiro. Tuttavia, quando l’espirazione passiva e lenta diventa più facile, possiamo imparare ad espirare completamente, attivando il perineo (al centro del pavimento pelvico) e le porzioni inferiori e successivamente quelle superiori della muscolatura addominale. Si tratta di una attivazione sequenziale (detta ‘rolling’) del muscolo trasverso dell’addome. Sfortunatamente, per il 95% degli adulti è difficilissimo attivare il muscolo trasverso senza attivare contemporaneamente anche gli obliqui. Gli obliqui, quando vengono utilizzati per intensificare l’espirazione, hanno la tendenza a rimanere contratti e ad inibire una successiva intensa inspirazione diaframmatica. Per ottenere i migliori effetti a livello fisiologico, l’espirazione dovrebbe durare dai 30 ai 60 secondi (e più), una sfida notevole almeno all’inizio.

foto di M. Pantani

*** E’ importante non affrettare l’apprendimento della respirazione profonda per evitare di incorrere in effetti negativi. Dopo un pranayama efficace, dovremmo sentirci fisicamente rilassati, carichi di energia, con una mente lucida e una elevata capacità di concentrazione. Non dovremmo sentirci agitati, affamati o ‘stonati’, tutti sintomi di iperventilazione.

*** Una volta appresa correttamente questa respirazione può essere utilizzata in contemporanea all’attività dei muscoli addominali (inclusi i bandha) e in posizioni più complesse, come quella della foto. E’ importante assicurasi sempre che il diaframma sia libero, anche se l’addome è fermo e anche se stiamo respirando nel torace. Un altro aspetto importante è ricordarsi di non iperventilare. Sono due cose difficili da fare per la maggior parte degli adulti, e questa è la ragione per cui spesso suggerisco, durante la pratica, di respirare in modo spontaneo e naturale almeno durante gli asana più semplici. Un suggerimento che, tra l’altro, dava ai praticanti anche Sri BKS Iyengar“.

Simon Borg-Olivier offre moltissime occasioni questa estate per apprendere direttamente da lui i corretti metodi di respirazione durante la pratica. I suoi corsi online sono altrettanto validi e dettagliati, un vero strumento di studio per tutti, praticanti e insegnanti di Yoga.

C’è ancora Yoga in Occidente?

Simon Borg-Olivier

Yoga e Occidente: due mondi senza possibilità di incontro, o due universi che possono intrecciarsi e arricchirsi vicendevolmente?

Quasi ovunque sul web troviamo video e post in cui l’atteggiamento degli Yogi occidentali viene criticato, quasi avessimo violato, con la nostra mente “materialista”, la natura di questa disciplina, trasformandola in un business senz’anima. Ma è proprio così? E soprattutto, non è forse vero che in India più che mai i maestri, da sempre, si fanno pagare per i loro insegnamenti? Forse il nostro background cristiano tende a voler associare i guru ai santi, che rinunciavano ai beni terreni quasi fossero motivo di vergogna per chi voleva perseguire un cammino spirituale. In India non è esattamente così, e ben lo rappresenta il Buddha, che ad estremo ascetismo o eccessivo materialismo scelse ed insegnò “la via di mezzo”.

Credo però che al di là di considerazioni meramente legate a considerazioni materiali, lo “snaturamento” dello Yoga in occidente sia da ascriversi ad altre ragioni. Cercando risposte interessanti a questa domanda mi sono imbattuta nel post di Simon Borg-Olivier, uno tra i più noti insegnanti di Yoga contemporanei, e desidero condividere con voi il suo pensiero, che traduco oggi sul mio blog.

“Oggi mi hanno chiesto: ‘Lo Yoga ha perso la sua Anima in Occidente?’. Questa è la mia risposta…

Ritengo che la maggior parte degli insegnanti di yoga “moderni” abbiano buone intenzioni, e in parte ciò che insegnano può dare dei benefici, nel breve termine. Tuttavia non penso che ciò che oggi viene trasmesso con il nome di “Yoga” sia yoga autentico, ma per lo più una forma di esercizio fisico simile all’aerobica popolare negli anni ’80.

Yoga significa unione, e a livello globale ciò implica il riconoscere che le coscienze individuali siano collegate tra loro, in modo amorevole, proprio come una madre dedica amorevoli cure ad un neonato, con spirito di servizio, ricambiata a sua volta dall’amore del bimbo, che a lei si rivolge per sentirsi sicuro e amato. Se questa connessione fosse attiva tra tutti gli esseri viventi, oggi, potremmo dire che tutto il mondo vive in uno stato di Yoga. Ma prima che ciò avvenga, dobbiamo cercare di arrivarci a livello personale.

Ogni cellula è dotata di coscienza, e ritengo che la perfetta salute e lo stato di Yoga all’interno di un corpo umano composto da circa 50 trilioni di cellule possa manifestarsi quando ogni singola cellula tratta l’altra con spirito materno, e si sente a sua volta trattata come un neonato tra le braccia della madre. In altre parole possiamo dire che la perfetta salute e lo stato di Yoga sono presenti nel corpo quando al suo interno l’energia e l’informazione circolano liberamente. In termini scientifici questo avviene quando il sangue circola agevolmente nel corpo, senza che il cuore sia sottoposto a stress eccessivo, e quando il sistema nervoso parasimpatico (preposto al rilassamento e ai processi anti-invecchiamento) predomina sul sistema nervoso simpatico (preposto alla reazione primitiva “attacco o fuga”).

Tuttavia, nello Yoga contemporaneo come in molti altri tipi di attività fisica, quando il corpo avverte un aumento del battito cardiaco, un aumento della ventilazione respiratoria al minuto, un aumento della tensione o dell’allungamento muscolare, entriamo automaticamente sotto il controllo del sistema nervoso simpatico. La risposta inconscia del corpo a questo tipo di attività è pensare che ci sia qualcosa di sbagliato, che dobbiamo cambiare registro e che non stiamo per niente bene. Il corpo tende quindi a ridurre, se non addirittura chiudere, le funzioni del sistema digestivo, del sistema immunitario e degli organi di riproduzione.  La capacità di assorbire i nutrienti e di eliminare le scorie viene ridotta drasticamente, così come la capacità di riprendersi da un infortunio o da una malattia. E le cellule non possono riprodursi o crescere, poiché anche le funzioni ormonali sono ridotte quando il nostro sistema riproduttivo si blocca.  In una simile situazione il sistema simpatico aumenta la sua attività, stimolato dall’iper-estensione o dall’iper-contrazione muscolare. Con il respiro affannoso e il battito cardiaco elevato, le emozioni dominanti, a livello inconscio, sono paura, rabbia, aggressività, competitività e assenza di sicurezza. Niente di tutto questo mi ricorda, neanche lontanamente, lo Yoga descritto negli Yama e Niyama degli Yoga Sutra di Patanjali.  

Penso che se stiamo praticando uno yoga autentico, dovremmo provare sensazioni di amore, felicità e sicurezza durante tutta la pratica, e non solo durante il rilassamento. Credo che la pratica debba migliorare e non ridurre le funzioni digestive, la risposta immunitaria e la funzionalità ormonale; e che è questo a creare la possibilità di ottenere salute, felicità e longevità.  La nostra pratica Yoga dovrebbe favorire l’aumento della circolazione sanguigna senza il bisogno di accelerare il battito cardiaco, come avviene quando uno yogi riesce a meditare, nudo, nella neve senza sentire freddo. Ottenere questo stato di Yoga è possibile, ed è il modo in cui una persona sana sceglie di approcciare l’autentica pratica dello Yoga. Esistono infatti 11 diversi modi per aumentare la circolazione sanguigna senza alterare il battito cardiaco. Ma per arrivarci, non è possibile imparare e diventare insegnanti di yoga in un mese. E soprattutto nessuno può apprendere lo yoga autentico da un insegnante che ha al suo attivo un corso per insegnanti di un mese, o una pratica di pochi anni. Mi sembra che il problema maggiore nello yoga moderno sia proprio questo, che viene diffuso e insegnato da persone che non conoscono l’essenza dello yoga autentico e a cui manca la preparazione tradizionale e il background scientifico richiesti per trasformare gli insegnamenti più antichi in uno strumento adatto al corpo moderno, che è così radicalmente influenzato da uno stile di vita sedentario in un ambiente estremamente stressante. 

Molte tra le persone che frequentano oggi i corsi di yoga hanno problemi muscolo-scheletrici, situazioni fisiche diagnosticate o no, o addirittura problemi psichici importanti. Gli insegnanti di yoga moderni spesso non si rendono neanche conto di questi problemi. Altri insegnanti, spesso dotati di qualifiche minime, addirittura proclamano di poter curare questi disturbi come farebbe un fisioterapista, un medico o uno psicologo. Mi piacerebbe venisse applicata una formazione più severa per chi insegna Yoga, simile a quella attiva per medici, fisioterapisti e psicologi. A molti la mia visione potrà sembrare estrema; ma se aveste un serio problema di salute, fisico, fisiologico o psicologico, come vi sentireste se foste in cura da un medico che ha studiato solo un mese? Ve la sentireste di affidargli la vostra salute?” 

Francesca d’Errico

Simon Borg-Olivier è uno degli insegnanti di Yoga più noti e preparati al mondo. I suoi corsi, estremamente dettagliati grazie alla sua formazione medica, sono disponibili anche online, sul suo sito Yoga Sinergy.

Il mio libro “Tracce di Yoga” è disponibile in tutte le librerie, su Amazon e sul sito dell’Editore Tracce per la Meta. Per chi fosse interessato a conoscere la mia visione dello Yoga, ne parlo a Tempo di Libri 2018 a questo link.

Lo Yoga degli imprevisti

A quest’ora, un mese fa, stavo facendo la valigia per il viaggio che ogni anno mi porta in India. Ero a una settimana dalla partenza, avevo già sistemato yoga pants, tappetini, infradito. Avevo già stampato il biglietto elettronico e la lettera di ammissione a KPJAYI (Krishna Pattabhi Jois Ashtanga Yoga Institute, la scuola del fondatore del metodo). Diciamo pure che questa partenza era qualcosa che sognavo da mesi, perché per ogni insegnante di Yoga, il viaggio annuale in India è un rito che regala l’energia necessaria per riprendere il proprio lavoro con rinnovato entusiasmo.

Ma non sempre le cose vanno come vorremmo… il giorno della partenza, l’influenza più pesante che mi sia mai capitata mi ha colpito come un treno in corsa. Quasi due settimane di febbre alta mi hanno letteralmente inchiodato a letto. Impossibile muoversi, figurarsi viaggiare. Ho spostato ben due volte il biglietto augurandomi di poter partire almeno due settimane dopo. Ma niente da fare. Insomma la faccio breve e vi dico che sto riemergendo ora, e con acciacchi vari. Probabilmente ero arrivata un po’ al limite delle forze, un trasloco, un cambiamento di vita, la stesura e l’uscita del mio libro, insomma tante emozioni e incontri non sempre positivi, mi avevano un po’ provato, e l’influenza ha trovato un terreno fertile per farsi un bel giro. Quindi eccomi. Alle prese come sempre con la mia pratica, lontana da maestri e punti di riferimento. Non lo nego, anche un po’ arrabbiata per i soldi persi, in parte non recuperabili.

Con questo stato d’animo sono di nuovo qui, in Maremma. Terra che amo profondamente ma da cui avevo davvero bisogno di staccarmi un po’, per digerire persone ed esperienze. Il mio corpo è smagrito e indebolito da questa botta inaspettata, e anche la pratica ne risente. I primi giorni di convalescenza sono stati i più duri, perché la tosse rendeva difficile mantenere un ritmo con il respiro. Lentamente cerco di recuperare e mi dico che comunque sarebbe stato davvero impossibile partire in queste condizioni.

Resta però una sorta di delusione nei confronti di me stessa, per non avercela fatta, per non essere riuscita, nonostante i tanti anni di pratica, a reagire a questa maledetta influenza – e soprattutto alle situazioni che l’hanno provocata. In che modo lo Yoga può aiutarmi a combattere questa sgradevole sensazione di fallimento, e la debolezza fisica che accompagna la convalescenza? E soprattutto in che modo posso fare dello Yoga lo strumento per non ricadere in circostanze che mettano esageratamente sotto stress il mio sistema corpo-mente?

Semplicemente, accettando e portando questi sentimenti sul tappetino. Rabbia, frustrazione, debolezza, delusione. Che si trasformano in motivazione, pazienza, arrendevolezza e accettazione. In modo pratico, la motivazione (rabbia) mi porta sul tappetino. La pazienza (frustrazione) mi aiuta ad esplorare di nuovo le posizioni più semplici, a mantenerle più a lungo, a trasformarle in strumenti di guarigione. L’arrendevolezza (debolezza) mi suggerisce di cedere alla posizione, di restare, di ascoltare. E infine l’accettazione (delusione) mi dice che va bene così. Che non sempre si può essere al top. Che ci sono situazioni che a volte hanno la meglio, anche se siamo abituati ad essere reattivi. Ogni anno il corpo richiede una sorta di “tagliando”, ci invita a capire cosa è cambiato in noi, nella nostra pratica. Per quanto lo Yoga ci aiuti a restare in salute e limiti il processo di invecchiamento, ci sono sempre emozioni e circostanze che hanno la meglio su di noi, che ci ricordano la nostra umanità imperfetta. A quel punto torniamo sul tappetino sia come principianti che come insegnanti. Il nostro corpo indebolito assomiglia a quello di un principiante che si avvicina allo yoga per la prima volta. Ma dentro, abbiamo gli anni di pratica e di studio che ci hanno portato fin qui. Torniamo ad insegnare a noi stessi. Con la pazienza e la fermezza che rivolgiamo ai nostri studenti. E offriamoci la possibilità di imparare da ogni momento di difficoltà, senza pretendere che in virtù della nostra esperienza yogica tutto debba essere superato in un attimo. Non è così. Alcune esperienze, alcune persone ci segnano profondamente e richiedono tempo per essere digerite e per trasformarsi nella lezione che ora ci sfugge.

Torniamo ogni mattina sul nostro tappetino con tutto ciò che abbiamo. E’ già moltissimo di cui essere grati. Pratichiamo con i nostri limiti fisici e spirituali. Non importa se proviamo rabbia invece che serenità. Se non siamo ancora pronti a perdonare. Praticare Yoga non significa essere perfetti. Significa provare ad essere migliori.

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Lo Yoga: terapia contro la paura

Pensavo in questi giorni a quanti dei nostri comportamenti sono influenzati dalla paura. Al di là delle paure oggettive nei confronti di qualcosa, credo che la paura da cui tutte le altre nascono sia quella di mostrarci per ciò che realmente siamo, senza maschere, nella nostra vulnerabilità. Eppure solo quando siamo noi stessi, senza più strutture o personaggi da recitare, possiamo davvero amarci, ed essere profondamente amati. Alla ricerca di spunti di riflessione sull’argomento, come spesso mi accade, sono “inciampata” virtualmente in questo bellissimo post di David Garrigues, che traduco per voi.

“Quando inizio a guardarmi dentro, mi accorgo di essere semplicemente un gran groviglio di paure. Se mi metto ad analizzarle, mi accorgo che la maggior parte di queste paure sono auto-imposte. Sono io a chiamare fantasmi e mostri e sempre io a consentire loro di girarmi attorno, permettendogli di creare disagi al mio stato mentale. Ma una di queste paure ha un’origine più profonda. Non sono io a chiamare questa paura, essa semplicemente “E'”, come se avesse un suo corpo e una sua coscienza.

Non giudico la paura. Anzi le sono grato. Sono gli improvvisi choc dei suoi aculei a mantenermi vivo. La accetto come la guida che mi spinge verso l’ignoto. Cerco di vivere secondo il credo “vai verso ciò che temi”, perché paura e creatività spesso vanno a braccetto. Non possiamo trovare l’una senza l’altra. L’arte dello yoga consiste nel richiamare il coraggio, mettere in atto le proprie capacità, vivere liberamente al confine di ogni nuovo precipizio fisico, energetico e/o psichico. Dopo 30 anni sul tappetino, so che è la combinazione tra paura e creatività a consentirmi di forgiare un percorso originale e unico verso la conoscenza del Sé.

Ma sono pur sempre umano, e a volte non riesco ad abbracciare la mia paura. Anzi, perdo la pazienza nei confronti della sua natura accanita e ossessiva. Le mie capacità yogiche vanno a quel paese: vorrei alzarmi e gridare: “di cosa diavolo ho così tanta paura?”. Vorrei spaventarla, zittirla, spegnerla, ignorarla, deriderla, prenderla a calci o catapultarla nella stratosfera schiacciando un magico bottone. Ma ognuno di questi tentativi si rivela futile. Perché nonostante tutto, lei è con me, dovunque io vada, segue ogni mio passo, proprio come la mia ombra. Vorrei infilarmi a letto e nascondere la testa sotto le lenzuola. Ma improvvisamente mi ricordo che c’è qualcosa che può scuotere la mia paura… posso andare sul tappetino, praticare una posizione, e iniziare a respirare.

Uso il mio scheletro per disegnare un cerchio magico che definisce uno spazio interno, e uno spazio esterno. Dentro questo cerchio pratico Khecari Mudra; trasformo il mio palato in una caverna sacra e divento un Creatore dell’elemento Spazio. Quindi il mio corpo e la mia mente diventano un Sukhastan, un rifugio, un regno dove la paura non può entrare e dove la comunione sacra diventa possibile.

Il mio corpo in un asana diventa un’espressione di potenza, in cui assumo un atteggiamento di controllo rispetto alla paura. Può essere Utkatasana, un atteggiamento di ferocia. O Maha Mudra, un Sigillo Sacro di Forza Vitale. O Shavasana, che rappresenta l’indifferenza di un cadavere. In Sarvangasana, tutto il mio corpo mi sostiene. In Natarajasana, assumo le sembianze di un esperto danzatore che allontana la paura con i suoi aggraziati movimenti. In Vrkshasana, sono un Albero radicato al suolo, che si erge maestoso contro ogni tempesta. In Samasthiti, posso mantenere l’equilibro tra forze opposte. 

Creo uno sportello temporale, un intervallo di eternità. Sono completamente assorto. Posso respirare, muovermi, fermarmi, riflettere o creare, oppure semplicemente non fare nulla. E semplicemente, esistere. Dentro questo spazioso, vuoto e tranquillo stagno che è la mia mente, riesco ad osservare la verità profonda di questa nostra esistenza, che si dipana in un’unica, continua, eterna e sacra essenza”. (D. Garrigues)

Nello spazio eterno di un Asana, nel momento di completa concentrazione, la paura cessa di esistere.

Francesca d’Errico

David Garrigues

Lettera di un’insegnante di Yoga al CONI

Negli ultimi giorni chi pratica e soprattutto insegna Yoga è rimasto profondamente colpito dalla decisione del CONI di escludere lo Yoga dalle discipline riconosciute dal suo registro, atto che farebbe decadere le (poche) agevolazioni di cui godono le scuole e i centri Yoga fino ad oggi inseriti tra le Associazioni Sportive Dilettantistiche.

Per alcuni giorni ho riflettuto se lo Yoga potesse effettivamente essere incluso tra le discipline riconosciute dal CONI. Erroneamente ho pensato, all’inizio, che non essendovi competizione, lo Yoga fosse effettivamente sul “filo del rasoio” per poter reclamare il suo diritto a far parte di questa rosa di “sport”. Sono quindi andata a consultare non solo il registro delle attività riconosciute dal CONI, ma la definizione a cui il CONI si appella per prendere in considerazione l’inserimento di una attività nel proprio registro. Analizzerò entrambe più avanti, ma prima di far ciò vorrei sottolineare che far parte di un’Associazione Sportiva Dilettantistica ad oggi è l’unico modo, per chi insegna Yoga, di tutelare in primis i propri studenti, garantendo loro una formula assicurativa, e la certezza di praticare in un ambiente che corrisponde agli standard di sicurezza e di trasparenza previsti dal CONI. Non scrivo dunque per chiedere al CONI agevolazioni dettate da interessi personali, cosa che è impossibile dal momento che le associazioni sportive (ed i loro membri) non hanno fini di lucro, ma per sottolineare la necessità, per chi insegna da anni in modo serio e si impegna da sempre nella formazione (propria e altrui), di esistere all’interno di un organismo ufficiale e riconosciuto dallo Stato italiano. Con questa lettera quindi vorrei esprimere non la mia personale perplessità ma quella, penso, di tutti i centri e le scuole di Yoga italiane, che da molti anni, ben prima che la parola “Yoga” diventasse moda, si impegnano sul territorio nella promozione di un percorso di salute fisica e mentale così importante da essere stato addirittura riconosciuto dall’UNESCO come patrimonio dell’umanità.

Nel registro delle attività riconosciute dal CONI, che dovrebbe in primissimo luogo interessarsi alle discipline che portano un reale beneficio fisico e mentale all’individuo, troviamo ad oggi, per fare alcuni esempi: il tiro a piattello (e come figlia di un tiratore esperto, posso garantirvi che i danni del rinculo del fucile sull’articolazione della spalla sono notevoli, per non parlare dei danni all’udito, nonostante l’uso delle cuffie), tutti gli sport su automobili da rally e da corsa (non credo sia necessario elencarne i rischi), il bridge (penso che stare seduti ore con le carte in mano, spesso fumando sigarette a più non posso, non sia l’attività più salutare del mondo), la dama e gli scacchi (idem). Mi si potrebbe obiettare che, in qualche misura, tutte queste attività sono in qualche modo competitive, e possono quindi a buon diritto essere inserite nel registro di un Comitato Olimpico. Continuando a scorrere la lista, tuttavia, troviamo discipline che di competitivo non hanno nulla, come il volo e la motonautica da diporto, dove peraltro l’uso del corpo a fini dell’ottenimento di uno stato di salute e benessere è a mio parere ben lontano.

Questa è la comune definizione di SPORT: “[…]insieme delle attività, individuali o collettive, che impegnano e sviluppano determinate capacità psicomotorie, svolte anche a fini ricreativi o salutari […]”. In questo senso, possiamo considerare lo Yoga come uno sport? Esiste un’attività fisica che, più dello Yoga, tende allo sviluppo delle capacità psicomotorie dell’individuo e/o di gruppi di individui? Gli asana, siano essi praticati in modo statico che in sequenze dinamiche, insieme al pranayama e alla meditazione, svolgono un intenso lavoro a favore del mantenimento della buona salute di qualsiasi individuo decida di praticarli, purché sotto la guida di un insegnante qualificato. Flessibilità, forza, equilibrio, concentrazione, rilassamento, lavoro di stimolazione e purificazione degli organi interni. Non a caso lo Yoga è praticato sempre più di frequente da campioni olimpici che sentono la necessità di integrare la loro preparazione fisica e mentale. La materia è da anni al centro di studi scientifici in tutto il mondo. Addirittura lo Yoga si rivela di ausilio nella riabilitazione degli infortuni, nel recupero da stress post-traumatici, nell’alleviare le difficoltà di chi soffre di disabilità fisiche e/o psichiche. In mancanza di enti riconosciuti dallo Stato italiano a tutela delle scuole e degli insegnanti di Yoga, quale organismo, se non il CONI, dovrebbe prendersi cura del nostro universo, che anno dopo anno attira un numero sempre maggiore di praticanti?

Chi insegna Yoga e chi con coraggio si fa carico oggi, in Italia, della gestione di un centro o di una scuola di Yoga può testimoniare in prima persona che è praticamente impossibile “lucrare” su questa attività. Non esiste disciplina più meritevole dello Yoga in questo senso. Eliminarla dalle attività regolamentate dal CONI significherebbe privare chi pratica della possibilità di accedere a corsi che in molti casi hanno prodotto incredibili vantaggi alla salute o al recupero della stessa. Non solo: questa esclusione renderebbe praticamente impossibile il lavoro dell’insegnante all’interno di un ambiente sicuro, tutelato e trasparente.

pic by Marco Pantani

Ho notato che su change.org è stata attivata una petizione a questo proposito, che ha finora raccolto un numero irrisorio di firme. Io stessa, come alcuni di voi avranno certamente notato leggendo qua e là alcuni miei commenti su facebook, ho avuto la necessità di riflettere a lungo e anche di cambiare idea prima di arrivare a postare questo articolo prendendo una posizione definitiva. Ritengo però che sia necessario, da parte di tutti noi insegnanti, e dei titolari di scuole e centri di Yoga, unirsi, fare quadrato, opporsi in modo pacifico ma fermo a questa decisione, inducendo il CONI a tornare sui suoi passi, rivedendo la sua posizione e aprendo, se necessario, un tavolo di discussione per trovare la formula più adatta per proseguire.

Dimostriamo tutti insieme di avere un’altra delle caratteristiche delle discipline annoverate nel registro del CONI: la capacità di essere coesi, di avere spirito di gruppo, di fare squadra al di là delle diversità della tradizione di appartenenza. E’ vero, lo Yoga non è solo uno sport, perché nella sua visione completa comporta caratteristiche che vanno ben oltre questa parola: ma la pratica degli yogasana (le posizioni che compongono la parte corporea della nostra amata disciplina) è forse l’espressione più pura dell’attività fisica svolta per rendere la nostra vita migliore. Proprio come lo sport.

Firmiamo.

Francesca d’Errico

 

Trataka meditation and Tarot symbolism ITA/ENG

Quando si pratica da tanti anni, come nel mio caso, avviene che alcune facoltà mentali risultino acuite, grazie all’intenso lavoro di apertura dei chakra (centri energetici) attraverso asana e pranayama. L’intuizione si raffina, come la capacità di comprendere chi abbiamo davanti attraverso il linguaggio corporeo, e quella di captare le energie di un luogo – anche di una Shala.

Ho avuto la fortuna, fin da ragazzina, di avere una forte capacità di intuizione, che ho coltivato studiando astrologia e Tarocchi, che mi sono stati tramandati da mia nonna, insieme a guide esperte. In particolar modo, questi ultimi sono stati negli anni per me un valido ausilio alla meditazione, che come ben sappiamo è molto più potente di qualsiasi metodo di divinazione (come diceva Sri K. Pattabhi Jois, che era tra l’altro un grande astrologo vedico, “Quando vediamo Dio, non abbiamo bisogno di conoscere il futuro”). Vediamo come.

Cosa sono i Tarocchi?

I Tarocchi sono un mazzo di carte da gioco, di origine italiana, che si diffuse nel XV secolo. A partire dal XVIII secolo il loro utilizzo passò dal semplice gioco alla divinazione, e le immagini dei 21 Trionfi o Arcani Maggiori cominciarono ad arricchirsi di simboli tratti da diverse tradizioni esoteriche, dalla Cabala ebraica agli occultisti francesi. Sono proprio gli Arcani Maggiori ad essere utilizzati per la divinazione, grazie al loro forte simbolismo. Senza volersi trasformare in improvvisati oracoli, è sufficiente estrarre una semplice carta dal mazzo, prima di eseguire i nostri esercizi di concentrazione e meditazione, per avere qualcosa di concreto su cui meditare. Mi incoraggia sapere che anche il grande Eddie Stern, uno tra i più famosi insegnanti di Yoga al mondo, utilizza con fiducia queste splendide carte ricche di simboli!

Mi è stato insegnato che estrarre alcuni tra i 21 Arcani Maggiori è un modo per interpretare le energie di cui siamo circondati al momento. I Tarocchi possono essere uno strumento simbolico utile a comprendere una situazione in cui ci troviamo, uno stato d’animo, un’emozione. Esattamente come avviene per i sogni, che ci rivelano qualcosa che il nostro io conscio fatica a riconoscere. Non amo parlare di “prevedere il futuro”, perché credo che il futuro sia qualcosa che costruiamo attimo dopo attimo. E anche perché penso che volersi proiettare in un tempo che ancora non c’è sia in contraddizione con le tecniche dello Yoga, che ci insegnano a vivere nel momento presente. Penso però che non sempre riusciamo ad essere lucidi nell’esaminare le circostanze in cui ci troviamo, perché la mente ci indirizza sempre nella stessa direzione. Oppure, a volte, tendiamo a voler sovrapporre la ragione all’istinto, cosa che non sempre si rivela di aiuto. Quindi estrarre una di queste carte, quando la nostra mente è sgombra e pronta alla concentrazione, può offrirci uno spunto per interpretare il nostro momento attuale, all’inizio della nostra meditazione, dopo asana e pranayama. Trovo inoltre che questo esercizio possa essere considerato parte della tecnica del Tatraka esterno (Bahiranga), suggerita anche nell’Hatha Yoga Pradipika e a cavallo tra hatha e raja yoga. Tatraka significa “fissare lo sguardo in un punto”, ed è un ausilio alla meditazione in grado di sviluppare la nostra concentrazione e le nostre capacità mentali.

Il Trataka con i Tarocchi

La tecnica di esecuzione del Trataka è semplice: seduti in meditazione, in un luogo buio, accendiamo una candela e ne fissiamo la fiamma cercando di non chiudere gli occhi. Quando lo sguardo è stanco, abbassiamo le palpebre e manteniamo la concentrazione sull’immagine della fiamma che abbiamo guardato. Riapriamo gli occhi e ripetiamo, per alcuni minuti. La meditazione sui Tarocchi segue lo stesso principio. Seduti in posizione comoda, con la mente rilassata dalla pratica e sgombra da preoccupazioni e pensieri, estraiamo una carta dal mazzo dei 21 Arcani Maggiori. Posizioniamo la carta davanti a noi, e osserviamola senza giudicare. Non esistono infatti carte positive o negative: ogni simbolo rappresenta in questo caso il nostro stato d’animo o una particolare situazione che stiamo vivendo (sto preparando un piccolo manuale in cui analizzo ogni Arcano Maggiore per offrirvi maggiori informazioni, frutto dei miei studi e della mia esperienza con questi simboli).

L’Arcano Maggiore XVII, La Stella

Facciamo un esempio pratico: il Trionfo o Arcano Maggiore estratto questa mattina è “La Stella”, l’arcano XVII.

La carta del mazzo dei Tarocchi raffigura un cielo stellato, al cui centro risplende una grande stella. Una donna nuda, china su uno specchio d’acqua posto al centro di un vasto campo verde, ha in mano due anfore che irrigano il terreno e lo stagno. Sullo sfondo, un uccello si posa sui rami di un albero.

Questo Arcano, preso singolarmente, ha un significato molto favorevole. La Stella rappresenta una luce che ci guida. Può essere una visione, un sogno che stiamo cercando di realizzare, o un progetto che stiamo coltivando, a cui stiamo dedicando attenzione e cura. Il cielo sereno, le Stelle luminose, ci segnalano che possiamo fidarci delle nostre sensazioni e di quello che stiamo facendo, o ci incoraggiano a seguirle, ad agire nella direzione che abbiamo scelto o che sentiamo più vicina alla nostra autentica vocazione. Se siamo preoccupati per la nostra salute o la salute di una persona cara, La Stella ci rassicura, ci incoraggia ad intraprendere un percorso di purificazione, che ci ricompenserà. E’ insomma il momento giusto per occuparci di noi stessi. Se ci sentiamo soli, o abbiamo una preoccupazione relativa alle relazioni interpersonali, La Stella ci invita a guardarci intorno con occhi davvero aperti, perché possiamo facilmente circondarci di persone affini, che ci apriranno nuovi orizzonti.

Poniamo la carta estratta dal mazzo dei Tarocchi davanti a noi, e concentriamo su di essa il nostro sguardo. Quando gli occhi iniziano a lacrimare o sentiamo la necessità di sbattere le palpebre, chiudiamoli, e continuiamo a visualizzare questa carta, con tutti i simboli che rappresenta, con il nostro sguardo interiore. Quindi, apriamo di nuovo gli occhi, e torniamo a guardare la carta. Cerchiamo di capire il messaggio dell’Arcano Maggiore, di trovare i punti di contatto tra questo simbolo e la realtà che stiamo vivendo. Accettiamo il consiglio che il nostro inconscio ci ha inviato attraverso questo simbolo, e terminata la meditazione, affrontiamo la nostra giornata in sintonia con noi stessi e l’ambiente che ci circonda.

– Francesca d’Errico, 2017

Per una consultazione personale sul proprio Arcano Trataka, e maggiori informazioni su Tarocchi e meditazione, fmderrico@gmail.com

ENGLISH TRANSLATION

If you have been practing for  a few years, as in my case, some mental faculties are enhanced. This comes from an intense work on chakras (energy centres) opening through asanas and pranayama techniques. Intuition is refined, and we become more aware of other people’s mood and even places (like shalas) energy.

I have been very lucky to be gifted with a strong intuition from a very early age. I cultivated this gift studying astrology and Tarot symbolism – two fine arts that have been taught to me by my very first teacher, my grandmother, who introduced me to expert guides. Tarots in particular have been an incredible aid for meditation, which in turn is the most powerful tool we can turn to, rather than relying on divination or clearvoyancy (as Sri K. Pattabhi Jois, a vedic astrologer himself, used to say: “When we see God, we don’t need to know our future”). Let’s see how.

What are Tarot cards?

Tarots are Italian play cards created in the XV century. Since XVIII century they become mainly used for divination purposes, and the 21 Major Arcana or Greater Secrets were enriched with symbols from various exoteric traditions, from the Jewish kabbalah to the French occultists. The Major Arcana are in fact the cards mainly used by clearvoyants thanks to their strong symbolism. But even if we do not want to improvise ourselves as card readers, we can use these symbols as a meditation aid. All we need to do is draw a card from the deck right before our concentration/meditation exercises. I am glad to know that even one of the most famous yoga teacher worldwide,  Eddie Stern, trusts these cards and their symbols! 

I have been taught that drawing some of the 21 Major Arcana out of the deck is a very good way to better understand which energies are surrounding us at the moment. Tarots can be a useful symbolic tool to read our circumstances, our moods, our emotions. It’s just like understanding our dreams as a key to reveal something we fail to see when we are awake. I don’t like talking about “reading the future”, since I truly believe we build our future every minute. Also, I believe that projecting ourselves into a time that has not come yet is a contradiction with Yoga philosophy and its techniques, teaching us to live in the present moment. I do think, however, that we are not always objective in analising a situation, since our mind often sends our thoughts always in the same direction. Or, at times, we tend to favor reason over instinct, and that’s not always a good thing. Therefore drawing a Tarot card when our mind is free and ready for meditation can be a way to read our present moment. We can do this at the beginning of our meditation time, right after asanas and pranayama. Such exercise can very well fit into the external  Tatraka technique called Bahiranga (found in the Hatha and Raja Yoga tradition) as explained in the Hatha Yoga Pradipika. Tatraka means “fixing our gaze to a poin”, and it’s a meditation aid that helps developing our concentration and mental abilities.

Trataka with Tarot cards

The Trataka technique is rather simple: sit in meditation, in a dark room, lit a candle and fix the flame trying not to blink the eyes. When the eyes get tired, we can close them and keep our concentration on the internal image of the flame. We then re-open our eyes and repeat the whole cycle a few times. Meditation on Tarot cards follows the same principle. Sit in a comfortable posture, relaxing and emptying the mind, we draw a card from the 21 Major Arcana deck. We position the card in front of us, observing it with no judgement. There are no positive or negative cards: in this particular instance, every symbol simply represent our mood or our current circumstances (by the way: I am preparing a manual offering more info on Tarots, based on my studies and personal experiences).

A practical example: this morning Tarot is “The Star”, XVII. 

The card picture a star-filled sky. A big star shines right in the middle. A naked woman lean over a pond placed in the middle of green field. She holds two jars, pouring water on the earth and in the pond itself. On the background, a bird stands on a tree.

This card usually heralds very good news. The Star represents a light guiding us through life. It can be a vision, a dream we are trying to turn into reality, or a project we are working on. The sky is clear, full of bright stars: a sign that we can trust our feelings and what we are doing, or an encouragement to follow our vocation. If we are worried about our or somebody else’s health, the Star is very reassuring and tells us that any purification ritual will be favorable. It’s the right time to look after ourselves. If we are or feel lonely, the Star is an invitation to open our eyes and find like-minded people.

Let’s place the Tarot card right in front of us, and let’s fix our gaze on it. When our eyes feel tired, we can close them and keep concentrating on the internal image of the card and its symbols. We can repeat this cycle several times. Let’s try to understand the message of the card, its points of contact with our current experience. Let’s open our mind and our heart to the advice that is coming from deep inside through this symbol. After meditation, let’s go back to our daily chores with renewed energy and trust in ourselves and the energies that are surrounding us.

– Francesca d’Errico, 2017

For a personal consultation on your personal Tarot Card for Trataka meditation, and more info on Tarots and meditation, email me:  fmderrico@gmail.com

Shakti ed energia: la forza del cambiamento

“Come termine, śakti indica, nell’Induismo, il potere di un Dio di dare luogo al mondo fenomenico e al piano cosciente della creazione, la Sua capacità creativa immanente; come nome proprio, Śakti indica l’Energia divina personificata.” (wikipedia)

‘Shakti and Shiva’, immagine di J.B. Hare, 2003

Tra i termini in sanscrito più abusati sui social c’è sicuramente la parola “Shakti” – e in italiano, segue a ruota la parola energia. Shakti è di solito utilizzata per descrivere la controparte del maschile Shiva, o più in generale per esprimere il concetto di “energia femminile”. Ma cosa significa realmente Shakti, e soprattutto, se parliamo di energia nello Yoga e nel Tantra, a cosa ci riferiamo? Sfogliando il bellissimo blog di Christopher Hareesh Wallis, studioso di Tantra e autore dell’articolo sui chakra che ho tradotto qualche settimana fa, ho trovato questo interessante approfondimento, che traduco per voi. Il concetto è ben più complesso di quanto vogliano farci credere i siti che tendono a semplificare lo yoga, e più in generale il linguaggio con cui esprimiamo il tantra e le filosofie che sottendono queste discipline. E’ tuttavia immensamente affascinante e stimolante immergersi in questi concetti, soprattutto per chi desidera approfondire ed aprirsi ad una comprensione più profonda. In nessun modo il post può essere conclusivo perché, come dice giustamente l’autore, le parole possono solo indicare, ma non descrivere, l’esperienza dello Yoga. Buona lettura!

Di cosa parliamo quando diciamo ‘energia’?

“Ho un nuovo studente in classe. Come tutti i ‘principianti’ mi pone domande fondamentali che non sono mai una perdita di tempo. Nelle cerchie spirituali, non c’è parola più utilizzata di ‘energia’ – e qualche giorno fa, durante una lettura in classe, questo studente mi ha chiesto, semplicemente: “Ma cosa significa veramente energia?”. Mi ha quindi scritto, riportando i seguenti esempi, tratti dalla nostra lettura:
 
“Ecco alcuni dei modi in cui Sally Kempton (nella prefazione al libro Shakti Coloring Book), usa la parola energia. Ognuno di essi presuppone un significato diverso:

1) ‘Le divinità qui rappresentano sottili energie archetipiche, presenti nell’universo e all’interno di ognuno di noi. E possiamo lavorare con queste immagini e suoni sacri come punti focali per la meditazione, nel tentativo di introiettare l’energia della divinità’.                                                             2) ‘Ho notato che gli yantra evocano precise energie in me’ e ‘ma allo stesso tempo, emanano una sensazione di morbidezza, di energia dolce e palpabile’.
3) ‘Colorare questi mandala e queste divinità può essere una profonda pratica spirituale, che può integrare le energie separate nella nostra psiche, e connetterci alle loro ottave più elevate’.

Quindi ‘energia’ ha significati diversi a seconda del contesto?”

Ecco la mia risposta: ‘Energia’ è la traduzione del sanscrito shakti, che significa anche ‘potenza, potere, capacità’. Letteralmente la parola ‘energia’ significa ‘il potere di eseguire un lavoro interno’ – sia in inglese (dal greco energeia) che in sanscrito. A volte la parola viene usata in modo generico nelle cerchie spirituali, oscurandone questo fondamentale significato. Per esempio, è spesso usata (a mio parere impropriamente) come equivalente del sanscrito bhāva, che significa ‘sensazione’, ‘stato mentale’ o persino ‘vibrazione’ in modo più colloquiale (come quando diciamo ‘questo posto ha una bella energia’, per dire ‘sto bene in questo posto’, o quando diciamo ‘mi piace la tua vibrazione’). Sally nel suo scritto usa al punto 1. il termine in modo corretto, per indicare ‘potere spirituale che può influenzare la trasformazione interiore’; al punto 2. in modo più generico, come equivalente di ‘sensazione’, quindi bhāva.  Al punto 3. utilizza questa parola come equivalente delle ‘divinità’ che dobbiamo evocare e/o integrare per provocare la trasformazione interiore di cui sono capaci. Certamente ci sono energie latenti nel nostro essere che vengono attivate attraverso queste pratiche. 

Lo studente mi ha risposto: “Non ho capito bene. Nello specifico:

1) Cosa significa un ‘aspetto del mio essere’ qui? E’ una rappresentazione, o provare delle emozioni, o la sessualità – semplicemente una parte dell’esperienza dell’esistere? O qualcosa di più?
2) Cosa significa ‘integrare’ in questo contesto?
3) Che cos’è la trasformazione interiore?

Se tu potessi darmi qualche esempio per illustrare questi punti, penso che capirei meglio e più chiaramente il concetto (ho sentito queste parole e queste frasi molte volte, ma sempre senza esempi o spiegazioni, e non le ho mai comprese davvero)”.

Fantastico! Ho pensato tra me e me. Sono sempre troppo pochi gli studenti che chiedono di fare chiarezza sui concetti fondamentali, e troppo pochi gli insegnanti che spiegano ciò che assumiamo sia già adeguatamente compreso. Gli ho risposto così:

Ci sono innumerevoli aspetti del nostro essere – sia che parliamo di raccoglimento, sessualità (che si suddivide a sua volta in molti aspetti, dall’animalesco all’infantile, dal raffinato allo spirituale), di giocosità, di capacità di auto-sabotarci, o al contrario di onorare e riverire ciò che proviamo, la nostra capacità di esperire la libertà radicale – e infiniti altri. Siamo immensi – conteniamo moltitudini! E alcuni di questi aspetti sono già attivi ed espressi, mentre altri sono latenti e attendono di emergere. Alcuni aspetti sono coerenti con un modello sottile che possiamo chiamare divinità. Ad esempio, Shiva relaziona la nostra capacità di esperire la libertà e il senso di vastità alla capacità di essere immobili e silenziosi – una relazione importante che la nostra mente potrebbe non aver identificato. Pārvatī connette potere e disciplina ad umiltà e arrendevolezza, unendo questi concetti in un modello che, una volta esperito, produce un enorme beneficio, molto superiore all’esperienza singola di ognuna di queste facoltà. Questo è uno degli scopi primari delle divinità: ci mostrano schemi che altrimenti resterebbero oscuri, danno forza a modelli che possiamo coltivare. 

Quando parliamo di integrazione siamo davanti ad un immenso argomento, ma brevemente, ci sono molti aspetti di un individuo che non operano in perfetta armonia con il tutto, perché questi aspetti sono stati rifiutati, giudicati o demonizzati (e la sessualità è un buon esempio, ma ce ne sono molti altri, come la capacità di agire in modo naturale e spontaneo, ed altre qualità positive come l’entusiasmo, che in molti sono state giudicate e represse). Qualsiasi aspetto che abbiamo rifiutato (anche moderatamente) diventa parzialmente ‘separato’ o diviso dall’immagine conscia del nostro sé, e può essere esperito solo in circostanze speciali. (In casi estremi, alcuni sviluppano un Disturbo Dissociativo dell’Identità, o personalità dissociate – ma tutti noi abbiamo una moderata dissociazione finché non compiamo il nostro cammino yoga). Quindi questi aspetti separati/rifiutati devono essere reintegrati. 

Ci sono dunque aspetti del nostro essere che sono latenti, dormienti, in attesa di essere espressi. Ma quando gli aspetti latenti riemergono, solitamente non rientrano nella veste dell’immagine conscia del sé, e devono quindi essere ‘integrati’ – ovvero accettati pienamente, accolti, ricevuti nel nostro essere (azione che richiede un’ammorbidimento o un’arrendevolezza delle immagini statiche del nostro sé). Quando questa integrazione di aspetti a lungo rifiutati ha luogo, spesso proviamo un flusso intenso di emozione e/o prāna (energia della forza vitale), che emerge attraverso il nostro essere (specialmente se questa integrazione, invece che graduale, è improvvisa), perché ognuno di questi aspetti contiene energia accumulata non accessibile al nostro intero sistema, fino a quando non viene disgregata per diventare quindi accessibile e fondersi con l’insieme attraverso l’integrazione. 

Sebbene questa risposta somigli più alla psicologia che allo yoga, mi sto limitando ad articolare principi presenti in testi yogici e tantrici (si legga il capitolo 11 di The Recognition Sutras), che sono raramente dettagliati in quei testi, poiché il sanscrito non possiede il vocabolario sistematico che oggi abbiamo a disposizione. 

La ‘Trasformazione Interiore’, dunque, è questo misterioso processo di scoperta e re-integrazione delle nostre parti ‘perdute’, e al tempo stesso la capacità di toccare la piena vastità del nostro essere più autentico attraverso la pratica spirituale. Entrambi i concetti ci rendono una ‘massa estatica di consapevolezza armonicamente unificata’ (in sanscrito. chidānanda-ghana-svātma e ci donano la capacità di esperire spontaneamente e senza ostacoli il flusso dell’energia della forza vitale, a beneficio di tutti gli esseri (e a dispetto del linguaggio ‘grandioso’, si tratta spesso di una sensazione assai semplice e soave). 

Appendice 1: Sarebbe negligente non aggiungere un commento sull’aggettivo più abusato nelle cerchie spirituali, ‘energetico’. Molti, oggi, utilizzano ‘energetico’ in luogo di ‘sottile’ (dal sanscrito sūkṣma), ovvero ‘non percepibile attraverso i cinque sensi’.  (L’ho sentito usare anche durante lezioni di asana al posto di ‘isometrico’, presumibilmente perché l’uso isometrico dei muscoli non è percepibile all’occhio dell’osservatore. Questo è un errore. Immaginate di tradurre sūkṣma-śakti ‘energia energetica’!  Vi prego non fatelo).

Appendice 2: come disse Ekabhūmi, dovremmo evitare di formare categorie fisse basate su questi insegnamenti relativi a shakti. Formare ‘categorie definite, controllate, strutturate, prevedibili’ è problematico, perché queste strutture mentali (vikalpas) si ossidano e si pietrificano velocemente, resistendo quindi al libero flusso dei processi a cui ci siamo riferiti in questo post. Le parole, in questa dimensione dell’esperienza umana, possono solo indicare, ma non descrivere.

Christopher Hareesh Wallis

Christopher Hareesh Wallis

Traduzione e commenti, Francesca d’Errico

I fondamenti dello Yoga del coraggio

Io, a Mysore. Foto di Alessandro Sigismondi

David Garrigues sta conducendo online, in questi giorni, una bellissima serie dedicata ai fondamenti degli asana che compongono le serie dell’Ashtanga Vinyasa Yoga. E’ un progetto davvero interessante soprattutto per chi pratica da molto tempo, e si inserisce nel contesto di ricerca che ultimamente sto affrontando, per apprendere tutti gli strumenti necessari a rendere questa pratica accessibile a tutte le età e in qualsiasi condizione fisica. Comprendere fino in fondo gli elementi che compongono ogni asana è un passo funzionale all’accesso delle posture più complesse. Ogni posizione affonda le sue radici nel respiro e nell’attivazione dei bandha, eppure tendiamo, nella fretta di raggiungere l’obiettivo, a dimenticare di mettere in pratica proprio questi due elementi che ci rendono possibile ottenere “sthira sukham asanam“, la posizione stabile e confortevole descritta da Patanjali negli Yoga Sutra.

Tuttavia non sono solo fisiche le basi dello Yoga. Anzi. Le fondamenta psichiche o spirituali (a seconda di come vogliamo approcciare questa disciplina) sono sicuramente quelle a cui dobbiamo guardare più spesso. E ancora una volta, spesso preda di meccanismi egoici e competitivi tipici della nostra cultura, tendiamo a dimenticare cosa ci ha spinto verso lo Yoga, tanti anni fa, quando abbiamo iniziato. Nel mio caso la spinta è arrivata dalla sofferenza. Soffrivo fisicamente nell’eseguire i miei allenamenti (ero ballerina e personal trainer, e mi allenavo quotidianamente in palestra) e soffrivo psicologicamente (ero ad un punto di rottura con il mio impiego in una multinazionale). Dunque alla base del mio approccio allo Yoga c’era il desiderio di superare la sofferenza. Eppure anche per smettere di soffrire occorre avere coraggio: perché siamo esseri abitudinari, e a volte all’essere felici preferiamo la sicura palude dell’infelicità che conosciamo. Ecco perché il post di David Garrigues, oggi, mi è sembrato particolarmente interessante: perché parla dei fondamenti dello Yoga non solo dal punto di vista fisico. Lo traduco per voi. Buona lettura!

La ricompensa arriva quando i nostri sforzi sono indirizzati ad un preciso obiettivo. 

“Lo Yoga nasce come ausilio alla sofferenza. Questo è uno dei più importanti fondamenti dello Yoga. Pratichiamo Yoga perché stiamo soffrendo. All’inesperto, lo yoga può sembrare un modo negativo per rivolgersi alla sofferenza. Lo Yoga oggi viene infatti presentato come esercizio estatico. Quando lo pratichiamo stiamo bene, ed è per questo che lo facciamo. Andiamo a lezione di Yoga perché vogliamo stare bene. In realtà, lo Yoga è una forma di allenamento che ci torna utile quando soffriamo. Proprio così, ecco cos’è lo Yoga. Pensate a come suona meglio, detta così. Non lo pratichiamo per “sentirci bene”. No: lo facciamo perché stiamo soffrendo, ed è la nostra risposta alla sofferenza.

Abbiamo bisogno di un serio allenamento per rispondere in modo efficace e curativo a ciò che ci fa soffrire. Non è un’impresa facile, perché la nostra cultura e la nostra natura umana tendono ad evitare la sofferenza. Evitiamo di soffrire appagando i nostri sensi. Usando i farmaci. Cerchiamo di evitare e di non sentire, di non esperire. In questo senso, utilizziamo in modo il mondo materiale in modo errato. Usiamo il mondo esterno per cercare di alleviare la sofferenza, e fino a un certo punto i beni materiali possono aiutarci. Da ragazzo ho frequentato una scuola “hippy”, dove non esistevano i voti ed era possibile creare da soli il proprio programma scolastico. Avevo un insegnante che adoravo, entrava in classe e diceva: “quando sono giù, mangio una fetta di dolce fatto da mamma”, e lo mangiava davanti a noi. Quindi certo, possiamo usare le cose materiali, come un dolce, per non sentire la sofferenza.  Non sto dicendo che sia un male. Il punto è che lo facciamo troppo spesso, e purtroppo c’è un limite al sostegno che questi beni possono darci nell’alleviare il nostro dolore. Lo Yoga invece ci offre una preparazione, un mezzo interiore, indipendente, qualcosa a cui possiamo attingere autonomamente, e questa è la sua base, il suo fondamento. 

dal sito di David, il corso dedicato ai fondamenti della pratica

Spesso abbiamo bisogno di un evento traumatico per riconoscere la nostra sofferenza, ma in sintesi, tutti noi passiamo una parte della nostra giornata soffrendo, preoccupandoci, provando paura, o desideri distorti, incontrando persone che ci causano problemi – eppure, non vogliamo parlarne e tantomeno pensarci. Dobbiamo invece riconoscere e guardare il momento stesso in cui proviamo sofferenza. Dobbiamo rivolgere la nostra attenzione all’interno, e notare cosa avviene: cosa proviamo?   Questo è il nostro allenamento yogico: essere autentici e ricettivi rispetto ai nostri sentimenti. E questo, in sé, ci rende più forti. Diventiamo alleati di noi stessi. Quando sappiamo che stiamo soffrendo, e guardiamo in faccia questa sofferenza invece che proiettarla altrove, qualcosa avviene dentro di noi. E’ qualcosa che rende questa sofferenza meno intensa, quantomeno più gestibile. La vita non ci butta addosso situazioni che non possiamo gestire, se decidiamo di abbracciare e sottoporci a questo allenamento. Se comprendiamo questo elemento fondamentale, praticare sarà più facile, perché incontreremo la nostra sofferenza in modo più organico.  E’ un’arma importante nel nostro arsenale; anche il dolce della mamma lo è, certo, ma ancora di più lo è il nostro respiro, ed eseguire una posizione yoga. 

Questo porta la tecnica di esecuzione degli asana nel contesto corretto. Credo che il modo in cui eseguiamo, ad esempio, gli inarcamenti, sia importante. Ma lo è altrettanto costruire, nella nostra pratica, un luogo di perdono, compassione e cura di noi stessi. Sembrano concetti ovvi, ma non è così. La cura di sé non è automatica: molto spesso non ci prendiamo cura di noi. Ci comportiamo in modo aggressivo, egoista, evasivo. E il perdono è la chiave. Perdono per i nostri errori, la nostra ignoranza, la nostra rabbia, la nostra mancanza d’amore, i nostri difetti caratteriali. E’ una sfida. Ecco perché lo yoga è un allenamento ed ecco perché è così difficile: perché ci costringe a guardarci in faccia, e a guardare come combattiamo contro noi stessi. E questa è la ragione per cui lo yoga è una pratica spirituale, e anche una pratica molto dura. Non è una regola fisica: nessuno è obbligato a seguirla. Possiamo benissimo vivere senza praticare. Praticare Yoga è una scelta importante. L’uomo consapevole è un uomo dannato, la consapevolezza è una croce pesante da portare. E’ molto più facile rimanere nell’ignoranza. Quando cominciamo a guardare, spesso vediamo cose che ci fanno paura. Guardarsi dentro richiede coraggio.”

– David Garrigues

Traduzione e commenti, Francesca d’Errico

Praticare in Italia: Barbara Travanini, una famiglia di Ashtangi a Brescia

Barbara Travanini e il figlio Andrea, intenti nella pratica

Ho incontrato Barbara Travanini lo scorso anno al workshop di Mark Robberds a Torino. Il suo tappetino era davanti al mio, e ricordo di aver ammirato la sua forza e determinazione nella pratica. Siamo poi entrate in contatto su facebook, e tuttora ci sentiamo spesso per condividere opinioni e suggerimenti sulla pratica. Barbara mi ha colpito anche per il modo in cui è riuscita ad unire pratica e gestione familiare: suo figlio è diventato a sua volta insegnante di Ashtanga e l’affianca nella shala di Brescia, dove insieme portano avanti la tradizione, invitando spesso grandi maestri (Kristina Karitinou e Gabriele Severini, ad esempio). Consiglio a chiunque abiti a Brescia o in zona di andare a praticare con lei: un suo input è bastato a farmi salire in verticale sulle mani in meno di un minuto! Non solo: ascoltate i suoi consigli su come affrontare le delicate età della donna. Decisamente interessanti, eccoli per voi…

FDE: Non solo insegnante di Ashtanga, ma anche madre di un insegnante: raccontami come sei riuscita a far appassionare tuo figlio a questa disciplina, e cosa vuol dire gestire la Shala di Brescia insieme a lui, vivere lo yoga a 360 gradi in famiglia.

Barbara in Pincha Mayurasana

BT: La mia scelta di insegnare Ashtanga a Brescia, secondo la tradizione di Pattabhi Jois scaturisce da una evoluzione maturata nel corso del tempo. L’ho praticato e studiato a fondo in modo da poterlo trasmettere autenticamente, e lo reputo estremamente completo. In famiglia non ho mai imposto la pratica, ho sempre lasciato la massima libertà di scelta; d’altra parte lo yoga costituisce la nostra vita quotidiana. Andrea, mio figlio, che gestisce con me la nostra Shala, ha iniziato molti anni fa a frequentare le mie classi, fino a seguirmi insieme al resto della famiglia nei ritiri dedicati alla pratica. Ha sviluppato nel corso del tempo una pratica autonoma e quotidiana; dotato di un forte spirito di determinazione, mi ha molto aiutato e spronato nella gestione sia della Shala che delle nostre stesse pratiche, tant’è che da diverso tempo pratichiamo quasi tutti i giorni alle 4:30 del mattino, in modo da iniziare al meglio le classi Mysore dalle 6:30. Insieme riusciamo a creare armonia durante le lezioni e sicuramente non mancano fra di noi momenti di accesi confronto, sempre però costruttivi. Siamo molto fieri ed entusiasti di diffondere l’Ashtanga a Brescia e siamo anche naturalmente molto grati a tutti nostri studenti, che ci offrono l’occasione di crescere insieme.

FDE: in un tuo commento ad un mio recente post, hai affrontato un argomento “tabù” nello yoga, di cui invece vorrei si parlasse di più: praticare Ashtanga avvicinandosi alla menopausa. In che modo la pratica ti aiuta ad affrontare questo momento?

Barbara in Kapotasana

BT: La menopausa è un momento naturale nella vita di una donna e la pratica dell’Ashtanga aiuta tantissimo, direi che è addirittura fondamentale in questo periodo. Personalmente mi sono ritrovata in menopausa senza accorgermene, praticando. Proprio nel momento in cui mi ci approssimavo, iniziavo ad a affrontare anche la terza serie (advanced A); E’ stata quindi una fase cruciale per me, sia come yogini che come donna. Menopausa è solitamente sinonimo di una fase di “declino”, mentre la terza serie, essendo appunto “advanced”, richiede grande intensità e vigore; ho avuto quindi il timore di cedere alle convenzioni su questa fase della vita e ho creduto fosse per me inarrivabile. Anni addietro, tuttavia, un’insegnante che già aveva affrontato questo momento, mi aveva insistentemente consigliato di non cedere all’età e di continuare sempre con la pratica. Queste parole agirono come un mantra in questa fase e di conseguenza non mi arresi, tant’è che praticavo e pratico tutt’ora quotidianamente la seconda e la terza serie insieme. Advanced A è denominata anche “Sthira Bhaga”, ossia “sublime serenità”, parole pregnanti e azzeccatissime. Col tempo, infatti ho sentito davvero una sublimità nel mio animo e la mia pratica ha fatto un salto di qualità. Per quanto riguarda anche la mia esperienza come insegnante, da diversi anni abbiamo molte allieve che hanno cominciato quando erano già entrate in menopausa; abbiamo constatato quanto sia efficace la pratica quotidiana, non solo riguardo alle serie avanzate, ma anche semplicemente la prima serie, che apporta vantaggi indiscutibili su tu i piani, ringiovanendo mente e corpo ed eludendo i pericoli di una senilità precoce, che si sviluppa molto spesso prima nella mente e successivamente nel corpo. A mio avviso la menopausa non è semplicemente una fine, ma è anche un momento di forte rinascita e di riscoperta di sé. Molte donne si lasciano spesso condizionare e smettono di vivere credendo sentendosi ormai anziane o quant’altro, perdendo così tanto tempo; lo yoga ci insegna a dire sì alla vita, e credo sia sempre attuale l’affermazione di Seneca, secondo cui non abbiamo poco tempo, ma ne perdiamo tanto! Nessuno è esentato dalla pratica dello yoga e non ci sono scuse valide per non farlo, lo si comprende solo mettendolo in pratica.

FDE: Donne e serie avanzate dell’Ashtanga. Ci sono molti pregiudizi al riguardo, eppure nella mia esperienza personale, alcune delle posizioni più avanzate sono di grande aiuto alle donne, proprio perché sviluppano la forza di cui abbiamo bisogno in questo momento sociale. Cosa ne pensi? E quali sono gli asana a tuo parere più utili alle donne?

BT: Come già accennato sopra, mi ritrovo a praticare la serie avanzata a 50 anni inoltrati, e ho da poco concluso un intensive, dove per quindici giorni ho praticato la seconda e terza serie in full vinyasa, seguite dalla led primary series, pranayama e tecniche di adjustments fino a tarda ora, per un totale di dieci ore al giorno. Ne sono uscita estremamente fortificata, sia fisicamente che mentalmente, e lo stesso è stato confermato dagli esiti dei controlli medici (ormonali inclusi) effettuati prima e dopo il corso. Non consiglierei degli asana in particolare, perché ritengo che l’essenza di queste sequenze e di conseguenza tutti i benefici ad esse correla , non siano soltanto nelle singole posture, ma in quella consequenzialità che caratterizza il vinyasa, la struttura della pratica degli asana, da cui si produce una vera e propria meditazione in movimento. Quindi consiglio di enfatizzare non tanto il singolo, ma il tutto della pratica, in quanto ritengo che l’Ashtanga sia un metodo completo, includendo ad esempio l’importanza delle posizioni sulle mani e perché no dei salti per sviluppare e mantenere una certa forza e stamina, ma anche delle aperture delle anche per lavorare sul centro energetico del bacino eliminando quindi tensioni profonde in genere nella bassa schiena e le aperture del petto e quindi del centro energetico del cuore. In generale questa pratica tende a regolare l’equilibrio ormonale, riducendo gli eccessi del nostro elemento predominante. Reputo inoltre molto rilevante per noi donne in questa fase ossigenarci nel modo più consono ed efficace, incrementando le sedute di pranayama.

Barbara Travanini

Barbara è nata a Brescia nel 1966. Incontra lo yoga durante l’adolescenza con Annalise Christensen prima e Dona Holleman poi, fra le prime e maggiori insegnanti al mondo. Si certifica con lei all’insegnamento, dopo un lungo e intenso percorso di formazione. Nel 2005 trova l’Ashtanga yoga secondo la tradizione di Pattabhi Jois, e partecipa a numerosi workshops con Elena De martin, Kino Macgregor, Eddie Stern, Mark e Joanne Darby, Manju Jois, Mark Robberds. Frequenta il teacher training di Manju Jois e conosce Sharath Jois durante il suo tour annuale. Da questo incontro decide di dedicarsi esclusivamente alla pratica Ashtanga. Nel 2010 conosce Kristina Karitinou-Ireland. Si reca annualmente in ritiro da lei a Creta e sotto la sua guida chiude la seconda e la terza serie. Di notevole rilevanza per il suo percorso formativo è anche Gabriele Severini, che incontra nel 2011 e segue periodicamente affinando la pratica. Per quanto riguarda il suo insegnamento, rimane salda ai principi dell’Ashtanga, che le ha permesso di evolversi e sbocciare definitivamente come yogini.

Per i prossimi eventi in programma ad Ashtanga Yoga Brescia, cliccate qui!

Il motivo migliore per praticare: nessun motivo

David Garrigues

Questa mattina ho aperto la mia mail e come sempre ho trovato molti messaggi provenienti da insegnanti di Yoga di tutto il mondo. Mi sono iscritta alle loro newsletter perché mi piace ricevere ogni giorno uno spunto di riflessione, uno stimolo alla ricerca, un motivo in più per praticare.

Quindi la mail di David Garrigues, oggi, mi ha particolarmente stupito perché il titolo recitava proprio così: il miglior motivo per praticare è nessun motivo.

Ma come? Non cerchiamo ogni giorno una motivazione in più per metterci sul tappetino, anche quando abbiamo dormito male, mangiato troppo, ci siamo stressati e innervositi per ragioni ben poco yogiche? Non abbiamo sempre bisogno di ripeterci qualcosa che ci ricordi quanto la nostra pratica sia importante? Il messaggio di David, che attraverso le sue provocazioni stimola sempre un pensiero in più, sembrava suggerire tutto il contrario. Lo riporto in italiano, perché mi ha fatto riflettere, e alla fine… mi ha fatto dimenticare di riflettere, e venire voglia di mettere i piedi nudi sul tappetino, senza dovermi nemmeno chiedere perché. E accendendo di colpo la lampadina sulla famosa frase di Sri K. Pattabhi Jois: “Lo Yoga è 1% teoria, e 99% pratica”. Buona lettura!

” La pratica è importante perché ci porta oltre la teoria, dentro l’esperienza. Esperienza della conoscenza sacra ed esoterica del Sé. Sri K. Pattabhi Jois, il fondatore dell’Ashtanga Yoga, enfatizzava ripetutamente la differenza tra la conoscenza teorica e l’esperienza pratica della conoscenza.  

I praticanti di Ashtanga yoga sono rinomati per la serietà con cui affrontano la pratica. Seguiamo religiosamente la ricetta di due o più ore di pratica per sei giorni alla settimana. Alcuni di noi (parecchi in realtà) si alzano ad orari assurdi (intorno alle 3 del mattino) per ritagliarsi uno spazio di tranquilla solitudine in cui praticare. C’è da chiedersi da dove arrivi l’energia per sostenere un programma così estenuante… 

Praticate solo perché avete voglia di praticare. Punto. Non fatelo per un motivo particolare; non perché state seguendo una tradizione, non perché volete dimagrire, essere in forma, divertirvi, stare bene, crescere spiritualmente, realizzarvi, o mostrare devozione. No, nessuno di questi motivi.  

Bandite qualsiasi “motivo” vi venga in mente per avere la spinta necessaria a mettere piede sul tappetino. 

Capiamo di aver trovato qualcosa di importante per noi quando sentiamo la voglia di farlo, senza un motivo particolare: semplicemente, non abbiamo altra scelta. Riusciamo in qualche modo a trovare il tempo per praticare, leggere, studiare, ascoltare, contemplare, riflettere, o essere in qualche modo connessi con la materia che ci interessa. Se parliamo di Yoga, questo significa cercare un maestro e usare qualsiasi mezzo in nostro possesso per conoscere, poco a poco, sempre qualcosa in più. Siamo alla ricerca di qualcosa che ci permetta di penetrare in quello che Kabir definisce “il nostro corpo ignorante”.   

Pensate a quando eravate bambini. Facevate le cose senza motivo, spontaneamente, senza pensare a cosa avreste ottenuto da una qualsiasi azione, né a migliorare voi stessi. Non avevate bisogno di convincervi, vi capitava qualcosa di bello sotto mano, e cominciavate a giocarci. Non appesantite la vostra pratica con un motivo. 

Come dice Kabir:

“Chi spera in un motivo, fallirà. 

L’arroganza della ragione ci ha separato dall’amore. 

La parola stessa “ragione” ci allontana inesorabilmente.” 

Non avete bisogno di un guru, di profondità psicologiche, di rivelazioni penetranti o improvvise per rivoluzionare la vostra anima. E’ così semplice e facile semplicemente scegliere di vedere, è quasi un solletico difficile da afferrare. Come direbbe Alan Watts, “Non potete mordervi i denti”.   

Cercare un motivo in più, come se potesse renderci più forti, ci allontana dall’obiettivo ed è una vera tragedia, perché tutto ciò di cui abbiamo bisogno è un battito di ciglia, e un sorriso malizioso. 

– David Garrigues, maggio 2017

Traduzione e commenti Francesca d’Errico